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martedì 7 febbraio 2017

La Margherita e il Po



E’ tutta colpa del Po.
La nebbia, la pioggia, le foglie marce, l’acqua minacciosa, la notte che certe volte sembra che non vada mai via.
E’ tutta colpa del Po.

Unghie curatissime e dita delle mani e dei piedi sottili e nodose, sensualissime, ma che belle tette, specie alla sua età, certo sono un po’ scivolate verso il basso, ma sotto sono ancora delle morbidissime sfere intarsiate di carnosi capezzoli dritti come le valvole delle ruote delle biciclette e poi quella pelle piena di efelidi e le rughe, che ci sono eh, ma lavorano poco, perché la Signora è magra, si tiene bene, ha il pube appena peloso, se lo regola, ha lo smalto perlato sulle unghie dei piedi e sa fare delle curatissime seghe tra il doloroso e il piacevole e io apro le gambe, come un cane che dona la sottomissione al padrone e agevolo l’esplorazione gemendo come la troia sozza che sono.

E’ colpa del Po.
Ci fa diventare maiali, insaziabili, irrequieti, sempre alla ricerca di una nicchia nella nebbia, una nicchia che ci doni il calore del proibito, del piacere vietato, che ci lasci esprimere al pari di quanto faremmo ai Caraibi, o alle Bahamas, o dove il vietato è consentito.
Per poi rimpiangere la guazza del Po bastardo e sublime.

“Ma tu eri porca così anche a scuola?” le chiedo ansimando, mentre lei giace elegante al mio fianco, lavorando di unghie il buco del cazzo, strizzandomi forte i coglioni, graffiandomi il perineo ora forte, ora lieve, scivolando esperta ne buco del culo, per poi uscirne e tornare a pistonare la mia Mazza Imperiale, che non tirava così per una sega da secoli e lei ride armoniosa e femminile e mi chiede inutilmente di rimando “A scuola?” – “Sì a scuola.” e godo spalancando, offrendo, cane sottomesso, mentre lei pensa e poi dice “Beh, da metà del liceo in poi forse sì, ma ero porca come può esserlo una ragazzina, cioè, insomma, mi davo da fare nel mio…” e ride lavorandomi la cappella, dolorosamente e poi piacevolmente, Signora che fa cose che gli umani adolescenti non hanno visto mai.

Il Po, dicevamo.
Acqua eterna e maestosa, favola bella, a volte mostruosa, con quelle creature straniere che lo popolano e devastano tutto, i siluri, che la navigazione è anche diventata un’arte superiore a quella di evitar le secche e i banchi.



I banchi di scuola, dove mi piace pensare alle mani della Signora che frugano vogliose tra le gambe di maschi ormonoidi che sbuffano sperma masticando sgrammaticati il Titolo Maximo di Grtantroia, ma lei ride e dice nooo, mai fatta na roba così, ma se oggi ci tornassi, oggi sì, ma c’ho sessant’anni quest’anno, amore mio.
Amore mio.

Amore mio detto con amore placido, non pericoloso, non come fosse un guscio delcato e delizioso che cela al suo interno serpi nere pronte ad uccidere quel poco di me che rimane.
Amore mio e mi succhia i capezzoli e li lecca sfarfallando la lingua e poi la passa sulla cicatrice che, messa proprio lì in mezzo, lascia intuire che il mio cuore non regge non solo l’amore, ma forse anche la vita.

Amore placido, che scorre caldo sul gelo della vita, come il fiume che in primavera si sveglia a dà un gran da fare a chi deve capire, mappare, segnare, le battaglie sotterranee di sabbia e detriti che anche quell’inverno, come tutti gli inverni a cui Egli è sopravvissuto, hanno causato.

Placido tepore umido della fica che si schiude e lascia entrare lentamente quel cazzo reso bruciante e dolorante dalle dita creative della Signora. Era forse troppo presto arrivare a questo la prima sera?, chiedo infantile e coglione come di consuetudine e lei sorride soave, con quella bocca da Ava Gardner e mi scompiglia i capelli aprendo le gambe di più, aprendo gli occhi antichi e bellissimi tinti di verde e sussurra un “no” sorridente, senza suoni e io mi immergo nella sua carne, entro in lei, percorro sacrale quel tunnel che ha visto uscire due vite e raggiungo il fondo, dove tutte mugolano di dolore e lei chiude gli occhi aspirando aria tra i denti e io piano piano la faccio godere come dev’essere, com’è giusto, com’è sacra la gratitudine che provo nell’essere ammesso al suo interno e mi fondo nel suo sudore inodore, nella sua mollezza soave, nel suo fiato bollente.

Quante volte ho osservato il Po scorrere, senza mai pormi il quesito di dov’è che andasse quell’acqua sempre nuova e sempre antica. Fortuna che non l’ho fatto, che già lo fece con filosofia immortale chi di cultura vera ne sapeva.
Il Po scorre, la vita anche. E dove cazzo vadano e perché nessuno lo può sapere. In mare, nella tomba. Ma sì. Meglio una cosa semplice che mille inutili supposizioni.

Abbordata al Flamingo nella sera del tango, come fosse una qualsiasi sozza che usa il ballo per prendere il cazzo e invece no, m’ha messo alla sbarra da subito, senza smettere mai di sorridere ed io ho dovuto chiamare a raccolta il cervello per sostenere le piccole prove che (per fortuna!) ho intuito mi stesse ponendo davanti e poi ho passato l’esame e fu lingua e saliva e respiri e poi “andiamo a bere da me?” – “Sì” e ogni suo sì è un sottile sigillo, una elegante bolla pontificia che si sente, si avverte, si respira che non è concessione per tutti.



Un pendolo penzola sulle rive del Po.
Si chiama Tazio ed è un fallito totale, pendolare tra il capoluogo di provincia taziale dove una giovane avvocatessa civilista sfodera le sue doti di suzione, invero lodevoli, spesso irresistibili, sempre sonore e umide di saliva sputata e rigurgitata, come il dio porno impone alle giovini che si approccino al cimento del pompino imperiale, pratica ricalcata dall’online a luci rosse, perché a me, che c’ho ‘sto cazzo da sempre, nessuna m’ha mai fatto il porcaio di saliva, rutti, bestemmie e sciacqui, risciacqui e centrifughe che oggi è d’obbligo fare, per fregiarsi nella deep reality del titolo di Pompinara.

