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lunedì 7 agosto 2017

Memories


E allora vado al Gar[b]age a vedere se trovo i ragazzuoli, ma non c’è nessuno e, lo ammetto, ho alzato diverse volte il gomito per portare alla bocca del bourbon, poi arriva ‘sta tipa, con la faccia da fattanza, però non male, sulla ventottina, come dicono a Roma e mi fa: “Prestami dieci sacchi, dai…” e mentre me lo chiede spinge in avanti il pube, con la manina tesa da bimbaminkia e allora mi scatta il genio del male, la tiro per il braccio e le dico “Ti fai di bamba o di molly?” e lei sorride lurida a un millimetro dalla mia faccia, gli occhi abbassati e mi dice “Quello che capita” e allora le dico “Se mi fai una pompa nel cesso te la compero io, dimmi quanta ne vuoi” e lei mi fa “fanculo, bastardo”.
E’ il marketing bellezza, niente di personale.
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E mi ha ricordato la Frank.
Lei sì che mi aveva edificato un torrione di calcestruzzo al posto del cazzo, dicendomi che era stato suo padre a insegnarle a fare i pompini e io, come un testicolo sgonfio, avido di sozzura ho abboccato e lei ne era fiera, perché aveva fatto centro, aveva lanciato il sasso giusto al centro del liquamaio, perché la Frank era lurida, schifosamente depravata, un’autentica regina del sublime osceno ed io, come con le altre, l’ho spinta ad andarsene. Si fece fare un secondo piercing al clitoride per compiacermi e, in mezzo a quell’arazzo di tatuaggi che le ricoprivano il corpo c’è ancora il mio nome sul polso destro, che si fece fare di sua volontà.
Magari l’avrà coperto, io per colpa di uno come me l’avrei fatto.
Chissà dov’è, chissà se è ancora viva, chissà che fa.

Le sue tettine piercingate, gli inchiostri e tutto il resto erano cosa ben nota al Gar[b]age, dove si esibiva nuda sul cubo, mimando amplessi volgari e masturbandosi senza ritegno, perché godeva, godeva ad essere oscena e pubblica e poi l’ho portata nella Casa e lì era diventata subito un mito, una leggenda, un desiderio sessuale molto acceso nella troia di Milly, e lei era a suo agio nei panni della mia Sub, mentre in realtà era una spietata Mistress sotto mentite (e poi neanche tanto mentite) spoglie.

Sono certo che quei cessi maleodoranti del Gar[b]age se la ricordano ancora, si ricordano la porca demoniaca che si faceva sbattere da me nuda contro il muro di piastrelle schifose, con la porta aperta perché la si vedesse, e a chi si fermava a guardare mimava il gesto della sega, con la faccia gonfia di godimento selvaggio, perché lei era la Frank e guai a chi si fosse messo di traverso.

Mi ha amato moltissimo, l’ho capito eccome e non certo dal fatto che si fosse messa il collare e mi avesse dato il guinzaglio, quello era un simbolo del cazzo, era la luce nei suoi occhi, i suoi silenzi, le sue carezze calde sulle mie mani.

Mi ha amato moltissimo e queste cose le capisce anche un coglione miope, spietato e senza cuore come me.
Mi spiace averla persa.
Sì, mi spiace.

domenica 16 luglio 2017

Ylenia ti amo


Nella notte calda e solitaria, guido ascoltando i Simple Minds.
Camicia aperta, finestrino aperto, mi sale la voglia, accosto, sfodero il cazzo sotto il lampione giallo e meno, scappello e incappello, lo intosto, mi eccito, mi piaccio, il negrobianco, che cazzo da animale, che cappella, ma dai che si parte, vado a troie, stradali, luride, sudate, stupende.

Guido lento verso la zona e mi accarezzo la minchia, cambio automatico ti amo, senti come tira, mi tira il carro, eccone due, no, più avanti, che posso accostare parlando al finestrino mio, mostrando, esibendomi davanti a una sconosciuta, proviamo quella, sì quella mi arrapa.

“Ciao ammore icomestai? Uh! Sei già pronto ammore, che beggazo che hai, tanta voglia stassera, ma Ylenia ti toglie voglia ammore, sono 70 in macchina boca e figa coguanto…”
“Ascolta tesora, io ti pago anche di più, ma voglio leccarti tutta, dalla testa ai piedi, completamente nuda e poi voglio il culo…”

Si guarda intorno e ci pensa.

“Trecento e facciamo anche un po’ di  roba buona…” – e le faccio il segno internazionale del VickSinex.
Tu hai? Tu fai vedere…” – e mostro di straforo.
“Andiamo…” – e fa il giro della macchina e sale.
“Ho io posto sicuro no problemi, dire strada” – e mi sale l’ansia di venire sgozzato da due rumeni fatti di crack che mi inculano i soldi e la bamba, ma procedo con la minchia di marmo e Ylenia si accende una sigaretta e fa scivolare la sinistra sulla mazza ferrata, carezzandola con garbo.

“Tanto arapato eh? Senti come tira gazo, duro duro” – e ride segandomi leggera con la manina calda. Stupendo.

Nel capannone abbandonato, senza muri e senza porte, sapete quei capannoni che se io fossi un poliziotto in pensione e in dialisi controllerei di continuo?, beh nel capannone ci facciamo due belle curette inalanti veloci, così, per l’inverno, generose, poi lentamente comincio a divorarla come un Pitonsaurus TRex, leccandola, annusandola, facendole diventare i capezzoli due cazzi, che buon odore di femmina giovane da sesso, sudata, apri le gambe amore che te la lecco, depilata, ma con pistina di atterraggio, dio ma quante piste stasera, che traffico aereo, ma anche che sguazzo qui in mezzo, dolce e acida, piscia e lubrificante, odore di fica e puzzo di cesso, divina, secondo me gode davvero quando le lavoro il bottoncino, poi giù, fammi visitare il culetto amore, fammi sentire le crespelle carnose, amarognole, calde, ti contorci e spalanchi eh, ti piace Ylenia rumena zozzona eh? la cura inalante ti ha mandato a palla, come me, che la sto facendo dal pomeriggio, ma io prendo gli antibiotici anche, girati sulla pancia che ti mangio il culo, chiappe molli, ma belle e graziose, segno del costume perizomeo, guarda lì che bocciolone, non vedo l’ora di farmelo, ma intanto giù, via i sabot tacco novantasei e su i piedi, come i piedi no?, non esistono no qui amore, senti che delizia, senti la pelle sudata, la pelle a pezzetti sotto le dita, polverosa e che bel profumo di formaggino fresco di femmina, non stagionato, ti lavi, brava, è il mestiere che logora, senti amore, le senti abbastanza aperte le vie aeree? O è il caso che insistiamo con la cura?, meglio insistere, sono d’accordo.

