sabato 26 dicembre 2015

10 postcard natalizie per salvarvi in corner.

A te e famiglia.
Il parente che dice Io non sono razzista ma (cazzata a piacimento).
Il regalo che non viene incartato ma lasciato dentro la busta del negozio (no, ma se ti sto antipatico dimmelo e facciamola finita).
Quest'anno non ho fatto regali a nessuno (detto con una punta di vanteria).
Lo zio che racconta la barzelletta sconcia durante il pranzo.
Da domani tutti a dieta (ripetuto ossessivamente)!
Regalare la stella di Natale (l'antica arte di piazzare un regalo facile ai parenti).
Allora, quando ti laurei? Quando ti sposi? Quando fai un figlio? Sono un membro anziano della famiglia e posso seviziarti di ansia finché non ti metti a piangere.
Quella punta di appetito che sale qualche ora dopo il pranzo di Natale, che ti guardi allo specchio e ti chiedi è possibile? Potrei davvero mangiare ancora? Sono davvero capace di fare una cosa del genere? Sarà avanzato del pandoro con la crema alle nocciole? Potrei farmi pagare per questo mio talento?
E anche questo natale se lo semo eccetera eccetera.
Un racconto di Natale (true story!) con morale annessa nel finale? Ve ne ho già fatto uno QUI.
Gallery di annunci pubblicitari a tema natalizio? Già fatto QUI, QUI e QUI.
Photoshoppate sacre & profane? Già fatte QUI, QUI, QUI, QUI e ancora QUI.
Compilation natalizie da scaricare belle e pronte con tanto di copertina? Fatte, fatte anche quelle.
Cosa mi resta da offrirvi per questo Natale 2015?
Poco.
A parte i miei auguri, che forse ci fate e vi frega poco, eccovi una piccola parata di cartoline natalizie per grandi, piccini, maschietti e femminucce.
Se proprio non avete fatto niente di niente a nessuno, copiate quella che vi piace di più e incollatela nel vostro programma di posta elettronica. Mandatela a tutti gli indirizzi della vostra rubrica in una di quelle tristissime email cumulative con l'oggetto "Buone feste".
Avrete fatto di certo molto di più di parecchi altri.

sabato 12 dicembre 2015

Prendetevi del tempo. Pensate. Fate una doccia.


So che è molto più frequente parlare (spesso a sproposito) e citare il solito Steve Jobs, ma io invece oggi parlerò di Bill Gates.
Bill Gates che quando ancora guidava la Microsoft, si era accorto che non c’era bisogno che sapesse tutto. Aveva capito che esistevano i subordinati per questo.
Ciò nonostante, apprezzava l’importanza di prendersi del tempo e dedicarlo ad imparare le cose che questi sapevano e ad assorbire il loro pensiero creativo.
Organizzava del tempo per ascoltare i propri dipendenti e le loro idee. Tempo per pensare, per ponderare la direzione in cui sarebbe dovuta andare la Microsoft. 
Il Wall Street Journal parlò tempo fa della sua annuale “settimana dedita al pensare” (essenzialmente, una volta all’anno per molti anni, Gates è andato in una sorta di ritiro spirituale dedicato esclusivamente al pensare, riguardo qualsiasi cosa). 
Questo concetto ha colpito la mia immaginazione.

L’idea di una settimana di isolamento dedita alla ponderazione è un’idea geniale nella sua apparente banalità.
Permette di dedicare del tempo a quell'attività che, nonostante sia la più importante nella nostra vita, le viene dedicato troppo poco tempo... spesso per fare spazio a mansioni più “mondane” o, semplicemente, più pratiche.
E invece soli quindici minuti di “mente libera” potrebbero cambiare radicalmente la nostra giornata.
Con un minimo di disciplina, la nostra mente può fare miracoli. È palese... eppure continuiamo a fregarcene.
E ho anche concluso che l'unico momento in cui lasciamo la nostra mente libera di vagheggiare è durante la doccia. A tutti sarà capitato di avere avuto un’idea geniale, di aver risolto un problema, o quant’altro, proprio mentre si insaponava.
E quindi?
Quindi, ora vado a farmi una doccia.
Cercando di farmi venire in mente un sistema per prendere appunti senza che questi si sciolgano sotto l'acqua.

martedì 10 novembre 2015

8 (buoni) consigli prima di aprire la partita IVA.


Dopo aver passato giorni (settimane, mesi) ad infilare il curriculum dentro alle bottiglie buttate nell'oceano pregando che qualcuno le trovasse, vi siete ritrovati soli. Voi e la vostra professionalità, che tanta fatica, tempo (e spesso, soldi) vi è costata.
Visto che quel bel contrattino con tredici mensilità proprio non ve lo offrono, non vi resta che una strada: quella del libero professionista. O il freelance, se vi piace fare gli anglofoni.
E, anche se non lo avreste mai detto ai tempi della scuola, ora lo state seriamente considerando: aprire la vostra prima partita IVA.
Il che, è una roba abbastanza facile e rapida (QUI la guida dell'agenzia delle entrate).
Ma, l'avrete di certo sentito dire in giro, il bello viene subito dopo.
E, sì, erano tutte voci sarcastiche.

Alcuni atteggiamenti di taluni aspiranti su Facebook mi danno l'occasione di riassumere e aggiornare i miei consigli su come affrontare questo passo (se volete recuperare i vecchi post a riguardo, guardate QUI, QUI e QUI). 

