martedì 14 dicembre 2010

Sei cose che magari non sapevate sul Natale.

Ok, non siete riusciti ad intrufolarvi alla festa qua sopra. E tutto quello che avete in agenda per la sera del ventiquattro è il solito cenone in famiglia.
Magari non sapete di cosa parlare con tutti i parenti che non vedete da un bel pezzo, che avreste anche continuato a non vedere ma che però vi allungano la solita busta e voi vi sentite un po' in imbarazzo ma la pigliate lo stesso.
E allora, per dire qualcosa in tema, eccovi un breve concentrato di argomenti natalizi che ho raccolto in giro per voi.

Babbo Natale: la genesi. Al culmine dell'inverno, i germani festeggiavano Odino, principe degli déi. Odino era uno a cui piaceva farsi notare: galoppava su Sleipnir, un cavallo con otto zampe, era coperto da un largo mantello, aveva in testa un cappellaccio e portava regali o castighi agli abitanti del mondo. Stessa cosa faceva per i finlandesi l'Uomo Inverno, che però non andava a cavallo, ma su una slitta trainata da renne. Gli antichi romani festeggiavano, al culmine dell'inverno, i Saturnali, e credevano che non fare regali portasse sfiga. Per i britanni, Old Winter (Vecchio Inverno) girava casa per casa, ma senza distribuire regali: bussava alle porte, chiedeva alle famiglie come stavano e beveva con loro un bicchiere di vino.

25 dicembre. Se festeggiamo il Natale proprio in questa data, lo dobbiamo all'uomo che vedete qua sopra. Era più o meno la metà del quarto secolo quando papa Giulio I stabilì che la nascita di Gesù dovesse essere fissata al 25 dicembre. In questo modo le festività pagane – che non potevano essere soppresse se non a prezzo di tumulti e abiurie – vennero mutate in cristiane, e l'abitudine di scambiarsi i doni non venne persa. Insomma, una mossa degna di un politico navigato.

La storia dei regali. Scommetto che a parecchi di voi tutta questa storia di scambiarsi i regali sembra qualcosa inventata dalle multinazionali o da qualche associazione dei commercianti. In realtà, è roba vecchia persino più di Gesù Cristo.
Circa cento secoli prima di Lui, gli uomini smisero la vita nomade e si diedero all'agricoltura. Coltivando, si accorsero di una cosa: si accumulava più cibo del necessario, che si poteva mettere da parte. Quando l'inverno era al suo culmine, più o meno in questo periodo, i nostri antenati tiravano un sospiro di sollievo: ce l'avevano fatta, la stagione poteva solo migliorare. E allora i PR dell'epoca organizzavano una gran festa, e tutti tiravano fuori il cibo o la bevanda che aveva risparmiato. Scambiatisi i doni (tutta roba da mangiare), si ballava e cantava fino all'alba. Ed eccoci così arrivati agli assalti ai centri commerciali di oggi.

Albero. I missionari notarono che i germani adoravano la quercia. E allora gli mostrarono l'abete. "Vedete?", gli dissero, "è un triangolo: nel vertice in alto c'è il Padre, e nei due in basso il Figlio e lo Spirito Santo". I germani, non ancora convinti, chiesero se i loro dèi avrebbero potuto dimorare nell'abete. E i missionari, con una faccia degna di un rappresentante di aspirapolveri, risposero: "Senz'altro". I germani adottarono senza difficoltà Gesù Cristo tra i loro dèi, misero in soffitta la quercia e presero ad adorare l'abete.

Slitta. Secondo la tradizione, le renne della slitta di Babbo Natale erano otto, come le zampe del cavallo di Odino. Le renne hanno tutte un nome (Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donden, Blitzen) e nella nostra traduzione sono diventate Brillo, Ballo, Balzo, Burbo, Stella, Amore, Dondo e Turbo. Per inciso, è praticamente impossibile guidare una slitta tirata da otto renne. Non provateci a casa.

Coca Cola. Fino al 1931, il vecchio Santa Claus era vestito di pelle o di pelliccia, con calzoni verdi, pipa in bocca e boccione di vino in mano. Poi arrivò la Coca Cola, e lo scelse come testimonial (tenendoselo fino agli anni sessanta, visto che non doveva pagarne i diritti a nessuno). Ingaggiò il pittore Harold Sundblom che gli rifece il look, dando alla sua divisa i colori del marchio Coca Cola, aggiungendo la barba bianca, il cappuccio, l'aspetto rotondo e ridanciano ed eliminando pipa e vino. A meno che non accada qualcosa di altrettanto epocale, l'iconografia di Babbo Natale resterà così com'è anche dopo l'estinzione della Coca Cola.

lunedì 22 novembre 2010

Il meglio di due mondi.

Ultimate, la nuova raccolta dei Pet Shop Boys, è arrivata anche in Italia in questi giorni nella sua doppia versione in solo cd o in cd+DVD (quest'ultima versione parecchio appetibile per il sottoscritto, in quanto contiene ben 27 performance televisive uscite dagli archivi della BBC, che coprono altrettanti singoli da West End girls a I'm with stupid).
E io non l'ho ancora comprata.
Ma non è di questo che voglio parlarvi.
È che stamattina, prima di raccattare le mie cose sparse per casa (borsa, iPad, iPhone, libro che sto cercando faticosamente di leggere ai semafori rossi, chiavi, pennetta USB, iPod, occhiali da sole che sole ormai non ce n'è ma non si può mai sapere) mi è caduto lo sguardo su una piccola pila di CD col post-it "duplicare"... e quello giusto in cima era Battleship Potemkin, la riscrittura che i Pet Shop Boys compirono nel 2005 della colonna sonora della Corazzata Potemkin, uno dei capisaldi della cinematografia sovietica del secolo scorso.
Seguendo un impulso del momento, lo prendo e lo ficco nella borsa.
Quindi mi inserisco nel traffico del mattino sulla Flaminia e infilo il cd nel player della Aygo.
Mi ero scordato quanto era bello questo disco.
In parecchi hanno già provato a mescolare le sonorità di un'orchestra sinfonica con gli strumenti elettronici, dando origine a risultati, diciamo così, alterni.
I toni descrittivi (relazionati alle immagini del film), la tensione, il dramma, sono cose che non si possono prescindere quando si scrive una colonna sonora di un film di questo genere… ed è per questo che, per un gruppo dichiaratamente pop, che da sempre ha fatto un uso estensivo ma creativo dell'elettronica, la sfida era particolarmente stuzzicante.
Sfida, per quello che mi riguarda e come ormai avrete capito, vinta su tutta la linea, senza appelli e senza discussioni.
Non credo di sbilanciarmi troppo se affermo, senza tema di smentita, che Battleship Potemkin è il miglior connubio mai registrato su CD tra due generi, il meglio di due mondi, una fusione completa, pacifica, superiore alla somma delle parti.
Difficile o quasi impossibile da reperire nei negozi, ma abbastanza facilmente su eBay, Battleship Potemkin meriterebbe una riedizione per farla conoscere a tutti quanti se la sono persa, e – magari – una copertina migliore, tipo quella (ri) pensata da me (e che vedete in apertura di questo post).
Nel caso, Chris, Neil, fate un fischio, è vostra per una birra presa assieme in un pub di vostra scelta.

martedì 21 settembre 2010

[ADDETTI AI LAVORI] Monik Dinardo


Proseguiamo con la carrellata di veloci interviste ai professionisti nel bistrattato settore della creatività. Oggi è di scena Monik, che ho scelta per ricordare che c'è tutto un aspetto "dietro le quinte" che è fondamentale a tenere in piedi il baraccone: quello che fa lei fa meno scena che creare una campagna pubblicitaria, ma richiede altrettanto mestiere.