E insistiamo.

Che botta cristoddio, se anche la polizia fosse in macchina me ne chiaverei, senti, ansimante Ylenia, facciamo cento zucche in più e saltiamo la storia del goldone e blahbla, che fa caldo e poi mi suda il cazzo?, e tiro fuori le cento zucche, mentre lei si dà all’ugola d’oro e mi tira una bocca di qualità medio bassa, ma accetta lo scoperto e la chiavo cabrio senza tanti preamboli.

E’ carina, anzi è proprio bellina, mi piace tanto, no, anzi, tantissimo e la bacio, provo un intenerimento abnorme, una voragine sentimentale e la abbraccio mentre mi abbranca con le gambe i fianchi, ti faccio male amore? “No è belo con-tinua…”, mi fa piacere che madame gradisca, sento che la amo, dal cuore, la voglio, la traforo triturando trucioli, mi abbraccia e la bacio di istinto e lei mi bacia aprendo la bocca, oh!, ma che stranezza, che bella intimità, pompo come un subwoofer innamorato pazzo e lei mugola un dolce canto rumeno, scritto dal Conte Dracula, molto carino, orecchiabile, ritmato da un movimento di bacino, un ballo propiziatorio, credo, ma dai che son contento Yle che sei venuta, sai? ma adesso dammi il buchino odoroso che anche io voglio riempirti di sborrona calda e si rigira, mentre io la fermo, su un fianco amore, entra meglio, mentre sapiente maestro di glandigitalidizzazizzazione, cerco il punto di rottura e spingo, piano, carezzandola, dicendole che è proprio bella e mi piace tanto, ma tantotantotanto e le innesto il  mostro nel culo, mentre lei si rende conto dell’enormità a cui assiste attonita e si attacca alla portiera con le manine, male amore?, no, continuo?, sì, entra, entro, senti come strozza col muscoletto sensuale e poi zac, l’ampiezza tenera del budello odoroso, ma senti che incularella che ci stiamo imbastendo Yle eh? e mi muovo lento, lascio che i muscoli si arrendano e poi comincio a fottere quel culetto dalle chiappe molline, mentre lei riversa il capo all’indietro, guancina sudata a guanciona sudata, ansima, la bacio e le strizzo le mammellette incazzate, la inculo, ti faccio male amore?, “No tu bravo, tu fare bene….” eccerto Ylenia, mica sono un puttaniere così, io sono IL puttaniere, fidati.

E cerca le mie mani e mi stringe con le sue, mentre io aumento il pompaggio e lei cerca di aprirsi più che può, mentre l’odorino di fossa biologica sale lento e caldo, a segnale che il tappo è tolto e si può cominciare a pompar la fogna.
Oh, Ylenia zozzona, ma quanto ti piace il supercazzone nel sederino eh? ciuccia adesso, ciucciamelo col culo, che voglio svuotarti nell’intestino i coglioni, dai, dai, dai e sborro grugnendo, mentre la mia odalisca stradale spinge il culo all’indietro per agevolare il mio, di espurgo.

***

“Ma tu paga putane per farle godere e snifare?” – mi chiede sudata marcia, mentre tenta di rinfrescarsi con delle merde di salviettine umidificate, che gliele avrà fatte il pappa a sputi, considerando che son secche e senza profumo, boh.

“Sì” – rispondo io sistemandomi – “ma solo quelle buone, sai, io sono Babbo Nasale” - e lì si ride che non vi dico.
Le annuso per l’ultima volta i formaggini piccolini e delicati come forma e come stagionatura, unghiettine rosse, lei dice nonononononono, ride, si rivolta zampettando come un satiro e mi dà un biglietto, fatto alla stazione, con su il suo nome e il cellulare.

La amo.

E’ splendida e dolcissima. E anche una ragazza tanto cara. Tanto. Eh.
Ma io sono su Saturno, che se stiamo lì un altro po’ me la spoglio e me la richiavo.
E ho amato a mille una cosa, che i puttanieri che mi leggono apprezzeranno: ha messo il cellulare in silenzioso e non ha risposto mai, anche se quel coso illuminava la borsa ogni tre secondi.

Brava.
Bella serata, era da tanto. Grazie Yle, ti amo.
E bacino e sorriso e via.
La amo!

Ah le donne! Come si fa a non amarle, quando son così sincere?
Ha!












lunedì 22 maggio 2017

Domenica, coda.



Un sussulto, ma di stupore credo, poi il dialogo a voce bassa, che siamo nella barca ormeggiata e intorno c’è il mondo che passa è domenica, tutti al porto, “E’ come un dito…”, sì è come un dito, Tea, ti ho infilato quello di silicone, il più piccolo, perché vedi, Tea, il culo va addestrato, lentamente, con piacere, dilatato, reso elastico, pronto ad aprirsi…, ma la mia porno solennità  poetica viene spezzata da “Chefffffffigata questo, l’ho visto in un porno, ma quanti cazzi ne hai di ‘sti affari?” e ride agitando irriverente la coda di vero crine di cavallo (che saranno capelli birmani maschili, se va di culo).

Ne ho tanti, Tea, rispondo pacato come un serial killer e osservo quell’inserto dorato a cui è legata l’elegante coda e penso a quella troiadimmerda della Chiara, che era suo, era il segno di una mai dichiarata appartenenza e sottomissione al Gran Maestro di Quercia Tronchea e poi guardo le chiappette della Tea nuda, che è stesa sul letto di cabina di questammerda che non va più in moto.

Stesa erotica come fosse la Porneleonora Pornoduse e allora le tolgo il silicone taglia XXS e prendo un S, lo ungo, glielo infilo lentamente nell’iperlubrificato ano, mentre lei fissa un punto a cazzo della cabina con un semi sorriso a bocca aperta, poi fa un “ahh” sottovoce, lento, giusto quando è dentro tutto, tutto nel culo, anche se piccolino, ma tutto dentro.