La signora spinge il bacino verso il mio, torturandomi lieve i capezzoli duri come i suoi, sorride e ansima, sudando imperlata e muta, parlando col corpo, la lingua il sapore e l’odore, mentre il pendolo mi spinge verso l’avvocatura che bestemmia nell’incitarmi a cose impossibili “spaccami la figa porcodio”, specie valutando che quella figa è palesemente indistruttibile, dato che di cazzi ne ha presi più che a mazzetti, come a mazzetti erano le margheritinee che si coglievano sulle rive del minaccioso Po in primavera.

Minaccioso, maestoso e placido.
Come la Margherita che colgo fortunato, avvolto dal mistero di lei, conosciuta cinque ore fa al Flamingo e che, senza aver fatto nulla che non fosse Tazio, mi gratifica di un placido Amore Mio che nella sua non verità, mi affascina come il Po.

E tant'è.




mercoledì 27 maggio 2015

L’ora che non si fece mai

L’antefatto
Mentre attendo la Sozza, il parlàfono vibra e recita Lidia a chiare lettere.
Come sei messo?, dormi?, disturbo?, è che non riesco a prendere sonno, ma Lidia stai tranquilla che capita anche a me, e tu cosa fai in quei casi?, cosa prendi?, ma io mi faccio un numero x di canne e poi mi masturbo e a volte serve, mi sono masturbata già anche io, Tazio, ma non serve e le canne sai che non sono il mio genere, sei nuda? (risata) ma che nuda, ho il pigiama, e tu sei nudo?, se non voglio che mi arrestino no, ma dove sei?, in macchina parcheggiato, ma aspetti qualcuno allora cazzo, dai che chiudo, ma che qualcuno Lidia!, vengo da te, ti va?, sì che mi va, ma non volevo scombinarti i piani, no, ma quali piani, anzi, sarei proprio felice di stare un po’ con te, allora dai, ti aspetto.
Barbara devi andare affanculo stasera, mi spiace.

Il fatto

“Era a Luchino che piaceva violento e, ok, anche a me piace sentire male, ma non ci vado pazza come ci andava lui che una volta mi ha trafitto un capezzolo con un ago da siringa e a momenti viene facendolo, ma a me piace anche farlo dolcemente, rilassatamente, lentamente…” – e mi bacia morbidissima sulle labbra mentre io siedo sul Busnelli rosso col cazzo di fuori e lei lo cavalca lentissima essendosi tolta solo i pantaloncini del pigiamino.
Si inarca dolcissima in avanti, poi all’indietro, poi ancheggia a destra e sinistra, ma ogni movimento è fatto quasi impercettibilmente e ci cerchiamo le mani e ci baciamo, morbidi, parlando sottovoce come se qualcuno ci potesse sentire, Bill Evans che suona (è il mio paradiso e lei lo sa), la luce bassa di un pallone di plexyglass e specchietti di Patrizia Volpato designer.

Poi la maglina del pigiama passa sopra la testa e resta nuda. E io, per un attimo intensissimo la amo con tutto me stesso, drogato di tanta acerba bellezza così rara in una donna della sua età. La abbraccio e le carezzo la schiena calda, liscia, solcata da quelle ossa tentatrici che ne compongono la spina dorsale e voglio togliermi la camicia e sentirla e lei mi aiuta e restiamo nudi sul Busnelli, abbracciati morbidamente e rispettosamente, muovendoci appena, con qualche stilema sessualstilistico di grande potenza, come il suo arretrare appoggiando le mani alle mie ginocchia, un po’ per mostrarsi, un po’ per sentire meglio di dentro, nella carne, la mia carne.

Poi si richiude in avanti come una conchiglia fatata, inarcandosi e sussurrandomi all’orecchio che le piace come non le era mai piaciuto con me, che le piace così tanto da dimenticare tutte le volte che le è piaciuto da pazzi con un uomo e io respiro forte, baciandola, accarezzandole le braccia, correndo sui glutei tesissimi per seguirne le forme affascinanti.

“Ti piace il mio sedere?” chiede con orgogliosa felicità osservandosi le terga da sopra la spalla e io rispondo di sì baciandola e lei aggiunge appena appena di labiale “diventa bellissimo quando faccio l’amore così” ed è vero, è proprio vero, è molto vero, è stupendo. Poi sale e fa sgusciare l’uccello e se lo punta nel culo, scendendo lentissima, guidandolo con la mano, impiegando moltissimo tempo a farlo entrare tutto, mugolando elegante, sino a dire “mi brucia, ma guarda che bello…tutto dentro…non è bellissimo da vedere?...” ed io resto senza fiato mentre quell’ancheggiare di classe riprende con pari dolcezza e da allora è un continuo cambiare da davanti a dietro, da dietro a davanti, mentre avverto che la carne si fa rovente e molle e la abbraccio, stringendola, mentre ci baciamo garbatamente, seppure profondamente. Poi sale, lo fa scivolare fuori dal culo, si inginocchia tra le mie gambe e lo prende in bocca, succhiandolo lentamente e mormorando “tu ci vai pazzo per queste cose, vero?.... tu ti butti via per queste cose…” e poi risale, riassestandoselo con maggior agio nell’ano.

“Tu sei convinto che le porcherie che ti piacciono le sappiano fare solo certe vuote donne relitto… e ti butti via con loro… senza niente in cambio…sciogliendoti nelle loro pozzanghere torbide” – e affonda i colpi più decisa, stringendo l’ano ritmicamente.

“E’ una dichiarazione?...” - chiedo sorridendo per stemperare l’aria e rallentare la voglia di venirle nel culo e lei mi risponde pericolosa – “se non c’è altro modo per farti capire le cose, bisogna dichiarartele o…op….pure mettertele per iscritto…” – e spinge fonda fino a schiacciarmi forte i coglioni e quel dolorino è un bacio vellutato.
Silenzio.
Sudore.
Respiro.