Cosa c'è scritto sul tuo biglietto da visita? O, se preferisci, cosa rispondi quando ti chiedono "che lavoro fai"?
Quando mi pongono questa domanda, rispondo molto sinteticamente: sono un tecnico delle industrie grafiche, e mi occupo di prestampa in una tipografia.
In altri casi, a seconda del mio interlocutore, rispondo che lavoro con il Mac e pigio i tasti, per creare dei documenti con dentro testi e immagini da stampare in tante copie uguali fra di loro su delle stampanti gigantesche e costosissime. ;)
E nonostante questa spiegazione molto semplice che ho adottato, mia madre dopo sette anni che faccio questo mestiere, non ha ancora capito come mi procuro da vivere.
E mi guarda con un filo di sospetto ogni mattina che esco di casa per andare al lavoro.

Per i non-addetti: in che consiste il tuo lavoro? E cosa accadrebbe se non ci fossi tu?Il mio lavoro consiste nel saper interpretare tutte le informazioni che accompagnano l'elaborato grafico che arriva dal cliente, effettuare un controllo qualità e fare le modifiche necessarie a rendere il tutto ottimale per la stampa offset.
Le spiegazioni non sono il mio forte... quindi faccio degli esempi: supponiamo tu voglia stampare un libro, e che lo vuoi su carta patinata lucida da 180 grammi in brossura fresata: io apro il file, e noto che ci sono 81 pagine. Ti telefono e ti dico: "Devi togliere una pagina, o aggiungerne tre... le segnature possono essere dei quartini, ottavi, sedicesimi". La segnatura non è nient'altro il foglio di macchina contenente tutte le nostre pagine disposte in una determinata sequenza in modo che una volta piegato e tagliato ci restituisca la sequenza corretta di pagine.E non è tutto!… contemporaneamente devi fare altre mille cose, come procurarti un campione per verificare la dimensione del dorso di copertina a seconda della grammatura utilizzata, controllare le immagini, convertirle nello spazio colore per quel determinato tipo di carta e quella macchina da stampa, inserire tutte le lavorazioni particolari, come verniciature, serigrafie, stampe a caldo o l'inserimento di colori speciali in sostituzione della quadricromia (per esempio bicromie, o pantoni metallici) e tutto ciò che è relativo alla cosidetta "nobilitazione" degli stampati.
Una volta che tutto è sistemato si passano i file al reparto fotoincisa che prepara l'imposition delle pagine per la creazione delle segnature. Una roba sexy, eh?

Nel tuo lavoro è richiesta della creatività o hai la sensazione di fare la parte di un robot ben programmato?
Fare il robot è la parte obbligatoria del mio lavoro... sia nel caso che i file li forniscano i clienti, sia che ci si debba gestire i file internamente. Qualche volta capita che ci vengano dati solo testi e immagini, e le proposte grafiche devo tirarle fuori io. E in questo caso è ancora peggio... perché mi incazzo con me stessa. Litigo intimamente con la parte che vuole dare sfogo alla creatività, per tirar fuori qualcosa che sia anche tecnicamente fattibile.
Magari tiro fuori una bella idea creativa, poi i miei colleghi mi fanno notare che non ho adottato le finezze tecniche necessarie per la stampa.. o che potrebbero fare risparmiare soldi.

Quello che fai viene apprezzato (o, almeno, percepito) al di fuori del tuo ambiente di lavoro? O tua madre ti guarda con l'aria "sarebbe ora che ti trovassi un lavoro vero"?
Per quanto riguarda mia madre come ho già detto sopra... non ha ancora capito che faccio. Fuori dal mio ambiente vedo che viene apprezzato (o almeno... fa comodo ad alcuni avere un amico che fa il grafico): lo deduco dalla quantità di favori che mi vengono richiesti esternamente... e che mi rifiuto puntualmente di fare perché ho un altra passione che mi tiene impegnata oltre alla grafica e non avrei tempo materiale per farlo.

Per fare quello che fai ci vuole una vocazione? O ci sei arrivata per strane vie traverse?Terminate le scuole dell'obbligo non avevo le idee ben chiare sul mio futuro.
Ero indecisa, andare a lavorare in un negozio di fiori con mia cugina? fare il meccanico?
Avevo anche un'altra chance: iscrivermi alla stessa scuola che aveva fatto mia sorella. Non sapevo bene cosa insegnassero, ma c'era disegno, e a me piaceva disegnare. E poi c'erano c'erano questi bei computer bianchi, gli iMac... e io non avevo mai posseduto un computer in vita mia.
Sono contenta di quella scelta... a quest'ora mi sarei ritrovata a vendere mazzolini di fiori al mercato.

Ti è mai successo di percepire differenze di trattamento (nel bene e nel male) per il fatto di essere una donna a fare questo lavoro?
No, assolutamente.... forse, quando ero più giovane e non avevo esperienza, non venivo presa molto in considerazione; facevo il mio lavoro ma non ci mettevo molto del mio, ma tutto dipendeva dall'insicurezza legata all'inesperienza. Non aveva niente a che vedere col mio sesso. ;)


Uno sguardo al privato. Ti capita di frequentare più persone affini alla tua sfera professionale piuttosto che commessi, impiegati, elettricisti, parrucchieri, commercialisti? E finite per parlare sempre di quanto sia brutto il Comic Sans?
Io non esco mai, sono sempre attaccata al computer, sto bene solo quando sono con il mio Mac... le persone vere le vedo solo quando a vado a fare la spesa. (posso mettere le faccine? o si capisce che questa era una specie di battuta uscita male?) :D
A parte gli scherzi.... io quando esco dal lavoro raramente parlo di lavoro. Devo staccare completamente. Mi capita spesso di uscire con persone che lavorano nel mio campo, ma indubbiamente si parla di altro... e se si parla di lavoro lo si fa per raccontarsi cose assurde che ci capitano (e non mancano mai, ti assicuro).

Supponiamo che ci sia ancora qualcuno che, dopo averti letto fin qui, voglia ancora fare il tuo lavoro. Cos'hai da dirgli?
Caro aspirante martire: abbi pazienza, tanta pazienza.
Le tempistiche sono invariabilmente strette, il lavoro che stai facendo era per Natale 2009 e te lo hanno mandato oggi, e quando sei lì che pensi di aver finito... c'è un cambio di programma. Una modifica della grammatura della carta, o peggio, da un punto metallico diventa una brossura cucita e devi rivedere tutto.
E ricorda:
Se un cliente ti mette il bianco in sovrastampa... sei fottuto.
Se un cliente ti manda il file in power point ... sei fottuto.
Se un cliente ti dice che preferiva la sua versione con il comic sans... sei fottuto.
Se un cliente è tuo amico... sei fottuto. ;)

mercoledì 15 settembre 2010

[ADDETTI AI LAVORI] Matteo Borelli.



Questa potrebbe essere la prima di una breve serie di interviste ad "addetti ai lavori", dove per lavoro intendo la grafica, il design, la pubblicità, e, collateralmente, la fotografia e la stampa.

È uno dei pochi argomenti di cui posso parlare con un po' di competenza, maturata in ventidue anni di attività professionale, e visto che ritengo Internet (e, nel mio piccolo, questo blog) soprattutto un luogo di condivisione delle informazioni, ho pensato che farvi ascoltare non solo la mia ma anche la voce di altri professionisti poteva essere utile a chi sta per affacciarsi su questo mondo, o c'è già dentro ma ancora non ci vede chiaro e si sta facendo delle domande.
Nella mia rete di amicizie e contatti, ho più di una persona che ha cose interessanti da dirvi.
Comincio oggi con Matteo, grafico editoriale ma non solo, di cui avete già visto qualcosa QUI.

Che cosa facevi prima di diventare un freelance?
Prima di diventare un grafico freelance ero uno studente.
Durante gli anni di università ho sempre tenuto a mente una lezione che stavo apprendendo dal mondo esterno... e cioè che con il solo "pezzo di carta" in Sociologia, non avrei trovato lavoro manco scannato.
Quindi, mentre studiavo, portavo avanti anche miei progetti giornalistici, grazie ai quali mi sono avvicinato al mondo della grafica. Ormai sono 11 anni che faccio questo lavoro, professionalmente da circa cinque.