“Questo lo sento mooolto di più”, mi sussurra aprendo le gambe per toccare l’estremità gommosa rimasta di fuori, mentre io mi ungo la Tronkazia che si scappella e comincia a tirare dabbrava e appena tira metto di schiena la Tea, generando un rollio anomalo nella barcammerda, poi le divarico le gambine, le sputo sulla fichetta, che si schiude rosata per accogliere lo Smataflone Aureo e le scivolo sopra, sudatissimo come lei, che ci saranno 220°C dentro, e approfondisco l’argomentocazzeo nella carne viva, annusandole le ascelle, ancora evocanti un antico deodorante della doccia del mattino e spingo dentro il cazzo, ma che belle ruvide e sudate, le lecco eccitato, poi avverto nettamente sulla cappella il ripieno che serba nel buco odoroso del Culo Vergine e lei sorride, guardandomi, sussurrando “Come fosse una doppia…” per poi perdere l’uso della pornoparola youtubbara, lasciando spazio al rantolo contenuto, che si intensifica ad ogni affondo di Minchia Bronzea.


Sbatto dentro senza cura, alla cazzo, la sbatto perché voglio arrivarle alla cervice, voglio che gema di dolore e godimento e le tengo stretti i polsi sopra la testa, spingendo, strizzandola, palpandola senza stile e lei gode, abbandonando le sue gambine eleganti morte sul letto, mentre sbatto, sbatto, sbatto forte, la fotto spingendola al bordo del letto dal quale la testa le cade all’indietro e allora, senza richiesta, le tiro i capelli, fottendo come un cinghiale quella bianca creatura dal petto piatto e sbatto, pensando che è ora che la Coda del Divino Tazio cambi destinataria, vaffanculo la troiadimmerda e la Tea comincia a tremare come un vibratore e mi dice “Vengo..” solo di labiale.

Rimane a bocca aperta a tirar aria e grugnire il suo orgasmo, e io perforo, abbatto, sbatto, ruoto, freso e tornisco l’arrossata fica resa implume da un dozzinale rasoio, mentre la testa della Tea si solleva ad occhi rovesci ed io le sussurro “Voglio sborrarti in faccia…” cosa che, nell’evidenza, induce un inatteso protrarsi dell’orgasmo, rivelatosi solo in seguito, il secondo.


Attendo, attendo che l’onda si cheti per sgusciare dalla fica e presentarle un impiastricciato cazzo violaceo che lei succhia con non trascurabile devozione, succhia e sega, sbava, lecca, mentre io, col fiatone, ma con voce quasi immobile, sentenzio “La coda va guadagnata, Tea. Non è un plug qualsiasi.”
Lei sorride lurida, sudata, lucida, gonfia, torbida, molle, ad occhi socchiusi – “Bisogna farsi inculare, vero?” - chiede sozza con un filo di voce ansimante ed io scuoto la testa dissentendo, ma comincio a perdere il controllo e le stappo dal culo il plug e lo succhio, sa di culo, sa del suo Culo caldo e Vergine, accarezzo nemmeno tanto perifericamente l’ipotesi di troncarglielo nel retto senza tante liturgie, ma poi accantono, glielo spingo in gola sinché non sento stringere e non sento il conato sordo, poi arretro e poi mi distraggo perdendomi in quella nobile pratica della pompanza, quand’ecco che la mia ancella del Glande mi guarda negli occhi e mi mormora come uno Smiggle “Mi fa male…”, ostentando scellerata la coda delle Ancelle del Sacro Maestro, coda indossata senza permesso, mentre il Divino era assorto nella fottanza del cavo orale.



Brutta puttana che sei, almeno infilatela bene e ruoto senza cura sentendo il proiettile che viene deglutito dall’Ano Ancellare, gridolino, pecorina, aria succhiata tra i denti e esibizione, “Ho la coda…” sculando lenta a destra e manca, dovrei punirti maiala troia, sussurro a denti stretti – “Perché non lo fai?...” – mi provoca, culo all’aria e viso rosso nascosto dal braccio, la minchia sta per scoppiarmi, la sculaccio forte, lasciandole l’impronta della mano, senza toglierle il sorriso, cinque, sei, dieci, prendi puttana cagna, poi mi chino infoiato come un animale ad annusarle sotto le dita dei piedi e sì, sì porcoddio, delizia delle mie narici di porco, sudore di cagna troia lurida, intenso, dolciastro, mi stendo, cavalcami puttana, adesso sei mia, sei la mia ancella puttana e la Tea pompa, con quella coda che le esce dal culo e mi accarezza i coglioni, gemendo di dolore, ma pompa per farmi venire, “Voglio che vieni cazzo!” e inizia una cavalcata furiosa che la barca sbatte di poppa contro il moletto di merda e tin e tun e montami Tea troia.

Sbatti troia, che tanto il tono di voce controllato è andato vaffanculo, perché adesso si monta, si monta abbestia, come sculi cazzo di quella merda e lei sorride godendo come una pappagalla adultera, “Dai, vieni, vieni con me…”, sì ma prima dimmelo cosa sei, dimmelo – “Sono la tua schiava troia… vieni non toglierti… sono la tua troia…schiava…la tua puttana” e esplode come un ordigno deflagrante in un urlo roco di gola, stropicciandosi malamente i capezzoli e io contropompo le sue cavalcate e credo ci abbiano sentito nel giro di un chilometro, ma coi cazzi dei cavalli, amisgi, coi gran cazzi che le ho riempito la fica di sborra, coi cazzoni giganti e nodosi.
In faccia avevo detto ed in faccia ho perpretato, con suo sommo godimento, che di tale pratica pare ghiotta. E va ben, a ognuno il suo. A me, lo sapete, in faccia non piace.
Ma tutto il resto sì.




***
Quiete, riprendo i sensi.
“Alzati e mettiti in punta di piedi, spingendo in fuori il culo, che voglio guardarti”
Esegue, sorridendo da foto, tenendosi i nanoseni come se fossero quelli della Anderson.
Che arco, che profilo di culo con coda in controluce.
Sarà pure bruttina, sì. Ma che fisicata cazzo.

“Guarda che io non scherzavo: chi se la mette nel culo, questa coda, diventa la mia schiava”
“Ho capito sì” e lentamente, con un catalogo di facce del dolore che altro che emoj, si sfila dall’ano il Sacro Vessillo, carezzandosi il muscolo dolente con una faccia a bocca storta.
Poi indossa il suo slippino di cotone rosso e mi dice “Dai, vieni, sediamoci fuori che ci facciamo una birretta e prendiamo aria”.
Resto a osservarla ancora steso, che le vedo appena i piedi e le gambe.
Medito con nettezza ad una cosa. E quindi, sulla sua spinta, agisco.
Frugo farabutto nel suo zaino, che tanto col riflesso non mi vede.
Apro lo scarno portafogli, trovo i documenti.

Primofebbraiomillenovecentonovantanove.

