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sabato 29 settembre 2012

Cedro (quasi)


Non sempre si può prevedere quando ci si sentirà pronti a superare i propri limiti. Non sempre si può prevedere quali saranno le conseguenze di questa operazione, né quali limiti si riusciranno a superare e quali no.
Fatto sta che ogni tanto succede: prendi una tua debolezza, la guardi dritto negli occhi e l'affronti. Rendendoti conto che ce la puoi fare, e le conseguenze possono essere anche positive. Non vi sto a raccontare, ma fidatevi: ogni tanto, fate una cernita delle cose che proprio non riuscite a superare, fatevi coraggio, e impegnatevi a farcela. Spesso - prodigio! - ce la si fa. Potete scegliere di cominciare con limiti più piccoli, più facili, e poi affrontare via via le cose più grandi.
Paolo Limiti, testimonial del superamento dei propri limiti dal 1936 (nessuno ha ancora superato, invece, i traumi provocati dalle sue cravatte).
Per uno strano caso della vita, i limiti grandi e piccoli che ho superato di recente hanno a che fare con la cedrata, nettare dorato degli dei, a cui ho colpevolmente detto di no per troppi anni (ecco un piccolo limite che ho superato: assaggiandola, semplicemente, e amandola, subito).
E allora volevo procurarmi dei cedri, perché se la cedrata è così buona, figuriamoci quanto dev'essere buono l'agrume, pensavo. E intanto pensavo anche a quanti altri blocchi ho superato da quando, matricola universitaria, mi sono affacciata al mondo. Quando, per molto, troppo tempo, mi sono nutrita solo di spaghetti al tonno perché erano la cosa più veloce e facile da preparare, ed erano buoni: cielo, se erano buoni! Ma li ho mangiati così spesso che poi, per un sacco di tempo, non ne ho voluto più sapere, né di spaghetti, né di tonno.
Avrei voluto unire questi due pensieri, oggi, preparando degli spaghetti al filetto di tonno e zesta di cedro.
Ma voi non potete capire quant'è difficile trovare dei cedri a settembre. Sul serio, ho trovato il Graal, i due liocorni, i droidi-che-stiamo-cercando, e ho pure incontrato Carmen Sandiego. Ma di cedri, nemmeno l'ombra. Alla fine, un'adorabile fruttivendola (Via Cardassi, sessanta e qualcosa, Bari) mi ha spiegato che non è proprio stagione. Fa niente che tutti vendevano frutta di serra e di dubbia provenienza tipo gli gnollofossi della Papua Nuova Guinea. Puoi avere anche le puffbacche, ma oggi non avrai cedri.

Qui ci andava la foto del cedro. Ci scusiamo per l'inconveniente, il post riprenderà al più presto possibile.



Quante cose al mondo puoi fare.

E allora si fa un altro sforzo: si affronta il piano B.
Il filetto di tonno l'ho tagliato a cubetti che ho poi passato nei semi di sesamo e saltato in padella con olio caldo (il tempo di dire "Ma guarda che carini questi semini di sesamo che restano attaccati ai cubetti di filetto di tonno!"). Li ho messi da parte, e nella stessa padella ho fatto cuocere per tre o quattro minuti dei pomodorini ciliegino tagliati in quattro parti. Ho aggiunto un po' di zucchero, per farli caramellare leggermente. Poi, mentre gli spaghetti erano in cottura, ho salato i pomodorini, spento il fuoco e unito i cubetti di tonno che avevo tenuto da parte. Ho scolato gli spaghetti al dente e li ho messi in padella (su fuoco vivace) a fare amicizia col condimento. Non male, ma chissà che la versione (totalmente diversa) col cedro non sia ancora più buona. Godere il momento: ecco un'altra cosa difficile. Ma si può imparare pure questo. Ho messo da parte i chissà, ho stappato una Tassoni, e non ci ho pensato più.

martedì 4 gennaio 2011

Certificati di esistenza - Essi vivono (a prescindere)

Probabilmente mi mancano dei pezzi di cervello.
Me lo immagino come un puzzle dove mancano i pezzi che raffigurano i volti.

Io non riesco a ricordare le facce.

Ricordo un paio di dettagli, da cui poi faticosamente ricostruisco tutto. Una fossetta sulla guancia, il modo di stringere gli occhi quando si sorride, o al contrario la peculiare successione “occhi sgranati-sorriso”; oppure la piega del mento, l’aria stralunata, la fronte alta, le parentesi ai lati delle labbra. Il modo di guardare “di lato” mentre ci si titilla un boccolo. Un sorriso lento; il calore di una risata e poi – a ritroso – i muscoli che lo creano, e poi – infine – i
l volto.
L’altro
aiuto che mi concedo sono le fotografie. Ed è qui che si spiega il valore aggiunto che esse hanno per me. Ho iniziato a scattare fotografie per tante ragioni, anche per fissare il ricordo, ovvio. Ma ho iniziato a scattare fotografie anche per fissare l’esistenza stessa delle persone. Tenete a mente che è iniziato tutto ben prima della diffusione capillare dei social network. Erano tempi in cui, se uno spariva dalla tua vita, non lo potevi “seguire” più.
E per me questo significava una sola cosa: quello che ancora mi succede nella maggior parte dei casi. E cioè: tu sparisci, e la tua faccia si dissolve piano piano, ancorata a quel dettaglio che mi aiuta a ricostruire l’insieme; e poi anche quel dettaglio si scardina e succede la cosa peggiore: non esisti. Nemmeno in via retroattiva. È proprio come se non fossi mai esistito.
Passa il tempo, ti si sciacquano via i lineamenti e, quando penso a te, mi convinco di averti inventato come il più classico degli amici immaginari.
Se ci resta ancora qualche amico in comune, la sensazione è più blanda, ma se non ne rimangono…fine. È per questo che le fotografie, a tratti, diventano un’ossessione: mi serve un certificato di esistenza. Certo, come dicevo, ora – coi social network – è un po’ diverso. Ma a me serve un certificato di esistenza anche del rapporto che ho avuto con quella persona. Una nostra foto insieme, qualcosa che abbia fissato un momento in cui eravamo presenti e vivi e veri entrambi.
Reali. Sincronia.

E poi, parliamo piuttosto dell’inquietante rovescio della medaglia di ‘sti social network…Quando hai sopito un pensiero, quando la mente ha cancellato schiere di lineamenti e quando hai persuaso te stesso, in quel modo tutto tuo, di aver immaginato tutto (tutti), all’improvviso – semplicemente cazzeggiando in rete per i fatti tuoi – vedi che esistono.

Che nel frattempo sono invecchiati, ingrassati, migliorati, peggiorati, o hanno messo su famiglia…

E tu, col cervello difettato e pieno di lacune, ti ritrovi davanti agli occhi degli intimi estranei che non sai come affrontare.

Perché ti ricordi che qualcosa c’è stato, ti accorgi che ti porti dietro i loro modi di dire, le ferite, le cose che ti hanno regalato…ma sei stordito dal fatto che è come se loro non fossero comunque mai esistiti.
E vorresti ricominciare tutto da dove tutto quanto è finito, però nel frattempo magari sono passati sei anni.

E allora clicchi sulla “x”, chiudi la finestra, e provi di nuovo a fingere che nulla sia stato, scivolando nella pozza oleosa della tua memoria difettata, piena di svolazzanti certificati di esistenza chiusi in una scatola; in questo modo, almeno, sarai tu a decidere quando aprirla e quando farti scioccare ancora.
http://www.wikio.it/