Quando dici "professionalmente" intendi che prima eri uno di quelli che facevano un sito a 50 euro? Eri tu il famoso "nipote"?
In realtà non faccio siti, ma solo grafica cartacea. E comunque, a differenza del famoso "nipote" io comprai i programmi e mi misi a studiare sodo, aggiungendo le competenze tecniche della grafica a quelle della comunicazione in generale che avevo appreso all'università.
E, per di più, solitamente lavoravo gratis, essendo miei progetti. I primi soldi (pochissimi) li ho visti per fare alcuni manifesti elettorali.


Quali programmi hai appreso prima?
All'inizio imparai ad usare Xpress 4. Ancora ricordo che alla prima apertura cliccavo sulla pagina bianca sperando fosse quello il modo di scrivere. Frustrato nei miei tentativi, mi buttai su un manuale... Circa 3 anni dopo cominciai a sentire la necessità di Photoshop e Illustrator. E da cosa nasce cosa, ora li uso quotidianamente. Se riguardo indietro mi stupisco.

Perché? Che cosa ti ha spinto ad intraprendere questa strada?
Lo stupore deriva dal fatto che mai mi ero pensato come "grafico". Ho intrapreso la strada della professionalità grazie a un paio di contatti che mi passarono degli amici e poi la cosa si è diramata e ha dato buoni frutti.

I guadagni com'erano all'inizio?
Venendo dal mondo del "grafico volontario", già il fatto di guadagnare qualcosa era per me fonte di grande gioia, sommato al fatto che erano i primi soldi seri che incassavo come lavoratore. All'inizio ai soldi si pensa poco... ci si concentra soprattutto su cose come "che bello posso vedere il mio nome su un giornale", oppure "chissà che bell'effetto mi fa sul curriculum"!

Poi hai cambiato idea?
Non ho cambiato idea, perché non sono un maniaco del guadagno. Però bisogna anche dire che trattandosi di lavoro è giusto che venga retribuito secondo l'impegno e la mole.
Ed è meglio non farsi sfruttare sin dall'inizio, perché un rapporto che inizia con uno sfruttamento difficilmente si converte in qualcosa di paritario. Fermo restando che sul piatto bisogna sempre considerare tutto, anche la propria esperienza e su quella base valutare i giusti compensi.

I compensi sono una spina nel fianco solitamente per i freelance...
È vero. L'offerta di lavoratori è talmente alta che spesso i committenti ragionano in base al fatto che se tu rifiuti qualcun altro accetterà, a prezzo ancora minore probabilmente. Questo gioco perverso crea frustrazione nel lavoratore e fa calare la qualità dei prodotti. Purtroppo però all'utente medio della qualità del prodotto importa poco, quindi si va avanti al ribasso.
Bisogna poi sommare il fatto che da freelance spesso e volentieri si viene pagati dopo 90 o anche 120 giorni e che molte volte non c'è alcuna garanzia di retribuzione, in base alla correttezza e agli umori del committente.


Che soluzione vedi a questi problemi?
Per i pagamenti, sarebbe sempre bene fare dei contratti. Anche se poi non si farà mai una causa per recuperare 300 euro.
Per quanto riguarda il problema della qualità a mio avviso bisogna sapersi porre come professionisti e fare di tutto per valorizzare la propria figura, in modo da avere un certo potere contrattuale.
Nessuno cambierà un freelance con cui lavora bene e in modo fluido per risparmiare 100 euro al mese, questo posso garantirvelo. Però la fiducia va costruita con intelligenza e passione, consigliando, argomentando ed essendo puntuali nel lavoro.

In questo senso essere dipendenti dà sicuramente dei vantaggi...
Per due anni e mezzo ho associato alla mia attività da freelancer un lavoro a tempo indeterminato, in una casa editrice, come responsabile del comparto grafico. Posso dire che lo stipendio a fine mese e la tredicesima sono un'ottima cosa, ma il mio contratto è stato comunque sciolto in due mesi, quindi alla fine dei conti tante garanzie non le avevo nemmeno lì.
Sono due modi di concepire il lavoro diversi e hanno i loro pro e i loro contro.

Dimmi tre pro e tre contro del freelance.
Ccontro:
- paghe insicure
- rapporto col cliente
- incertezza del domani.
Pro:
- rapporto col cliente
- orari (quasi) liberi
- lavoro in casa.
Il rapporto col cliente lo metto in entrambe le categorie, perché dipende da come uno sa giocarsela.

Hai mai pensato di tornare indietro e di scegliere un lavoro a tempo pieno?
Mai dire mai. Dipende sempre dal lavoro. Io resto con l'orecchio "appizzato", anche se devo dire che il vantaggio di poter lavorare la notte e non dover uscire con la pioggia è spesso impagabile. Però poi ci si trova a fare considerazioni più ampie sul proprio futuro e quindi è meglio rimanere aperti ad ogni possibilità. Riservandosi ovviamente il diritto di scelta.

Che problemi hai incontrato durante la tua carriera da freelance?
"Carriera" è una parola ancora un po' esagerata: sono un onesto lavoratore, ecco tutto.
I problemi maggiori sono far capire al cliente cosa si vende. Spesso non dare qualcosa di tangibile è una cosa molto negativa, si viene percepiti quasi come truffatori. Ricordo una conversazione con un potenziale cliente che mi chiedeva una brochure. Alla mia richiesta di 400 euro lui mi chiese "quante ne escono con questa cifra?". Al che io gli risposi che stavo riferendomi alla grafica e non alla stampa. E lui, per tutta risposta, mi domandò "cos'è questa grafica di cui mi va parlando".
Ecco a cosa mi riferivo, sono sicuro che è capitato a tutti quelli che fanno questo lavoro. Dei possibili problemi economici abbiamo già detto, per fortuna finora su questo lato mi è andato sempre quasi tutto bene.

Riesci a mettere del tuo nel lavoro?
Questo è un altro problema. Se si va da un dentista non gli si suggerisce il trapano da usare, no? Invece al grafico solitamente tutti si sentono in dovere di dire quel che gli passa per la testa.
Il lavoro che esce fuori è - tranne nel caso di clienti illuminati e di grafici molto bravi - un compromesso tra le velleità del grafico-artista e le bassezze medie del cliente che vuole sempre "il logo più grosso" e lo "strillo più evidente". Oppure il tutto "un po' più glam".
Io non mi sono mai pensato come artista né mai lo sarò, però la creatività di questo lavoro spesso e volentieri viene frustrata da richieste antiestetiche e anche spesso inefficaci del cliente.


Quindi vedi la grafica come una scienza?
No, non è una scienza. Ma la comunicazione ha dei suoi dettami. E quello che spesso non si capisce è che un logo grosso non per forza fa vendere più di un logo piccolo.

Come ti sei fatto pubblicità la prima volta?
Ho avuto dei contatti da alcuni amici, come dicevo.
Poi li ho portati avanti e li ho fatti maturare e si sono ramificati abbastanza bene. Sono stato molto fortunato ad avere qualcuno che accendesse la scintilla iniziale, una cosa che purtroppo non hanno tutti. Poi io ho conservato e allargato il falò, diciamo così. Se dovessi farmi pubblicità punterei senz'altro su un curriculum creativo (ma non troppo, che rispecchi le mie reali capacità e tendenze grafiche) e su un biglietto da visita originale. Oltre ovviamente a un sito ben fatto (anzi se magari c'hai un nipote che me lo fa con 100 euro... :D).

Trovi ancora il tempo per dedicarti ai tuoi progetti personali?
Un calciatore non si rilassa giocando a pallone :). Però generalmente se mi va di fare qualcosa di mio, a costo di passarci la notte, il tempo lo trovo.