“Da quant’è che non suoni più il piano di notte nei locali, da solo?” – mi chiede facendomi sentire come uno dei Favolosi Baker – “da una vita, da quando non ho più una donna che si bagna ascoltandomi, appoggiata al pianoforte…” – “io voglio bagnarmi, voglio bagnarmi la fica, le cosce, fino alle dita dei piedi, voglio che suoni per me, voglio venire in mezzo a tutti senza toccarmi, mentre suoni" – e questo mi piace, molto, mi piace molto, mi piace, mi piace, mi fa salire l’eccitazione a mille.

“Non ti buttare via Tazio. Sei un animale troppo speciale e se ti e….e….sstingu…i…” – “se mi estinguo?” – “vengo…. spingi….vieni con me…vienimi dentro….” – e tutto diventa furia, chiusi in un abbraccio mortale, le anche che si disarticolano, velocissimi, il canto, il suo, il mio, strettissimi, fusi, venendo, mischiando i liquidi corporali in un gesto di infinito amore, di quell’amore che parte da quel malinconico buco nero che tutti conoscete, così fondo e così dolce e così struggente e così inesistente, ma essenziale per essere vivi almeno tre minuti.

***

“Dormi qui stanotte” – mi chiede stesa, scomposta, nuda sul Busnelli accanto a me, carezzandomi il viso.
Le carezze sul viso. Leggere, avvolgenti, calde lisce, con quelle piccole manine profumate di sesso e di amore e io come un coglione piango con gli occhi chiusi, facendo di sì con la testa.

Nessuno commenta le mie lacrime.
Nessuno.
Né Bill Evans, né la Volpato, né Busnelli.
Una bocca calda e sottile le bacia, asciugandole.

“Ricomincerò a suonare da solo il piano in giro per locali, di notte” – le dico pianissimo – “E io ti troverò” – “Nuda sotto l’abito da sera?” – chiedo sorridendo a occhi chiusi – “Compleamente… voglio che tu mi veda le dita dei piedi bagnate…” – e mi bacia sorridendo calda.

E poi si va a dormire nudi, abbracciati.
E poi il gallo canta.
Ma nessuno mi tradisce.
Non oggi, almeno.
No, oggi no.

venerdì 15 maggio 2015

Linguaggio

“Allora ti volevo dare un salutino che stasera sei fuori per la pizza sbroccona e non ci vediamo” – esordisco io al telefono che ormai è sera.
“Oh, ma guarda che se te non hai impegni mi sa che ci possiamo vedere benissimo lo stesso anche stasera veh?” – risponde d’un fiato.
E no che non ce li ho io gli impegni, no.
“Ma a che ora pensavi di liberarti tu?” – chiedo non perfettamente convinto.
“Ma io dico che per l’una son bella che a casa, considerando che sto andando in là adesso. E poi, porta pazienza, son poi libera di dire che vado via quando voglio eh”.
E porto pazienza e l’una va bene, sì.
“L’una è buona, mi metto in pigiama e ci vediamo da te allora”
Lei ride e dice ok.

Sono ore poco vocate all’intimità notturna segreta: stasera l’addio al nubilato, domani sera cena very relax passatempo per lo sposo teso come un osso (assenti la sposa e i testimoni) e sabato c’è il matrimonio. Poi da domenica tutto dovrebbe ritornare sul binario.

***

“Ma sì, ma ho capito” – mi dice quando, pigiamati entrambi, ci troviamo sulla gradineria notturna rurale intima e segreta e io faccio il ragionamento dei giorni difficili – “però con un minimo, voglio dire, per esempio, domani sera dopo la cena ci si può vedere, stasera ci siam visti, nel senso che volendo anche sabato di riffa o di raffa ‘na cannetta al matrimonio nascosti da qualche parte ce la faremo o niente?” e ride come una scema.
“Una tossica drogata sto diventando, sto” - aggiunge divertita, con quella scivolata modenese inevitabile per chi sta con un modenese.

“La cannetta al matrimonio ce la facciamo sì e anche più di una, ma solo se sarai senza mutande” – aggiungo io ridendo, rendendomi conto che è la prima battuta a sfondo sessuale che le faccio e lei replica rapida “Ahbeh, sai che problema, vorrà dire che o vengo via direttamente senza, o andrò in bagno a togliermele!” –  e si ride moltissimo, complice protagonista la cannabis che aspiriamo con applicazione. Che robe strane.

Son lì che penso, smontando il filtrino dal cannino morto, quando l’Anto mi viene addosso e mi spiaccica nell’angolo tra la porta e il muro che la tiene su.
E ha una lingua grossa e morbidissima, guizzante, dolcissima, piacevole e la slinguo abbracciandola, senza palparla, solo slinguandola e stringendola, accarezzandola più dolce che son capace, non prendendo iniziative, lasciando che sia lei a guidare come vuole, dove vuole e quanto vuole. E ci slinguiamo le gole per un bel po’.

Poi il distacco.
“Cosa c’hai messo dentro stasera?” – mi chiede ridendo, con gli angoli della bocca bagnati di saliva e arrossati dalla mia barba, come succedeva alle festine delle scuole medie.
“La lingua” rispondo riavvicinandomi e ricominciando senza cannibalismo.

Bello.
Questo coso strano è davvero molto bello.
Drammaticamente bello.
Torno a casa nella notte fondissima guidando in pigiama una poderosa FIAT Punto bianca, auto americana top class, dopo aver “limonato” e basta con la ragazza di un amico e, non solo non c’è stato alcun coinvolgimento/epilogo genitale di qualsivoglia natura, non solo non avverto il benché minimo senso di colpa per l’amico, ma mi sento contento, felice e (incomprensibilmente) sereno.

Notti emiliane magiche che neanche al Campo Volo, ragazùa.
Questa roba qua a Praga non ce l’hanno mica eh.
No, non ce l’hanno.