Sollievo, è del secolo scorso.
Il mio stesso.
La mia Schiava è secolare.
La mia Birra è gelata.
La Barcammerda di Malavasi.
Per ora, l’unica inculata l’ho presa io, da Malavasi.
Ma cin Culatea, anche io ti lovvo.
 


venerdì 10 febbraio 2017

Corrosione


In una anziana casa avvolta dall’abbraccio di rami nudi che occhieggiano dai vetri delle finestre, Margherita è nuda su una poltrona ed io, altrettanto nudo, giaccio inginocchiato tra le sue accoglienti gambe aperte, baciandole i radi e biondicci peli del pube.
MI sorride appena, il capo appoggiato alla mano destra, carezzandomi i capelli con la sinistra.

Ha i capezzoli scuri e induriti dal freddo e dalla situazione, lunghi e ruvidi cazzetti carnosi di cui si intravedono i fori a croce, ed ha anche un accenno di pelle d’oca lungo l’esterno delle cosce morbide.
Mi prostro a leccarle il sesso caldo e carnoso, devoto e sottomesso come un suo schiavo.
Godo dentro, quando sortisco un respiro pesante di piacere.
Come uno schiavo.

E’ delizioso passare da una situazione di carnefice che fotte violentemente la sua scrofa nel capoluogo di provincia taziale, alla situazione di sottomesso volontario che insinua nella sua Dama Erotica possibili scenari di rapporti “particolari” con me.
E io agisco lento, quasi fermo, lasciando che gli eventi ruotino, si avvolgano, si srotolino e sviluppino nuove pieghe lungo le quali muovermi impercettibile.

E accumulo tensione interiore, desiderio di sporcizia morale.
Che poi sfogo nel martoriato ano della mia ZingaraMiettaGipsyQueen.
Con cui parlo del desiderio di allargarla al punto di vederle penzolare il retto fuori dal culo, come se fosse la coda di un cane, di Bukowskiana memoria.
Lei mi bestemmia in faccia che col cazzo che si arriverà mai a tanto ed io le sottolineo che è proprio col cazzo che si arriverà a tanto, ma poi mi annoio.
Mortalmente.

E corro dalla mia Dama Erotica, Margherita, per inginocchiarmi a toglierle i collant, ancora seduti a tavola, dopo cena, per succhiarle le dita dei piedi, salivosamente e  lentamente, mentre lei con pacata voce sensuale mi racconta e si confessa del suo passato normale, fumando Diana rosse, dall’odore acre e pesante, puzzo che adoro.

Lei non mi giudica.
Le sto sgocciolando a rate, come fossi una lurida leccarda zeppa di olio rancido, tutte le mie porcate più infami commesse nella mia buffa esistenza e lei mi sorride, accarezzandomi il viso, rassicurandomi sul fatto che non ho ucciso nessuno e che chi era con me era consenziente.
E io mi spingo tra le sue gambe, scosto le mutande bianche e le lecco il sesso.

Lecco il sesso”.
Adoro scriverlo. Così formale e osceno, così sensuale e appagante, così assente di tempo, che passa senza segni mentre succhio quelle labbra carnose e cerco il clitoride pronunciato che tento di spompinare, avvertendo tra le labbra la sua forma di protocazzo fatto di protoglande e protoprepuzio.

E Margherita gode. Gode ad essere leccata. E’ una cosa che adora visceralmente, lo capisco anche senza che me lo dica. Gode a venirmi in bocca mentre fuma le sue fetide Diana, totalmente vestita, solo con le gambe nude e il sesso scoperto.
Viene sussultando e sorridendo, stringendomi per i capelli e tirandoli dolorosamente, inarcando la schiena e reclinando il capo all’indietro.

E, meravigliosamente, non si catapulta a restituirmi il favore, non si getta in esasperati ed esasperanti stanchi pompini eseguiti come da pornoprotocollo. Ed è così rilassante ritornare a sedere col cazzo di marmo nei pantaloni, per ricominciare a parlare, pacatamente, placidamente, sapendo che prima o poi anche io verrò, ma solo quando le andrà veramente di farmi venire.

E se io uscissi con un altro uomo ti darebbe fastidio, Tazio?”
“Da impazzire” – rispondo io senza nemmeno sapere quel che sto dicendo.
“Oh, tesoro vieni qui” – mi sorride di splendidi denti per abbracciarmi e baciarmi.

Senza rassicurarmi che non lo farà mai.
Senza assicurarmi che non lo farà mai.

Placidamente e corrosivamente.
Com’è giusto che, finalmente, sia.



 

martedì 11 ottobre 2016

Venrdì 7 ottobre [Parte seconda]: L'assedio

“Senti, ma se ci fermassimo a mangiare qualcosa, che a stomaco ignudo ci siamo calati tre americani, che manca solo un francese, un tedesco e un italiano e Berlusconi che la sa l’ultima?”.
Si può fare, mi dice ridendo ‘mbriachella e semi stesa sul sedile nipponico, tant’è che mi fermo in una pizzeria del cazzo dal nome ignoto e ci accoccoliamo ad un tavolino da due dove ci portano tosti due belle birrazze medie che, si sa, ammazzano gli americani.
Mangiamo, ridiamo, mitraglio cazzate come un fedayn di ancestrale memoria e beviamo, beviamo e beviamo che ammazza quanto trangugia questa linguista certificata, senza fare una pence, dritta liscia come un rugbysta al terzo tempo, che mi fa venire in mente la Schiz nelle giornate auguste trascorse a Borgoverde, nei tempi dello sfarzo culeo imperiale che mai più tornerà.
 
Ma quanto ridere Tazio, era una vita che non ridevo così da quasi farmela addosso, che immagine frizzantina che mi strumpallazza la fava randazza rampolla, che con quei jeans l’idea…, ma no Tazio, no, Tazio nonononononono, Lino il gommista ti vulcanizza, radializza, ti rende tubeless, run on flat, ti svalvola e ti sbatte in strada, con o senza battistrada, ti cambia i bulbi oculari in termici e poi ti vende ai cinesi che ci fanno altri centomilamiliardi di chilometri con la pelle del tuo culo arrotolata a una camera d’aria ricavata col tuo intestino tenue. Tazio no.

“Senti, Mia, io adesso la metto lì e poi tu eventualmente la sposti, o la butti, ma a ‘sta cazzo di festa del cazzo dobbiamo proprio veraveramente andarci o possiamo bigiare? Và che te la firmo io la giustifica eh. ” e lei ride con gli occhi natalizi che c’hanno i riflessi dei manga e mi sussurra con un sorriso “Facciamo quello che vuoi tu, per me va benissimo” e allora dillo, Mia, che a te della frase “non indurlo in tentazione amen” non te ne può chiavare di meno, perché se facciamo quello che voglio io andiamo a casa mia e ci spalmiamo sul divindivano a rinverdirgli i fasti dell’impero culeo giovanile di cui sopra, senza garanzia alcuna di contenimento del Taziosaurus Rex che sento grugnire laggiù nella grotta.

