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domenica 6 agosto 2017
Varie ed avariate
“Sono a Borgoverde in ferie da sola e mi sono venute in mente mille cose belle. Sono malinconica.”
Per un attimo ho pensato di raggiungerla, di imbottirmi di Vicodin e Cialis e ridurle la fica e il culo come un chilo di macinato. Macinato doppio. Son due chili? Lasci.
E invece non ho nemmeno risposto al uozzappo.
Il Po è un fossatello in cui pescare i gò.
Le dimensioni delle spiagge porcone si sono dilatate in maniera impressionante ed il numero di porconi e porcone disponibili a rischiare l’ictus è ridotto come non mai.
Fortuna che nella rada e secca boscaglia, sopravvissuta agli atti vandalici, ci si ritrova tra amici di sempre, che tra di noi non si fanno distinzioni di ceto sociale o, tantomeno, di etnia.
Mi ha lusingato l’aver arrapato un ragazzo magrebino davvero molto sensuale, dal colore ambrato e dal cazzo svirgolato all’insù di non trascurabili dimensioni. Ci siamo divorati come due troie, abbracciati e puzzolenti davanti a un vecchietto che ha tentato invano di menarselo, senza successo.
Io e lui, invece, ci siamo schizzati sui cazzi, menandocelo a hot dog, reciprocamente.
Solo che il caldo è qualcosa di spaventoso e bisogna fare attenzione.
Dopo essersi fatta rimorchiare al Flamingo con facilità quasi deludente, la GILFona ben tenuta, dai sensuali piedi dalle eleganti dita lunghe e nodose, ha accettato di lasciare la macchina in parcheggio e venire con la mia a casa mia.
L’ho aiutata a far scendere la cerniera dell’abito e poi ho iniziato a spogliarmi.
Lei si è tolta tutto e per ultimi i sandali slingback dorati da suarè datata.
E quando è rimasta a piedi nudi sul pavimento ha sfregato le piante per terra come se stesse spegnendo una sigaretta, per asciugare il sudore che sentiva di avere.
Sono partito arrapato abbestia con l’impeto di stuprarla brutalmente e ho ben presto ripiegato su una performancina da patronato, a causa di tutti quei sorridenti veti e consigli e suggerimenti e direttive e manuali e vaffanculo checcoglioni cazzomerda.
Però la sega che mi sono piallato a casa, dopo averla riconsegnata al suo destino, è stata atomica.
Ho anche annusato il pavimento, ma non vi era traccia di odore.
Peccato.
Però ha ragione la Riccetta.
Che bei tempi quelli di Borgoverde.
Se penso che gira nuda in quella casa mi si edifica un gasdotto nelle mutande che se mi vede la Gazprom mi trivella il culo.
Che non è un pensiero malvagio nemmeno quello eh.
domenica 16 luglio 2017
Ylenia ti amo
Nella notte calda e solitaria, guido ascoltando i Simple Minds.
Camicia aperta, finestrino aperto, mi sale la voglia, accosto, sfodero il cazzo sotto il lampione giallo e meno, scappello e incappello, lo intosto, mi eccito, mi piaccio, il negrobianco, che cazzo da animale, che cappella, ma dai che si parte, vado a troie, stradali, luride, sudate, stupende.
Guido lento verso la zona e mi accarezzo la minchia, cambio automatico ti amo, senti come tira, mi tira il carro, eccone due, no, più avanti, che posso accostare parlando al finestrino mio, mostrando, esibendomi davanti a una sconosciuta, proviamo quella, sì quella mi arrapa.
“Ciao ammore icomestai? Uh! Sei già pronto ammore, che beggazo che hai, tanta voglia stassera, ma Ylenia ti toglie voglia ammore, sono 70 in macchina boca e figa coguanto…”
“Ascolta tesora, io ti pago anche di più, ma voglio leccarti tutta, dalla testa ai piedi, completamente nuda e poi voglio il culo…”
Si guarda intorno e ci pensa.
“Trecento e facciamo anche un po’ di roba buona…” – e le faccio il segno internazionale del VickSinex.
“Tu hai? Tu fai vedere…” – e mostro di straforo.
“Andiamo…” – e fa il giro della macchina e sale.
“Ho io posto sicuro no problemi, dire strada” – e mi sale l’ansia di venire sgozzato da due rumeni fatti di crack che mi inculano i soldi e la bamba, ma procedo con la minchia di marmo e Ylenia si accende una sigaretta e fa scivolare la sinistra sulla mazza ferrata, carezzandola con garbo.
“Tanto arapato eh? Senti come tira gazo, duro duro” – e ride segandomi leggera con la manina calda. Stupendo.