Andiamo a cominciare:

1) Non apritevi la partita IVA.
Iniziamo subito col consiglio più importante – e più prolisso – di tutti.
Apritevi la partita IVA e sarà tutto in mano vostra, e alla vostra capacità imprenditoriale e di autogestirvi. Non avrete alcun tipo di tutela, e sarete responsabili in prima persona di qualsiasi mancanza o qualsiasi cazzata o leggerezza commetterete.
Il che potrà suonare anche ovvio, ma non avete idea di quanta gente ho sentito lamentarsi "ma io non pensavo accadesse questo".
L’Italia (e Renzi ha dato solo il colpo di grazia) è un Paese di merda in cui essere un freelance. Aprite una partita IVA solo ed esclusivamente se la ricompensa – in termini di esperienza lavorativa – ne vale la pena e se siete molto, molto, molto appassionati a ciò che fate.
Non fatelo perché la prima azienda che vi offre un lavoro vi costringe ad aprirla.
Non fatelo perché volete avere mille collaborazioni da due spicci l’una.
Non fatelo perché qualcuno vi ha detto che “a partita IVA guadagni di più”. 
Non fatelo perché “la flessibilità” o “lavorare in pigiama”.
In poche parole, se potete, non fatelo.

2) Affidatevi ad un commercialista.
Sì, vi costerà soldi, naturalmente. Ma molti meno rispetto alle cartelle esattoriali che vi arriveranno se sbagliate a farvi da soli la dichiarazione, o un CAF sbaglia a farvela. Rileggete il punto 1: i soli responsabili siete voi, e voi soltanto.
E aggiungo: affidatevi a un commercialista giovane e che risponda alle vostre email.
Ed entrate nell’ordine di idee che qualsiasi domanda gli porrete, quello inizierà la risposta dicendo “Dipende”.

3) Pochi clienti, ma buoni.
Essere un freelance vi dà libertà di lavorare su tante cose, ma – datemi retta – non volete lavorare su tutte le cose. 
Concentratevi su collaborazioni e progetti di media e lunga durata.
Evitate, se possibile, il lavoro a cottimo e a chiamata.

4) Siate inflessibili sui termini di pagamento.
Esigete pagamenti a trenta giorni, e, se riuscite, fatevi pagare un piccolo anticipo (una somma tra tra il venti e il trenta per cento è più che legittima) a inizio lavori.
E, sì, perderete tanti potenziali clienti. Garantito. Ma alla lunga, perderete i clienti che non volete avere.
Poche cose sono più frustranti di cercare di ottenere il saldo di quanto pattuito, e ormai quasi nessuno si lascia più intimidire dai solleciti di pagamento. Una volta di più, non siete tutelati proprio da nessuno. Accettatelo.

5) Farsi pagare significa farsi pagare.
No “visibilità”.
No “tariffe da amico”.
No “pagherò”.
No “giornate di lavoro in sconto”.
Spesso mi trovo a dire: fatevi pagare zero o  fatevi pagare per quello che valete.
Là fuori, nessuno vi fa sconti e non dovete farli neanche voi. È banale sopravvivenza.


6) Vi serve cash flow.
Esattamente come a qualsiasi azienda.
Lavorate per i soldi, con cui volete giustamente spassarvela: ma non solo. I soldi vi servono per lavorare. Ogni mese dovete pagare un affitto, bollette, mutuo, cibo, connessione Internet.
Magari anche questa può apparirvi una banalità, ma è tutta roba che vi serve per lavorare. Ergo, trovate il modo di essere pagato ogni mese.

7) Considerate le possibilità.
Mangiate sempre fuori: i pasti possono scaricarsi al 70%, ma se lo fate nei weekend e/o festivi dovete giustificare la cosa.
State sempre in giro: le spese per i carburanti e manutenzione auto possono scaricarsi al 40%. Poco importa se l'auto la usate esclusivamente per lavoro. Sempre 40% rimane. 
Il telefono è scaricabile all’80%. Mica male, solo che se fate un contratto con partita IVA dovrete pagare la tassa di concessione governativa. La cosa non vi quadra? Avete ragione.
Per finire, l’affitto, posto che abbiate un contratto registrato è scaricabile al 50%. E, sì, vale anche per la stanza presa a peso d’oro come sede della ditta. Va da sè che non siete inquilini "regolari", a rimetterci sarete voi e non il vostro padrone di casa evasore.

8) Fatevi bene i conti.
Prendete il lordo dei quattrini che guadagnate, e dividetelo per due.
Questo è il metodo spannometrico per avere un’idea realistica di quanto pesano le tasse... e quindi di quanto vi portate a casa davvero.
Se non vi fidate, chiedete in giro o cercate in rete. Ci sono true stories che vi daranno un nuovo significato alla parola "orrore".

domenica 8 novembre 2015

C'era una volta Magneto.

Il personaggio di Erik Magnus Lehnsherr, meglio conosciuto come Magneto, ha più di cinquant’anni di vita (Stan Lee e Jack Kirby lo fecero apparire per la prima volta su X-Men n.1 nel settembre 1963) e, attraverso le varie riletture (tra le più incisive, quelle di Chris Claremont e Grant Morrison, rispettivamente negli anni novanta e duemila) Magneto ha saputo rinnovarsi e trovare non solo nuova linfa e tridimensionalità... ma anche mantenere un fortissimo valore iconico che gli ha fatto guadagnare  un posto di rilievo anche nell’universo cinematografico Marvel, pur se nella branca “ripudiata” gestita dalla Fox.

