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venerdì 3 dicembre 2021

Il Patto dell'abate nero

 

TRAMA

"13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano e per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con cui ha già avuto a che fare. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero e, spacciandosi per Teofilo Capponi, dovrà mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus e scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, Bianca dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, a Firenze, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo... "

Piazza della Signoria Firenze

Questo libro, che ho letto in cartaceo, rappresenta la seconda parte della saga di Marcello Simoni. Qui il primo volume della saga

ll romanzo si svolge nel XV secolo, ovvero negli anni in cui la Toscana è retta da Cosimo de’ Medici: tra la Firenze e Alghero, con qualche incursione in Catalogna. La ricostruzione degli ambienti è minuziosa a tal punto che  pare davvero di trovarsi accanto ai protagonisti in una vicenda tortuosa e appassionante dai momenti che sono al contempo sia storici che individuali e avvolti sempre da un'atmosfera misteriosa. Ritroviamo Bianca de' Brancacci, che si rivela una donna forte e determinata a scoprire il mistero che avvolge la morte del padre e stabilisce un patto con Triginus, il ladro gentiluomo, dai capelli striati di bianco. L'ambientazione, oltre alla Firenze di quel tempo, piena di riferimenti storici, si arricchisce con Alghero, che nel medioevo era punto d'incontro di diverse culture.  Anche questo libro colpisce per la ricercatezza del lessico e  la terminologia tecnica,( applicata in particolare alle imbarcazioni e alle loro componenti) che però non ne appesantiscono la forma.

La storia non si conclude  nel finale... leggerò il seguito!

Molto bella questa descrizione!

"Ritta sul patibolo, col collo ancora infilato nel cappio, Bianca assisteva alla scena quasi fosse al cospetto di un evento sovrannaturale, mentre un nodo alla gola le impediva di dar sfogo sia alla gioia che all'angoscia che d'un tratto si contendevano il suo cuore.
Per un attimo era tornata bambina.
Una bambina ansiosa di riabbracciare il proprio padre.
Ma la parte più nascosta di se, quella di cui lei stessa aveva paura e si vergognava, era ben disposta ad accettare il sacrificio di quell'uomo pur di salvarsi la vita."


sabato 2 ottobre 2021

FEBBRE di Jonathan Bazzi

 
Libro autobiografico, ma dal valore universale, per le riflessioni sulla malattia, sui pregiudizi e sulla vita nelle periferie delle città.
 L'autore ripercorre tutta la sua vita iniziando da quando
aveva 31 anni, nel 2016, gli viene la febbre e non va più via. Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, pensa di avere una malattia incurabile. Vive con un'ansia stressante fino al giorno in cui non arriva il risultato del test dell’HIV e scopre che è sieropositivo e ne è quasi sollevato.
La storia si dipana su due piani, alterna capitoli in cui viene trattata prima l’infanzia e poi l’adolescenza, ad altri nei quali è invece centrale il momento della scoperta della malattia, della debilitazione fisica, dei problemi a essa collegati, della rinascita. Ci accompagna indietro nel tempo,  nella periferia in cui Jonathan è figlio di genitori ragazzini che presto si separano; viene allevato da due coppie di nonni, vive a Rozzano, il Bronx del Sud (di Milano), il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un misto di milanese, siciliano e napoletano. 
Jonathan Bazzi in "Febbre" ci parla di fragilità, di paura, e anche di coraggio e speranza, riesce a farlo in un modo veramente coinvolgente. 
 L'autore
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo (“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”) diffuso in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.
 

venerdì 18 settembre 2020

Almarina di Valeria Parrella

 

"Può una prigione rendere libero chi vi entra? Elisabetta insegna matematica nel carcere minorile di Nisida. Ogni mattina la sbarra si alza, la borsa finisce in un armadietto chiuso a chiave insieme a tutti i pensieri e inizia un tempo sospeso, un’isola nell’isola dove le colpe possono finalmente sciogliersi e sparire. Almarina è un’allieva nuova, ce la mette tutta ma i conti non le tornano: in quell’aula, se alzi gli occhi vedi l’orizzonte ma dalla porta non ti lasciano uscire. La libertà di due solitudini raccontata da una voce calda, intima, politica, capace di schiudere la testa e il cuore.