“Ti piace la bossanova jazz?” – “Mai ascoltata.” – “E’ arrivato il momento che tu sappia, Mia. Andiamo a casa mia che te la imparo.”
E ride.
E si va.
 
Già.

domenica 18 settembre 2016

Fama

Arrivo stimato per le ore diciannove zerozero zulu e alle diciannove zerouno zulu era qui, bella come il solleone, garbata, elegante, sexy, ma con modo, né troppo, né troppo poco, sandalo aperto nero con cinghie larghe incrociate sulle dita e cinturino dietro al tallone, zeppetta, tacco, pantalone blu a sigaretta, camicia bianca col collo rivoltato e scollata quel tanto da dichiarare un Canale di Suez a me ben noto sino allo sbocco panciale, coprispalla blu cobalto di cotone a maglia larga che fa vedere il bianco della camicia e coprire decentemente la cula, borsa nera a spalla un po’ demodé, ma di ottima fattura, capelli raccolti in uno chignon elaborato, occhiali da sole in testa,  RayBan, aviator, specchiati.
Si chiacchiera, ho l’erba, che dice la Kikka, ma niente solito, slinguo accurato, palpata di tette e poi via, nel mulinello sozzo della Padania Ex Rossa e Gaudente.

Inodore come materia inesistente, lecco i piedi e godo a metà, ma so aspettare e intanto mi assaporo il pompino che v’è da dire che li fa davvero bene e poi apri le gambe che ti impalo, esecuzione immediata, ficona bisteccona barbuta già zuppa e pronta all’impianto e io ficco e godo che è bollente e lei gode e le sbrodolo porcate su quel che ho fatto aspettandola, calcando la mano anche su mezze verità e lei sorride e gode ad occhi socchiusi e testa all’indietro e arriccia le dita dei piedi mentre viene, abbrancandomi come una pianta carnivora che non vuole mollare la preda, ma chi molla Antonerchia, chiavarti è un piacere che persino io non mi spiego.

Canna.
Amica erba che da tempo immemore non ti succhio più, fumosa, intossicante, appagante, rilassante, eccitante, non nociva, è quella del Virus, la riconosco a un chilometro, giaciamo, ha fatto le cannette a casa, ma che tesoro, sorride appagata come una Geisha pronta al suo Signore della Dinastia Minch.

“Facciamo un film porno?” chiedo passando lo spino annerito, dai profumi esotici “Ma neanche in sogno!” risponde ridendo e io incalzo “Ma dai, ma sai quanti cazzi rizzeresti?” – “Non mi interessa, a me basta far rizzare il tuo” e ripassa il cannino, giocando tenera con la minchia barzotta.
Cucio rapidissimo e penso che forse nemmeno il Fiume Porcone mai la vedrà in azione e, dopo breve fraseggio rammollito, assumo la notizia che mai e poi mai e poi mai è successo nemmeno che abbia preso il sole in topless, ad esclusione degli anni di acerbissima infanzia.

L’Antonella è una ragazza normale, nell’accezione più stimabile del termine, fa le corna, le piace tanto il cazzo di chi dice lei (poco quello del Sarti che alberga in passere casuali e diomeneliberi), ha fantasie porn driven (tra cui la pisciata, come noto) si masturba saltuariamente, possiede un vibratore base senza diavolerie, ma le piacciono di più le dita, non se lo fa mettere nel culo, non ha mai avuto esperienze lesbiche, ma forse con la donna “giusta” e un stato di modesta alterazione potrebbe cedere per sola prova, dove per donna “giusta” intendesi una trentacinque-quarantenne molto, ma molto fitness, coi muscoli, ma no culturista, scura di pelle, abbronzata, tette piccolissime, capelli cortissimi, tutta depilata e molto decisa che fa tutto lei, insomma si definisce una “bi-curious” (sua definizione porn style, ma per fortuna ride), guarda i porno, specialmente da sola, certamente saltuariamente, ma non li usa preterintenzionalmente per masturbarsi, bandisce il sesso nei giorni di lavoro poiché deconcentra (dice), non le piace il cazzo nero, non è felice, non è soddisfatta della sua vita, beve troppo (vero) e adora le canne perché le mettono voglia.

“E te vai fuori di testa per i piedi” dice guardandomi sorridente di tre quarti “Eh sì, ebbene sì” ammetto con facilità, falciato da un “Lo sapevo da prima prima” – “Ah sì?” dico io con finto stupore “Lo sanno tutte” risponde felice, girandosi per prendermi la minchia tra i piedi e cominciare a segarmi.

La mia fama mi precede.
Divinamente noto.
Mi amo.



mercoledì 27 maggio 2015

L’ora che non si fece mai

L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.

Il fatto

“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.

Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.

Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.

“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.

“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.

“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.

“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.

“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.

***

“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.

Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.

“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.

E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.

mercoledì 20 maggio 2015

Fidatevi, si può fare

Io sono obiettivo, lo sapete bene. Io adesso c’ho lo sturbazzo mammalucco per la Raffa, ma so bene a priori che sarà di una fattibilità molto prossima allo zero, se non sotto zero. Lo dico, lo ammetto, lo dichiaro, perché io sono il primo a sostenere convinto che certe cose si sentono a sangue e se non si sente niente di particolare a sangue vuole dire che niente di particolare può nascere.
Lo sapete.

Però la Barbara della Solita, con quel gesto del piede nudo che scivola fuori dalla Croc calzata a pelle mentre raccoglie le comande a me lo sturbazzo ipertrofico me lo mette eccome e poi c’ha anche la faccia della tizia che lavora sotto per bene e quelle occhiate io le conosco e lo so, lo sento, lo avverto che del sangue c’è e che se non si estrinseca più esplicito è per via della situazione, della circostanza, del rapporto cliente-cameriera, ma io lo so, come lo sa assai bene lei, che entrambi pensiamo alla materassagione inculaiola ogni volta che ci guardiamo negli occhi e questo è stimolante e esortante a provarci, con quella bella tacchinella polposa e sudiciona.