A mio avviso è il villain più interessante partorito dalla Casa delle Idee, più del rosicone sfigurato in armatura o del nazista fuori tempo massimo.
È un disilluso. Non ha più fede nel sogno che un tempo lo poteva accomunare a Charles Xavier, il solo che avrebbe la forza di smantellare la sua ideologia totalitaria e tirarlo dalla sua parte.
Magneto ha visto e sperimentato la crudeltà nazista sulla sua pelle, ha odiato il loro considerarsi una razza superiore, ma – come troppo spesso accade – è diventato come e peggio di loro (e se ne rende conto, rendendo più interessante la sua tragedia personale).
I nazisti hanno provato a privarlo della sua identità, col solo risultato di creare un egocentrico e un arrogante.
Se volete farvi un’idea veloce del personaggio, guardatevi First Class. Anche se tecnicamente è un film sulla nascita degli X-Men, è praticamente un film su Magneto, le sue origini, il suo tormento, la sua furia cieca.

Un terrorista, certo. Ma che crede ciecamente nella sua causa.
Anche per lui, in un certo senso, vale il leitmotiv da un grande potere derivano grandi responsabilità: è uno dei mutanti più potenti al mondo, e come tale ha il dovere di guidare la sua razza verso un domani migliore, più sicuro e più “giusto” per quello che lui considera il passo successivo dell’evoluzione dopo l’homo sapiens: la specie mutante, il gene X, i Figli dell’Atomo. Visti come mostri dal resto della cosiddetta “umanità”, da sempre pronta a temere e odiare il “diverso”.
Un folle lucido, lacerato tra un dolore regresso incancellabile e da un ideale evoluzionistico che non può realizzarsi che attraverso il genocidio. Il tutto, sostenuto da un potere mostruoso.
Probabilmente, troppo per un uomo solo.

E mi piace.
Mi piace perché non sempre la maggioranza ha ragione a prescindere.
Mi piace perché sa che anche lui finirà a bruciare in qualche inferno, ma solo dopo aver realizzato un’utopia (non per lui, ma per la sua gente).
Mi piace perché ha fatto da tempo quel salto per cui le azioni contano più delle conseguenze.
Mi piace perché lo vedo come uno strumento semidivino e imperfetto in mano all’evoluzione e alla selezione naturale.

A quattro anni di distanza dalla prima volta che scelsi di vestirne i panni, credo di avergli reso sufficiente omaggio e depongo l’elmetto. Per passare a qualcos’altro o a pigliarmi una pausa.
Se mi seguite da abbastanza tempo, saprete anche che non sarà troppo lunga… chissà che non ne rimaniate almeno un poco sorpresi?

PS Le (gran belle) foto che vedete in questo post, sono di Paul Sciò e Alessio Buzi.
Così bravi che io al massimo, mi metto davanti a Photoshop e aggiungo appena un tocco di magia digitale.

martedì 3 novembre 2015

I cani volano.


Non aveva mai avuto alcuna possibilità, ma lei questo non lo sapeva.
Era un cane e credeva in quel presente infinito che concepiscono solo gli animali e – naturalmente – credeva nei suoi colleghi umani.
C’era solo l’imbarazzo della scelta: poteva crepare di fame, per mancanza di ossigeno, o per il surriscaldamento dello Sputnik 2 col quale Laika lasciò la Terra per sempre, mucchietto di carne e pelo sacrificabile.
Forse attraverso il piccolo oblò avrà anche gettato un’occhiata alle stelle là fuori, ma era incapace di capirle o di apprezzare quanto più vicina di noialtri rimasti quaggiù a girare manopole ci fosse finita... quindi una ben magra consolazione.
Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e dalla solitudine incomprensibile, e compì più di duemila orbite intorno la Terra prima di tornare giù, bruciando come una cometa e disperdendosi nel cielo, sfortunato pioniere spaziale a cui non era stata regalata neanche una chance in cambio dei progressi che – ci hanno detto, per poi essere smentiti anni più tardi – avrebbe fatto compiere al volo umano nello spazio. 

Dopo tanti anni, ripenso a Laika oggi, nell’anniversario del suo lancio dal Cosmodromo di Bajkonur e sono ancora dispiaciuto.
Una morte è una morte, e, forse, non esistono morti giustificabili, non importa su quale altare vengano compiute. E, sì, lo so bene, è difficile piangere un animale – morto, questo, pure parecchio prima che io nascessi – senza esporre il fianco a cinici commenti sarcastici. E vi dico di più, penso che sia anche giusto così.
Ma detto questo, è altrettanto difficile, per me, stasera, non dedicare un pensiero e una veloce photoshoppata proprio a lei, la cagnolina sparata a spianarci la strada per l’universo, all'abbordabile costo del suo piccolo cadavere.
Laika in the sky with diamonds.

venerdì 23 ottobre 2015

Stammi vicino. Anzi, lontano.


Nel libro La dimensione nascosta, Edward Hall parla della distanza alla quale l'essere umano si sente a proprio agio con le altre persone.
E ci spiega che dipende da un mucchio di fattori.

Ad esempio, dalla cultura di appartenenza: europei e asiatici si tengono generalmente fuori dal raggio di azione del braccio col loro prossimo, mentre gli arabi se ne stanno gomito a gomito senza batter ciglio.
In alcune regioni dell’India, dove gli appartenenti alle diverse caste devono mantenere fra di loro una distanza rigidamente stabilita, gli individui della casta più bassa (i paria) devono tenersi a 39 metri dai bramini (la casta più elevata). Immagino che abbiano sviluppato un senso delle distanze misurate ad occhio straordinaria.
In ascensore, noi europei ci poniamo a cerchio e con la schiena appoggiata alle pareti (e ci fingiamo interessatissimi alla targhetta che riporta matricola e peso massimo), o fissiamo il pavimento come se ci vergognassimo di qualcosa, mentre gli americani si mettono in fila con la faccia rivolta alla porta. Vai a capire.