Esiste un’isola nel Mediterraneo dove i ragazzi non scendono mai a mare. Ormeggiata come un vascello, Nisida è un carcere sull’acqua, ed è lí che Elisabetta Maiorano insegna matematica a un gruppo di giovani detenuti. Ha cinquant’anni, vive sola, e ogni giorno una guardia le apre il cancello chiudendo Napoli alle spalle: in quella piccola aula senza sbarre lei prova a imbastire il futuro. Ma in classe un giorno arriva Almarina, allora la luce cambia e illumina un nuovo orizzonte. Il labirinto inestricabile della burocrazia, i lutti inaspettati, le notti insonni, rivelano l’altra loro possibilità: essere un punto di partenza. Nella speranza che un giorno, quando questi ragazzi avranno scontato la loro pena, ci siano nuove pagine da riempire, bianche «come il bucato steso alle terrazze». Questo romanzo limpido e intenso forse è una piccola storia d’amore, forse una grande lezione sulla possibilità di non fermarsi. Di espiare, dimenticare, ricominciare. «Vederli andare via è la cosa piú difficile, perché: dove andranno. Sono ancora cosí piccoli, e torneranno da dove sono venuti, e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui»

E' la prima volta che leggo qualcosa di Valeria Parrella e  devo dire che ci ho impiegato un po' di tempo per entrare nella storia  e comprenderne lo stile molto personale, basato su un monologo intimistico, con brevi frasi e pochi dialoghi.

La protagonista è la professoressa Maiorano, insegnante di matematica in un carcere minorile, che racconta minuziosamente i fatti accaduti soffermandosi sulle emozioni e sulle sensazioni. E' una donna vedova da tre anni, che ha desiderato fortemente  un figlio, anche adottivo  e, ora, l'unica cosa che le resta è il proprio lavoro. Ed è proprio all'interno del penitenziario che incontra Almarina, ragazzina romena fuggita dal proprio paese e dal padre violento, insieme al fratello più piccolo.

E' la storia di due vite di solitudini, che pur rimanendo sempre al solito punto di partenza, per tutta la storia, riescono lo stesso a salvarsi perché sono “insieme” e ciò basta a far comprendere a entrambe alla fine del libro, che quella è l’unica soluzione per riempire le loro vite vuote dopo tante ferite.

È stato un libro che mi ha fatto riflettere su molte cose, tra le più importanti l'insegnamento in un ambiente così difficile..." in me l'idea che le guardie sono sbirri, che gli sbirri fanno male, che sei colpevole perché appena ne incontri uno ti nasce una pietra in tasca. Come possiamo stare tutti e due dentro Nisida stamane se io ho scelto di fare l'insegnante e tu la guardia carceraria? Se tu credi alla repressione, perché sto cercando la tua approvazione?"  

Condivido alcune frasi dal libro:

"Non ci baciammo quella sera, né le volte subito dopo: non c'era più fretta ora che ci eravamo incontrati. Procedemmo con la cura che meritano le cose eterne."Pag. 38 
 
... "se c'è un minore colpevole c'è un adulto colpevole."Pag. 62 
 
..."Napoli è una città che ci sa fare con la morte, le dà il giusto peso, che è quello della vita: cioè, preso individualmente, poco più di nulla."Pag. 6 
 
..."la morte ha questo di disperato: che si resta unici testimoni di qualcosa, dei patrimoni invisibili, delle giornate spettacolari."Pag. 53 
 
..."una tazza da sola sul tavolo della mattina non è un motivo sufficiente per svegliarsi. Napoli sì."Pag. 39




venerdì 7 febbraio 2020

Accabadora di Michela Murgia

Accabadora di Michela Murgia è un romanzo ambientato in un paesino della Sardegna degli anni 50 e racconta i fatti di vita e le tradizioni popolari avvolte nella magia delle superstizioni, in un alone di mistero che riesce a coinvolgere il lettore.
Sinossi  da Ed. Mondadori
"Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.
Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola come armarsi per le guerre che l’aspettano, come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia la morte."

Maria, ultima nata in una famiglia povera, viene data in adozione dalla madre come fill'e anima a una donna anziana e sola. Maria con Tzia Bonaria Urrai cresce in un clima completamente diverso da quello che aveva a casa sua, riceve affetto e allo stesso tempo rispetto e rigore da parte della donna, che riesce a nascondere alla figlia adottiva ciò che faceva quando usciva di notte, lei era un'accabadora, una donna che sapeva tutto di vita e di morte, sapeva riconoscere una vita divenuta troppo sofferente e priva di dignità e  aiutava il destino a compiersi.
 Michela Murgia in questo romanzo, con un linguaggio molto curato che a volte diventa poetico, affronta il tema dell'eutanasia e racconta come nella Sardegna di quel tempo alcune attitudini o comportamenti erano socialmente accettati dalla comunità e le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l’alfabeto elementare di "quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell’analisi logica ...ci sono cose che si sanno e basta,e le prove sono solo conferma"....
Ma la scrittrice non vuole approfondire  questo problema, si sofferma piuttosto sui doveri della madre verso la figlia e su quelli della figlia verso la madre perché "Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta... dalle guerre devi tornare, figlia mia".

E' un libro scorrevole, molto evocativo, che mi ha immersa nella Sardegna del dopoguerra, con le usanze e le superstizioni, piuttosto simili alle storie dei nostri paesi del sud, storie di fattucchiere e levatrici, raccontatemi da bambina accanto al camino.



Teatro: Buongiorno, Ministro!

  Buongiorno, Ministro!  Una commedia comica e divertente con un un cast di tutto riguardo che vede nei suoi protagonisti, Enzo Iacchetti ...