E poi, quando si chiamano Barbara è come se avessero un sigillo di garanzia assoluta.
Fidatevi.

venerdì 15 maggio 2015

Linguaggio

“Allora ti volevo dare un salutino che stasera sei fuori per la pizza sbroccona e non ci vediamo” – esordisco io al telefono che ormai è sera.
“Oh, ma guarda che se te non hai impegni mi sa che ci possiamo vedere benissimo lo stesso anche stasera veh?” – risponde d’un fiato.
E no che non ce li ho io gli impegni, no.
“Ma a che ora pensavi di liberarti tu?” – chiedo non perfettamente convinto.
“Ma io dico che per l’una son bella che a casa, considerando che sto andando in là adesso. E poi, porta pazienza, son poi libera di dire che vado via quando voglio eh”.
E porto pazienza e l’una va bene, sì.
“L’una è buona, mi metto in pigiama e ci vediamo da te allora”
Lei ride e dice ok.

Sono ore poco vocate all’intimità notturna segreta: stasera l’addio al nubilato, domani sera cena very relax passatempo per lo sposo teso come un osso (assenti la sposa e i testimoni) e sabato c’è il matrimonio. Poi da domenica tutto dovrebbe ritornare sul binario.

***

“Ma sì, ma ho capito” – mi dice quando, pigiamati entrambi, ci troviamo sulla gradineria notturna rurale intima e segreta e io faccio il ragionamento dei giorni difficili – “però con un minimo, voglio dire, per esempio, domani sera dopo la cena ci si può vedere, stasera ci siam visti, nel senso che volendo anche sabato di riffa o di raffa ‘na cannetta al matrimonio nascosti da qualche parte ce la faremo o niente?” e ride come una scema.
“Una tossica drogata sto diventando, sto” - aggiunge divertita, con quella scivolata modenese inevitabile per chi sta con un modenese.

“La cannetta al matrimonio ce la facciamo sì e anche più di una, ma solo se sarai senza mutande” – aggiungo io ridendo, rendendomi conto che è la prima battuta a sfondo sessuale che le faccio e lei replica rapida “Ahbeh, sai che problema, vorrà dire che o vengo via direttamente senza, o andrò in bagno a togliermele!” –  e si ride moltissimo, complice protagonista la cannabis che aspiriamo con applicazione. Che robe strane.

Son lì che penso, smontando il filtrino dal cannino morto, quando l’Anto mi viene addosso e mi spiaccica nell’angolo tra la porta e il muro che la tiene su.
E ha una lingua grossa e morbidissima, guizzante, dolcissima, piacevole e la slinguo abbracciandola, senza palparla, solo slinguandola e stringendola, accarezzandola più dolce che son capace, non prendendo iniziative, lasciando che sia lei a guidare come vuole, dove vuole e quanto vuole. E ci slinguiamo le gole per un bel po’.

Poi il distacco.
“Cosa c’hai messo dentro stasera?” – mi chiede ridendo, con gli angoli della bocca bagnati di saliva e arrossati dalla mia barba, come succedeva alle festine delle scuole medie.
“La lingua” rispondo riavvicinandomi e ricominciando senza cannibalismo.

Bello.
Questo coso strano è davvero molto bello.
Drammaticamente bello.
Torno a casa nella notte fondissima guidando in pigiama una poderosa FIAT Punto bianca, auto americana top class, dopo aver “limonato” e basta con la ragazza di un amico e, non solo non c’è stato alcun coinvolgimento/epilogo genitale di qualsivoglia natura, non solo non avverto il benché minimo senso di colpa per l’amico, ma mi sento contento, felice e (incomprensibilmente) sereno.

Notti emiliane magiche che neanche al Campo Volo, ragazùa.
Questa roba qua a Praga non ce l’hanno mica eh.
No, non ce l’hanno.

Però, al di là di tutto, una gran sega me la devo fisiologicamente fare.
Più d’una anche, forse, mi sa.
Ha!

lunedì 11 maggio 2015

E se io partissi tu me lo ‘offrissi’?

Domenica sera, dopocena

Una domenica campale, passata a smobilitare il mobilio approssimativamente giunto in casa, componendo angoli tv, collegando cavi, avvitando letti, pulendo libri, armadi, comodini, cazzi e, soprattutto, mazzi vari.
Ore 20:00 paninetto misto aria giù al Centrale, che la Raffa è frocia e me lo ha anche confermato qualcun altro, mentre altri ancora dicono che è mezza e mezza, cosa che mi metterebbe in overbooking volentieri, perché la tecno-cougar è assai appetitosa ed inquietante, anche se tutti concordano che è tempo perso.

Poi su a casa, preparare il letto fresco, doccia depolverizzante e, alla volta delle ventidue e zerotre mi scappa un uozzappo, ma non alla Skizza, ma alla Anto.
Uozzappo da amicommerda, ben cosciente che il Sa-aaarti (che fa l’autista di quei furgononi col tetto alto e le ruote doppie dietro) a quell’ora della domenica è in fase di riposo/preparazione perché parte alla volta delle ventitre e qualcosa.

“Dormi?” esordisco in punta di tasti della graziosa applicazione.
“No! Stavo guardando Report” e segue un faccino sorridente.

La Anto, dovete sapere, è una trentacinquenne che vive ancora con la mamma e il babbo, è tristemente disoccupata causa licenziamento dalla fabbricona dove lavorava come amministrativa e ora trascorre le sue giornate a far da badante ai suoi (simpaticissimi, peraltro) genitori, sperando che Gesù Bambino le porti anticipatamente un lavoro.

“Report. Da ammazzarsi dall’ottimismo” ricamo con garbo.
“Infatti!” risponde con faccina sorridente con bocca aperta.
“Te la butto lì” chioso con simpatia fratellonza “ma se io venissi lì tu me lo offrissi un caffè? O sei troppo stanca? Guarda che si può rimandare eh, ci mancherebbe.”
Pausa, pausa, scribble, scribble.
“Se non ti fa schifo che sono in pigiama volentierissimo!”

***

I grilli.
Non li ascoltavo da una vita, sono bellissimi. Seduti su tre scalini di pietra di una vecchia casa con cortile rurale, un uomo e una ragazza chiacchierano sottovoce, dopo aver bevuto un caffè di sopra ed aver reso onore ai simpatici vegliardi.
La ragazza indossa un pigiamino a fiori rosa su fondo azzurro, leggero, i cui pantaloni arrivano sino a metà polpaccio, calza delle infradito di gomma color azzurro cielo con suola color azzurro cielo e bianca e si copre le spalle con una felpa grigia col cappuccio.

