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mercoledì 31 dicembre 2025

Pluribus

 


Oggi vi dico la mia su Pluribus.
Se non guardate serie TV saltate pure a piè pari.
Ormai mi emoziono più con una bella serie che con un film, quasi sempre di merda, al cinema.
Non mi fraintendete, Pluribus fino ad ora mi ha fatto i due consueti coglioni così, quindi non posso dire di essere felice di averla vista, però nutro speranza.
È anche vero che chi di speranza vive, di speranza muore, quindi nel frattempo ho aggredito il filone d'oro delle serie coreane.
Io, cinematograficamente parlando, la Corea l'ho scoperta oltre venti anni fa, quando per vedere un bel film horror dovevi andarlo a cercare proprio lì, tra l'infida e omonima sorella nordica e la vastità del mare.
In un'epoca in cui l'horror si era scolorito e aveva perso la sua carica e eversiva, i veri gioielli arrivavano dalla Corea del Sud.

Certo, bisognava arrivare fino in via Urbana, al glorioso e ormai chiuso Detour, ma poi era una festa!
All'epoca YouTube era agli albori ed era un tempo in cui che se volevi vedere la sequenza psichedelica di 2001 Odissea nello spazio, montata con Echoes dei Pink Floyd, potevi vederla solo al Detour.
Vabbè ma come sono arrivata qui? Pensate un po' che volevo fare un paragone tra Pluribus e Star Trek The next generation e invece mi sono impantanata con la Corea. Comunque...
Pluribus nasce dalla mente di Vince Gilligan e quindi che fai? Non glieli perdoni sti nove episodi inconcludenti e ripetitivi?
E certo che si!
Io però voglio sperare che la seconda stagione sia la follia!
Voglio un cambio di registro come tra il primo e il secondo tempo di Dal tramonto all'alba di Robert Rodriguez.
Voglio che il mio sproloquiare su Pluribus venga annientato dal twist più pazzesco della storia delle serie TV. Roba che mi deve far dimenticare in una botta sola la morte di Eddard Stark, che ancora lo piango, e le nozze di sangue in Games of thrones.
Voglio che nella seconda stagione succeda qualcosa che stravolga la mie poche certezze.
Voglio vedere le foto di Vince Gilligan che gode perché sa di essere al di sopra di ogni nostra fantasia, dando senso a tutte le cose. 
Perché diciamo la verità, non può continuare così.
Stiamo parlando del creatore di Breaking bad e di Better call Saul, uno che scrive sceneggiature come se Euripide e Shakespeare avessero deciso di collaborare alla Garinei e Giovannini.
Ci sta quindi che, dopo il successo universale di Breaking bad e il suo fortunato spin off, ci voglia un po' coglionare e voglia costruire una storia su un'impalcatura di noia e vuoto abissale per sorprenderci sul più bello.

La storia
Improvvisamente l'umanità viene "contagiata" da un imperativo biologico alieno che connette tutte le menti.
Se ciò accadesse veramente ne conseguirebbe che le mie splendide qualità di chef raffinatissima le avrebbe chiunque sulla faccia della terra, pure il cuoco del ristorante Il Curvone, celebrato da Fantozzi.
La mia sagacia no, quella andrà persa, perché questa comunione di menti non sa che farsene.
La comunità infatti è di per sé noiosa, dormono per terra nelle palestre come i terremotati, lasciano i musei incustoditi, sembrano non avere velleità di alcun tipo, di certo non scopano, sono freddi come il ghiaccio.
Believe me, so boring!
11 persone sono rimaste come prima, Carol è una di loro, nonché la nostra protagonista che sopravvive tra impeti di resistenza, incertezze, dubbi, debolezze e anche sterili isterismi.
Trattandosi produzione 2025 Carol è lesbica, perché la legge ormai impone che in ogni film o serie TV ci sia almeno un omosessuale, un trans, un non binario e/o qualcun altro che non si capisce bene come voglia essere etichettato.
I neri ormai non se l'inculano più manco di striscio, pensa te come cambiano i tempi!
Nell'ottica pluribusiana tutti sanno tutto e tutti percepiscono tutti.
È la fine delle guerre, dell'avidità, del senso del possesso (che fu prealessandrino), solo che magnano solo frutta caduta dagli alberi e dato che non basta a sfamare tutti, se magnano pure una specie di soylent green. 
Hanno stimato che pure nutrendosi di pregevole succo di cadaveri non riusciranno a sopravvivere per una cronica mancanza di cibo per l'intera umanità.
Sorge dunque spontanea la domanda: "Ma allora, ma che cazzo ce siete venuti a fa' qui? A rompere i cojoni?".
Bè quello è sicuro!
Anche perché a ben guardare rompere i cojoni è anche il fine ultimo di molta parte degli esseri umani.
La comunione/comunità aliena è comunque saggia, servizievole e sempre a disposizione!
Fino a che poi ti rendi conto che a questi manco gli importa più gnente di quelli che erano i loro cani e quindi non puoi fare a meno di pensare che siano dei grandissimi fiji de na mignotta.
Insomma questo un po' il succo.

Per coerenza torno sulle serie coreane... Ma quanto mi è piaciuta Bon appétit, Sua Maestà?
E See you in my 19th life? Ora sto guardando Alchemy of souls e ho intenzione di proseguire nell'Universo coreano in attesa della nuova stagione di Pluribus!
 
Buon 2026!
 
Vi abbino una serie Coreana che ho appena citato in questo post Bon appètit, Sua Maestà, storia di un viaggio nel tempo e di un libro di splendide ricette. Visivamente intrigante, diverso, con qualche ingenuità e forse risolto frettolosamente nel finale ma ad avercene di serie con una conclusione, così godibili! Se amate il cibo non potete perdervela!
 
 



domenica 27 ottobre 2024

Megalopolis

Venerdì 25 ottobre 2024, Cinema Barberini ore 19.00   

 
Mi sono presa un paio di giorni prima di dire la mia su Megalopolis, perché il primo pensiero. appena uscita dal cinema. è stato: ammazza che boiata.

Il termine "boiata" era molto usato da mio padre per definire ciò che per lui era una boiata e in questo caso ci sta tutto.

Per puro caso becchiamo la versione in lingua originale. 
Nella mia folle ingenuità penso che ciò mi eviterà il consueto milkshake a base di cojoni per il pessimo doppiaggio.
Sono felice! Almeno questa volta Emilio Cigoli non si rivolterà nella tomba.
E invece no, appare subito evidente che le voci originali sono pompose e suonano false, quindi il frullatore impietosamente si aziona automaticamente sul programma "Milkshake".
Scopro con orrore come il problema infatti sia la sceneggiatura, una fastidiosa accozzaglia di citazioni "colte".
Citazioni colte, ahimè.
Le stesse frasette che girano su Facebook, attribuite di volta in volta a Oscar Wild, anzi no a Jim Morrison, anzi no a Orazio, anzi no a Stocazzio.
Nel conformarmi alla ridondanza megalopolisiana sottolineao che "stocazzio" non è il solito refuso bensì una licenza poetica per rimeggiar con Orazio.
Nel lontano futuro non vi è stato alcun progresso, né materiale né spirituale.
Nonostante la vicenda si svolga tra più di mille anni, i titoli dei giornali citano Hitchcock e ci sono emuli di Elvis.
La moda è ancora saldamente legata ad un'estetica che più pacchiana non si può, Versace.
New York ora si chiama New Rome ma i poveracci restano sempre gli stessi, pure tra un millennio, sono un esercito di marionette che si fanno trascinare da chi urla più forte false promesse.
Improvvisamente il milkshake di cojoni evapora in una miriade di lucine paillettose e, per tutte le due ore e mezza di durata, c'è sempre questa luce che veleggia, senza decidersi, in una dimensione tra l'onirico, la psichedelia, il me so' rincojonito e l'energia che è vibrazione e sostanza di tutte le cose.
Quel che è...
Curiosamente dopo che il milkshake di cojoni si è vaporizzato in queste golden bubbles che restano sospese nell'aria, il tempo si ferma.
Penso che Megalopolis non finirà mai.
Megalopolis diventa il mio inferno personale, in cui qualcosa che mi piace, il cinema e la fantascienza, mi si rivoltano contro in un infinito e inutile fastidio visivo e auditivo, nonchè svaporamento luccicante di un milkshakecojoni.
Il problema è "Megalon", una sostanza che si potrebbe definire "vivente", con cui Adam Driver vorrebbe costruire la città del futuro, in un' ottica "Se il popolo non ha il pane, che mangi brioche!".
Megalon sì megalon no, corruzione, prevaricazione, accuse, filmati contraffatti, comizi a base di Shakeaspeare, lotte per eredità miliardarie (e le banche pure loro ci sono ancora)...
Nonostante il tempo sia tornato a scorrere, ci si trova in questa strana situazione in cui i cojoni esistono in uno stato quantistico, sia come milkshake che come  una miriade di LED natalizi che si riflettono su ogni fotogramma della pellicola.
Tutto collassa quando vedo Lawrence Fishburne, indimenticabile Morpheus, in una micro particina del cazzo, l'autista di Adam Driver.
E passi pure la micro particina, ma perché gli hanno fatto le sopracciglia ad ali di gabbiano come un coatto di periferia?
Dunque è questa la visione coppoliana?
Tra mille anni ci saranno ancora le sopracciglia ad ali di gabbiano?
Che altro vi devo dire?
Che ogni scena è didascalicamente introdotta da un'introduzione esplicativa incisa su una targa di marmo?
Che ora hanno tutti nomi latini?
Che comunque finisce tutto a tarallucci e vino?
O forse dovrei parlare dell'inutile perfermance di Dustin Hoffman o John Voight?
Una parata di personaggi che sembrano gettati lì a caso.
Aggiungerei anche una menzione negativa per la visione della città del futuro... Roba già vista e rivista in qualsiasi episodio di Star Trek quando sbarcano nel solito pianeta alieno, così come le strade che scorrono come scale mobili, prese pari pari dal ciclo della Fondaione di Asimov.
La fantascienza non è da queste parti, è solo un presupposto usato a scopo ingannevole nei confronti di chi aspettava un nuovo grande film dopo Matrix.
Sì, dopo Matrix c'è stato Interstellar, per carità, bello ma il solito tecnicismo di Nolan che non ti fa sognare e io direi che sarebbe pure arrivato il momento di un nuovo capolavoro.
Ora a me dispiace molto bocciare Magalopolis, vorrei salvare qualcosa di questo calderone luccicoso ma proprio non ci riesco, forse mi sono piaciute solo le statue che si muovono di vita propria (anche questo preso da un racconto cyberpunk).
Mi dispiace molto per Francis Ford Coppola che pare si sia ridotto sul lastrico pe' sto baraccone, ma almeno posso dire di essere andata al cinema e aver pagato il biglietto.
Anzi nemmeno quello, perché il biglietto me l'ha pagato Alessandro (me lo appunto così magari la prossima volta faccio io).
Comunque il mio consiglio è di andare a vederlo questo Megalopolis, almeno per aiutare Francis a rientrare dell'investimento, tipo il carrello della spesa sospesa al supermercato, dove lasciano i pacchi di pasta e i barattoli di passata di pomodoro.
Concludo dicendo che oggi, al telefono con mio fratello, gli dicevo:
- ... Che poi a me Adam Driver proprio non mi piace, lo trovo proprio brutto... Solo che non lo posso dire perché ormai è body shaming...
- Ma che te frega scusa... Tu mica scrivi per prendere i like!
- No certo e poi Adam Driver piace tantissimo, solo che a me no!
- Ma scrivi! Lo devi scrivere!
- Va bene! Scriverò!