Sempre Hall, teorizzò una distanza fisica che istintivamente teniamo a seconda del nostro grado di intimità con qualcuno: ci teniamo a oltre un metro e fino a tre metri con i conoscenti, o gli insegnanti o un nostro superiore, ma questa distanza scende fino a 45 centimetri con gli amici e si riduce a zero solo col partner o con un familiare stretto.
Molti di noi si provano un vero e proprio disorientamento se si trovano ad essere salutati con un abbraccio, specie se provieniente da qualcuno non appartenente alla nostra "cerchia" di intimi. Se qualcuno si siede troppo vicino a  noi al cinema o al parco, se osserva uno scaffale al supermercato a pochi centimetri da noi. E così via.

Ed è proprio sulla distanza prossemica (la prossima volta che volete fare i fighi in pubblico, tirate pure fuori questo termine) che gioca la campagna sociale che vedete qua sotto, commissionata dal governo della Tasmania per sottolineare l'importanza di mantenere i conducenti delle auto a distanza di sicurezza dai ciclisti. Che, anche se dei ciclisti non ve frega niente e anzi vi stanno anche un po' sulle palle, guardatelo lo stesso perché spiega in pochi secondi quello che vi ho raccontato io finora, e molto meglio.

giovedì 22 ottobre 2015

Wolfgang Flur. Eloquence.


Se io fossi un ex membro dei Kraftwerk, credo che me lo farei stampare pure sull'elastico delle mutande. E invece, Wolfgang Flur non sembra padroneggiare bene l'arte dell'autopromozione: in vent'anni ha prodotto appena due album da solista, dei quali molto probabilmente non avete mai sentito palare.
La sua pagina Wikipedia è scarna, poco aggiornata e con un link ad un sito defunto da chissà quanto. Potete raggiungerlo a QUESTA pagina rimasta stilisticamente ferma agli anni novanta, o a QUESTA, creata per il lancio di Eloquence.

Eloquence è il cd uscito proprio in questi giorni, e raccoglie materiale che Flur sembra aver scritto e poi buttato nel cassetto un po' alla rinfusa nel corso degli ultimi dodici o quindici anni... ma basta grattare un poco sotto la vernice per scoprire un disco raffinato, di nicchia e che è riuscito a stupirmi più di una volta.
Pur conservando pesanti influenze del suo passato con la band di musica elettronica più importante della storia, Flur sovrappone melodie lounge, elementi di jazz, krautrock e dance a trovate sonore e vocali assolutamente originali.

Tutto questo reso più interessante da alcune collaborazioni di quelle che sembrano proprio essere state capate dal mazzo, come quella con Bon Harris degli Nitzer Ebb, Anni Hogan dei Marc & The Mambas, Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto o Ramón Amezcua della band messicana Nortec Collective. Nomi che potranno non dirvi nulla, ma che tra gli addetti ai lavori godono del massimo rispetto... col risultato che se c'è un difetto che proprio non si può ascrivere a questo disco, è di essere monotono.
Per carità, niente di innovativo o che esca più di tanto dal solco di un'elettronica ben strutturata, ma rispetto i lavori dei Kraftwerk c'è respiro, sensibilità e un certo bizzarro umorismo.

Il disco include dodici tracce originali (Moda Makina è entrata immediatamente nelle mie grazie) e sei bonus track, tra le quali spicca una versione giapponese di On The Beam cantata dall'ex vocalist Pizzicato Five Nomiya Maki.
La confezione grafica è ricercata, e quanto di più lontano possa esserci da un album dei Kraftwerk: calda, organica, priva di gabbie, quasi naif.
Lo trovate anche in vinile, se volete giocare a fare quelli vintage, o in digital download se non ve ne frega niente della plastica e del cartoncino: a voi la scelta.

In tempi di magra come questi (ma lo avete sentito quanto è inutile l'ultimo album di Skrillex?) un disco come questo è consigliatissimo.


mercoledì 30 settembre 2015

Perché il San Francisco ha soppiantato l'Helvetica.


iOS 9 è stato pubblicamente rilasciato qualche giorno fa, e, a sentire Apple, siete stati in moltissimi a fare l'aggiornamento e a scaricarlo sui vostri iDevice.
Probabilmente sarete stati in meno, però, a notare un sottile cambiamento tipografico: la font di sistema di iOS 9 è ora il San Francisco, disegnato da Apple, che va  a sostituire il precedente Helvetica Neue.


Nella gif animata proprio qui sopra, potreste vedere qualche cambiamento. La Font San Francisco ha fatto il suo debutto un anno fa sull'Apple Watch ed ora è diventato il carattere standard per tutti i prodotti Apple: Apple Watch, iPhone, iPad e Macintosh. Vale la pena dargli un'occhiata più da vicino.

Iniziando da una domanda: perché Apple ha deciso di abbandonare Helvetica, la più famosa (e amata) font del mondo, che aveva soppiantato persino la font di sistema in Mac OS X 10.10 Yosemite dopo un decennio di Lucida Grande?
Anzitutto, perché Helvetica non funziona al suo meglio in piccole dimensioni. In QUESTO post, scritto l'indomani della presentazione di Mac OS El Captain, accennavo già alla cosa:

In questa immagine, vedete come, a dimensioni molto ridotte, l'Helvetica si comporti peggio di tanti altri, fino a essere quasi illeggibile ai corpi più piccoli.