La ragazza non è bella, non lungo i parametri della figheria riconosciuta a livello europeo. Lei rappresenta l’assoluta gradevole normalità, tinta di una somiglianza non vaga con Debora Villa prima che diventasse anoressica e marcatamente figa aggressive, up-to-date. megakewl.
I due siedono, chiacchierano, lei tenta di affrontare l’argomento “amica deficiente” ma lui non ha cazzi, lui invece si gira una cannina chiedendone il permesso e resta stupito di come lei ne richieda un tiro con totale naturalezza, “Ma tu non eri una non fumatrice?” – “Di sigarette sì, ma a una cannetta tranquilla non dico mai di no, è che il Sa-aaarti mi rompe i coglioni”.

Eccerto. Il puttaniere inverecondo rompe i coglioni alla santa donna per un cannino.
Mi sembra equo ed equilibrato. E’ moralmente giusto.
E i due chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano, anche un po’ lubrificati dall’erbetta pazzescapazzeschissima, ma anche perché ce n’avevano da dirsi, negli effetti, a livello generale.

E i grilli grillano che è un piacere autentico e la ragazza chiede all’uomo se ce n’ha ancora da girare che era buonissima e l’uomo, pacatamente, risponde incominciando a preparare, mentre la donna si abbraccia le ginocchia e lo guarda di traverso col capo appoggiato alle ginocchia stesse.

“Stai bene coi capelli raccolti” - egli dice rollando esperto lo spinuzzo – “sì, sto bene come mia nonna Abelarda, ma son troppo comodi” – replica l’insoddisfatta ragazza.
E i grilli grillano, gli spini spinano, le chiacchiere chiacchierano e l’uomo, ben sciolto dalle fumigazioni si spinge a dire ciò che pensava sin lì ma non aveva il coraggio di dire, ovvero “Che bei piedi che hai, non te li avevo mai visti”, affermazione che scivola molle e che porta come risultato una verticalizzazione con spread delle dita e nessun commento di ritorno.

Fumagione, passagione e poi l’uomo richiede un parere all’amica: “Secondo te” – egli inizia con aria impegnata – “è da considerarsi un gesto intimo se un uomo ti tocca le dita dei piedi?”
 “In che senso ‘intimo’?” – chiede lei accingendosi al tirino – “nel senso di valenza erotica e/o sessuale” – risponde lui riprendendo il cannino – “boh, non credo” – dice lei appena pensierosa – “sei un feticista?” – chiede intelligentemente – “Sì, molto” – risponde egli affogato di verità – “E allora me lo devi dire tu che valenza erotica ha per te toccare le dita dei piedi di una donna” – incalza lei ben lucida relativamente alla logica della discussione di spessore – “Per me ha un’alta valenza erotica” – risponde lui passando il cadaverino ormai morente – “Ecco” – dice lei aspirando con un occhio semichiuso, mentre lui approfondisce – “Quindi se io te le toccassi, sapendo tu che per me il gesto ha una valenza erotica, ti infastidirebbe?” – “Credo proprio di no” - e poi squilla in una risata – “D’altra parte, dopo aver visto il tuo pisello duro ieri, credo di non sapere di cosa stiamo parlando”

E l’uomo ride e poi si fa serio e poi tocca, sotto lo sguardo molle e sorridente di lei che continua a guardarlo di traverso con la testa sulle ginocchia abbracciate.

Null’altro.
Nient’altro.
Un rilievo sull’ora tarda dopo un silenzioso periodo di carezze fetish a quelle lisce dita calde, un bacio della buona notte ed un ritorno a casa voglioso e necessitante di abbondantissima masturbazione e di iperattività notturna che aiutasse a porre un filo conduttore a sensazioni imprecise ed agitanti, miste al terrore di essere a un passo dal baratro devastante, miste alla magia dei grilli e di un’intimità dolce, inattesa ed intensissima.

Ditemi che non mi sto ficcando nei guai.

venerdì 8 maggio 2015

Il lunghissimo post del mattinale capovolgente che suggella l'imperiale immensità del Tazio Superstar

Olè, olè, olè e allora eccoti, Maggie delle mie seghe interminabili, eccoti che non mi deludi in questa tarda mattinata bella calda, eccoti vertiginosamente sandalata da minchiaiola scandalosa, unghie bianco perlato,  che esci dalla botteghetta e mi vieni incontro con la gonna al ginocchio carta da zucchero e la camicEtta bianca senza maniche sotto la quale si vede il reggiseno bianco importante di lavorazione, eccoti che mi sudi al bar sotto l’ombrellone e mi aloni appena di bagnato sensuale lo scollo sotto l’ascella ed eccoti che mi fai tirare anche il buco del culo al pensiero di leccarti sudata e di annusarti sotto le dita dei piedi.

“Quand’è che passi a Nizza” mi dice poco prima al telefono la MissMilly umorale che io, caparbio come un montone di marmo, ho richiamato. Ma come “Quand’è che passi a Nizza” stracazzo berbero, che va bene che la geografia è giurassica, ma a Nizza bisogna volerci venire perché non ci si passa per niuna ragione al mondo e faccio presente la cosa, così come sottolineo appena seccato che l’ultima volta non è che avessi ricevuto chissà quale incoraggiamento o segno di piacere nel sentirmi e lì mi becco del “Tazio sciocchino” che detto da quella voce sorridente e calda, maialescamente sussurrata, mi fa increspare il perineo come fosse un capezzolo e la cosa mi turba di piacere femminaschio.

E la Maggie intanto? Siede con l’occhiale da sole in Panavision Multisala incastonato nel cranio che mi ricorda Pamela Prati e chiacchiera fittafitta di argomenti di mio nullo interesse per i quali però, come sempre, fingo di provare un’attenzione pressoché accademica e la conversazione si snoda e io posso rimirare quei piedi scaldacazzi dalle belle dita lunghe e le belle unghie e perdermi a immaginare l’aroma sudato che a mio avviso deve essere molto maschio e, parallelamente, a visualizzare in diverse variazioni il suo pube, ora peloso, ora pelosissimo, ora glabro, ora strippato, ora qualsiasi cosa, ma sempre con la mia minchia di sopra, ma vi dirò che non avverto feeling, non sento trasporto, mi tratta proprio da conoscente, non apre, non lascia la mano, non ride, non concede, non.