Però, al di là di tutto, una gran sega me la devo fisiologicamente fare.
Più d’una anche, forse, mi sa.
Ha!

martedì 12 maggio 2015

La solitudine solitaria dell'Uomo solo

Alla fine delle fini, l’Uomo diviene solo.
Solo, alieno dal gruppone ruttaiolo che si sbrega di numeri lesbo, travoni, mignotte in sala, alcol, sudore e canne di basso livello qualitativo.
Solo senza dare un avviso, un segnale, garantendo subdolamente la sua presenza come assolutamente certa sino alla fine, evaporando sin dall’inizio.
Egli scompare. Nel nulla.
Irrintracciabile al cellulare, introvabile a casa sulla piazza maestra, introvabile a casa nel capoluogo di provincia, dissolto, scomparso, smaterializzato, magnete attrattivo di vaffanculotestadicazzostronzo e di bestemmie e maledizioni, ma nonostante ciò, egli non è e non sarà.

Perché l’Uomo deve essere solo.

L’Uomo cura i dettagli, cambia persino auto all’autonoleggio nella tarda mattinata (era dovuto, ma nella scena complessiva mi appariva bello e calzante usare il dettaglio), prendendo il possesso di una prestigiosa, elegante e lussuosissima FIAT Punto bianca, auto americana blasonatissima, degna del suo rango di Uomo in Dissolvenza.
Nessun indizio, nessuna traccia, nulla. Solo.

Anche la Donna Altrui che lo redarguisce con un “Ma dai, vacci, guarda che io stasera esco con le ragazze eh” come a dire “non pensare che ci sarò per te” non immagina della smolecolarizzazione dell’Uomo che si dissolverà in iperfantastiliardi di particelle subatomiche che si dissolveranno e saranno qui, in nessun dove ed in ogni dove. La Donna Altrui che lo redarguisce lo fa infantilmente, sperando in cuor suo che, a un tratto della prima notte, un messaggio dica “vediamoci” essendo sin d'ora pronta a dire sì, ma non stasera, no, non questa notte di antimateria.

Stanotte l’Uomo scompare. Da solo.

E l’Uomo scompare annidandosi in buchi neri di profondità incommensurabili, dove spazio e tempo assumono significati relativi che travalicano la scienza, persino quella di Antonino Zichichi. L’Uomo scompare affidandosi ala maestria di una famosissima Maga che sa far scomparire moltissime cose, anche di grandissime dimensioni.
Egli le telefona a pomeriggio ottenendo il suo benevolo appoggio alla smaterializzazione antimaterica.

“Ade devo nascondermi, mi ospiti solo per stanotte?”
“Cazzo Cicci, sei nellammerda?”
“Più o meno”
“Dammi qualche ora cicciamore, che ci pensa la sia Ade al suo cicciammore”


E, amisgi, la sia Ade ci ha pensato lei. Sì. Perché Ella tutto può.
E l’Uomo alle ventuno esatte scompare sotto l’incantesimo adeliano dell'antimateria.
Pfffffsssgggghhhhhhhhhppffffff…
Ha!

mercoledì 15 aprile 2015

Non trascurabili fatti

Veniamo ai non trascurabili fatti.

Primo non trascurabile fatto
GQ, ho speso un post a spiegare perché ho preso la Romi come assistente e tu mi chiedi se è saudade? Ma ‘ndo cazzo hai letto della saudade, figliomio, in mezzo alle trentasette ragioni che ho elencato? E’ che non mi leggi più, neanche tu. E questo mi addolora mortalmente, fratellino e lo sai.

Secondo non trascurabile fatto

Sono ancora un drago nel lancio dell’estintore. Entro, il calabrone è in piedi al telefono e io gli lancio addosso l’estintore di taglio: per pararsi e non farlo cadere lo abbranca come una palla da football, molla il telefono per terra e gli cadono  dalla testa i RayBan a specchio, io lo spingo di forza bruta piatto contro il muro mentre mi guarda con gli occhi del terrore, l’estintore tra noi in un threesome bizzarro. Gli spiego che non si fa così, che non si dicono le parolacce al Tazio quando il Tazio è assente e invece tutti sono presenti, perché al Tazio gira il coglione e la prossima volta, dato che il Tazio è un folle instabile e non è una novità, il Tazio lo ammazza sgozzandolo come un capretto davanti alle sue troiepay. E queste parole d’amore gliele urlo a megafono fissandolo negli occhi con la medesima serenità di Nicholson in Wendyammoresonotornato. E trionfa subito la pace in un florilegio di mille scuse e scusanti. Paura della morte, buffone, eh? Tutto a posto, equilibri risanati, calabrodeliri di onnipotenza sedati, il desiderio omosessuale si rinfocola.

Terzo non trascurabile fatto
Mi sono ingroppato brutalmente la Venka, ieri pomeriggio alle sedici e ventuno. La monta maschia e graditamente violenta è avvenuta nello spogliatoio dietro al desk dove l’ho trascinata serrandomi la porta alle spalle, premendola contro i cappotti e, nella luce fioca, alzandole la gonna e abbassandole collant e mutande sanitarie. Ce l’avevo di marmo, palpeggiandola per prepararla. E che bella chiavata forsennata nello sguazzo sonoro della sua ficona gonfia di carne. L’ho farcita di sborra come una faraona alla minchiaiola e lei ha apprezzato, sorridente sino al ritorno al desk. Mi ha sussurrato, tutta rossa, che le piace farlo con forza. Bene a sapersi.

Quarto non trascurabile fatto
Ho insegnato alla Romi come si fa a trovare la prostata. Si è molto eccitata, non vi dico io. I movimenti maldestri da principiante possono donare godimenti mostruosi. Sento che non si tratta di un episodio isolato, ma dell’inizio di qualcosa di torbido. Molto bello.

Quinto non trascurabile fatto
Devo fare una discesa in Italia, presto. Non so quando, attendo indicazioni, poi vi spiego.
Il quesito ora è: lo uozzappo o no alla Skizza?
Meditare bene.

