venerdì 23 ottobre 2015

Stammi vicino. Anzi, lontano.


Nel libro La dimensione nascosta, Edward Hall parla della distanza alla quale l'essere umano si sente a proprio agio con le altre persone.
E ci spiega che dipende da un mucchio di fattori.

Ad esempio, dalla cultura di appartenenza: europei e asiatici si tengono generalmente fuori dal raggio di azione del braccio col loro prossimo, mentre gli arabi se ne stanno gomito a gomito senza batter ciglio.
In alcune regioni dell’India, dove gli appartenenti alle diverse caste devono mantenere fra di loro una distanza rigidamente stabilita, gli individui della casta più bassa (i paria) devono tenersi a 39 metri dai bramini (la casta più elevata). Immagino che abbiano sviluppato un senso delle distanze misurate ad occhio straordinaria.
In ascensore, noi europei ci poniamo a cerchio e con la schiena appoggiata alle pareti (e ci fingiamo interessatissimi alla targhetta che riporta matricola e peso massimo), o fissiamo il pavimento come se ci vergognassimo di qualcosa, mentre gli americani si mettono in fila con la faccia rivolta alla porta. Vai a capire.

Sempre Hall, teorizzò una distanza fisica che istintivamente teniamo a seconda del nostro grado di intimità con qualcuno: ci teniamo a oltre un metro e fino a tre metri con i conoscenti, o gli insegnanti o un nostro superiore, ma questa distanza scende fino a 45 centimetri con gli amici e si riduce a zero solo col partner o con un familiare stretto.
Molti di noi si provano un vero e proprio disorientamento se si trovano ad essere salutati con un abbraccio, specie se provieniente da qualcuno non appartenente alla nostra "cerchia" di intimi. Se qualcuno si siede troppo vicino a  noi al cinema o al parco, se osserva uno scaffale al supermercato a pochi centimetri da noi. E così via.

Ed è proprio sulla distanza prossemica (la prossima volta che volete fare i fighi in pubblico, tirate pure fuori questo termine) che gioca la campagna sociale che vedete qua sotto, commissionata dal governo della Tasmania per sottolineare l'importanza di mantenere i conducenti delle auto a distanza di sicurezza dai ciclisti. Che, anche se dei ciclisti non ve frega niente e anzi vi stanno anche un po' sulle palle, guardatelo lo stesso perché spiega in pochi secondi quello che vi ho raccontato io finora, e molto meglio.

giovedì 22 ottobre 2015

Wolfgang Flur. Eloquence.


Se io fossi un ex membro dei Kraftwerk, credo che me lo farei stampare pure sull'elastico delle mutande. E invece, Wolfgang Flur non sembra padroneggiare bene l'arte dell'autopromozione: in vent'anni ha prodotto appena due album da solista, dei quali molto probabilmente non avete mai sentito palare.
La sua pagina Wikipedia è scarna, poco aggiornata e con un link ad un sito defunto da chissà quanto. Potete raggiungerlo a QUESTA pagina rimasta stilisticamente ferma agli anni novanta, o a QUESTA, creata per il lancio di Eloquence.

Eloquence è il cd uscito proprio in questi giorni, e raccoglie materiale che Flur sembra aver scritto e poi buttato nel cassetto un po' alla rinfusa nel corso degli ultimi dodici o quindici anni... ma basta grattare un poco sotto la vernice per scoprire un disco raffinato, di nicchia e che è riuscito a stupirmi più di una volta.
Pur conservando pesanti influenze del suo passato con la band di musica elettronica più importante della storia, Flur sovrappone melodie lounge, elementi di jazz, krautrock e dance a trovate sonore e vocali assolutamente originali.

Tutto questo reso più interessante da alcune collaborazioni di quelle che sembrano proprio essere state capate dal mazzo, come quella con Bon Harris degli Nitzer Ebb, Anni Hogan dei Marc & The Mambas, Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto o Ramón Amezcua della band messicana Nortec Collective. Nomi che potranno non dirvi nulla, ma che tra gli addetti ai lavori godono del massimo rispetto... col risultato che se c'è un difetto che proprio non si può ascrivere a questo disco, è di essere monotono.
Per carità, niente di innovativo o che esca più di tanto dal solco di un'elettronica ben strutturata, ma rispetto i lavori dei Kraftwerk c'è respiro, sensibilità e un certo bizzarro umorismo.

Il disco include dodici tracce originali (Moda Makina è entrata immediatamente nelle mie grazie) e sei bonus track, tra le quali spicca una versione giapponese di On The Beam cantata dall'ex vocalist Pizzicato Five Nomiya Maki.
La confezione grafica è ricercata, e quanto di più lontano possa esserci da un album dei Kraftwerk: calda, organica, priva di gabbie, quasi naif.
Lo trovate anche in vinile, se volete giocare a fare quelli vintage, o in digital download se non ve ne frega niente della plastica e del cartoncino: a voi la scelta.

In tempi di magra come questi (ma lo avete sentito quanto è inutile l'ultimo album di Skrillex?) un disco come questo è consigliatissimo.


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