L'obiezione è: oggi disponiamo di tablet e smartphone con risoluzioni molto elevate, e persino su un iPhone i caratteri non sono piccoli come su un Apple Watch. Quindi, perché Apple ha cambiato la font di sistema su iOS e addirittura Mac OS X e non solo per Apple Watch?
A quanto pare, il San Francisco include altre caratteristiche per essere altamente leggibile su qualsiasi dispositivo. Ad iniziare dal fatto che il San Francisco disegnato per Apple Watch non è lo stesso progettato per iOS e Macintosh:

Esistono, come vedete, due famiglie di font distinte. L'SF è utilizzato per iOS (quindi su iPhone, iPad e iPod Touch) e Macintosh (da El Captain in poi)... e l'SF Compact, pensato invece per Apple Watch. Potete vedere la differenza nelle lettere più tonde, come la o e la e. L'SF Compact presenta linee verticali leggermente più piatte rispetto l'SF.


In tipografia, la crenatura ottica è quell'accorgimento che consente di regolare la spaziatura tra caratteri adiacenti in base alla loro forma. Spesso (ma non è una regola fissa), uno spazio maggiore tra una lettera e l'altra si traduce in una migliore leggibilità, e questo vale quanto più il corpo è ridotto.
Ogni font ha una spaziatura diversa dagli altri. E il San Francisco è stato progettato per avere più crenatura rispetto l'Helvetica. Si tratta di frazioni di millimetro, ma che hanno un grosso impatto visivo su grandi quantità di testo di piccole dimensioni.
Ma c'è di più.

I designer di Apple devono aver pensato che le modifiche introdotte per rendere più leggibile il San Francisco ai corpi più piccoli, lo avrebbero reso meno gradevole a quelli più grandi.
E così, scopriamo che iOS e OS X ne utilizzano due tipi diversi, passando automaticamente dall'uno all'altro in in base alle dimensioni del testo: sotto i 20 punti viene visualizzato il SF Text. Per dimensioni superiori, entra in gioco l'SF Display.

Che non si sia lasciato davvero nulla al caso, è questo dettaglio che – quasi certamente – sfuggirà a chi non ha conoscenze di tipografia: come sui font San Francisco vengono visualizzati i due punti (:).
Normalmente, i due punti vengono posizionati proprio sopra la linea di base... cosa che non li centra verticalmente, se capitano in mezzo, ad esempio, due numeri. Il San Francisco, invece, centra automaticamente verticalmente i due punti. Guardate la gif animata qui sotto e capirete al volo questa sfumatura.

Detto tutto questo, è difficile non riconoscere ad Apple un'attenzione maniacale per certi dettagli: lo studio sul San Francisco 
per risultare di facile lettura in qualsiasi dimensione e su qualsiasi dispositivo dovrebbe essere di esempio per qualsiasi azienda che produca oggetti con GUI (interfacce grafiche).

L'Helvetica è stato creato in Svizzera nel 1957, quando non esisteva alcun dispositivo digitale. È utilizzato in ogni parte del mondo per praticamente qualsiasi cosa, e non c'è dubbio che sarà utilizzato anche in futuro per molti, molti anni ancora.
San Francisco, d'altra parte, è una font figlia dell'era moderna, concepita espressamente per l'era Digitale. Probabilmente non ha l'eleganza dell'Helvetica, ma quello che le viene chiesto è di funzionare bene nel maggior numero di circostanze possibili su media non cartacei, e a quanto sembra nella sua breve vita, assolve egregiamente a questi requisiti.
Io?
Io no, mi tengo il vecchio iOS8 con l'Helvetica. Per ora.

martedì 29 settembre 2015

L'arte di una sana promozione.

Non credo spenderò un soldo o un minuto per vederlo.
Non è proprio il mio genere e Highlander è nella mia videoteca per puro sentimentalismo.
Ma i poster promozionali di The Last Witch Hunter sono – smentitemi, se potete – uno più bello dell'altro.

lunedì 28 settembre 2015

Prometheus e gli Illuminati.

Tre anni fa, vi parlai di Prometheus.
Film col quale, a posteriori, posso dire di esserci andato giù più duro di quanto non meritasse, forse anche rivalutandolo nel panorama assai poco nutrito dei recenti film di fantascienza.
Insomma, quando uscì comperai il blu-ray, riguardai il film e apprezzai parecchie cosette che, a una prima visione – pesantemente condizionata dal fantasma del primo Alien – non avevo colto nella giusta luce.

E, ad ogni modo, spesi volentieri quei soldi perché le scritte pubblicitarie sulla copertina parlavano di una tonnellata di contenuti extra, documentari, immagini preparatorie e scene cancellate dal montaggio finale.
Così tanti che, ci crediate o no, ho finito di sviscerarli solo in questi giorni.

Perché vi racconto tutto questo, e perché ora?
Perché navigando negli extra del film, ho trovato, un po' nascosto in una subdirectory del primo disco, il discorso di Peter Weyland al TED (Technology Entertainment Design) del 2023.
Sono circa tre minuti di montato apparentemente slegati dal film, e ci mostrano un Peter Weyland una cinquantina d'anni prima della missione della Prometheus verso l'LV-233.