Per ora le cose non trascurabili sono finite.
Vi amo. Tutti. Soprattutto Erre, la mia odalisca porno preferita.




lunedì 13 aprile 2015

Meriggiali domenichiadi parchensi taziee, romildee e praghee, basi dell’intrapresa futurea

Stesi satolli e affumicati, Romi ti togli le scarpe e i calzini?, sorriso del tipo “lo so” e poi via, bella stesa e scalza sull’erba, dio che tiro di quattro avelignesi nelle mutande  he c’ho, poi le palpo le tette sul giubbotto della tuta adidàs e sento che manca qualcosa, ce l’hai?, no, sorride, sorrido, allora apriamo la zip?, se vuoi, ma sei poi arriva la polizia?, meglio di no, cazzomerda, ti palpo così lo stesso, e mi sbottono i jeans, steso su un fianco e mentre limono faccio prendere aria alla manichetta dell’idrante dell’amore e sento delle dita sorridenti che sfiorano e poi un giubotto che rende private le intime relazioni umidintime e lei, puttana in senso esclusivamente creativo, muove le ditina dei piedi, io mugolo e lei sussurra roca e sorridente, scapigliandomi lenta “ti piacciono tanto eh?”, “da morire, ma soprattutto mi piaci tu”, “anche tu” e lingua, lingua, lingua, lingua, giaccone che copre anche il suo bacino, zip et voilà, si accarezza la micia accarezzandomi il boa e quando tento di rendere collaborativa la manovra ricevo un “no ho voglia di farmi io, tu continua a baciare bene così”.

Canna, vodka, intimi palpeggi ed agresti masturbazioni, il cielo va e viene, ma che bello e che bene e sotto il giaccone coprente l’adidàs è aperto e le poppette chiodate accessibili e più veniamo e più ci ingolliamo, e più ci ingrifiamo e più fumiamo e beviamo, più lei diventa osè, gioca, si scopre, si ricopre, piccola esibizionista repressa, ma poi materializzo un’idea in un fulmine di razionalità e gliela propongo.

“Ascolta” le dico mettendomi a sedere, raffreddando l’irresistibile fornicazione tra noi.
E le prospetto il quadro fresco di stampa, semplice, pulito, intelligente, stimolante e sereno.
Le propongo di chiudere col bordello lunedì sera, liberandosi senza umiliazione, rendendola edotta del fatto che il Costa l’ha già infilata sulla rampa di lancio, ma tanto lei lo sospettava.
“E poi?” mi chiede, lontanamente lontana dal resto, ma io mi affretto a delucidarla.
“Poi ti assumo io come assistente” e lei, vuoi la canna, vuoi la vodka, vuoi la fica gonfia di voglia come i salsiccioni dianzi mangiati, ride come una matta.
E invece non ridere sciocchina: ti assumo come assistente, ti do mille euro al mese, più vitto e alloggio. Se vorrai rimanere dove stai ora ok, ma io fin da stasera prendo una suite all’Hotellone Lussuosone e da domani sera se vuoi puoi stare da me, mentre da martedì mattina ti metti in moto a trovarmi un ufficio e un appartamento in Praga 1. Quando avremo l’uno e l’altro terrai la casa come una mamma, pulirai, laverai, stirerai e cucinerai, verrai in ufficio dove ti farò fare delle telefonate, perché visto che parli ceco, russo, italiano, rumeno e inglese sarebbe un peccato sprecare tutta questa abilità con la lingua e lei mi guarda trasognata.

“Guarda che se prendi per il culo io non rido”
“Non prendo. Dimmi di sì adesso e andiamo dall’avvocato a fare il contratto di lavoro”
“Devo pensare”


“Ok pensaci. Pensa anche che puoi dire a me che te ne vai, perché io lì dentro valgo un terzo. Così mentre vai a recuperare le tue cose, io sbrigo la suittona dell’Hotellone Lussuosone e chiamo il Costa e tu da subito stai con me.”

Pensieri silenziosi per due ore, abbracciati, meno libertini, affettuosi e carini e poi lei si alza, decisa, si chiude, si sistema.
“Andiamo avvocato prima per favore, mia risposta è sì”.

Taziosuperstar.

Sabatiadi taziee e principi di domenichiadi soavi

Sabato sera, drin giù al Vosco, fratello mandami in camera la Romilda e segnami un overnight con lei, la Romi arriva dopo mezz’ora, scusa un cliente, vestaglia di raso dell’HBH, calze nere velate con reggicalze vintage molto ben lavorato, tacco dodici, niente mutande, reggiseno a balconcino spara tette in su, la accolgo totalmente nudo con canna accesa in bocca e canna scaèppellata sotto, lei sorride, si toglie il raso HBH, si toglie le scarpe e accetta di tirare una boccata e io osservo quelle ditina dei piedi ben fatte e destabilizzanti, sotto la calza nera velata e trovo che la scelta di un rouge-noir, seppur da supermercato, sia vincente. Mi siedo accanto a lei sul bordo del letto, mi ripassa la canna e così, a mani libere, comincia a giocare col mio Obelisco di Carne di Puro Porco, sortendo rapidi effetti, specie quando, con destrezza consumata, con uno snap si toglie quella ridicolaggine di reggiseno, che le sue poppette son già così belle che coprirle è sacrilegio.

Io non amo la lingerie, lo sapete benissimo, ma ieri sera mi ha messo uno sturbo particolare, vuoi la canna, vuoi il rompimento di coioni della giornata, vuoi le settecentosettantadue seghe che mi ero tirato per accoppare il tempo, vuoi che lei non sarà la regina del bordello, ma é comunque una gran gran gran figa dagli occhi neri magnetici e, spesso, sensualissimamente sinistri. L’ho succhiata e leccata come se non avessi mai leccato una figa e un buco del culo prima in vita mia, inginocchiato sul pavimento a bordo letto, mentre lei giaceva a gambe ultraspalancate ad offirmi quella liscissima papaya odorosa e quel litchi culeo che arrossato pulsava e si introfletteva ed estrofletteva e io ci andavo matto.

L’ho fatta venire di bocca quattro volte e poi, rifiutando il pompino di rito, l’ho montata come un operaio della FCA di Detroit: con perizia, decisione, efficacia ed efficienza, venendo con lei la seconda volta che, come mi accade quando sono veramente infoiato, è senza soluzione di continuità con la prima, cadendo poi stremati sul letto dopo ore due e diciassette minuti di catena di montaggio ininterrotta. E allora doccia assieme limonando lentamente lavandoci i sessi a vicenda, puoi fuori ad asciugare e altra canna, vodka, carezze, baci, flirt leggerissimo entrambi nudi, poi musica, balliamo, canna, vodka e poi a letto, altro ritmo, altro stile, altro afflato, altri orgasmi e poi, entrambi cotti siam caduti tra le braccia di Morfeo, avvinghiati, nudi sotto il piumone, pelle su pelle, ma cazzomerda, ‘sta moldavina moretta è gradevolissima assai, che bello e che bella.