Quale consiglio daresti a chi desideri intraprendere questa carriera?
Armarsi di tanta pazienza e buona volontà.
Non mollare di fronte alle prime difficoltà, che capitano a tutti, e gestire con intelligenza e rispetto il rapporto col cliente, senza però mai rendersi succubi.
Chiedere il giusto nei compensi e non pensarsi tutti Andy Wahrol, avendo l'umiltà anche di rivedere i propri progetti sulla base del target di riferimento. Un grafico che lavora "per se stesso" può essere bravissimo, ma se la sua comunicazione è inefficace non serve a nulla e andrà poco lontano.

martedì 7 settembre 2010

Guarda e impara, 20

Le campagne pubblicitarie di oggi da cui imparare provengono dalla Germania, dall'Olanda, dal Brasile e dalla Thailandia.
E non che noi non siamo capaci, come avrete notato a più riprese nelle scorse puntate.
È che noi, la buona pubblicità la esportiamo, non la usiamo.
Come al solito, alcune di esse vanno obbligatoriamente ingrandite per apprezzarle meglio (basta farci clic sopra).

Veggieburger (McDonald’s)
Sapevate che è da anni e anni che McDonald's ha nei suoi listini l'hamburger vegetariano? Non che io sia tra i possibili clienti, ma i tizi di Neue Digitale/Razorfish di Berlino hanno trovato comunque un modo efficace di promuoverlo.

Mais Printing House (multisoggetto)
L'agenzia è la Mohallem/Artplan di San Paolo del Brasile.
Il cliente è un'azienda che si occupa di stampa digitale. Ebbene, se vi affiderete a loro, suggeriscono i tre manifesti, non correrete il rischio di avere brutte sorprese a lavoro finito.
Notate che i modelli hanno in mano delle stampate, non degli specchi.
Io la trovo fantastica.

Volkswagen (multisoggetto)
Le pubblicità Volskwaagen sono immancabilmente di ottimo livello.
E, come sapete, io ho un debole per le campagne dove non viene mostrato il prodotto. Questa multisoggetto assicura, in modo inequivocabile, che guidare di notte un'auto con dei fari Bi-Xenon, dev'essere proprio una gran cosa.
L'agenzia è la DDB di Berlino.

King’s Stella (multisoggetto)
Lavoro di copy ridotto al minimo per questa multisoggetto destinata a promuovere un deodorante per ambienti. Lavoro elegante, pulito, d'impatto. Ma che si può volere di più, da una campagna pubblicitaria? Che ci sia Totti?
L'agenzia è la McCann di Bangkok.


Ikea
(multisoggetto)
Qualcuno comincia a sospettarlo già da un po': montare la roba dell'Ikea una volta era più facile.
E se facesse parte di un piano per spingere gli utenti a servirsi del loro servizio di montaggio a domicilio? Comunque sia, questi cascano sempre in piedi.
L'agenzia è la Grabarz & Partner di Amburgo.

Sikkens
(multisoggetto)
Sikkens produce vernici. Il che potrebbe sembrare piuttosto noioso, per non dire di chi è chiamato a pubblicizzare il marchio.
Direi che la Van Walbeek Etcetera di Amsterdam se l'è cavata alla grande.

Vista à la Carte
Sarà pure una banalità, ma quale terapia di coppia è più efficace (o – quantomeno – piacevole) che mollare tutto per un po' e farsi un bel viaggetto assieme senza prosciugare il conto in banca? È quanto consiglia Vista à la Carte, un tour operator che si è affidato alla Publicis di Bangkok.

mercoledì 1 settembre 2010

[Recensione] Aidoru


Aidoru, William Gibson (1996)
Oscar Mondadori, 294 pagine
4,99 euro

Il vero problema di William Gibson è che scrive sempre lo stesso libro.
Una storia che ha i tipici connotati e ritmi del thriller tradizionale, con due o tre linee narrative che convergono nel finale con un'mpercettibile accelerazione, quasi sempre ambientati in un futuro prossimo venturo (l'unica eccezione è L'Accademia dei Sogni, ambientato nel presente e mio avviso la cosa di gran lunga migliore scritta da Gibson) e in cui la Rete, o il cyberspazio, termine che ogni anno che passa comincia a suonare sempre più vintage, ha una grossa rilevanza nello sviluppo degli eventi.
Ma è altresì vero che Gibson ha una prosa di un'eleganza inimitabile, precisa, limpida e scevra di inutili ridondanze, e se ve ne innamorerete, starete a sentire qualsiasi cazzata vi racconti... persino una rockstar che decide di sposare un Aidoru, un costrutto software che non esiste se non sotto forma di linee di codice ma che possiede un'attraente immagine virtuale.
Uno dei protagonisti, quasi fosse l'Alice del Paese delle Meraviglie, riesce a vedere quel nessuno sulla strada che il gatto del Cheshire le indica.
E, se volete vederla così, Aidoru è una storia d'amore purissima, della purezza incontaminata del virtuale che non potrà mai essere raggiunto (e quindi sporcato) dal reale e sfavillante del chiarore elettrico di ciò che non può essere toccato ma solo generato, animato, proiettato.
Rispetto Neuromante o La notte che bruciammo Chrome Aidoru è meno strutturato ma nararrato in maniera meno contorta, e non faticherete ad arrivare in fondo le sue trecento pagine: ma, se non amate particolarmente il genere, partite dall'Accademia dei Sogni.
Se resterete conquistati dallo stile di Gibson, poi cercherete anche il resto: garantito.

PS La copertina dell'edizione italiana non è un granché. Sono ancora in vacanza, quindi ho tempo per rimediare.

martedì 31 agosto 2010

Il mio inglese. Il mio iPad. La giapponese che parlava bene inglese. Standby.


Una delle cose più fastidiose del mio viaggio è stato il non riuscire a capire quasi mai cosa rispondessero gli inglesi alle mie semplicissime domande: un tassista alla stazione di Cambridge cui ho chiesto se fosse il primo disponibile (mi ha sciorinato una lunga e articolata risposta, e solo dopo il mio sguardo sbigottito è sceso ad aprire il bagagliaio per farmi caricare la valigia), un addetto ai tornelli della metro a Victoria a cui ho chiesto se era la linea giusta per Paddington (altra risposta-fiume snocciolata a una velocità inarrivabile per me), cameriere nei pub, receptionist all'albergo, e molti, molti altri casi.
In base alla mia breve ma credo significativa esperienza, ho concluso che:
1) gli inglesi non hanno il dono della sintesi e
2) nascono e crescono nella convinzione, non del tutto erronea, che la loro lingua è l'Idioma Universale, e sono gli altri che devono adattarsi, non loro.