Abbinamento con una serie che mi ha conquistato, come non capitava da tempo. The devil's hour, di cui sono uscite due stagioni e né uscirà una terza.
Non si tratta di un horror ma di una splendida e interessante visione sulla natura dello spazio, del tempo e della realtà. Pure Francis dovrebbe farcisi un giro...

lunedì 27 novembre 2023

And just like that...

Serie TV (HBO)

Spoiler sul finale della serie, pay attention!

Sì, ho visto Mission Impossible, l'anteprima del nuovo film di Wes Anderson e pure Oppenheimer eppure oggi parlo di And just like that, così è la vita!
Per chi non lo sapesse si tratta del sequel di Sex and the city, un successo planetario tra il 1998 e il 2004 per un totale di sei stagioni, dove quattro amiche più o meno spregiudicate si confrontavano sulle loro avventure sentimentali e sessuali (The sex) a New York (the city).
A guidare le fila era Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), celebre per vivere come una miliardaria ma la cui unica fonte di reddito è scrivere la rubrica (a column), che da il titolo alla serie, su un quotidiano.
Sua è la voce narrante e sue sono le amiche:
- Samantha (Kim Kattral), la più zoccola
- Miranda (Cynthia Nixon), la più disillusa
- Charlotte (Kristin Davis), la più romantica
Divertente, pungente, se vogliamo anche didattica (consigliatissima agli uomini), Sex and the city, ci ha proiettato in un mondo di vestiti, scarpe, ristoranti e feste che fanno da background alla marea di uomini che incrociano i letti delle protagoniste.
La serie si conclude come una favola, le nostre quattro si arrrendono all monogamia!
Seguono diversi film più inutili che altro ma che hanno avuto il merito di tenere viva la "connessione emotiva" con i personaggi.
Fino a che...
Fino a che qualcuno, in costanza di mancanza di idee, decide di riciclare le nostre "ragazze" oramai piuttosto attempate e di elaborare un sequel.
Così stanno le cose....
Primo episodio, del tutto a freddo... Carrie torna nella splendida magione dove vive con il marito e lo trova a terra che ha avuto un infarto dopo aver fatto un po' di cyclette.
Invece di chiamare un ambulanza, sta lì ad aspettare che esali l'ultimo respiro e poi si dispera.
A tutt'oggi si tratta di una delle scene o scelte più contestate dagli spettatori.
Diciamo che per assurdità può corrispondere al fatto che in Titanic Kate Winslet lascia affogare di Caprio.
La ditta di cyclette ha pure fatto causa alla produzione per cattiva pubblicità.
Scopriamo che Samantha non c'è più, si è trasferita a Londra e la sua presenza si riduce a una chat di Whatsapp.
Del resto pare che Kim Cattral e Sarah Jessica Parker si siano sempre odiate, tra di loro volavano coltelli e la Cattral ha deciso di rovinare il giocattolo, negando la sua partecipazione. O forse non ce l'hanno proprio voluta, non è chiaro, ma tant'è che uno dei personaggi più divertenti, ironici, eccessivi e pazzeschi è missing.
Miranda, che aveva abdicato alla sua rigidità, cedendo alla maternità e al matrimonio con un tipo del tutto anonimo ma di buon cuore, si sveglia un bel  mattino e diventa lesbica.
Ciò è avvenuto anche nella vita reale e quindi Cynthia Nixon ha voluto un po' portare un po' di sè nella nuova produzione, di cui spesso cura anche la regia.
Charlotte è sempre sposata con il suo marito ebreo, per il quale si è convertita, ha  due figlie, una adottata e una biologica che si rivela di genere non binario.
Ora... Per me binario è solo qualcosa relativo ad una ferrovia. Invece no, negli ultimi anni le persone si dichiarano "non binarie" e fin qui tutto bene.... La cosa che però mi torna difficile da comprendere è che  ti devi rivolgere a un non binario con "Loro". Che poi se ci pensi, i binari sono due, però usano "NON binario" per dire che sono "loro" ovvero lei/lui, quindi due, esattamente come i binari. Vabbè.
La novità di And just  like that sta nel fatto che in quest'epoca di pazzi non puoi più fare una serie se non ci metti:
- Una storia gay maschile
- Una storia gay femminile
- Trans, transgender ecc.
- Non binari o binari o quel che è
- Persone di colore

Dunque come gay maschile abbiamo l'italo/americano Anthony, piuttosto inutile e pure un po' macchiettistico.
Come storia gay femminile abbiamo Miranda che però si mette con la non binaria Che, che diventa di fatto un personaggio fisso anche quando la storia tra loro finisce.
E poi così dal nulla vengono intrufolate nel cast una coppia di colore, però super ricchi e super affermati socialmente, che dal niente sembrano essere amici da sempre delle tre protagoniste.
Poi c'è una professoressa, sempre di colore, che all'inizio è sposata e poi da un giorno all'altro non lo è più e infine un'agente immobiliare con ascendenze indiane/orientali.
La multietnicità si conclude con la figlia cinese adottata di Charlotte.

In una serie dove è sempre stato basato tutto sui dialoghi e sulle situazioni più che su una trama orizzontale, si sono moltiplicati i personaggi fissi per esigenze del politically correct, senza un minimo di attenzione bensì buttati allo sbaraglio con pochissima coerenza. Ne consegue che nella durata di un episodio, dove di base manca sempre Samantha, ci troviamo ad assistere alle beghe matrimoniali della coppia di colore upper class o ad assistere ai nuovi amori di Che, dopo la rottura con Miranda.
Un mischione senza né capo né coda capitanato da una Sarah Jessica Parker sempre più scheletrica.
Ma, giuro, tutto questo sarebbe nulla se confrontato a ciò:
Carrie decide di ricontattare il suo ex di 25 anni prima, Aiden. L'attore ebbe un momento di popolarità con Il mio grosso grasso matrimonio greco. All'epoca, a secondo dei gusti, si poteva reputare un belloccio ma, believe me if I tell you che la scena di lui in mutande nella nuova serie ha qualcosa di raccapricciante. Insomma lui arriva a razzo e riniziano la storia, esattamente da dove l'avevano interrotta, tranne che lui si rifiuta di entrare in casa sua perché gli evoca brutti ricordi.
Ora Carrie, non te lo devo dire io che uno così è un po' problematico e in questi 25 anni che vi siete persi di vista non ha risolto nulla...
E Carrie cosa fa? Decide addirittura di comprare una nuova casa per iniziare una nuova vita con lui.
Bè, insomma, è tutto pronto, compresa un'inaugurazione con chef stellato, ma Aiden, piagnucolando, le fa: "No senti scusa, sai mio figlio ha bisogno di me perché si è fatto di allucinogeni e ha avuto un incidente stradale, non posso andarmene dalla Virginia...".
Lei sente cadere le sue palle immaginarie sul parquet intarsiato ma cerca di fare buon viso a cattivo gioco...
"Dai allora verrò io da te...!"
Ma questa soluzione a lui non va bene, la sua proposta è "Guarda ti chiedo di aspettare cinque anni, fino a che non finisce l'adolescenza di mio figlio...".
E allora Carrie che fa?
Va ai Caraibi con un'amica sua!
Fine!
 