Passa a Nizza, dice la Sublime Pervertita Patologica.
Ebbè certo, stupido me, come non averci pensato.
Seppur infastidito cerco di carpire informazioni su cosa, come, dove, chi, quando, perché e per come ella staziona colà e la  bella Padrona Porca e Depravata sorride morbida e mi lascia intuire solo poche, ma sentite, cosucce del tipo che in quel momento è in spiaggia con addosso un tanga ridottissimo che le contiene a malapena i peli e la mente mi si intasa di monumentali tette e superbe natiche, di nerissima villosa e carnosa fica puzzolente, ma non mi perdo d’animo e resisto, continuando a pressare l’indagine e scopro che sì, è lì a Nizza perché sta con un tizio francese, che lei non si prostituisce più da un bel pochetto, ma che sarebbe anche dispostissima a ricominciare datosi che la vita della mantenuta di ultra lusso la annoia mortalmente (potete bestemmiare liberamente, l’ho fatto anche io al telefono con lei, a raffica) e poi rimembriamo i bei lerci tempi andati, i clisteri di detersivo per i pavimenti, le bevute di piscia collettiva, la sua schiava nera, le mie sodomie a maschioni urlanti condotte come se il culo che stavo sfondando fosse il suo, Divina Dea, che mi affiancava mentre inculavo violento e lurido, spingendomi ad essere preciso nei dettagli e alla fine chiedo se, qualora dovesse succedere (e torno a dire “se”), una mia salita a Nizza, questa sia imprescindibilmente legata alla conoscenza obbligatoria del merlo francese e mi viene risposto con una molle risata pornografica che ovviamente no, che si tratterebbe di qualche giorno trascorso con “libertina discrezione” tra vecchi amici lontano da Nizza a rimembrare meglio i bei sudici tempi andati e la volete sapere una cosa amisgi?, mi ci ha quasi convinto a salire a Nizza al più presto, cazzo di quella merda vigliacca.

E la Maggie intanto?
Ella rotea alienata la caviglia destra, quella della gamba destra che scavalla la sinistra ed in tal senso mi parla di Renzi, di Civati, del jobs act, del Movimento a Cinque Stelle e io mi sento di aver voglia di infilarle il cazzo nell’appiccicoso buco del culo sudato stringendole stretti i fianchi come fosse una fattrice al parto, mentre il mio scroto viene farcito di questi interessantissimi discorsi di politicammerda e mi chiedo se può essere ancora plausibile ritenere di poterla chiavare, questa bella cavallona cougarona, avvertendo una sorta di crisi di nervi data dalla dissociazione progressiva tra il centro dei miei interessi carnali bestiali e la sconfinata prateria di cazzate che mi viene somministrata con tono monocorde, politicamente impegnato e noiosamente dissuadente e allora mi appello allo spirito del Taziosaurus Coitis che dorme in fondo alla caverna degli orrori e decido di capovolgere la situazione portandola sul crinale della rottura, sul pericoloso filo del rasoio dal quale ci si può fare soprattutto un bel taglione netto dei coglioni, ma sinceramente basta, non ne posso più di ascoltar di emorroidi gonfie e così attacco, secco, basso, di tackle, spiazzando, virando, avviando una strambata che manco Cino Ricci le ha mai viste così sapienti e le prendo la mano e le bacio le dita, gelandole sulla lingua il soliluquio dell’insussistenza, ricavandomi lo spazio per mormorarle lentamente e sensualmente, da Grandissimo Laido Figlio di Puttana Bastardo Falso Corrotto e Fariseo (quale solo io so deliziosamente essere) che provo una magnetica attrazione nei suoi confronti e che rimango estasiato ad ascoltarla e a guardarla, che anche se mi leggesse il bugiardino dell’Oki per ore lo troverei attraente e sensuale e tutto diventa diverso, si tinge di rossore e risate, di “ma dai scemo!” a segno di un apprezzamento vivace delle mie parole ed il tono scivola dapprima sullo scherzoso, ma poi io incalzo, rafficando una quantità di immani cazzate che nemmeno me le ricordo e delle quali io stesso mi stupisco di esserne fertile produttore, ma che piantano la bella Femmina lì, con gli occhi sorridenti e brillanti a farsi tormentare le dita dalle mie, divertita, interessata, lusingata di signorili apprezzamenti sul suo corpo e i suoi modi magnetici, e non mollo, cesello, intarsio, tornisco e raffino, smonto scene di sabatiadi passate e le rimonto con un raffinato tocco di regia consumata e finalmente, SI’!, finalmente si flirta! cazzo marcio di quella travona della Barbie frocissima, finalmente usciamo dallo schema e quella caviglia smette di roteare mentre lei mi ascolta sino all’ultima sillaba, ebbra delle bugie che da sempre vuole scolarsi avida e poi,  modulando la voce coi toni soavi del filarino, mi dice che la prendo in giro, che non si sente così sexy e bella e attraente e interessante e io mi addresso per il secondo giro, per la ripetizione, per la replica e giuro e spergiuro che PER ME è vero, minacciando di mettermi in ginocchio per essere creduto ed è fatta, fatta, fatta, fatta, finalmente la caldaia non è più in blocco, finalmente il concetto “Tazio Uomo Adulto Single piacere moltamente molto Margherita Donna  Adulta Single”, è chiaro, solido, divertente e flirtaiolo e si tramuta con uno schiocco di dita in cena, stasera, ore ventuno, dopo il suo yoga (va a yoga! Mi voglio ammazzare!) e io sarò un dio greco, bellissimo come solo un Uomo stupendo come il Tazio che vive col suo tempo e la performàns sa essere, corteggiante e intelligente, non frettoloso, perché no, non è stasera, noooooo, NOOOOOOOOOOOOOOO AMISGIIIIIIIIII, ma sarà DOMANI sera la sera in cui sferrerò l’attacco mortale liberando il Taziosaurus Trapanis, riportandola a cena di nuovo, ma senza gruppone questo sabato, in una nuova solitaria spericolata che, come da calendario delle convenzioni internazionali, può legalmente sfociare nella ficcagione selvatica passando dal via e ritirando anche la bella ventimila lire che nessuno può ostare nulla.

E a Nizza?
A Nizza c’è la Padrona che m’Attizza, che aspetta che il TazioPornoDimmerda si dia da fare per procurarle l’occasione utile a cornificare con soddisfazione uterina devastante il francese agiato, per umiliarlo con lo sviluppo carbonaro di blasfeme ghiottonerie sessuali depravate coperte dalla cifra di “libertina discrezione” che, in Italia come in Francia, non vuol dire un cazzo se non “vieni su, porcoddio, che ho bisogno sanguinario di megaminchia di grosso calibro e di uno spostato mentale che la sappia usare bene come solo tu sai fare, perchè ho bisogno di fare la sozza come piace a me e anche a te”.

Non male il risvolto di questo disinvolto mattinale, non male, non male.
Si incomincia a giocare con le cose vere, bene, bene, bene.
Grandissimo Tazio, superberrimo.
As always.