Nel film, se ricordate, viene propagandata la teoria che gli esseri umani non siano altro che “prodotti" dell’ingegneria genetica, creati da una razza di ingegneri alieni che avrebbe visitato la terra milioni di anni fa, “fecondandola".
E questa non è una trovata di Ridley Scott o di qualcuno degli sceneggiatori, ma una delle tante variazioni del racconto della Creazione propagandate da quella simpatica combriccola degli Illuminati (leggete QUI se tutto quello che sapete di loro l'avete visto in Angeli e Demoni e volete farvi un ripasso veloce) che, da sempre, ne propongono una loro personale versione, dove viene cancellata ogni idea e il concetto stesso di Dio.
E questo filmato, che se vi va di guardarvi trovate nel video qua sotto (oltre la sua completa traslitterazione in italiano) è, curiosamente, un autentico Manifesto dell'illuminismo e del transumanesimo moderno.

Weyland sembra ardere nel fuoco sacro del credo mistico luciferino, lo stesso in cui il titano Prometeo, portatore di luce, dona agli esseri umani il fuoco, rendendoli essi stessi divinità.
Apparentemente, chiunque abbia scritto il soggetto di Prometheus cerca di veicolare l'idea che, oltre a non esistere alcun dio, l'uomo – diventando a sua volta creatore di vita artificiale (gli androidi indistinguibili dagli esseri umani di cui la Compagnia che fa capo a Peter Weyland produce in catena di montaggio come elettrodomestici senzienti) – sia esso stesso un dio: un ideale materialista di divinità, che esalta l’immortalità fisica attraverso la tecnologia.

Il filmato espone anche, con chiarezza inequivocabile, l'altro punto fermo degli Illuminati: non intendono sottostare ad alcuna legge o restrizione – etica o politica – che possa arrivare da un potere non sottomesso e assoggettato ai loro disegni e che possa, in qualche modo, limitare il loro disegno visionario di potere politico ed economico globale.

Dunque? Un intrigante lancio di stampo cospirazionista o propaganda transumanesima sdoganata alle grandi masse attraverso un film di sci-fi?
Fatevi voi un'idea.

La Conferenza TED del 2023 Long Beach, California, 2023.

Io sono una legge solo per i miei simili. Io sono una legge solo per i miei simili. Io sono una legge solo per i miei simili. Non sono una legge per tutti. 
(Queste sono le parole che Peter Weyland ripete a se stesso prima di entrare nell'arena.
Rivelano una concezione elitaria dei nuovi dèi, un Olimpo molto ristretto abitato solo dalla èlite.
"Io sono una legge solo per i miei simili"....cioè dividerò la mia conoscenza e il mio potere solo con quelli come me.
In questa affermazione Peter Weyland stabilisce un principio: sarà una èlite di nuovi superuomini-dei a comandare gli uomini e il destino della umanità).
T.E. Lawrence, eponimo d’Arabia, ma decisamente inglese, preferiva pizzicare un cerino acceso tra le dita, per spegnerlo. Quando il suo collega William Potter gli chiese di rivelare il trucco che usava per spegnere la fiamma così efficacemente senza farsi alcun male, Lawrence sorrise e disse: “Il trucco, Potter, è non curarsi del dolore”. (risate in platea)
Il fuoco che danzava sulla punta di quel cerino era un dono del titano Prometeo. Un dono che lui aveva rubato agli dei i quali erano terrorizzati dall’idea di quello che noi avremmo fatto con il fuoco se fosse caduto tra le nostre piccole mani pelose.
Quando Prometeo fu colto sul fatto e assicurato alla giustizia... beh, si può dire che gli dei reagirono in maniera un tantino esagerata. Il pover’uomo fu legato a una roccia, mentre un’aquila gli strappava la pancia e gli mangiava il fegato continuamente, giorno dopo giorno... all’infinito.
Tutto questo perchè ci dette il fuoco... il nostro primo vero pezzo di tecnologia.
Il fuoco... Questo accadde tanto... tanto tempo fa.


Questo ci porta alla domanda: che cosa ne abbiamo fatto, noi? 100.000 a.C.: strumenti di pietra.
4000 a.C.: la ruota. 800 a.C.: la meridiana. Nono secolo d.C.: la polvere da sparo..... Quella ha cambiato un po’ le carte in tavola. 1441: la macchina da stampa, con un impatto solo leggermente inferiore. Diciannovesimo secolo: il motore a vapore, la ferrovia. E poi...Eureka! La lampadina. Ventesimo secolo: l’automobile, la televisione, le armi nucleari, i vascelli spaziali, Internet. Ventunesimo secolo: la biotecnologia, la nanotecnologia, la fusione e la fissione, la M-teoria. E questo solo nel primo decennio.
Adesso siamo al terzo mese dell’anno del Signore 2023. In questo momento della nostra civiltà, siamo in procinto di terraformare pianeti che solo un decennio fa non erano stati scoperti. Abbiamo identificato la catena di eventi genetica alla base del 98 percento dei tumori. Una catena che abbiamo spezzato, curando il cancro a tutti gli effetti.
Siamo in grado di creare individui cibernetici che tra pochi anni saranno completamente indistinguibili da noi.
Questo ci porta a una conclusione ovvia: noi siamo gli dèi, adesso. (guarda in alto) Non sono stato folgorato (dagli dei). Lo prendo come una conferma del fatto che ho ragione.
Abbiamo in mano un potere incredibile. Il potere di trasformare...di distruggere e di creare di nuovo. La domanda che abbiamo davanti è: che diavolo dobbiamo fare con questo potere?