Decisamente abbino con la serie capostipite! Una vera delizia! Riscoprite The sex and the city e abbiate l'accortezza di guardarla in lingua originale perché la versione italiana è stata censurata in più punti.







venerdì 13 ottobre 2023

Beau ha paura

 5 ottobre 2023

- Sul treno
- Sul cellulare



 

Sono le 6.58 del mattino, siamo in treno già da 40 minuti.
Nei sedili vicino a noi c'è e ci sarà fino a Milano, una tizia che non smette un attimo di parlare.
Ha elaborato un'arte, quella di inzeppare ogni frase con più parole del necessario. Si ripete, gira intorno ad ogni concetto, arzigogolandolo all'inverosimile, mossa com'è dal suo horror vacui smazzola i cojoni con voce alta.
Noi ci siamo organizzati per vedere Beau ha paura, no, non sul computer ma ognuno sul suo cell. Per riuscire in questa impresa è necessario sincronizzare l'inizio.
Dobbiamo avere la possibilità di sgranare gli occhi o saltare sulla poltrona nello stesso momento, se necessario. Mio fratello vuole vedere questo film perché Mike Portnoy ne ha parlato in termini entusiastici in un post su facebook.
Voi direte "e chi cazzo è Mike Portnoy?".
Senza che scomodiate google vi dico che è il batterista dei Dream Theather un gruppo da me definito "metal barocco", che non mi ha mai fatto strappare i capelli. Troppi virtuosismi, melodie niente di che e un punto debole inaccettabile: la voce del cantante, un Bocelli metallaro che secondo me faceva cagare pure a Portnoy, tanto che ha abbandonato il gruppo nel 2013.
Io invece volevo vedere questo film perché adoro queste tematiche.
Purtroppo riesco a trovarlo solo in italiano, ma meglio di niente. Insomma siamo in treno, senza aver fatto colazione perché era troppo presto, ma abbiamo entrambi il file...
Cosa facciamo, lo vediamo?
Eddai, vediamolo...
Beau ha paura dura tre ore, a dire il vero sono io che inizio ad avere paura. Però c'è la speranza che, con le cuffie, l'audio sovrasti la logorroica vicino a noi. Non è così, la prima parte del film è infestata dal niente irritante delle chiacchiere della tizia.
C'è Joaquin Phoenix che è Beau e parla con un filo di voce. Io ho patito tutto il tempo questa voce di merda e oggi sono andata a vedere un trailer in lingua originale, per scoprire che proprio non c'entra nulla il doppiaggio italiano, che come al solito è da prendere a cinghiate sulle gengive.
Resistiamo un'ora, diciamo che Beau ha paura non è "Non mandarmi fiori" con Doris Day ma il problema vero è un altro, abbiamo una fame nera.
Mio fratello mi fa "Guarda, se vuoi, io ho portato un panino di segale con il Philadelphia vegetale, è pure già diviso in due!".
Dio sia lodato, dammi sto mezzo panino che non ci vedo più dalla fame, ieri sera nemmeno ho cenato poi.
Ai tempi mio fratello era uno che alle 4 del pomeriggio ci comunicava "Io mi vado a fare delle patate fritte...". Si metteva lì e pelava 4 chili di patate (no per scherzo, proprio 4 chili) e le friggeva tutte in maniera magistrale. E poi le mangiavamo. Ed erano vere patate fritte, non le merdose patatine di McDonald's.
Ai tempi se a mio fratello gli veniva l'influenza mi dava cinquantamila lire e mi diceva: "Esci e non tornare senza un profiterole e almeno un chilo di pizzette...".
Io uscivo e mi procuravo sia il profiterole che le pizzette, poi tornavo a casa e ci mangiavamo tutto.
E così via, si potrebbe scrivere un libro su queste prodezze mangerecce. Sono passati quei tempi...
Dai, dammi sto panino!
Tira fuori un incartino di stagnola grande quanto una saponetta usata da almeno un paio di settimane, assottigliata, quindi.
"Ah è già diviso?"
"No qui c'è il panino già tagliato a metà..."
Non mi voglio lamentare, qui c'è in gioco la sopravvivenza!
Prendo la mia metà.
Il Philadelphia vegetale è stato quasi completamente assorbito dalla segale e quindi c'è rimasto solo uno stratino bianco di un millimetro.
"Comunque considera che il pane l'ho fatto tre giorni fa....", sì, perché mio fratello fa pure il pane.
Ma io me lo mangio lo stesso, come se fosse un croissant di Pierre Hermé.
Con la scusa di questa parca colazioncina ci dimentichiamo del film.
Io faccio come facevo a scuola, poggio le braccia sul tavolinetto, ci appoggio la testa e mi addormento, sempre con quella che parla. Allora cerco di usare le cuffie come tappi per le orecchie ma in quella posizione il mio padiglione auricolare le risputa fuori inesorabilmente. Mi addormento lo stesso e mi sveglio poco prima dell'arrivo. Abbiamo pochi minuti per la coincidenza che dobbiamo prendere ma puntiamo un bar che si chiama qualcosa come "Prelibatezze napoletane".
C'è parecchia gente ma sono organizzatissimi, solo che nella confusione chiediamo un cornetto in meno. Nel frattempo infatti siamo diventati in quattro, che la vita a volte è strana più di un film.
Due caffè, due cappuccini e due cornetti che dovevano essere tre.
"Ma che ti sei mangiato il cornetto mio?"
Non c'è tempo per un"altra fila, spezziamo i cornetti con le mani e li ridistribuiamo. Va da sé che in stazione pure se si chiamano "Specialità napoletane", si tratta di cornetti demmerda.
Facciamo il viaggio in piedi, tra turisti e pendolari, sull'onda di ricordi.
Arriviamo, un taxi, una chiesa, un  saluto attonito e meno di due ore dopo siamo di nuovo in viaggio verso Milano. Questa volta ci sediamo. Davanti a me c'è uno che beve yerba mate nella classica tazza, come se fosse tranquillamente seduto a Buenos Aires.
Questa volta in stazione a Milano andiamo in un locale che si forgia del titolo "Bistrot", in realtà è Autogrill.
Io gli ho dato anche un nome a questo bistrot "Dimenticare Parigi".
Sedie fatiscenti, panini che li trovi identici in tutta italia e toilette al terzo piano dove si aggirano loschi figuri. Ci sdraiamo due panini mozzarella e pomodoro di cui ancora mi interrogo sulla consistenza.
Siamo di nuovo in viaggio verso Roma. Ovviamente anche ora c'è una che parla.
"Ma che facciamo... Lo continuiamo il film?"
"E vabbè, dai!".
Risincronizzare a un'ora e tre minuti si rivela difficilissimo ma alla fine ci riusciamo.
La seconda parte del film è ancora più strana della prima. Mi comincio a chiedere cosa gli dica il cervello a Mike Portnoy. Ci controllano i biglietti, interrompiamo, risincronizziamo, ricominciamo. A un certo punto mio fratello fa: "Oh... Io ho un sonno... Non riesco a tenere gli occhi aperti.... Non ce la faccio a continuare..."
"Guarda pure io sono stremata... Interrompiamo?"
"Sì, sì interrompiamo!"
Basta dirlo che tutte le energie ritornano disponibili e il sonno scompare!
"Ehi... Io mi sento meglio, mi è passata la stanchezza...
"Incredibile... Pure a me! Che facciamo allora? Riprendiamo?"
Come l'idea prende forma riniziano i primi sbadigli, che anche ora che sto scrivendo, mi prende la cecagna.
"Oddio che sonno..."
"È bastato solo pensare di riprendere la visione e guarda come stiamo...".
Ipotizzo che Beau ha paura possa essere la cura risolutiva per l'insonnia. Io però so che o vado avanti lì, sul treno, o sarà molto difficile che riprenda la visione di Beau. Decidiamo di procedere, risincronizziamo, 1,47 aspetta io sono a 1,48, cazzo mi è saltato a 2,22, ripartiamo da 1,45.
Una fatica bestiale ma riusciamo ad arrivare alla terza parte, tutta molto scura.
Nonostante tiri giù la tendina, il riflesso incasina la visione. Oltretutto è risaputo che lo schermo del mio cell è sempre pieno di ditate. Il mix scene scure più riflesso, più ditate è una sfida folle ma io procedo. Metto le mani a conchetta sullo schermo, lo inclino in tutti i modi possibili, lo strofino suo pantaloni sperando che le ditate si tolgano, e invece le ditate diventano come pozze di benzina esposte al calore, concentriche e iridiscenti.
Arriviamo alla quarta parte e tutto è ancora più scuro. Io praticamente non vedo più un cazzo.
Però Beau è una visione potentissima, pure se non vedi un cazzo.
Si volge all'epilogo tirando le fila di un'esistenza, delle esistenze, tra le esistenze, a momenti squarciando veli su verità incomprensibili. Nel risparmiarvi pipponi psicanalitici, vi dico che è un viaggio, un'Odissea o una Divina Commedia della mente in un interminabile ciclo di vite.
Consigliato a tutti? No, a pochissimi direi, ma quei pochissimi potrebbero apprezzarlo.
Però magari non guardatelo sul cellulare, soprattutto se è pieno di ditate. 

L'abbinamento mangereccio è con il Philadelphia vegetale. E' buonissimo, lo preferisco all'originale! Non è facilissimo trovarlo nei supernercati ma vale la pena provarlo!

mercoledì 19 gennaio 2022

Tre piani

Niente, succede che a volte io inizi a scrivere una recensione su Word, poi magari salta la corrente perché il forno e phon fanno zompare tutto, quindi anche il computer. Magari due mesi dopo riapro Word, che devo scrivere una cosa che non c'entra niente e mi si apre questo "file recuperato".
A me mi fa tenerezza sta cosa che un computer spento si tenga per due mesi in memoria un file che manco avevo salvato e quindi oggi mi ritrovo il file recuperato di Tre piani, un film che mi ha lasciato abbastanza indifferente. Comunque...

  • Martedì 4 novembre 2021 spettacolo delle 19.10
  • Cinema Eden, in sala 5, ricavata da un mezzo corridoio e un terzo di sgabuzzino.


 

Oggi inauguro quella che diventerà una nuova consuetudine, condensare il succo del film in una frase, possibilmente breve.

Tre piani in una sentenza:
Condominio di tre piani nel quartiere Prati a Roma si rivela coacervo di rogne agghiaccianti.

Inizia a bomba, si capisce subito che sarà senza pietà.