Col paradossale risultato che la conversazione più lunga e più piacevole che ho avuto in inglese nella mia vacanza è stata con la mia vicina d'aeroplano, una tipa giapponese (mi ha detto il suo nome, ma era talmente inusuale per me che l'ho dimenticato dopo pochi istanti) che quando mi ha visto accendere l'iPad si è incuriosita e ha iniziato a farmi domande.
In un inglese perfetto, lento e deliziosamente comprensibile.
– È un iPad, giusto?
– Certo. – La guardo, è vestita tutta di nero con qualcosa senza marche visibili, ha appena un filo di trucco e i capelli liscissimi con la classica frangetta giappo. Viaggia con un'amica in felpa grigia a cui non frega niente dell'iPad e legge tutta concentrata un manualetto in giapponese.
– Bellissimo. – fa un sorriso educato. – Io ho un iPod. Sono belli, vero?
– Sì. Vuoi provarlo?
– Mi piace molto, davvero posso toccarlo?
Sorrido anch'io. L'educazione quasi collegiale dei giapponesi mi ha sempre fatto tenerezza.
– Ma certo.
La tipa allunga le mani, affusolate, pallide e con le unghie mangiate e accarezza il vetro dell'iPad. Tocca le icone, fa succedere qualcosa qua e là, e la sua concentrazione sembra totale e trasognata assieme.
Le parlo fornendole qualche dettaglio tecnico nell'inglese più pulito di cui sono capace, ma non riesco neanche a capire se mi stia ascoltando. Poi smetto di parlare, e lei mi guarda, e capisco che non solo mi ha ascoltato, ma vuole sentire il resto.
– Qui puoi accedere alle immagini registrate sull'iPad. Non ci sono cartelle, ma mucchietti di fotografie. Se le tocchi, si espandono. Per navigare nelle foto basta toccarle.
– Sono fotografie tue?
– Per lo più. Ma non ne ho nessuna dell'Inghilterra. Non ce le ho ancora caricate.
– Oh – mi fa, con aria grave. – Però – sorride di nuovo – sono tutte belle.
– Beh... grazie. – vorrei chiederle se è proprio vera la storia che la loro educazione non gli consentirebbe mai di dirmi il contrario e di fare apprezzamenti meno che positivi in qualunque caso, ma temo che sarebbe ineducato da parte mia e forse il mio inglese neanche mi sosterrebbe, così la lascio continuare a sfiorare il vetro dell'iPad e a guardare il suo profilo delicato, così alieno per un volgare occidentale come me ma per niente fuori posto nell'atmosfera ovattata e irreale del 737 che vola sopra la Germania nella notte come un intruso di ferro nel cielo senza traccia di presenza umana.
Parliamo ancora un po', poi mi restituisce l'iPad. Guardo fuori dal finestrino, senza vedere niente altro che qualche stella lontana e un blu sporco e uniforme. Quando mi giro di nuovo verso lei e la sua compagna, stanno dormendo inseguendo qualche sogno dove io non potrei mai entrare, e anche l'iPad è scivolato automaticamente nel suo sonno elettronico con una dissolvenza abilmente studiata dai suoi progettisti.
Io mi sistemo le piccole cuffie bianche di plastica nelle orecchie, cerco una canzone sull'iPod.
È New Gold Dream dei Simple Minds. Perfetta.
Chiudo gli occhi e vado in standby anch'io.

domenica 22 agosto 2010

UK chronicles, parte 2

Londra non è certo una delle mie città preferite, non sta neanche nelle prime cinque, ma, dopo averci girato una settimanella dopo dieci anni d'assenza dalla mia ultima visita, non posso che riconoscere che coincide col concetto di metropoli molto di più di quanto noi potremmo mai avvicinarci.
Prendete la metropoli italiana che preferite: Milano, Roma, Napoli... quella che volete.
Stanno a Londra come Milano sta a Bassano del Grappa, o Roma a Vetralla.
Noi giochiamo a fare i moderni e i mitteleuropei. Londra lo fa per davvero.
Noi, con i nostri negozi chiusi tre ore per la pausa pranzo e i quartieri che sembrano una scena di Io Sono Leggenda se ti avventuri in città le due settimane di ferragosto. Con le strade che si svuotano all'abbassarsi delle saracinesche e con un metrò che usano solo extracomunitari e diseredati.
A Londra cammini per strada e le undici di sera sembrano le undici di mattina: una sfilza ininterrotta di ristoranti uno attaccato all’altro, negozi, negozietti, food e news, bookstore, illuminati a giorno, neon e insegne accesi in tutte le lingue.
Se a Roma ti fai una passeggiata dopo le nove di sera, gli unici negozi che non vedi blindati dalle saracinesche sono le banche e le agenzie immobiliari con gli annunci illuminati da un faretto alogeno.
Vedo un giamaicano con un giubbotto fosforescente, un elmetto di plastica colorata e l'iPod nelle orecchie a cavalcioni di una macchinetta che pulisce il marciapiede. È tardi, non lo vede nessuno ma lui esegue quel compito con precisione e metodo, e non si fa sfuggire manco una cicca. Muove la testa carica di rasta al suono di una canzone che non posso sentire.
Quel lavoro, da noi, se ci fosse, sarebbe riservato al cugino del parente del fratello dell’assessore.
E, ad ogni modo, il cugino del parente non pulisce per terra, sarebbe in malattia.

Made in Italy.
Dalle parti di Leicester Square mi fermano tre ragazzi, un indiano, una giappo e una di colore, e mi chiedono di fargli vedere l'iPad. C'è qualcosa nel loro aspetto e nel modo di fare che non mi fa sorgere neanche per un secondo il sospetto che vogliono rubarlo, e per cinque minuti faccio il dimostratore senza beccare un soldo da Apple.
Il ragazzo indiano mi augura buona serata, ma me lo deve dire due volte.
Where you come from?– mi chiede la giappo.
– Italy...
– PERONI! – mi fa lei, tutta felice, sfoderando l’unica parola che conosceva in italico idioma.
Ci salutiamo a suon di Peroni e continuo la serata, rimuginando tra me e me: Heineken. Twinnings. Sapporo. Johnny Walker. Potrebbe essere un nuovo vocabolario turistico di base.

sabato 14 agosto 2010

Cyberluke a Cyberdog.


Nella mattinata che avevo deciso di destinare ai mercatini londinesi, sono riuscito, in un'acrobazia di autobus e linee metropolitane, a farci entrare Camden Town e Portobello Road.
Vi dò subito un consiglio con cui potrete bullarvi la prossima volta che passate per Londra: è perfettamente inutile che arriviate prima delle dieci. Negozi, bancarelle e quant'altro sollevano le saracinesche solo verso quest'ora, e voi vi ritrovereste a vagare senza molto da fare... a meno che non siate interessati allo Stables Market, uno dei mercati satellite del Camden Lock market vero e proprio, ricavato da antiche stalle riadattate a negozietti d'antiquariato e d'abbigliamento.
Ci sono cavalli di bronzo fuso dappertutto, e ogni decorazione richiama i cavalli... fino alla noia, ma i primi dieci minuti è fotogenico.
E, in mezzo tutto questi richiami equini, è impossibile non notare i due robot che sorvegliano l'ingresso di Cyberdog: due fantocci di metallo cromato simili agli androidi usati in un vecchio spot della Y10, solo che questi sono alti tre piani. Consultando l'iPad, scopro che è uno dei negozi più alternativi di Camden, clubwear, accessori techno e altra roba decisamente fuori tempo massimo per me.
Insomma, potevo non entrare a dare almeno un'occhiata?
Il proprietario deve pagare un bel po' di affitto, perché il locale è decisamente grande, e ha un piano interrato che si sviluppa per almeno tre volte la superficie di quello dell'ingresso.
Luci ultraviolette, specchi, cose in vendita che si confondono insieme. La cosa a cui Cyberdog assomiglia di più è una discoteca anni novanta, ma il volume della musica è più basso.
Una ragazza mi si avvicina, e non riesco a capire se è giaponese o che età abbia. Ha gli occhi scuri, truccati fino all'inverosimile, e i capelli neri pettinati all'indietro e tenuti da una fascia con dei LED accesi.
- HelloAichenhelpiù? - mi fa la tipa.
- Uhmmm... giàstailuchingaraund - le dico, a voce molto più alta del normale, più per stroncare sul nascere qualsiasi suo tentativo di aiutarmi là dentro, che credo sia abbastanza diverso dalla mia idea di aiuto.
Questa mi guarda meglio. - Sei italiano?
- Sì. Anche tu? - le faccio, automaticamente, dandomi del coglione un nanosecondo dopo: è evidente che non può essere italiana, sembra la sosia di Lucy Liu, ma molto più giovane.
- No, ma molti italiani vengono nel negozio. E ho degli amici, in Italia.
- Ah - le faccio, sentendomi idiota e fuori posto.
Lei resta là in piedi, e mi guarda, forse aspettandosi che aggiunga qualcosa di più intelligente. E difatti, aggiungo:
- Bel negozio.
- Grazie. Mi piace la tua maglietta.
- Astro Boy, già. Ehmmm.... l'ho comprata in Giappone.
Lei mi guarda come se volesse dirmi: ci vengo dal Giappone, tesoro, nel caso non te ne fossi accorto. - Devo sistemare un sacco di magliette. Ma tu guarda pure quanto vuoi.
E la mia guida in quel purgatorio tecnologico sparisce in una scia di LED accesi.
Resto da solo ad aggirarmi per il negozio, che in questa sezione sembra un garage illuminato male. Ci sono pannelli d'alluminio traforato con appesi felpe, magliette e pantaloni con inserti di gomma fluorescente, metallo serigrafato e display luminosi che si muovono al ritmo della musica. Non ho idea di come si possa mettere in lavatrice una t-shirt con un display elettronico cucito sopra.Al centro, il manichino molto realistico di una ragazza vestita di sole fasce metallizzate che mi ricorda la Leeloo del Quinto Elemento. Non mi stupirei se anche lei si voltasse verso di me chiedendomi I can help you?
Più avanti, c'è una sezione con un bar, con sgabelli dai cuscini rigonfi, maculati come felini ma di un rosa acceso che nessun felino al mondo è mai stato.
Il bancone è laminato con istruzioni di vecchi apparecchi radio e schemi elettrici trattati con inchiostri fluorescenti.
- What you drink? - mi chiede una cameriera in calzoncini argentati e un top rosa di lana d'angora aderente.
- Che cosa avete? - le rispondo, meccanicamente. In realtà, non ho alcuna sete.
- A quest'ora c'è l'Exciter 2.0 - dice lei. - Ti sveglia, è pieno di caffeina.
- Cosa aveva l'1.0 che non andava?
- Non piaceva a nessuno, così ci abbiamo aggiunto del caramello.
- Capisco. Dammi dell'acqua, per favore.
- La cameriera mi guarda con disprezzo e dopo un po' torna con un bicchiere di plastica verde con qualcosa che sembra acqua e c'è anche del ghiaccio fuso in strane forme, ma una vocina interiore mi sussurra: non berlo, come minimo ci ha sputato dentro, o magari ci ha messo qualcos'altro e ti risvegli in una vasca piena di ghiaccio e senza un rene.
Chiederle di portarmi una bottiglietta di Evian ancora chiusa mi sembra una scortesia imperdonabile anche per quel posto, così mi allontano e basta.