O forse è più importante chiedersi: cosa ci è permesso di fare con questo potere? La risposta a questa domanda, amici, è: niente! Regole, restrizioni, leggi, linee guida etiche ci proibiscono effettivamente di andare avanti! Beh, dov’era l’etica durante i conflitti arabi?
Perché le regole ci stanno impedendo di nutrire le culture impoverite?
Come mai c’è una legge che determina che se costruiamo un uomo di metallo e fili... un uomo che non invecchierà mai... che non proverà mai il calore di una stella, nè il freddo della Luna... come mai la creazione di un individuo così incredibile è considerata innaturale?
La risposta a tutte queste domande è semplice.
Queste regole esistono perché le persone che le hanno create avevano paura di quello che sarebbe successo, se non le avessero create.
Beh, io non ho paura! Quelli tra voi che mi conoscono a questo punto sanno già che la mia ambizione è illimitata. Sapete bene che mi fermerò solo di fronte alla grandezza e che morirò nel tentativo di raggiungerla. Per chi invece non mi conosce ancora permettetemi di presentarmi.
Mi chiamo Peter Weyland. E se me lo concederete vorrei cambiare il mondo.

mercoledì 23 settembre 2015

A qualcuno piace tettona.

Magari tra di voi c'è qualcuno che è convinto di essere fissato con le tette.
Beh, ho delle novità per voi: Marcus Porcio Cato, in arte mpcato234, vi frega tutti.
Sulla sua pagina DeviantArt si è divertito a gonfiare oltremisura il decolté praticamente a chiunque pensasse che una terza abbondante non fosse abbastanza, dopotutto.
E, ammettiamolo: abbiamo visto usi di Photoshop peggiori di questo.

martedì 22 settembre 2015

Non giudicare troppo alla svelta.

"Non giudicare troppo alla svelta, noi non lo facciamo" è una campagna pubblicitaria per Ameriquest Mortgage, una finanziaria americana specializzata in prestiti per acquistare la prima casa. La campagna è stata creata dall'agenzia pubblicitaria DDB di Los Angeles, a firma del direttore creativo Helene Cote.
Lo slogan di Ameriquest serve ad assicurarvi che Ameriquest Mortgage prenderà sul serio qualsiasi richiesta di un mutuo per la casa, senza giudicarvi troppo frettolosamente.
Poteva venire fuori la solita roba istituzionale, noiosissima e patinata, e invece DDB ha avuto la geniale idea di girare questi spot, raccolti qui sotto in un unico video.
Valgono tutti il vostro tempo.

venerdì 7 agosto 2015

Sul mio nuovo iPad.

L'iPad è il computer che tiro fuori quando non sto lavorando.
È il computer per vostro figlio o vostra nonna, il solo che possono comprendere e utilizzare.
Per parecchia gente di mia conoscenza, è qualcosa che non vale i soldi che costa (non pochi).
La sua diffusione non è pari a quella di uno smartphone, ma di fatto l’iPad ne è il padre e il fratello maggiore, l’ispiratore, la versione potenziata, l’anello di congiunzione tra i vecchi PC e i vecchi telefoni. È significativo come i prodotti di Apple di oggi siano più complessi di una volta. Quindici anni fa, abbiamo avuto l’iPod: “1000 canzoni in tasca”, recitava lo slogan. Faceva una sola cosa, e la faceva benissimo. L’iPad è qualcosa di estremamente diverso.
È il personal computer delle nuove generazioni, è il testamento di Jobs che voleva farlo uscire dagli uffici, dalle case, e renderlo un amico, azzerare la distanza tra l’uomo e la macchina.

Un mucchio di gente mi ha detto che, se sento il bisogno di un tablet, non ho bisogno necessariamente di un iPad.
Il fatto è che uso iPad fin dalla sua prima, imperfetta release e me ne sono innamorato fin dal primo giorno. Prima ancora che ne possedessi uno.
Dopo cinque anni e due iPad (uno di prima e uno di seconda generazione), ho concluso che il suo difetto più grande, per me, erano le sue dimensioni e il suo peso. L’iPad Air ha risolto entrambi i problemi con un modello solo.

Vi confesso che ero stato tentato dal Mini. Un ingombro ancor più contenuto, un peso ridicolo e un display dalla definizione iperbolica. La discriminante, però, è stata proprio la grandezza dello schermo: avere un display di 8 pollici significa doverlo tenere più vicino agli occhi. Un nove pollici e mezzo fa esattamente quel tipo di differenza che mi serviva. È della grandezza perfetta. Caso chiuso.

L’iPad Air è assurdamente sottile, e l’iPad 2, uscito lo scorso ottobre, lo è persino di più. Ma non avevo bisogno di tanta potenza, e comunque non avevo intenzione di spendere così tanto denaro in un tablet nuovo. Così, quando mi sono imbattuto in quest’esemplare ricondizionato, perfetto in ogni dettaglio, ho capito che avevo incontrato il mio terzo iPad. E io, A differenza di molti altri Apple user, cerco di tenermi il mio device più a lungo possibile.

A vederlo, sembra un oggetto estremamente semplice, in gran parte invariato rispetto l'iPad originale: un pezzo di vetro incollato su un unico pezzo di alluminio levigato. Solo, l’Air è molto, molto più sottile del primo iPad. Una roba che non ci si crede. Una specie di miracolo tecnologico.