Ma divaghiamo, che è piacevole.
Prati è uno dei quartieri più grandi a Roma, una città nella città, con tante identità.
C’è il Prati dei villini liberty, quello dei palazzoni a nove piani, c’è Cola di Rienzo (dove c’è Castroni), i confini del Vaticano e anche alcune parti che per me sono lugubri, cupe, come se fossero rimaste invischiate in un passato oscuro.

In questo caso, trattandosi di soli tre piani siamo ovviamente in un Prati radical chic, dove le donne portano ancora il twin set grigio e il filo di perle della nonna.

Quella stessa nonna che probabilmente ha lasciato loro in eredità l’appartamento in Prati.
Non parliamo di appartamenti grandissimi, un cento/centodieci metri quadri.

Ma ad avvecceli a Prati!

Appartamenti ben arredati, senza cafonate eclatanti e sfarzose, tutto è in tono col twin set.
Solo due bagni, dettaglio che per me è dalle parti dell'imperdonabile.

Nel secondo bagno dell’appartamento dove vivono Nanni Moretti e Margherita Buy, fredda coppia di giudici, non solo in cassazione ma anche nella vita emotivo/familiare, scorgo un dettaglio che mi fa rabbrividire.
Le piastrelle del bagno sono di finto mosaico, 20 X 20 con finte tesserine che simulano il certosino lavoro di un mosaicista. Roba da 6 euro e 90 in offerta da Leroy Merlin.

Una cosa orribile, inqualificabile, si può, davvero, in Prati, la finta piastrella di mosaico?

In molti starete frugando nella memoria “Ma io mica me lo ricordo sto bagno demmerda…”.

In effetti si intravede al massimo due secondi, quando Nanni Moretti riesce ad uscire dal bagno, dove l’ha rinchiuso il figlio.

La storia di queste quattro famiglie, su tre piani, è originariamente un libro che io non ho letto.
Mi dicono che il libro sia molto bello ma che l’autore ha pure fatto di meglio.
In particolare sembra sia molto bello L’intervista.

Tre piani sì,  bello bello sto libro, ma poi alla fine non se lo ricorda nessuno, tanto che è difficile riuscire a capire quali siano le differenze con il romanzo.

Una coppia di giudici ha questo figlio, che uccide una donna mentre è ubriaco alla guida.

Il padre non lo vuole più vedere, la madre invece è una seguace della celebre filosofia meroliana "i figli so’ piezze e core", quindi vorrebbe mantenere i rapporti. Ma è proprio il figlio che non ne vuole più sapere.

Poi c’è la coppia Scamarcio/attrice sconosciuta, con figlioletta piccola, molto spesso lasciata a casa dei vicini anziani.
Una sera il vicino anziano esce per una passeggiata con la bambina e si perdono in un parco, che poi mi devono spiegare dov’è sto parco in Prati.
Scamarcio è ossessionato dal fatto che la figlia possa aver subito degli abusi.
Che poi mi devono pure spiegare perché gli abusi potevano avvenire solo la sera nel parco e non a casa del vecchio, dove veniva lasciata sempre.
In questa ossessione trova il modo di zomparsi la nipote del sospetto pedofilo, in una personale rilettura del celebre chi è senza peccato scagli la prima pietra.
La famiglia si sfascia, Scamarcio viene processato, il vecchio muore.

Nel frattempo sono passati dieci anni e la figlia, tra un saggio di danza e un viaggio in Spagna, non sospetta nulla di quanto sia successo.
Scamarcio trova il coraggio di chiederle in maniera diretta se effettivamente è stata molestata e lei gli fa: "Ma che sei matto, ma proprio no… Ma come ti viene in mente?".

Alba Rochwacher invece è pazza e dopo il parto la cosa si acuisce.
Il marito è un Adriano Giannini, che ha assunto la fisionomia di un attore degli anni 50/60, con quel non so che di solido e affidabile.
La neomamma vede cornacchione nere in casa e vive in solitudine. Anche sua madre è come lei e la conclusione è che pure la figlia sarà così.
Il medico al quale si rivolge le dice: “Stia tranquilla la patologia di sua madre non è ereditaria…”.

Alla faccia della non ereditarietà della patologia mentale…. Cioè qui sono segnate tre generazioni!

“Ma io vedo uccelli neri… Ho paura…”
“Ma no stia tranquilla…”.

Alla fine abbandona i figli e se ne va da sola.
Del resto doveva stare tranquilla.

Ma torno alla coppia Moretti/Buy.
A dieci anni dall’incidente, del ragazzo si sono perse le tracce, il padre è morto e Margherita Buy si trova da sola in questo attichetto con ben due terrazze, che decide di vendere, secondo me per via del bagno col finto mosaico.

Mentre porta a un centro di raccolta i vestiti e le scarpe del marito, magicamente incontra un uomo, diciamolo, un po’ invadente, che si scopre essere il novello suocero del figlio ubriacone e assassino. Accipicchia che coincidenza! È proprio vero che Roma è un paese!

L’uomo insiste per portare Margherita a fare una gita fuori porta.
Per un attimo penso ad un maldestro tentativo di seduzione in un bed&breakfast nei dintorni di Bracciano, (dico Bracciano perché due tizie davanti a noi, che non hanno mai smesso di parlare, hanno identificato con certezza assoluta la zona), poi però intuisco subito che ha qualcosa a che fare con il ragazzo.

L’incontro però non va come sperato, la riconciliazione sembra impossibile perché al figlio, uscito dal gabbio e diventato apicoltore, glie rode ancora.
Cioè, non è che glie rode perché ha distrutto la vita di una persona, commettendo un omicidio in stato di ebbrezza ma perché i genitori avevano aspettative troppe alte per lui.
Altro che aspettative... Ti dovevano crescere a legnate, ragazzo mio,

Margherita Buy però capisce che comprandosi finalmente un vestito a fiori può risolvere tutto, la sua vita, il rapporto con il figlio e forse anche le guerre e il problema della fame del mondo.

E sconvolgentemente è proprio così, ha ragione lei.
Appena il figlio la vede con questo costoso abito di boutique dalla fantasia primaverile, le fa un sorriso, come a dire: "Ohhh finalmente… Prima ti vestivi come una suora laica in missione in Kazakistan… Ora possiamo fare pace!". Inoltre il giovine sembra essersi ravveduto perché invia vasetti di miele al marito della donna che ha falciato proprio sotto il condominio di Prati.
Del resto mi sembra più che equo questo scambio.
Preciso, in quest'epoca di grandi misunderstanding, che sto facendo dell'ironia.
Oltretutto magari si trattava di un comunissimo Millefiori.

Riassumo:

Scamarcio e la moglie, una vita distrutta.

Moretti/Buy, una vita distrutta.

La coppia Rochwacher/Giannini, una vita distrutta.

A chiudere la vicenda di questo sfigatissimo condominio di Prati, un corteo di gente che balla il tango per strada.
Sì, il film finisce così, musica e ballo.
Eh lo so, mi dispiace, questo spoiler è un colpo basso.

Ora io comprendo che, così come non possiamo più pretendere che Carlo Verdone faccia ancora Borotalco, non possiamo nemmeno pretendere che Nanni Moretti faccia cose e veda gente, che prepari gli studenti per la maturità o che stia ancora in mutande dietro un maxi bicchiere di Nutella.
O a parlare in maniera sublime della struttura dei dolci, di come mangiarli, di come non si scava il tunnel nel mont-blanc… Grandi verità, indimenticabili.

Però ecco io auspicherei almeno l’ardire e l'ardore di una sceneggiatura originale, al posto del best seller israeliano.

Comunque bello il condominio di tre piani a Prati.

 

Abbinamento con una serie Tv Succession, di cui al momento sono uscite tre stagioni. Le avvincenti avventure della famiglia di Logan Roy,  magnate dell'alta finanza, dei media e dell'informazione. Spietato, ironico, drammatico, insomma come dire che è sempre più frequente trovare qualcosa di meglio nel mondo dei serial invece che al cinema.

mercoledì 6 ottobre 2021

Dune

  • Sabato 2 ottobre 2021, Cinema Odeon di Piazza Iacini Spettacolo delle 18.30

  • Sala 5, piccola e con schermo troppo in alto per una piacevole visione

L'immaginario visivo di Denis Villeneuve è potente, onirico e spettacolare, non gli si può veramente obiettare nulla se non un certo compiacimento nell'insistere su scene molto belle, vere e proprie opere d'arte. Però alla sedicesima ripresa dall'alto del deserto che sembra riprodurre ammalianti quadri astratti, si aziona quello stesso martellatore, usato per richiamare il verme della sabbia, solo che viene azionato, l'avrete capito anche voi, non sul suolo di Arrakis bensì sui cojoni dello spettatore.

Poi c'è tanto fumo, fumo ovunque. Bello sì, ma anche qui, dopo un po', ecco entrare in azione il martellatore. Il tempo passa e scoccate le due ore e dieci io comincio, come sempre, a vagare con la mente...

Forse sono morta e la mia condanna e restare in questa sala per sempre, con un film a base di deserto e fumo. Mi rivolgo al mio accompagnatore che, già dopo pochi minuti ha manifestato un certo disagio, percependo la presenza di un martellatore, posizionato al centimetro.

"Finirà mai?" chiedo, "Speriamo...", la risposta.
Segno che anche lui si trova in un girone infernale dal quale non è dato sapere se usciremo a riveder le stelle.
Una delle caratteristiche di Dune libro è una tale complessità da rendere necessaria uno spiegone all'inizio di Dune film. C'era nel Dune lynchiano e c'è pure qui. Si fa fatica a raccapezzarsi tra i nomi di personaggi e pianeti, una fatica molto simile a quella che si fa vedendo il primo episodio di Game of throne, in cui ti trovi centomila personaggi diversi con i nomi più assurdi, che pensi che non te li ricorderai mai. Poi vedi Jason Momoa e tutto torna.