Ore otto e lei scatta, ma dove vai?, è finito il turno, ma vuoi andartene?, credo che io deve, no tu deve se vuoi, ma quelli, ma checcazzo e io chi sono?, tu sei diverso da loro tu sei buono, ma allora siediti e ascolta, ti va di farti la domenica con me? Scendi e chiudi l’overnight, poi sali coi tuoi vestiti civili e ci rimettiamo a letto a dormire fino a mezzogiorno, poi usciamo e camminiamo verso parco Folimanka e per strada ci fermiamo a mangiare quelle salsiccione con la senape e poi comperiamo una bottiglia di vodka e andiamo al parco a svaccarci al sole e a farci due canne e a dissetarci di vodka e poi vediamo. Come ti sembra?

Sorride timida e luminosa e dice "belo, mi piace".
Ma che bella domenica alle porte.
Ha!

domenica 29 marzo 2015

Praga e l'inchiostro onirico

Laddove la sensuale, sfacciata e oscena Praga vada inducendo ricordi nitidi di inchiostrati passati che nemmeno il buco del culo arrossato e sfondato della giovane candida troia che ha dianzi accettato d’essere sbattuta con furore belluino nel cesso del bar Rocket dove ha ceduto il suo bel corpo di non professionista in cambio di centosei vodke e 25.000 corone, orbene, in tale condizione risulta ancor lecito e sensato, al puttaniere italico dal cazzo di enorme dimensione, valutare l’ipotesi di cercare quella arabescata puttana sublime che tanto sollazzo gli diede e che ora compare insolente nella sua mente offuscata dalle tre fumate di eroina in compagnia della suddetta candida troia, oppure appare più sensato il godere del risultato ottenuto con un’emerita sconosciuta bramosa di farsi sodomizzare, totalmente nuda, appoggiando le mani ai sozzi orinali a muro di quel lurido bar dimmerda?

Ah che quesiti atroci, appena leniti dall’osservare quelle ditina dei piedi separarsi dalla pressione del corpo su quelle piastrelle bianche e nere impreziosite di strappi di carta igienica zuppi di piscia maschile.

Nessuna parola mia ella intende e nessuna sua intendo io, ma il linguaggio del danaro, dell’alcol, della droga e del sozzo superano ogni barriera linguistica e così Fioccodineve mi da il suo arrossato e svangato buco del culo da fottere a pelle sinchè sborra non ci interrompa, mentre io presso come un maglio sognando il buco del culo merdoso di quella stupenda creatura tatuata che il mio dissennato agire ha lasciato dissolvere nel limbo degli archetipi.

Che buco rosso e dilatato, che arte, che artisti, quel budello di merda mi ammalia con le sue ombre e i suoi afrori bestiali quando scivolo artatamente fuori per osservare il progredire dei lavori e, signori, quelle ditina candide che tormentano la vagina che donerà la vita al figlio di un operaio che ella sposerà innocente, sono camei di finissima fattezza.

Vieni Fioccodineve, girati e inginocchiati, che al Tazio internazionale gli prende un morso all’anima che gli procura dolore atroce, vieni e inginocchiati nella piscia, così, bella, tutta nuda e bianca, con quella faccia da drogata troia, vieni e prendi in bocca il cazzone ancora aromatizzato del tuo bell’intestino umido e succhia, succhia forte, succhia e ingoia, pulisci e strizza, sega, lecca, lasciati riempire la bocca di sborra ed ingoia, mentre io socchiudo gli occhi e penso a fotogrammi sbiaditi che mi graffiano e mi fanno godere di affilato dolore.

Bella Praga.