Scopro che c'è un'intera sezione dedicata al sesso. Non c'è alcuna separazione fisica dal resto del negozio, così un attimo prima sono tra pantaloni di vinile blu e cd contenenti dj session di Carl Cox e Bob Sinclair e un passo dopo mi ritrovo a contemplare modelli in plastica di piselli maschili di varie dimensioni e in colori diversi, abilmente illuminati.
C'è anche roba che non riesco a riconoscere: palle bitorzolute, camere d'aria in miniatura con lunghe basette di gomma, qualcosa che somigliava a un ciuccio per neonati e, ad aggirarsi in mezzo a tutto quanto, un commesso con i capelli rasati e una tuta fatta di carta bianca e le maniche strappate ai gomiti su braccia solcate da una specie di decorazione in stile finto-primitivo.
Prima che possa chiedermi se può aiutarmi anche lui, inizio una larga manovra evasiva che mi riporta con disinvoltura allo scalone principale.
Sto per uscire di nuovo all'aperto al modo reale e alla puzza di cipolla, quando mi volto indietro e mi dico: non posso andarmene senza aver comprato nemmeno un pezzetto di questo posto.
E così compro questo display: è a LED rossi, è completamente programmabile e viene venduto con un supporto per usarlo anche come fibbia della cintura. In realtà ho in mente un altro uso, ma ve lo dirò quando sarò riuscito a metterlo insieme.

martedì 10 agosto 2010

Music 4 London.

Ho capito qual è la migliore colonna sonora da spararsi nelle orecchie quando cammini per Londra.
Ci ho messo un po' ma alla fine, quando la funzione shuffle dell'iPod l'ha ripescata dalla library memorizzata sulla minuscola flash sigillata nell'alluminio, l'ho capito.
Non sono gli Who (che sono andati benissimo a Brighton, vorticando tra pianoforte, batteria acustica e sintetizzatori vecchio stile), e neanche i Pet Shop Boys, fin troppo eleganti e forbiti e che non muovono un passo senza la loro orchestra contrapposta alle tastiere di Lowe, no.
Sono i Prodigy.
Riempiono tutti gli spazi liberi come una cascata di liquido dorato e li riorganizzano in centosessanta battute al minuto, ricoprono tutto con una pulsazione elettronica calda e cattiva, sorprendono con campionamenti brutali e ripetuti, danno un suono a tutti gli oggetti dove posi gli occhi, fanno schizzare il tuo sguardo a destra e a sinistra mettendo a fuoco selettivamente soggetti multipli come se fossi fatto di metanfetamine ma in corpo hai solo il cappuccino di Starbucks. Non mi riesce difficile immaginare le persone che mi scorrono intorno muoversi allo schiocco elettrico di Break & Enter. Ci sono talmente tanti impulsi dentro che ci si può adattare qualsiasi movimento.
Non è che ami particolarmente i Prodigy, sapete. Non stanno neanche tra i primi dieci.
Ma qui, ve lo posso assicurare, sono perfetti.

martedì 22 giugno 2010

Cinque dritte per freelance.


Ho abbandonato da tempo la triste e solitaria carriera di designer freelance.
Per come il nostro Stato e il nostro Fisco tratta i lavoratori autonomi, non c'è da stupirsi se ancora tanta gente aspira a venire assunta da qualche studio o agenzia di comunicazione: al prezzo di un po' di libertà e una serie di obblighi (tipo, presentarsi al lavoro tutti i giorni e fare quello che vi viene detto di fare) si ottengono in cambio una posizione pensionistica, tredici o quattordici mensilità assicurate nel corso dell'anno, vacanze pagate e – se via ammalate – continuate comunque a percepire il vostro stipendio.
C'è poi tutta un'altra serie di benefit, che poi sarebbero quelli per cui il sottoscritto si è lasciato irretire, ma non è di questo che voglio parlarvi.

Voglio parlarvi di quando ero il classico Giovane Di Belle Speranze™, che, computerino incastrato sul tavolo di casa, software rigorosamente piratati e una pila di copie di Archive come bibbia di riferimento, mi proponevo come grafico freelance a una città che non ne sentiva certamente il bisogno.
Mi presi delle soddisfazioni (poche, e legate essenzialmente al vedere la mia roba pubblicata e stampata), intascai un po' di soldi (ancora meno, erano gli anni novanta e i fasti anni ottanta della pubblicità erano spariti lasciando solo i conti da pagare), imparai qualche trucchetto (rigorosamente sulla mia pellaccia) e commisi qualche inevitabile, grosso errore.

Essere pronti ad analizzare le occasioni di insuccesso professionale per trarne insegnamenti per il futuro dovrebbe essere un obbligo per chiunque voglia cimentarsi nel mondo lavorativo... il più delle volte intricato e pericoloso come un gioco di ruolo del quale ti vengono spiegate solo metà delle regole e il cui master è uno stronzetto di nerd sadico che ti ha preso in antipatia.

Quando ero un freelance con poca esperienza alle spalle, ignoravo tutte le spigolature del lavoro e delle sue dinamiche, ed ero concentrato totalmente sull’attività produttiva, arrivando a compiere scelte strategiche e commerciali poco o niente ponderate.
Questo post raccoglie il frutto di quella dolorosa esperienza, sintetizzato in cinque, sintetiche dritte per chi è relativamente un novizio in questo lavoro... e chissà che non possa fare di voi dei professionisti più consapevoli tirando un pelo più su questo mestiere dalla palude dove sta lentamente sprofondando.