Insomma Dune ti accoglie così.... Raccontandoti chi sono gli Atreides, gli Arkonnen, Arrakis, la spezia (che diciamolo... non è facile "comprendere" la spezia).
Un giro di parole per dire "Io sono Dune e sarò il tuo martellatore". Poi c'è Timothée Chalamet, per quanto non ispiri nessuna simpatia è decisamente bravo, e il ruolo di Paul Atreides gli calza a pennello molto poù che a Kyle MacLachlan.
Il ruolo di Paul... Anno 10981 o giù di lì ed esiste ancora il nome Paul e pure Jessica, come in Viaggi di Nozze di Verdone.
Armi capacidi frantumare un pianeta ma alla fine si combatte con spade e pugnali, come nel medio evo.
Ma insomma non vorrei che si pensasse che io stia parlando male di Dune, perché non è così, no.
Dune ti prende, ti martella col martellatore però è bello.
Esci dopo due e ore e quaranta che hai bisogno di una fisioterapia riabilitativa.
"Ti va se per arrivare alla macchina facciamo il giro lungo? Ho bisogno di riattivare la circolazione?". Ma non puoi fare a meno di ammettere che lo spettacolo è stato bello, pure se è finito che deve ancora iniziare.

Più che un film di fantascienza è un trattato di politica, che potrebbe svolgersi in un qualsiasi presente dove ci sono interessi commerciali. Con la differenza che a livello politico non esiste nessuno che si sacrifica per un bene più grande.

Meravigliose le architetture, le progettazioni delle navi spaziali e dei velivoli, spettacolare il verme della sabbia e i costumi... I costumi per me sono da Oscar, straordinari e inquietanti.

Mi risparmio il pippone sul non Dune di Jodorowsky, la serie televisiva con William Hurt e la versione lynchiana (di cui per altro rimpiango uno Sting nel fiore degli anni).
Concludo consigliando questo Dune agli appassionati di science-fiction, a chi ha letto il libro, a chi vuole passare due ore e quaranta con un martellatore e a chiunque piaccia del buon cinema!

Abbinamento con una serie televisiva, con grandi ambizioni, uscita da poco "Fondazione" dal ciclo di romanzi di Asimov. Stessa situazione di Dune... letti i libri ma ricordo zero! La sto comunque guardando con piacere e stranamente, per il momento, non è presente il martellatore!

martedì 8 settembre 2020

Sto pensando di finirla qui

Sabato 5 settembre 2020, mezzanotte circa

Sul divano di casa, in montagna, con 18 coperte


Aspettavo da mesi il film di Charlie Kaufman.

E' andata così, era circa mezzanotte e avevo già visto due episodi di Lucifer, che vi devo dire, la serie non è nulla di che ma lui è irresistibile e quindi me la vedo lo stesso.

Dicevo, è circa mezzanotte e io sono armata solo della mia caparbietà. 

Dopo circa mezz'ora però, il parlare continuo dei due protagonisti, in macchina, sortisce un effetto collaterale inevitabile, mi si cominciano a chiudere gli occhi.

Sono consapevole che se interrompo la visione ora non la riprenderò mai più...
Quindi chiudo l'occhio sinistro, cercando di tenere aperto quello destro. Dopo un po' si chiude anche il destro ma io prontamente apro il sinistro che nel frattempo si è riposato.
Mentre faccio questo giochetto oculare comincio a pensare che tutto ciò che vedo sia frutto di un mix di sonno, immaginazione e stanchezza. 

Comincia il delirio.
Oh ma che cazzo, il maglione di lei era di un dicolore diverso...
Oppure, ma il padre non era più giovane? Oddio ma è lei o è cambiata l'attrice?
La lotta tra stato di veglia e noia mortale diventa una guerra senza esclusione di colpi ma torna in campo la caparbietà e vince.


Il giorno dopo, al ristorante,  mio fratello: "Sai ieri abbiamo visto quel film, di quel regista... come si chiama..."

"Ah sì, pure io!"

"Mi sembra tipo ..."

"No, no... Era qualcosa tipo Vorrei finisse qui..."

 "No... qualcosa di simile..."

"Sto pensando di farla finita..."

"No, non era proprio così..."

Andiamo avanti così per un quarto d'ora senza arrivare a niente.
"Ma ti ricordi che lui era pure in Breaking bad?"

"Assolutamente no... Non lo ricordo assolutamente..."

"Ma come? Faceva quel personaggio..."

"No, proprio non me lo ricordo..."

"Comunque qualche giono fa stavo vedendo una serie spagnola di cui non ricordo il titolo..."

"Ma di che parlava..."

"In questo momento mi sfugge..."

Internet nel frattempo si ribella.
Digito Charlie Kaufman e esce una vecchia ricerca su "Piante resistenti al freddo e all'ombra", che purtroppo il giardino è esposto a cazzo, riprovo e esce il numero di telefono del ristorante, che avevo cercato per prenotare.
Insomma quando è così meglio lasciar perdere.
La situazione non è migliora dopo che troviamo il titolo giusto.
"Ma secondo te di che parla?"

"Secondo me è un film sulla morte"

"Pensa! Secondo me è un film sull'amore!"

Eh beh dico io... Ognuno proietta un po' di sé su ciò che vede!

Mentre i vicini di tavolo fanno scorta di storie da raccontare ai nipoti, noi proseguiamo in un non-sense degno dei Monty Python, in cui nessuno si ricorda nulla di nulla.
Più non ci ricordiamo e pià tentiamo di ricordarci altre cose che non ci ricordiamo.

Sembriamo i personaggi del film del giorno prima o forse ci hanno rapito gli alieni, ipotesi tutto sommato quasi auspicabile, rispetto ad un tale grado di rincoglionimento generale.
"Secondo me è colpa di tutte queste serie tv... Stai a casa, te le vedi in due giorni e poi non ti ricordi un cazzo..."

"Ma come in due giorni?"

"Eh bè sì quando sono episodi brevi di 30 minuti scarsi, che ci vuole..."

"Ah proposito l'hai visto Intelligence?"

"No..."

"Guardalo, è carino... E io guarderei anche DEVS e assolutamente Call my agent"

Ah... Ma di che parla Sto pensando di finirla qui?
Premesso che forse chi ha letto il libro ci capisce qualcosa di più, io insisto sul fatto che sia un film sulla morte, su come vengano viste le cose al momento del trapasso, insomma tutte mischiate e con poco senso logico.
Devo dire a malincuore che il film non è riuscitissimo e che i dialoghi spesso ti fanno le palle al pinzimonio, come diceva Franco Califano.

Ah... Ma di che parla Sto pensando di finirla qui?
Due fidanzati in macchina vanno a trovare i genitori di lui. Nel mentre lei pensa, senza un particoalre perché, che forse vuole mettere fine alla storia.
Arrivati a casa, i genitori prima sono adulti, poi più giovani, poi vecchissimi.
Il cane sembra strano e no, non è come hanno scritto in alcune recensioni, che lei mette in dubbio la realtà. Ma manco pe gnente. lei sta lì come se fosse tutto normale.
Ripartono sotto una tempesta di neve (perché lui ha le catene), si fermano a prendere un orrido gelato, cambiano strada perché lui vuole passare davanti al vecchio liceo.
Qui gli attori cambiano e diventano due leggiadri ballerini che danzano.
Io mi dico: "Seh vabbè, mo ci manca giusto il pezzo a cartoni animati...".
Nemmeno finisco di pensarlo che arrivano i cartoni animati.
Poi c'è l'inserviente vecchissimo che secondo me è morto nella macchina, sotto la coltre di neve.
Da vedere? Ecco tra Tenet e questo abbiamo due rappresentazioni di ciò che ci sta proponendo il cinema del 2020, ovvero l'inutilità con qualche tocco irritante.

Meglio una serie TV... Anche  spagnola!

Abbinamento con le serie già citate: DEVS, Call my agent e Intelligence, come al solito basta cercarle su IMDB per saperne di più!

giovedì 3 settembre 2020

Tenet

Mercoledì 2 settembre 2020, Cinema King di Via Fogliano

Christopher Nolan scrive un film sui viaggi nel tempo, ci aggiunge l’inutile orpello dell’inversione, nel mentre si fa le pippe e ci getta in pasto Tenet, costruito per minare l’autostima dello spettatore che non capisce una ceppa.

Sorge spontaneo chiedersi, c’è qualcosa che funziona in Tenet?

Secondo me no, no, no, no e sì che al contrario è no, quindi sempre no.

Come molti di voi sapranno sono una delle massime esperte di viaggi nel tempo in ambito letterario, cinematografico e televisivo in questo universo e probabilmente anche in infinite linee temporali parallele.

Oh… C’è chi si fa un vanto di pubblicare foto atteggiando la bocca a culo di gallina, a me concedete il vezzo di sapere tutto sui viaggi nel tempo.

A Christopher Nolan pareva brutto fare un qualcosa di Deja-vu (per altro con il Whashington originale) e quindi ci ha aggiunto l’inversione.

Mais que est-ce que c’est l’inversione?

Facile… Praticamente qundo ti “inverti” non è che cambi gusti sessuali, semplicemente tutto gira al contrario. Quindi la macchina va a marcia indietro, puoi respirare solo con una bomboletta, il fuoco ghiaccia e i proiettili invece di spararli, rientrano nella pistola, causando un fastidioso rinculo.

Che a pensarci bene sto rinculo coi gusti sessuali forse un po’ ha a che fare.

Per invertirsi bisogna passare in una porta girevole come quelle degli areoporti o degli alberghi ma pure del centro commerciale Porta di Roma, il che è tutto dire. 