Come tutti (o quasi) gli oggetti fabbricati da Apple, l’iPad Air aspira alla perfezione. È una cosa incredibile da tenere in mano. Senza soluzione di continuità, magicamente sottile e leggero, realizzato con precisione artigianale. Viene quasi da cercare, sul retro, la firma di chi l’ha scolpito.

Per coloro che se lo chiedono, la cornice – molto più sottile dei vecchi iPad – non dà problemi di usabilità. Anche se il vostro pollice tocca per sbaglio il display, l'iPad Air è abbastanza intelligente da ignorare gli input accidentali.

È difficile spiegare a parole l’effetto che fa l’Air. Ha davvero bisogno di essere tenuto in mano per capirlo. La progettazione hardware di Apple è tuttora molto più avanti rispetto alla concorrenza (che pure sta producendo oggetti interessanti, sia chiaro). Se Apple non impiega tecnologie aliene per realizzare i suoi prodotti, allora non ho idea di come riescano a infilare nelle scatole robe così belle.

In termini di design, l'iPad Air è molto simile all’iPad Mini e all’iPhone 6. Per quanto mi riguarda, il design dell’iPhone 6 è inferiore a quello dell’Air. Ad esempio, al nuovo iPhone manca quel bel bordo smussato che cattura e riflette la luce.

La parte posteriore dell’iPad Air è praticamente priva di dettagli superficiali come la maggior parte dei prodotti Apple. Non è cambiato molto rispetto i vecchi iPad, salvo che il microfono secondario è situato a destra della fotocamera. E se la tinta argento mi piaceva di più, è vero anche che preferivo la cornice nera, che è la parte che avrei visto più a lungo. Così il mio ipad Air ha una finitura definita “grigio siderale”. Potreste chiamarla anche “canna di fucile”.

Una cosa non mi piace del nuovo design è il bordo attorno l’obiettivo della videocamera.
È un dettaglio privo di qualsiasi funzionalità, e poco coerente col resto dell’iPad, anche se di fatto è appena percettibile.
Apple naturalmente propone una cover a protezione dello schermo dell’iPad Air, chiamata Smart Cover. La Smart Cover è disponibile in una versione economica in poliuretano e in una premium in pelle. Nel prezzo del mio iPad era compresa una smart cover in poliuretano, di certo funzionale per sorreggere l’iPad in posizioni diverse a seconda se si vuole usarlo come word processor o visore di film… ma è parecchio, parecchio scomoda se si vuole tenerlo sollevato con una sola mano. Sto cercando una nuova soluzione.

Ho già parlato della mia antipatia verso gli iOS posteriori al 6. iOS8 ha sistemato alcuni dei casini di iOS7, ma penso ancora che iOS6 fosse un capolavoro di usabilità. I fanboy ovviamente usano solo e soltanto l’ultimissima versione rilasciata, ma credo che Apple si sia forzata la mano da sola creando un prodotto meno “onesto” rispetto al loro tradizionale approccio scheumorfico.

iOS8 fa una magra figura su uno schermo grande come quello dell’iPad. Magrissima.
Mentre sugli iPhone sembra funzionare abbastanza bene, sull’iPad sembra tutto “diluito”, galleggiante, elementare. C’è così tanto spazio disponibile e nessuno sforzo visibile per usarlo intelligentemente. Apple pone la sua priorità negli iPhone, e si vede.

Come per ogni altro prodotto, hardware o software che sia, iOS7 doveva nascere da una reale volontà di creare qualcosa di meglio di iOS6. Ma nulla è venuto davvero meglio… semmai, solo peggio. Guardate il passaggio da Google Maps alle Apple Maps. Si è trattato di un cambiamento puramente politico. È quello che accade, immagino, quando qualcosa arriva alla piena maturità tecnologica ed è molto più facile che peggiori piuttosto che migliorare.

In conclusione, l'iPad Air è un magnifico tablet da usare, come lo sono stati prima di lui tutti suoi predecessori.
Nonostante le pecche di iOS7/8 è ancora la migliore esperienza mobile possibile. Con l'adozione del processore A7, i lag sono inesistenti e le applicazioni si caricano istantaneamente. L’impressione che ne ho ricevuto, ad ogni modo, è che l’iPad Air sia un esempio di come l’hardware sia un passo più avanti rispetto il suo software.

Cosa fare se si possiede già un iPad? Vale la pena cambiarlo con un Air o un Air 2?
Se ne avete la possibilità e il vostro iPad o tablet è più vecchio di un paio d’anni, penso che valga la pena considerare il salto. L’ipad Air 2 offre un processore più veloce e una videocamera più performante, ma non un miglioramento percettibile come quello tra un iPad di quarta generazione e l’Air.
A mio parere, l'iPad Air è una macchina perfetta.
Più compatto che mai, super leggero, e con un grande, ultradefinito display. Se non volete svenarvi acquistando un Air 2, l’Air è tutt’altro che la “scelta povera”.

Questo è il miglior iPad mai costruito, che è quello che dice Apple ogni volta che ne presenta uno nuovo. E, sì, l’Air 2, più sottile, più veloce eccetera, è persino meglio.
L'Air è la miglior dimostrazione della strategia di prodotto di Apple: creare modifiche incrementali ogni anno per diventare sempre più raffinati sotto il profilo del design e della funzionalità. È una metodologia che condivide, ad esempio, con le grandi case automobilistiche come Porsche o Mercedes. E proprio come loro, Apple si è dimostrata vincente verso la concorrenza, sorpassandola in ogni aspetto, anno dopo anno.
La perfezione non esiste, ma l’iPad ci si avvicina parecchio.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...