domenica 8 marzo 2015

Sabatazio

Bonjour, bonjour, bonzorno, good morning, guten tag, hola, zao, il sabato provinciale dai sapori perduti mi ammanta di serenità immeritata sin dal primo mattino e allora ecco, doccione, barettone, cappuccione e briosciona e un trillino alla Aledellapale che oggi mi è qui, ma domani non si sa,  amo, amor mio, la Ade Bestiale è a Rimini a organizzare un evento, perché dovete sapere che ora lei è una organizzatrice di eventi, di convenscion tra troie e puttanieri, tra cazzi mezzi mosci e fighe svangate, ma tu oggi che fai Ale? ma lavoro alla pale qui e lì e volevo andare in piscina, ma c’avevi dei programmi Divino Tazio? ti dirò dolce Ale, dovrei comperarmi dei clothing e anche vedere di arredare il mio flat, che così non è friendly, non è che c’hai voglia di unirti? ma perché no Re Tazio I? con onore, potremmo mangiare vegetariano laggiù e poi farci due vasche in swimmingpool lassù che ne dici Maestà?, ma dico che è very cool mia Odalisca, poi ci si cambia e si va, detto bene mio Sovrano dallo Scettro di Carne, che ti porto in un paio di buticc che so io e poi ti trascino a vedere l’atellié di desaign di un’amica della Stronzy che magari mi trovi il pezzo ultrakewl che rende più fancy il tuo flat e allora passa a prendermi tu, Ancella Soave, che qui non c’ho el coche e che nel frammentre che arrivi mi faccio una borsa sommaria, con dentro lo Speedo rosso da frocio a cui ho scucito la fodera interna e si va, si sale sulla Mini indemoniata e si vola distanti dal capoluogo di provincia taziale e le Ale mi è molto sportkewl e mangiamo veggy che speriamo che non mi venga lo scrillo in piscina e poi via, via, ad immergerci nelle acque non nuotabili della vasca comunale di sabato, zeppa di famiglie e di pargoli, in mezzo ai quali il bananone sheer tease è  un po’ fuoriluogo, quantunque un paio di mamme affamate di lerciume sozzissimo non abbiano smesso mai di accudire la prole tenendo d’occhio lo Speedo galeotto e sai Ale che con l’intero non ti avevo mai vista e mi metti dei pensierini gioiosi, ma dai SuperCazzio che con quello Speedo Frociante l’hai fatta aprire a metà delle troie in ammollo che si sentono gli zaffi di fica in calore e  haha e hehe e poi doccione e via, alla buticc, cinque camicie bianche classiche, due blue di cotone egiziano, poi un gessato a riga larga color petrolio, passo martedì che il fondo dei pantaloni è fatto, bello quel giubbotto, provalo, è il tuo, Diotazio che sei un Fico della Madonnassassina e mi rendo conto di aizzare l’ormone sia della Ale che della commessa magrina (ma non per questo inchiavabile) e poi via nella Mini obbediente che si arriva nell’atelliè di design dove non trovo un cazzo di un cazzo che ‘sta roba la mi fa cagare un bidè e spulciando minchiate s’è fatta quell’ora, senti amo, vieni a casa mia che siam vicini e mi cambio e poi si esce a prendere l’ape e va bene certo sì, Aluccia del mio cuor e che bella che l’hai fatta la casetta sai?, davvero ti piace, ma ti giuro e la bella Pornella si paventa ignuda davanti a me in fase predoccia che sin lì niente di che, considerate le settantamile chiavate passate, ma attenzione accidenti!, questa volta la novità c’è ed è poprio lì davanti a me, animale e insolente, lucida ed irsuta, la patonza selvaggia densa pelosa, lasciata crescere come la natura puttana vuole e mi sento il pistone che si monta da solo le fasce e il raschiaolio e ancor prima che l’Odalisca di Sogno possa tentare di spiegare le ragioni della scelta la incorazzo sul letto spalancandole le cosce animali e incominciando a leccare quel cuscino di pelo bestiale, annusando afrori africani dalle tinte parmensi e lecco, lecco, lecco, lecco, schiudo labbra, piccole, medie, large ed extralarge, spompinando il cazzetto che mi si indurisce tra le labbra, scivolando sull’irsuto perineo che guida all’imbatuffolato buco del culo che schiude sotto i miei colpi di lingua, “Che bestia sei?” grugnisco in preda al delirio, con la minchia che tira come un cargo maltese, “Sono una cerbiatta in calore” mi controcanta mormorando la superba Odalisca, la cerbiatta mi piace, me la scoperei per davvero nel bosco se tu me la tenessi ferma Purissima Alessandra e l’idea la stravolge e ripete “La cerbiatta… la cerbiatta…”  sì mio piccolo amore zoologico  e lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco, lecco che siamo quasi a Como che lei mi chiede se dev’essere nuda a tener la dolce cerbiatta mentre io me la chiavo ed io gorgoglio di sì, mi sollevo e le incasso con un colpo deciso la minchia granitica nel zuppo boschetto odoroso e pompo come un pozzo del Qatar, dettagliando quel rapporto animale senza aver idea alcuna di come sia fatta una cerbiatta, quanto grande sia, come si metta a chiavare, ma ciò non importa, la selva onirica in cui stiamo fottendo è perfetta e la bella Ale a occhi chiusi compone un piccolo cameo autonomo in cui la cerbiatta gliela lecca mentre io la inculo e poi la lasciamo andare libera nel bosco e chiaviamo noi due come, d’altra parte, già stiamo chiavando e il perpetuarsi geometrico della scena riproposta sotto svariate angolazioni geometriche ci porta a sborrare talvolta all’unisono, talvolta in jam session, talvolta in assoli perfetti e la notte ci ammanta e fanculo la doccia, la cena, la provincia e tutto il canapè.

“Ti ho pensato tanto sai Taz?”
“Anche io Ale”
“Non è un cazzo vero, ma mi piace che tu me lo dica” – e ride di bianchissimi denti
“Ma te lo giuro, mio amore” - rincaro svergognato
“Non mi va di lavarmi, mio Re”
“Nemmeno a me, mia Regina”

E abborracciamo dei finti sandwich col pane San Carlo da toast un po’ asciutto, beviamo una birretta svampita dal frigo e sbraniamo il fiero pasto in piedi, nudi, in attesa di iniziare la seconda puntata che intitolo  “Le Avventure della Biscia Mannara nel Boschetto del Cazzetto di Sasso”, mentre lei scoppia a ridere con la bocca piena che le si vedono le gengive ricoperte di mollica e io, d’improvviso, medito.

Medito e concludo che questa vacanzina  a casa mi ci voleva e che le Ale senza smalto sulle unghie dei piedi sta benissimo.
E mi affascina, di me, questo lato intimistico e profondo.
Viva la vita.




venerdì 6 marzo 2015

Piccoli appunti scritti in piccola punta di piccola penna dalla piccola sfera

.1 Possesso
Il possesso di un bene disegna, nell’immaginario dell’uomo comune incapace di accedervi, un beneficio assai superiore a quello che egli ritrarrà nel momento in cui sarà in grado di possederlo e lo possiederà, poiché in quel momento è intensamente possibile l’instaurarsi di un processo a metà tra il fastidio ed il rimpianto di esserne entrato in possesso.
Staziono ignudo davanti alla bella finestra del bell’appartamento ristrutturato a nuovo, arredato con un letto e basta, situato nella bella palazzina ristrutturata a nuovo che affaccia sulla bella piazza borghese del bel capoluogo di provincia taziale, dove bei giovani stabulano davanti al bar a suggere l’aperitivo e considero che il mutuo è venuto via a un cazzo e ne valeva davvero la pena, pur non essendo io minimamente interessato a tale acquisto, però il contesto riconduce alle radici originali, il bar, l’edicola, il tabaccaio, le maiale dalla figa cannibala e, alla fine, un uomo sano un posto in cui cagare con la porta aperta deve avercelo.