Nel capannone abbandonato, senza muri e senza porte, sapete quei capannoni che se io fossi un poliziotto in pensione e in dialisi controllerei di continuo?, beh nel capannone ci facciamo due belle curette inalanti veloci, così, per l’inverno, generose, poi lentamente comincio a divorarla come un Pitonsaurus TRex, leccandola, annusandola, facendole diventare i capezzoli due cazzi, che buon odore di femmina giovane da sesso, sudata, apri le gambe amore che te la lecco, depilata, ma con pistina di atterraggio, dio ma quante piste stasera, che traffico aereo, ma anche che sguazzo qui in mezzo, dolce e acida, piscia e lubrificante, odore di fica e puzzo di cesso, divina, secondo me gode davvero quando le lavoro il bottoncino, poi giù, fammi visitare il culetto amore, fammi sentire le crespelle carnose, amarognole, calde, ti contorci e spalanchi eh, ti piace Ylenia rumena zozzona eh? la cura inalante ti ha mandato a palla, come me, che la sto facendo dal pomeriggio, ma io prendo gli antibiotici anche, girati sulla pancia che ti mangio il culo, chiappe molli, ma belle e graziose, segno del costume perizomeo, guarda lì che bocciolone, non vedo l’ora di farmelo, ma intanto giù, via i sabot tacco novantasei e su i piedi, come i piedi no?, non esistono no qui amore, senti che delizia, senti la pelle sudata, la pelle a pezzetti sotto le dita, polverosa e che bel profumo di formaggino fresco di femmina, non stagionato, ti lavi, brava, è il mestiere che logora, senti amore, le senti abbastanza aperte le vie aeree? O è il caso che insistiamo con la cura?, meglio insistere, sono d’accordo.
E insistiamo.
Che botta cristoddio, se anche la polizia fosse in macchina me ne chiaverei, senti, ansimante Ylenia, facciamo cento zucche in più e saltiamo la storia del goldone e blahbla, che fa caldo e poi mi suda il cazzo?, e tiro fuori le cento zucche, mentre lei si dà all’ugola d’oro e mi tira una bocca di qualità medio bassa, ma accetta lo scoperto e la chiavo cabrio senza tanti preamboli.
E’ carina, anzi è proprio bellina, mi piace tanto, no, anzi, tantissimo e la bacio, provo un intenerimento abnorme, una voragine sentimentale e la abbraccio mentre mi abbranca con le gambe i fianchi, ti faccio male amore? “No è belo con-tinua…”, mi fa piacere che madame gradisca, sento che la amo, dal cuore, la voglio, la traforo triturando trucioli, mi abbraccia e la bacio di istinto e lei mi bacia aprendo la bocca, oh!, ma che stranezza, che bella intimità, pompo come un subwoofer innamorato pazzo e lei mugola un dolce canto rumeno, scritto dal Conte Dracula, molto carino, orecchiabile, ritmato da un movimento di bacino, un ballo propiziatorio, credo, ma dai che son contento Yle che sei venuta, sai? ma adesso dammi il buchino odoroso che anche io voglio riempirti di sborrona calda e si rigira, mentre io la fermo, su un fianco amore, entra meglio, mentre sapiente maestro di glandigitalidizzazizzazione, cerco il punto di rottura e spingo, piano, carezzandola, dicendole che è proprio bella e mi piace tanto, ma tantotantotanto e le innesto il mostro nel culo, mentre lei si rende conto dell’enormità a cui assiste attonita e si attacca alla portiera con le manine, male amore?, no, continuo?, sì, entra, entro, senti come strozza col muscoletto sensuale e poi zac, l’ampiezza tenera del budello odoroso, ma senti che incularella che ci stiamo imbastendo Yle eh? e mi muovo lento, lascio che i muscoli si arrendano e poi comincio a fottere quel culetto dalle chiappe molline, mentre lei riversa il capo all’indietro, guancina sudata a guanciona sudata, ansima, la bacio e le strizzo le mammellette incazzate, la inculo, ti faccio male amore?, “No tu bravo, tu fare bene….” eccerto Ylenia, mica sono un puttaniere così, io sono IL puttaniere, fidati.
E cerca le mie mani e mi stringe con le sue, mentre io aumento il pompaggio e lei cerca di aprirsi più che può, mentre l’odorino di fossa biologica sale lento e caldo, a segnale che il tappo è tolto e si può cominciare a pompar la fogna.
Oh, Ylenia zozzona, ma quanto ti piace il supercazzone nel sederino eh? ciuccia adesso, ciucciamelo col culo, che voglio svuotarti nell’intestino i coglioni, dai, dai, dai e sborro grugnendo, mentre la mia odalisca stradale spinge il culo all’indietro per agevolare il mio, di espurgo.
***
“Ma tu paga putane per farle godere e snifare?” – mi chiede sudata marcia, mentre tenta di rinfrescarsi con delle merde di salviettine umidificate, che gliele avrà fatte il pappa a sputi, considerando che son secche e senza profumo, boh.
“Sì” – rispondo io sistemandomi – “ma solo quelle buone, sai, io sono Babbo Nasale” - e lì si ride che non vi dico.
Le annuso per l’ultima volta i formaggini piccolini e delicati come forma e come stagionatura, unghiettine rosse, lei dice nonononononono, ride, si rivolta zampettando come un satiro e mi dà un biglietto, fatto alla stazione, con su il suo nome e il cellulare.
La amo.