Ma procediamo con ordine, oppure al contrario, che è lo stesso. 

TRELA RELIOPS ENOIZNETTA

Tutto ciò accade perché Kenneth Brannagh, abbandonati i palchi shakeaspeariani, vuole distruggere il mondo. Un cattivone tagliato con l’accetta, senza alcuna sfumatura, degno del Dottor Male di Austin Powers, che però è divertente. 

Kenneth è sposato con una copia ancora più slavata di Sansa Stark, alta un metro e novanta, rimastami impressa esclusivamente per il guardaroba avanzato da Inception e per un improponibile culo moscio.

Il figlio barbuto e tracagnotto di Denzel Washington si farà aiutare dalla donna e dall’ex vampiro sbrilluccicoso Robert Pattinson, per scongiurare l’Armageddon. 

Insomma attori presi alla catena Il mercatino dell’usato, vendita conto terzi, dove, se hai occhio, fai degli ottimi affari. 

Nel mentre il termine algortitmo, che definisce un procedimento sistematico di calcolo, viene oggettivizzato e diventa una sorta di cilindro composto da varie parti in metallo. 

Ad aggravare il pastrocchione c’è una colonna sonora continua, roboante e invadente. Brutta, non voglio dire altro, mi infastidisce anche il solo parlarne per quanto mi ha sfracellato i timpani prima ancora dei cojoni. 

Cioè dico solo che in acuni momenti parlano come quando metti i vinili dei Beatles sul piatto e lo fai girare al contrario per vedere se veramente inneggiano a satana. 

E praticamente non ho raccontato nulla… Per esempio dell’inutile presenza di Michael Caine…

Al dunque tutto accade perché stiamo distruggendo il pianeta e i nostri posteri ci vogliono sterminare per evitare che noi sterminiano loro.

Indiscutibilmente affascinanti le scene di azione ma ciò basta per vedere un film?

Sarebbe come dire che solo perché si possiede un televisore si è giustificati a guardare i reality.

Quindi no, non basta. 

Tenet doveva essere il film del grande ritorno al cinema dopo il lockdown, roba da mandare una bella targa in ottone al Covid per averne ritardato l’uscita in sala.

Ma beato a lui, no, ma proprio ciao, o oaic, insomma come te pare a te Christopher, che va bene così...

Abbinamento cinematografico Sui viaggi nel tempo recuperiamo Los Cronocrímenes, il divertente Frequently Asked Questions About Time Travel e il delicatissimo Safety not guaranteed, quest'ultimo da me spelendidamente recensito su questo blog. Non metto link confidando che va pure bene se non acete capito Tenet ma, Cristo Santo, Google lo saprete pure utilizzare no?

lunedì 28 ottobre 2019

The Joker

Domenica 27 ottobre 2019
Cinema King di via Fogliano, spettacolo delle 21.30 anzi no delle 20 e 10.

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Io non ci volevo andare a vedere the jocker, per i seguenti motivi:
1)    Mi sta sul cazzo Batman.
2)    Mi stanno sul cazzo (ma meno di Batman) gli spin-off.
3)    Mi è sempre stato sul cazzo (ma meno di Batman)  il Jocker.
4)    Mi stanno sul cazzo (quasi a pari merito con Batman) quei film che piacciono a tutti, dalla tredicenne neopunk a mi’ nonna in cariola.
5)    Però mi sa che il motivo principale è da ricondurre al fatto che mi sta sul cazzo Batman.

Ieri quando Gian Luca (alias ex Ballestrero) me lo ha proposto ho accettato di buon grado, per i seguenti motivi:
1)    L’ho portato innumerevoli volte a vedere delle mattonate sui cojoni e lui mi rivolge ancora la parola, non solo, mi porta anche dei barattoli di splendidi pomodori secchi sott’olio fatti da lui che sono una delizia.
2)    Poi mi ricordo, tra le tante, quella volta che mi dimenticai sotto casa di Tiberia le luci della macchina accese e mi si scaricò la batteria. C’era pure il diluvio universale e lui si materializzò con i cavetti, risolvendo la situazione.
3)    È il mio fornitore di burro austriaco, che si trova solo al supermercato del Vaticano.
E quindi devo anche a lui il fatto che i miei dolci siano divini (intendo a Gian Luca, non al Santo Padre).

Ma parliamo del jocker, un film che è una pippa madornale, dura uno sproposito e ogni scena te la fanno vedere al rallentatore come i rigori alla domenica sportiva.
La storia è la seguente Arthur, futuro jocker, vive con la madre invalida, vorrebbe fare il comico ed ha una “condition” neurologica per cui ride a cazzo.

Ora possiamo immaginare che ridere a cazzo non sia la cosa peggiore del mondo ma lui ha degli eccessi di sfiga e incontra sempre qualcuno che gli dice “ma che te ridi?” oppure “ma che cazzo te ridi?” e giù botte.

Fino a che arriviamo al paradigmatico basta, questo è troppo!
“Che cazzo te ridi?”
E io te sparo, vestito da clown.
Ne stramazza tre. Tre arroganti Jovanotti di Wall Street, perché pure a Gotham City ci sta questa strada.
Ne nasce un movimento di protesta contro i “ricchi”, tutti si mettono le maschere da clown e sfondano la città.

Arthur (la sto facendo breve) si libera della madre e pure di un amico (stronzi entranbi) ma salva un nano. Finisce che va in televisione ad uno show presentato da Robert De Niro e stramazza pure a lui, non prima di pronunciare un discorsetto tra i più didascalici e banali mai uditi su questo globo terracqueo.

Bordello finale, Gotham messa a ferro e a fuoco, la folla osanna il Jocker e lui ride, su sto cazzo ovviamente.
Interpretazione di Gioacchino Fenice eccelsa, meravigliosa, pazzesca forse ineguagliabile, non la discuto. Ma il film, per me, it’s a big no, un tributo alla violenza e un elogio della follia (non come Erasmo da Rotterdam) di un poraccio di cui non si sentiva l'esigenza di conoscere la genesi.

Che operazione contorta verniciare con la patina glitterata di Hollywood questo personaggio malato mentale, abbandonato dalle istituzioni, front-man di un'umanità allo sfacelo... Cosa vuole trasmettere allo spettatore chi celebra subdolamente la violenza generata dal disagio personale?
Ammarzulliamoci ogni tanto, faccioloci domande e diamoci risposte.

E poi perché l'essere umano si infervora così tanto per la buona, ottima interpretazione, di un attore? Quando egli stesso interpreta quotidianamente superbe prove attoriali? Forse per una sorta di identificazione perversa?
Gioacchino tra l'altro è stato pagato svariati milioni di dollari per questa parte, ci mancava pure che non fosse bravo.

Comunque... Yesterday non è un capolavoro ma è carino, Tarantino da mo' che se lo semo giocato però sto recuperando delle vecchie serie inglesi che sono in visibilio.

Disclaim
Sebbene sembrino molti di più, i cazzi citati in questo post sono solo 10.

Delle suddette serie Tv che ultimamente, diciamolo, sono meglio di tanto cinema, ho recuperato Black Books, una serie british che più british non si può che si svolge in un negozio di libri usati.
Ironica e divertentissima. Trovatela se ci riuscite!

sabato 12 gennaio 2019

Cold war


  • Sabato 12 gennaio 2019
  • Cinema Eden di Piazza Cola di Rienzo, che pensavo l'avessero chiuso, invece era un altro che era proprio accanto e si chiamava proprio Cola di Rienzo.
  • Spettacolo delle 18.50, prima, spesa da Castroni. In sala con una busta carica di cioccolata, anacardi, tisana anice, finocchio e liquirizia e ben quattro lattine di latte di cocco.



A me sono sempre state un po' sulle palle le persone che tu gli dici:
"Andiamo sabato al cinema a vedere Il gico delle coppie al Giulio Cesare?"
E loro ti rispondono "Certo! Volentieri" Però perché non andiamo a vedere Cold war alle 18 e 50 all'Eden?".

Ebbene oggi sono stata io a deviare su Cold war, perché Il gioco delle coppie, visto in anteprima, ha avuto la capacità di generarmi l'irrinunciabile missione di diffondere la Verità, instillando in chiunque, se non la consapevolezza, il dubbio almeno, che si tratti una sfracellatura di cojoni di proporzioni ultragalattiche.
Di Cold war so poco ma ne sento parlare bene praticamente all'unanimità.
Per chi si scoccia di leggere dico subito che non mi è dispiaciuto, però, insomma, qualcosa da dire ce l'ho.

Seguono SPOILER  come se piovesse.

Siamo nel 1949, in Polonia. All'epoca in quei luoghi la vita era in bianco e nero.
C'è questa ragazza slava e pure slavata che fa breccia nel cuore di un musicista.

Lui decide di scappare a Parigi, lei non se la sente di seguirlo.
Passano gli anni e lei per vie traverse lo ritrova.
Lui non l'ha mai dimenticata, lei è la donna della sua vita (dire "è la donna della mia vita" è una delle frasi che porta più sfiga sul globo terracqueo, molto meglio dire sempre cose del tipo "mah, è solo una botta e via...".

Comunque niente, nel giro di pochi giorni la slavata si tromba sei volte in una notte uno dei migliori amici del musicista, fa un po' di scenate da pesciarola e poi senza dire nulla se ne torna in Polonia, anche perché era rimasta un po' male che pure Parigi era in bianco e nero.

Il musicista decide di seguirla.
Lo arrestano, gli squartano una mano e gli rasano i capelli.
Lei lo va a trovare e abbracciandolo gli domanda: "Cosa abbiamo fatto?".

Ecco, qui si apre un mondo...
Cosa abbiamo fatto?
Ripeto: cosa abbiamo fatto?