1. Tre siti al prezzo di uno. Venghino, signori, venghino.

Prima o poi lo abbiamo fatto tutti.
Molti lo fanno ancora e anzi, ne hanno fatto un modus operandi.
Il denaro è un argomento difficile per molti... e anche per me è più facile parlarne adesso che allora. In qualsiasi lavoro, ognuno di noi ha il diritto a chiedere il giusto, e questo vale ancora di più quanta più esperienza si ha alle spalle.
Ma cose si fa a sapere se il prezzo che stiate facendo è giusto o troppo basso?
Se fate lavori di buona qualità e non perdete mai una commessa... beh, allora probabilmente i vostri prezzi sono troppo bassi (ciao, Alessandra! ciao, Matteo!).
Ricordate il film Three Kings, con George Clooney? Vi si svolgeva, a un certo punto, un dialogo assolutamente illuminante, nella sua attonita semplicità.

Archie Gates (George Clooney): - Qual è la cosa più importante della vita?
Troy Barlow (Mark Wahlberg): - Di che sta parlando?
Archie Gates: - Qual è la cosa più importante?
Troy Barlow: - Il rispetto.
Archie Gates: - Dipende troppo dal prossimo.
Conrad Vig (Spike Jonze): - E qual è, l'amore?
Archie Gates: - Fa un po' Disneyland, non trovi?
Chief Elgin (Ice Cube): - La volontà di Dio.
Archie Gates: - Ci sei quasi.
Troy Barlow: - E qual è allora?
Archie Gates: - La necessità.
Troy Barlow: - E cioè?
Archie Gates: - Cioè la gente fa quello che ritiene più necessario, in un dato momento.

Secondo il personaggio di Clooney, è la necessità il vero motore del mondo.
E io, fatti i dovuti distinguo, sono disposto a sposare la sua tesi.
Fare prezzi bassi è quasi sempre figlio della necessità.
Là fuori, c'è sempre qualcuno disposto a fare quel lavoro a meno soldi di quanto chiedete voi.
Sempre.
E se pensate che zero sia il limite, vi sbagliate: ci sono designer disposti a lavorare gratis, col miraggio di ottenere nuove commesse retribuite in futuro; una sorta di autopromozione scellerata ma meno rara di quanto pensiate.
Per quanto un professionista possa disprezzare questi individui che di fatto livellano il mercato verso il basso, le motivazioni che li spingono sono legati ad un affitto o un mutuo da pagare, una famiglia da mantenere e altre banali, terrene incombenze.
Insomma: lo fanno per necessità, e sono costretti a fregarsene se è sbagliato sotto ogni punto di vista.
Contro la necessità, "La cosa più importante della vita", voi non potete fare niente.
Se siete alla canna del gas, accetterete compensi ridicoli, e, diavolo, come darvi torto.
Ma (e arriviamo infine al vero consiglio di questo primo punto) se non vi trovate in una situazione simile, rifiutate sempre un compenso che vi sembra inadeguato per il vostro lavoro.
Se lo farete, potranno succedervi due cose:
a) perderete la commessa, ma il tizio in questione non vi farà più perdere tempo con altre richieste pagate un boccon di pane, e – date retta – ci avrete solo che guadagnato. Clienti così è meglio che smarriscano il vostro numero di cellulare. Loro e i loro amici.
b) il tizio rilancerà con una nuova cifra, che magari non è ancora quella a cui pensavate, ma avrete guadagnato del rispetto professionale e ricevuto un segnale di ritorno che, sostanzialmente, dice: ok, ho bisogno di te, cerchiamo di metterci d'accordo.
A questo punto, ognuno di voi farà le sue valutazioni. Ma da una nuova, seppur microscopica, posizione di forza.

2. Io sono il Datore Di Lavoro Dio Tuo.

Nessun cliente ha il diritto di monopolizzare il vostro tempo, anche se sono convinti di pagarvi bene (e lo siete anche voi).
Quando un cliente occupa costantemente tutto il vostro tempo non è più un cliente ma un “capo” e voi siete i dipendenti: la dinamica tra cliente e fornitore cambia significativamente, e a quel punto è difficilissimo tornare indietro.
Come avete bisogno di lavorare attivamente a dei progetti avete bisogno anche di tempo per curare il vostro network di contatti e per progettare e pianificare le vostre strategie commerciali future.
Permettere ad un cliente di gestire tutte le vostre ore come gli appartenessero di diritto è uno degli errori più frequenti... e anche uno dei peggiori, perché al termine del contratto vi ritroverete senza alcun cliente.
L’ideale è avere più di un contratto attivo (e un po’ di respiro), affinché la perdita di un cliente sia ammortizzata dalla presenza degli altri disposti a coprire le ore rimaste libere.
Se le richieste del vostro cliente si fanno troppo pressanti, adottate questa tattica: menzionate altri clienti che state seguendo contemporaneamente (anche se al momento non ne avete nessuno) e sottolineate come possa per voi diventare antieconomico investire troppe risorse in un singolo progetto.
Vi farà apparire più professionali e – soprattutto – metterà un freno alle richieste esagerate.
È pur sempre un bluff, ma quasi sempre dà buoni risultati.

3. Verba volant.

Fare accordi a parole è una grossa tentazione che nasce soprattutto dall'umana indole di fidarsi del prossimo.
Inutile dire che vi avventurate in un campo minato: con un po' di fortuna, potrete anche guadagnare l'altra sponda illesi, ma potreste saltare in aria in ogni momento, anche ad un passo dal compimento del lavoro.
Una lettera d'incarico è un documento piuttosto semplice, che non deve spaventare nessuna delle due parti in causa: QUI trovate un facsmile per lavori di piccola entità. Se cominciamo a parlare di grossi progetti vi servirà qualcosa di più completo, come ad esempio quella che trovate QUI.
Spesso capita che vengano proposti contratti che non riportano tutto quello che dovrebbero e lasciano parecchie cose in sospeso: nel dubbio, chiedete di aggiungere una riga in più al contratto, anche se possono sembrarvi cose scontate.
Non sottovalutate punti come la tutela del copyright, la riservatezza delle informazioni e la proprietà dei file sorgenti.
È un vostro diritto chiedere di essere tutelati in modo adeguato... ma anche un dovere fornire le adeguate garanzie.
In altre parole, una lettera d'incarico è un atto di responsabilizzazione per ambo le parti, ed è sorprendente come – soprattutto in ambito creativo – sia una pratica criminalmente poco diffusa.

4. Chiamami, sarò il tuo YesMan.

La paura può far fare cose stupide.
C’è voluto un bel po' prima che iniziassi a rifiutare dei lavori... e comunque dopo aver commesso alcuni (ok, tutti) degli errori descritti sopra.
Alcune volte è semplice capire quando dire no: quando ci chiedono di lavorare per una miseria, se non addirittura gratis.
Potreste avere riserve di carattere etico qualora il progetto entri in conflitto con le vostre credenze politiche, religiose o lo riteniate comunque inaccettabile per motivi solo vostri.
Altre volte – la maggior parte delle volte – è più difficile capire se sia il momento di mettere un freno a una determinata richiesta ed è ancor più duro trovarne il coraggio. L’importante è tenere a mente che un cattivo affare può danneggiarvi più che la rinuncia al lavoro.
Siate preparati a non accettare ogni cosa che vi viene proposta e, cosa importantissima, a rimanere sempre tranquilli e amichevoli con i vostri clienti anche nel momento del No.

5. Nessun seguito

Finito un lavoro e inviata la fattura la vostra parte è finita... e ve ne state in attesa di un nuovo cliente e un nuovo incarico.
Che può arrivare anche dopo settimane o mesi, soprattutto se il mondo continua a non sapere che esistete. La tabaccaia comincia a pensare che vi siate innamorati di lei, perché ogni giorno andate a comperare i francobolli per spedire centinaia di curricula a cui nessuno risponde.
Ho imparato col tempo che un cliente soddisfatto può essere una risorsa costante di lavoro sia in termini di nuovi progetti sia come un tramite per il contatto di nuovi clienti.
Non fatevi scrupoli a chiedere di farvi pubblicità. Ogni referenza di questo tipo è spendibile alla pari di altri successi professionali.
Le migliori opportunità di lavoro le ho ottenute proprio così.

giovedì 27 maggio 2010

Lost. Come non ve l'avevano mai raccontato.