.2 Riproduzione riservata
Al parlàfono una giovine russa in lacrime si fa aiutare da un’amica, che parlicchia italiano, al fine di comunicarmi che ella (la giovine russa in lacrime) è gravida ed io rimango impassibile, seppur convenendo di non essermi mai sottratto dall’eiacularle nella vagina senza alcuna protezione, ma l’avvocato e detective che è in me mi suggerisce la considerazione che se l’ha fatto con me con così tanta facilità, chissà con che stuolo di marinai lebbrosi l’avrà fatto, ma tale teoria, seppur sorreggibile in mille altri casi, vacilla assai in questo e il suo istintivo vacillare mi produce fastidio, sia nel pensare in che tugurio ella vive con mio figlio nel grembo, sia nel dover affrontare, prima o poi, un tema la cui intimità mi induce un’orticaria fastidiosissima. Si vedrà.

.3 Dipende
La Repubblica Ceca che ho conosciuto io è una Mignottocrazia Matriarcale Dipendentista. Poi non so che altra Cechia esista, magari di sublime condotta morale e sopraffina cultura, non ho elementi per negarlo, ma nemmeno notizie per affermarlo. Sta di fatto che nella Cechia mignottocratica matriarcale nella quale mi sono mosso io, qualsiasi (e sottolineo qualsiasi) cosa ha un prezzo. Tutto sta ad avere il tempo e la voglia di scoprirlo, ma tutto è in vendita, perché ciò che vige in ogni approccio, anche il più letamaio, è la parola “Dipende”. Dipende da quanto sganci, da quanti soldi hai, da quanti soldi sei disponibile a spendere in più di quanto prevedevi, dipende dalla tua voglia di rimanere con le tasche vuote senza nemmeno una briciolina di crackers. A quel punto, ma solo a quel punto, comincia la trattativa spesso incerta, spesso infastidita, spesso timida, spesso teatrale, ma assolutamente concludibile.
Perché dipende e se la dipendenza è gradita si fa. La bella ragazza bionda che siede al caffè bevendo un tè coi libri sul tavolino, si fa facilmente agganciare per testare il suo inglese scolastico e all’interminabile ed esasperante fine delle rocambolesche teatralità, accetta di farmi un pompino nel cesso per 2.500 CZK, pompino scoperto, lei mezza nuda, sborrata libera sulle tette botticellesche  e, cosa che le fa onore, esprime un piacevole e spontaneo stupore al cospetto della titanica mazza taziale. “It’s big”, ella squittisce con un sorriso compiaciuto, mentre le manine rapaci assaggiano la consistenza del palo della cuccagna ancora a riposo. Ragazza di gusto. Nonostante qui tutto dipenda, i fondamentali vengono sempre soddisfatti.

.4 Mix culturali: l'Europa! l'Europa!
E’ una soddisfazione infinita, come italiano, apprendere che il tuo italiano amico fratello Costa si sia accasato con altri italiani fratelli a costituire un business a luci rosse nella splendida Praga, luogo in cui egli, unitamente ai suddetti italici, gestisce un modesto postribolo la cui scuderia si compone di un nutrito mazzo di mignotte rumene, orientato specificamente alla clientela italiana in trasferta alla quale offre via Internet ogni comodità, dal transfer dall’aeroporto all’albergo, al ristorante con cucina italiana, ai pacchetti comitiva e agli sconti destinati ai long fuckers. Un sapore europeo pieno di mille sfumature che farebbe scappellare di gioia persino l’algido Olli Rehn, avido di startup dalla visione estesa.
Sono intensamente bramato, in quell’ambiente ricco di finezza, poiché in me questi Signori vedono la figura carismatica del Direttore, vuoi per il mio aspetto signorile, vuoi perché estremamente non abile nel parlare alcuna lingua dell’est europeo e di sortire, probabilmente per quello, risultati straordinari in termini di comprensione immediata e di azione conseguente. D’altra parte nemmeno i miei committenti italiani parlano alcuna lingua e la comunicazione tra noi è di squisita fattura.
Gonfio d’orgoglio salirò presto ad accettare la direzione di quel meraviglioso luogo intriso di afrori di ascelle, piedi, merda, piscia, cazzi, fiche e sborra, dove la nudità random la fa da padrona e il chiavare è garantito in ogni momento poiché, alla fine, io DIRIGO quello sciame di nutrie in calore e il perforarle a mio piacimento è un dovere, prima che un diritto.

.5 Amore
Ritornando dopo tanto tempo nel capoluogo di provincia taziale, ho avvertito sgorgarmi dal petto un vulcano di sentimenti inarrestabili, imponenti, veri, una pressione infinita di incontrare l’Amore Vero di Sempre, la Dea del Sentimento Sincero che ha fatto di Tazio la persona sensibile che egli oggi è, la persona migliore, la persona sana, la persona che non ha mai cessato di riempirsi la mente delle sue parole stupende e del suo volto soave: la Ade.
Novella Doriana Grigia essa non invecchia affatto e non cessa d’amarmi con l’intensità sincera di sempre, con la pulizia morale che l’ha sempre contraddistinta tra tutte, con la generosità straordinaria con cui mi liscia (non richiesti) mille euri in contanti per comperare un enorme specchio da mettere davanti al meraviglioso futon che arreda il mio minimalista appartamento.
La Ade, l’amore, la mia compagna, la mia fidanzata, la Donna Separata Dalle Mille Risorse che ha attratto all’amo un Pescione che la foraggia grassa al fine di assicurare a sé e ai suoi accoliti sordidi piaceri che la mia Dea, dall’ano slabbrato oltre ogni immaginazione, sa offrirgli.
Che gioia ritrovare la famiglia e gli affetti: la Ade, la Aledellapale, la Isa, la Cicci, la Dany, la Raffy, la Zozzy e la Smerdy, che manco cazzo so chi cazzo siano, ma che evidentemente oggi tingono di ravvivate sfumature questo lurido affresco, mai invecchiato, raffigurante il lurido puttanesimo di provincia insozzato di fresca politica e soldi grondanti, ma di ciò non mi curo poiché io ho l’amore, io l’amo ed ella m’ama e questo è ciò che conta.

E mentre tutto il resto del passato scompare e diviene nebbia dei ricordi dozzinali, la feccia sopravvive ed impera vigorosa ed io sono orgoglioso di farne parte ad ottimo titolo, puttaniere, puttana e puttanante europeo senza scrupoli e senza anima.
Ma con l’amore della Ade.

Bonjour dal Taziofeccia.
Vi amo.