Avete presente quelle filastrocche con le rime creative co' tu madre e tu sorella e via a trascinarsi tutti i santi e la Madonna?
Bene, in quel momento il musicista, con la mano squartata, i capelli rasati (unico emblema di un fascino altamente ipotetico) non ha neppure un sussulto ma con la sola forza del pensiero, o meglio con la sola forza delle bestemmie multiple e articolate,  si carica di un'energia infinita, che lo fa tornare indietro nel tempo a generare il big bang.
Non risponderà quindi alla domanda ma diventerà causa della nascita dell'Universo e della vita su questa Terra.
IO, per non sapere né leggere e né scrivere, a quel punto ci avrei messo la celebre sequenza psichedelica di 2001 Odissea nello spazio. A colori ovviamente.


A sugellare la follia del genere umano lei gli dice: Ti aspetterò.
Cioé a Parigi l'ha tradito e abbandonato e in Polonia, in prigione per quindici anni, lei lo aspetta.
Senza tener conto del fatto che "ti aspetterò" porta sfiga almeno quanto "è la donna della mia vita".
E  infatti, manco a farlo apposta, per tenere fede a quanto dichiarato, si sposa e fa anche un figlio con un altro.
Riesce comunque a far liberare prima il poveretto, e senza indugio o tentennamento alcuno lo porta presso il rudere di una chiesa per officiare un matrimonio. che decide di onorare con l'immediato suicidio di entrambi.

La scena finale li vedrà metaforicamente seduti su una panchina, nella speranza che dall'altra parte ci sia una vista migliore.

Ho volutamente evitato di accennare al tema delle musiche popolari che deprimono ulteriormente la situazione.
Però, dai, non se ne può dire male di Cold war, sono stata contenta di vederlo.
E di risparmiare ad altri la visione de Il gioco delle coppie.

Dietro al cinema c'è un posto carino dove fanno le pinse, ovvero delle pizze un po' più coriacee.
10% di sconto mostrando il biglietto. La Pinseria di Prati in via Lucrezio Caro, 58 tel 066832068
Comodo e piacevole!














lunedì 14 maggio 2018

Escobar, il fascino del male

  • Sabato 12 maggio 2018, UCI Cinema a Porta di Roma, sala 9 (piena)
  • Varia umanità vestita a festa
  • Non ho visto la serie TV su Escobar e dopo aver visto il film voglio istituire la “Giornata Mondiale per l’Intuito che ti salva dal guardare storie orrende”.



Viviamo in un mondo allo sfacelo, dove la gente pensa che tutti i problemi siano legati ai cinesi.
Al mercato, sulle bancarelle, ci sono abitucci da quattro soldi con fogli A4 con scritto “merce prodotta in Italia”.
Ci si lamenta del traffico, si esulta per la Maggica, quelli che amano i 5 stelle litigano con quelli che non amano i 5 stelle, sfondando i cojoni a chi dei 5 stelle non interessa una ceppa di minchia, il tutto senza mai alzare la testa da telefonino.
Questa l’ho sentita realmente nello spogliatoio della piscina, donna sulla cinquantina parlando con l’amica dice: “No, cioè, che poi si capisce che lui ci tiene a me… ogni sera mi manda un cuoricino..”.
Ci troviamo in un momento particolare, la civiltà umana non aveva mai toccato un punto così basso.

Lungi da me l’idea di fare una morale, che già oltre trenta anni fa un grafologo, studiando la mia scrittura, decretò “tu sei amorale”, però, cazzo, se l’arte resta l’unico baluardo a guardia delle mura di un castello dove sopravvivono la cultura,  il valore della verità e della bellezza, perché il Cinema che dovrebbe far parte di quel meraviglioso conglomerato dovrebbe mettere in scena Escobar?
Che poi già l'aveva fatto Benicio Del Toro, con i suoi occhietti abbottati.
Cosa abbiamo fatto di male per meritarci di vedere sullo schermo la bruttura di certe persone e delle loro malefatte?
Ebbene ce lo spiega il sottotitolo: il fascino del male.
Sì, c’è chi è affascinato dalla prevaricazione, dalla violenza e l’ignoranza. 

Brevemente, Escobar è un narcotrafficante colombiano che arriva ad accumulare una tale fortuna da essere più potente del governo (quello della Colombia però, non quello degli Stati Uniti).
Le vite degli altri per lui non hanno nessun significato, chiunque, secondo i suoi parametri, non gli porti rispetto viene giustiziato senza pietà. Le carneficine si susseguono ad un tale ritmo che alla fine non le conti più ma i cadaveri accatastati formano colline di svariati metri al di sopra del livello del mare. L’essere straricchissimo non gli impedisce di fare una vita di merda come l’ultimo dei baraccati, visto che è sempre in fuga e circondato da trogloditi, muore a 44 anni, crivellato di proiettili.
In Colombia (e tristemente non solo lì) è considerato un mito, un Robin Hood sudamericano, benefattore del popolo.
Povera gente, i morti, gli assassini, quelli che celebrano il mito, poveretti tutti, in un declino della civiltà inarrestabile.

E passo al film, prodotto da Javier Bardem che all’inizio pensi abbia operato una trasformazione come quella di Robert De Niro in Toro scatenato, mentre poi ti viene il dubbio che sia proprio così.
Non disdegna di farsi vedere a culo nudo.
Vi giuro, un culo che nessuno mai vorrebbe vedere nella vita né tantomeno avere possedere tra gambe e schiena.
Avendo visto la versione doppiata in italiano mi pregio anche di sottolineare, come ormai tristemente spesso accade, un doppiaggio biascicato che, quello sì, avrebbe meritato una pistolettata a bruciapelo sulla nuca.
Nel prodursi il film, fortemente voluto, Javier ovviamente si sceglie come coprotagonista la moglie Penelope Cruz, in una parte altrettanto di merda.
Penelope interpreta Virginia, l’amante di Escobar, tutta un gesticolare tra vestiti, gioielli e capelli coiffati che cambiano colore ad ogni scena, un troione di alto bordo che non ispira nessuna simpatia.
Primi piani sui denti, sulla bocca, sugli occhi sempre truccatissimi, te le fa vedere così bene che non puoi fare a meno di chiederti come sia veramente senza le ore al trucco.
Vabbè comunque alla fine Escobar muore ma non lo considero un spoiler, visto che stiamo parlando de 'n fijo de na mignotta realmente esistito.

Per inciso, non che la Colombia sia mai stata una delle mete nella mia wish list però sicuramente ora mi verrebbe voglia di cancellarla dalle rotte aeree del globo terracqueo. Insomma non è che gli hanno fatto un bel servizio a quel paese.
Detto ciò mi viene pure in mente che sarebbe possibile comparare Escobar, il fascino del male a Loro 1 e 2, di cui vi parlerò nei prossimi giorni.
Entrambi non sono solo film su di un personaggio aberrante ma sulla massa pronta a vendersi per pochi (o molti) soldi. Del resto mi rendo conto che i telefonini hanno il loro costo, che farsi laccare le unghie con il gel comporta una spesa, così come acquistare articoli su Amazon e, ora e sempre, forza maggica*.


*Forza Maggica è una mera esigenza di scrittura, del calcio non me ne è mai fregato un cazzo.

Abbinamento con una bella serie TV: TRUST, che si svolge anche in Italia, sul rapimento di Paul Getty III e il suo orecchio tagliato. Probabilmente ne parlerò in seguito.

sabato 14 aprile 2018

Ready Player One

Cinema Moderno di Piazza Esedra/della Repubblica.
Spettacolo delle 18.40, tipo 40 minuti di pubblicità, mortacci loro.
Il trailer degli Avengers ce l'hanno fatto vedere almeno tre volte.
Valga l'invito che più avanti gentilmente rivolgo a Steven Spielberg.



Al cinema gratis con il Ballestrero, che ha una convenzione aziendale.
A proposito qualcuno gli ha hackerato l'account e il suo blog è andato perduto come lacrime nella pioggia. Essendo lui una personcina a modo ha da parte tutti i suoi articoli ma al momento non ha né voglia né modo di rimettere in piedi tutto quanto. Ve lo saluto io, state tranquilli.



Quando ero piccola i fornai chiudevano il giovedì pomeriggio.
Era un bel fastidio se proprio in quel momento si aveva voglia di un pezzetto di pizza bianca.
Oggi non è più così, a qualsiasi ora del giorno e della notte puoi uscire e trovare qualcosa di aperto dove fare la spesa.

Non ho mai amato Spielberg, la sua scelta di piacere a tutti,  commerciale,  furbo, senza mai uscire dalle righe. Gli alieni per lui sono sempre e solo stati buoni, bruttini e rugosi ma buoni.
I dinosauri, un vero colpo basso, una serie di film talmente inutile che non merita di essere citata.

Ready Player One  invece è uno spettacolo magnifico e da un senso alla visione sul grande schermo, perché non c'è megaschermo che tenga di fronte alla moltitudini di universi rappresentati.

Chi decide tristemente di affidarsi ad una televisione, seppur enorme, dovrà accettare che le dimensioni contano e quelle di Ready Player One sono smisurate.

Nessun attore di grande richiamo, bel coraggio, che quando c'è la storia non hai bisogno di un Johnny Depp ormai posticcio e nella memoria comunque resteranno sempre più gli avatar digitali delle loro versioni umane.

A questo proposito vado un po' a curiosare tra i protagonisti.
Mi colpisce Mark Rylance, soprattutto per il doppiaggio orrendo.
Ho già detto che il il film è doppiato a cazzo? Mi sembra di no. Bè il film è doppiato a cazzo.
Per il doppiaggio valga l'invito che più avanti gentilmente rivolgo a Tarantino.

Insomma Mark Rylance vedo pure che è stato protagonista di un film dei fratelli Quay.
Bè andiamo a vedere. Cioè dopo quaranta minuti volevo andare a comprare un cilicio per riprendermi e mettermi un po' di buon umore.