Tutto quello che segue è una ricostruzione desunta da notizie e interviste (mai smentite) agli autori di Lost.

J.J. Abrams e Lindelof avevano originariamente concepito Lost come una miniserie di 12 episodi. Non ci sarebbero dovuti essere né Others, né gemelli immortali. Solo un gruppo di naufraghi su un'isola che (un po' come Solaris) materializzava i loro incubi.

Quando Lost fu riconfermato per altri 12 episodi, e poi per un'intera seconda stagione, sorpresi Lindelof e Abrams chiamarono come rinforzo Cuse, che aveva lavorato con Lindelof in Nash Bridges.
Mentre Lindelof inventava la Dharma (che compare solo nella seconda stagione), Cuse decise che i losties avrebbero dovuto affrontare anche un Antagonista più concreto del ''Mostro'', e più figo di Mr. Friendly. Avendo visto Emerson nel ruolo di William Hinks (un diabolico serial killer maestro di inganni e manipolazione) Cuse decise di provare a inserirlo nel cast attraverso un piccolo ruolo di copertura (Henry Gale): se fosse piaciuto al pubblico, sarebbe stato rivelato come leader degli Others, altrimenti sarebbe morto e pace... ma il pubblico fu entusiasta di Emerson, e così nacque il carismatico Benjamin Linus.

Alla fine della seconda stagione Abrams ricevette una grossa offerta dalla Paramount per dirigere Mission Impossible III, e lasciò Lost. Rimasti soli, Lindelof e Cuse per la terza stagione decisero di ridisegnare gli Others sul modello del nuovo leader: li tolsero quindi dalla giungla e dagli stracci, li ripulirono, e li piazzarono a Dharmaville e alla stazione Hydra (un set ispirato proprio al film Saw interpretato da Emerson). Sempre sul modello di Saw, fu introdotto un fantomatico burattinaio senza volto, chiamato Jacob in sarcastico omaggio a Jeffrey Jacob Abrams, il creatore che aveva abbandonato a se stesse le sue creature.
Il fulcro della narrazione fra i losties sarebbe dovuto essere la disputa fra Locke ed Eko per la conquista del ruolo di leader spirituale dell'isola, e tra Ana Lucia e Jack per la leadership dei losties... invece lei e Libby furono eliminate a causa dell'arresto di Michelle Rodriguez e Cynthia Watros per guida in stato di ubriachezza, mentre Adewale Akinnuoye-Agbaje (mr. Eko), lasciò la parte. Eko dovette così essere ucciso, il piano saltò... e la serie cominciò ad andare alla deriva.
La ABC convocò Lindelof e Cuse, e gli annunciò l'intenzione di cancellare la serie. Dopo una lunga trattativa, i due ottennero altri 48 episodi, da suddividere in due stagioni regolari, o tre brevi. Scelsero le 3 brevi.
Il finale della terza stagione introduceva così quello che sarebbe dovuto essere il capitolo finale della serie: il difficile e traumatico ritorno dei losties a casa, e la soluzione di qualcuno dei misteri dell'isola strada facendo.

Il piano per la quarta stagione però saltò in aria per via dello sciopero degli sceneggiatori.
Lindelof e Cuse si resero conto che l'unica possibilità rimastagli era quella di aumentare la posta, e rimandare tutto alla stagione successiva.
Così Cuse inventò le Regole (un altro omaggio a Saw) e ripescò il personaggio di Widmore dai flashback di Desmond, per farne un nuovo misterioso antagonista sia dei losties, che di Ben... promosso da villain ad antieroe a causa della sua popolarità.
Richard Alpert sparì perché aveva inziato un'altra serie, (I Signori del Rum, chiusa quasi subito, altrimenti Ab Aeterno non sarebbe mai stato girato). Smokey allora restava soltanto un sistema di sicurezza, che poteva essere attivato da un ripostiglio.

Ormai a corto di trovate originali, Lindelof e Cuse decisero di fare della quinta stagione una versione pantografata dell'episodio che aveva riscosso maggiore successo della quarta: The Constant. Tutti i personaggi sull'isola si sarebbero messi a saltare su è giù per il tempo, più o meno come Desmond, mentre quelli a casa finivano rispediti sull'isola dalla misteriosa Eloise, più o meno com'era successo a Desmond.
Il tutto mentre Desmond - l'attore inglese Henry Ian Cusick - veniva allontanato dal set fino alla conclusione della sua causa per molestie sessuali.
La svolta sci-fi fu però considerata dal pubblico troppo sci-fi, troppo inverosimile e incasinata, inoltre la versione della Dharma vista nella quinta stagione risultava molto deludente, a metà strada tra una comune hippy e una banda di isterici dal grilletto facile, e incongruente con quella degli affascinanti vecchi filmati di Orientamento, la fondazione Hanso e l'equazione di Valenzetti... e i buchi di sceneggiatura si moltiplicavano come virus.
Gli ascolti precipitarono.
Lindelof e Cuse dovettero così ancora una volta invertire la rotta, e uccisero la svolta sci-fi (insieme a Faraday che di fatto la incarnava).

Altri aggiustamenti in corsa sono stati dovuti all'abbandono di alcuni attori tutt'altro che secondari: Danielle, uccisa frettolosamente nella quarta stagione è in realtà stata vittima della decisione di Mira Furlan di lasciare Lost. Così come Abbadon, che sarebbe dovuto essere la controparte ''dark'' di Richard, è stato eliminato perché Lance Reddick scelse di essere uno dei protagonisti di Fringe.
E Juliet? Beh, a Elizabeth Mitchell proposero di diventare la protagonista del remake di Visitors, e quella accettò. E così sparì dalla sesta stagione.

Ormai bruciata la possibilità di spiegare le centinaia di misteri accumulati (tutto il balletto dei numeri – una trovata di Abrams la cui spiegazione è sparita con lui – i poteri di Walt, i geroglifici e la statua egizia, Aaron che non doveva essere cresciuto che dalla sua madre naturale, l'hostess Cindy, i problemi di fertilità, le fantomatiche Regole, più qualsiasi altra cosa vogliate metterci voi che non vi è mai quadrata) attraverso la sci-fi, per la sesta stagione a Lindelof e Cuse non restava che una strada percorribile: il fantasy.
Memori delle accuse ricevute, decisero stavolta per una storia semplicissima: il Buono Un Po' Tonto, contro il Cattivo Con Un Po' Di Ragione.
Pescarono dalla mitologia i due elementi più adatti, Jacob e Smokey, e li infilarono nei ruoli.
A tutti gli altri personaggi non restava semplicemente che schierarsi di qua o di là, (o prima di qua, e poi di là) a tutte le domande non restava semplicemente che rispondere: è magia.
Il premio finale per i losties sarebbe stato stavolta una nuova vita in un piccolo mondo da sit-com, dove tutti sono ben vestiti e si vogliono bene, compresi Locke e l'uomo che l'aveva strangolato... cioè Ben, redento dalla perdita del potere, e premiato da una figliastra rediviva e, chissà, da un flirt con Danielle.

Le critiche alla svolta fantasy furono ancora più feroci delle precedenti. Ma ormai per un'altra inversione di rotta non c'era più tempo... ed eccoci arrivati alla conclusione, andata in onda un paio di giorni fa, e appena visionata anche dal sottoscritto.

Una volta, Cuselof dichiarò: Quando un bambino comincia a farti troppe domande, papàperchéquesto, e papàperchéquello, l'unico modo per uscirne è distrarlo dicendogli: 'guarda, un Luna Park!'. È quello che noi abbiamo fatto con questa sesta stagione, gli spettatori facevano troppe domande, e noi gli abbiamo detto: 'guardate, un Luna Park!'

ps Grazie a Dharmilla e alla sua dedizione spesa sul Forum di Lostpedia.
pps questa galleria di bellissimi poster ispirati alle stazioni Dharma è di Jetpackmagazine, e QUI trovate la sua pagina Flickr.
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