Pur nell'appassionante visione comunque la memoria però non può evitare di andare a The Congress, un bel film del 2013 (da un lungo racconto di Stanislaw Lem) che in definitiva mette in scena esattamente la stessa sostanza, sebbene al posto del visore basti ingoiare una pillola.Meno citazioni e inseguimenti supersonici ma il dramma di una civiltà ridotta alla povertà e alla schiavitù fisica e intellettuale, in balia di un'illusione alla portata di tutti è proprio la stessa.

E di fronte alla fine di una civiltà è un tantino raccapricciante che la soluzione spielberghiana sia di chiudere al mondo virtuale il martedì e il giovedì, proprio come le panetterie degli anni '70.
Sì, vivete tranquilli una vita demmerda che tanto non avete altre possibilità, spacciatevi pure per qualcun altro ma non  il martedì  e il giovedì, no, in quei due giorni state a casuccia a farvi le coccole o a dare le capocciate al muro.

Io la butto là, come di consueto in maniera tenue e delicata... Ma mavvaffanculo Spielberg a te e a tre quarti della palazzina tua.
Cioé mi scomodi Parsifal e il Santo Graal, proponendomi pure letture a livelli più profondi e poi mi baratti tutto per due giorni di riposo settimanale?

E passo al vero problema di Ready Player One, le citazioni.
Le citazioni dovrebbero proibirle per legge. A Tarantino l'ergastolo.

Di quale pochezza siamo fatti per trarre il godimento principale nel vedere replicate immagini di film già visti, di personaggi che conosciamo a memoria?
Impossibile stare dietro a tutte le citazioni di Ready Player One, impossibile.
E quindi tutti a cercarle, ad elencarle, con la luce negli occhi e nel cuore, come se il Cinema fosse morto e si cibasse di sé stesso.
E noi spettatori a mangiare avanzi felici e contenti, con tanta soddisfazione.
Chiedo troppo a volere un'idea nuova, mentre stanno facendo il remake di Matrix?

Oh però, cazzo bisogna dirlo, Ready Player One è fico che più fico non si può e ci si diverte un mondo.
Quindi lo consiglio vivamente.
Ma evitate di andarci il martedì e il giovedì, potreste avere un'amara sorpresa.

Doveroso l'abbinamento cinematografico con The Congress, un film che praticamente non si è filato nessuno e che invece è molto interessante. A me è piaciuto molto. Esticazzi, direte voi...

lunedì 26 febbraio 2018

Il filo nascosto


 


ATTENZIONE SPOILERONE MAGNO CUM GAUDIO

Inizia bene il filo nascosto, una qualità di cinema superiore, sembra un film in bianco e nero e invece è a colori ma suadenti, tone sur tone.
C'è l'eleganza, la precisione nei gesti, negli sguardi, c'è il recupero pure dell'alta sartoria in un'epoca di industria cinese al ribasso.
Oggi diremmo che lui è uno stilista ma in realtà il personaggio interpretato da Daniel Day Lewis non ha frequentato l'Istituto Europeo per il Design, si è formato con ago, filo e passione forgiata da un lavoro duro e metodico.
Creare abiti è diventata una missione e un rifugio. Gli abiti a dire il vero sono brutti un colpo, non hanno nessun fascino, sono i prodotti di un artigiano eccezionale ed è impossibile infatti non rilevare che Mr. Woodcock sia quanto di più lontano ci possa essere da Valentino.

Ma vi racconto la storia, che è cosa assai  curiosa.
Mr. Woodcock che in italiano dobbiamo inevitabilmente tradurre con Signor Cazzodilegno (e avrei tanta voglia i chiedere a Paul Thomas Anderson cosa l'abbia spinto a scegliere questo cognome così specifico) si invaghisce di una cameriera che esteticamente sembra avere lo stesso pudore di una Joan Fontaine dei bei tempi. La ragazza non ci pensa due volte a lasciare la sua promettente carriera e a diventare la sua amante.
Amante... che sia l'amante lo intuiamo, perché proprio come in un film degli anni 50 non ci è dato mai sapere cosa accade veramente oltre la porta della camera da letto.
Possiamo solo immaginare.
E cosa immagina il Cinefilante, con la sua fervida fantasia?
Non mi immagino niente.
Il signor Cazzodilegno è quanto ci sia di più noioso sulla faccia di questa terra, oltre che petulante e isterico. Lei di contro è una scopa secca (da ora in avanti la chiamerò così) perennemente spettinata. Carica erotica tra i due protagonisti vicina allo zero assoluto, che ricordo essere - 273,15 gradi.

Ma dai, almeno ci sarà un'intesa intellettuale tra Cazzodilegno e Scopasecca?
No, manco pe' gnente, evidentemente l'unica cosa che hanno in comune è il legno, presente sia nel cazzo che nel manico della scopa.
Cazzodilegno dopo un po' si stufa ed è allora che Scopasecca prende sorprendentemente in mano la situazione, con gran stupore  dello spettatore che al massimo si aspetta un suicidio. 
Insomma Scopasecca va a raccogliere i funghi e gli prepara una zuppetta avvelenata.
Il sapiente dosaggio del fungo velenoso è calibrato non per una risoluzione definitiva bensì per per dolori atroci, ingestibile vomito e cacarella, brividi e dolori atroci.
Scopasecca asciuga il sudore sulla fronte di Cazzodilegno, lo accudisce come una badante consumata e lui come un omuncolo di mezza età, che necessita pù di personale di servizio che di una compagna, la sposa.
Poco tempo dopo però si rompe i cojoni un'altra volta ma Scopasecca è lì pronta con altri funghi.
Questa volta lui capirà il gioco perverso ma vi si sottometterà volentieri in nome della follia di entrambi.

Ma per amor del cielo, no Paul, no, proprio non ci siamo.

Sì lo so, non ho parlato del rapporto con la madre morta, del rapporto con la sorella complice e istigatrice, del filo nascosto, della splendida colonna sonora, di tutto il pippone sull'inversione dei ruoli tra schiavo e padrone... ma di fronte a tanta critica iperbolica non sapete il gusto di ridurre tutto alla strana storia di
Cazzodilegno e Scopasecca.

E arrivo pure a Daniel Day Lewis, bravissimo per carità, ma ci sta sfiancando da anni con questa storia che non vuole più recitare. Per me comunque resta sempre il tipo che lasciò tramite fax Isabelle Adjani, incinta di pochi mesi di loro figlio.

Doveva essere il cinema con "C" maiuscola, doveva riscattare tanta immondizia commerciale, mettere fine alle guerre e portare la pace nel mondo...  E invece la magnificenza della regia, la cura maniacale del dettaglio, la confezione simile a quella che Cazzodilegno dedica alla fattura delle sue creazioni si riduce a 50 sfumature di grigio estremo.


Abbinamento cinematografico con La ragazza del peccato, di Claude Autant-Lara del 1958 con una giovane Brigitte Bardot e un dolente Jean Gabin, due volti che meglio avrei visto (giocando al Fantacasting) nei ruoli dei due protagonisti de Il filo nascosto. Da recuperare.

martedì 26 settembre 2017

A ghost story (Storia di un fantasma)


Prima di tutto, visto che un blog è la massima fonte di autoreferenzialità, vi informo che in un periodo della mia vita ho letto qualsiasi racconto sui fantasmi fosse mai stato pubblicato, ho quindi una visione veramente approfondita dell'argomento.
Questo per dire che A ghost story ha un presupposto splendido, su il "dopo" che non conosciamo, sulla nostra natura di esseri interdimensionali e su come un'idea sul tempo possa essere struggente.
E qundi questo lo riconosco, A ghost story mi ha incantato e anche commosso.

Poi però c'è un altro aspetto, quello della sceneggiatura e della regia, o per meglio dire di come è stato deciso di mettere in scena questa intuizione così particolare e lì si apre tutto un altro scenario, ovvero quello delle dimensioni che possono raggiungere due cojoni.

Durata della pellicola: un'ora e mezza. Dialoghi: nessuno.
Dopo i primi 40 minuti mi assale la paura che l'Orlando di Virginia Woolf in qualche modo stia prendendo vita nella mia persona e che possano improvvisamente crescermi i testicoli.
Per fortuna tutto ciò accade solo metaforicamente ma nonostante l'immagine puramente simbolica sti testicoli cominciano a crescere a dismisura fino a diventare due mongolfiere, che diventa pure un problema rimanere ancorati alla terra ferma.

I due cojoni mongolfiere infatti sono quasi dotati di natura propria e vorrebbero portarmi lontano, in un posto dove invece di A ghost story c'è Ghost e basta.
Ah buon vecchio caro Ghost...
Poi in un continuo rimando tra sfrantumazione di cojoni e realtà partono alcune considerazioni tipo "ma come? Quaranta minuti fa nemmeno esistevate e ora siete immensi, riempite l'intero orizzonte, come è possibile? Se riuscissimo ad applicare questa modalità di crescita alle verdure risolveremmo la fame nel mondo...".

Ritorno a A ghost story, a onor del vero il regista si è anche preso la briga di spiegare nel trailer di cosa si tratta veramente che altrimenti sarebbe parecchio fuorviante. Massima onestà.

Dunque il film mi è piaciuto nonostante le mongolfiere, non sono certa di poterlo consgliare a tutti e in particolare a chi ha una certa mancanza di elasticità dei tessuti, perché questa storia dei cojoni/mongolfiera capirete che necessita di una certa capacità di adattamento che in pochi abbiamo.
Decidete voi e fatemi sapere.


Abbino a Turismo Culturale Italiano, un'associazione romana che organizza bell visite in posti anche non troppo conosciuti e vi assicuro che non ci saranno problemi di mongolfiere.