E’ splendida e dolcissima. E anche una ragazza tanto cara. Tanto. Eh.
Ma io sono su Saturno, che se stiamo lì un altro po’ me la spoglio e me la richiavo.
E ho amato a mille una cosa, che i puttanieri che mi leggono apprezzeranno: ha messo il cellulare in silenzioso e non ha risposto mai, anche se quel coso illuminava la borsa ogni tre secondi.
Brava.
Bella serata, era da tanto. Grazie Yle, ti amo.
E bacino e sorriso e via.
La amo!
Ah le donne! Come si fa a non amarle, quando son così sincere?
Ha!
domenica 25 giugno 2017
Fidanzamento
“Oh, ma il tipo ce l’ha?” - mi chiede la donzella sulla trentacinquina, figa, un po’ anni ’70 col gonnone e l’occhialone ferma capelli – “Non so, sto aspettando anche io” – rispondo guardandole le dita dei piedi nei sandali infradito (che si vede che son di marca) e c’ha le dita nodose e lunghe come piace a me, impolverate dalla merda di calcinacci lì sotto, poi arriva il tizio col cappellino col frontino e mi fa “Quanta ne vuoi?” che io dico “Fai lei poi ci parliamo” e lei mi ringrazia, il tipo incassa e scarica, fa me e poi evapora – “Ma te la fai qui?” – chiedo sommesso e lei – “Un po’ me la farei che il resto lo devo portare a un amica, è che non mi fido qua…” e io la seguo mentre cammina male sui calcinacci e poi si gira – “Te te la fai?” – in un toscanazzo rivelatosi poi fiorentino – “Se mi fai compagnia sì, se no vado” – “Sì, sì, ti faccio compagnia se vuoi…” – guardandosi in giro, un po’ affannata che si sale – “Offro io…” – dico magicamente in un soffio ed allora è sì, cazzo sì, se offro è sì, cazzo di tossica dimmerda e ci infratttiamo nel tugurio lurido, ci sistemiamo su una finestra che dà su delle erbacce secolari, si accoccola a gambe aperte con la mutandina candida, sia perché è bianca, sia perché e di cotone per bene, doppia carta di credito, cento euro e si parte, discreta, pensavo meglio, mi vien voglia di chiavarla, ripartenza, vai chemmifrega, pista che devo passare, beh dai sale piano, ma non è male, no infatti – “Ma sai che sei figa?” – “Mavaffanculo, te mi vuoi chiavare!” e ride, ride, ride, si ride, le accarezzo i piedi, lei si fa seria e mi fa – “Ma t’ha preso così davvero?” – “Sì, cosa devo fare?” e nell’attimo romantico dell’antro di piscio e merda, siringhe e sangue, scatta l’amore, quello vero, col bacio sincero, quello dal cuore e allora propongo a fil di labbra di farci un altro giro di prova e lei sorride e via, liberiamo le vie aeree e respiriamo l’aria degli affetti sinceri – “Vuoi che ti faccia un pompino?” – “Per cominciare” – “Oh non è peffà la bigotta, ma io qui un ci hiavo t’oddico eh…poi un ciò nemmeno i preservativi..” – ed allora succhia amore della mia vita, succhia bene e lenta e togliti i sandali, stupore, divertimento – “Che sei uno de huei matti che so’ innamorati dei piedi?” – massì, son io uno di quelli, ma senti labbradifuoco, com’è che ti chiamano? Franci, Francesca, bel nome, se avessi una figlia la chiamerei così, grazie – “Oh non mi venìnbocca he non mi piasce” – certo amore, tutto per te, ti avviso, ma tu mi fammi assaggiare quelle ditina nodose, mannò che son zozzi, ma non ti preoccupare che godo abbestia, dai succhia che vengo, sega ultrafast, con moltiplicatore della velocità, brava, bravissima, sborro come un koala siberiano e lei sorride, mordendosi il labbro, che brava che sei Franci, festeggiamo! e ride impiastricciata e mentre si pulisce coi Kleenex io attrezzo le piste che manco a New York al JFK e via che ci si rallegra felici e la tiro in piedi limonandola e la inchiodo al muro di schiena e scivolo nelle mutandine di cotone infantile e le frullo cortese la carnina con la strisciolina di pelino scurissimo, nel triangolo bianco di sole della Versilia e, mentre cede sulle ginocchia abbarbicata a me siffosse ella edera, sgocciola una venuta dignitosa, cantata, dignitosa al punto di poter essere considerata onesta, nell’occasionalità dell’incontro tra consumatori diretti, di cui uno ospitante.
“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?” – “E se ci passassi che cosa succederebbe?” – “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.
La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!
“Tesoro devo andà he sennò mi perdo il treno. Ma te passi mai da Firenze?” – “E se ci passassi che cosa succederebbe?” – “Un so’, ci si vede”- arrampicandosi a fatica, con quelle infradito.
E perché no, Franceschina pura? Però dammi un numero, che sennò l’è un hasino hiamà tutti pettrovarti, ride, ci squilliamo, abbiamo i nostri numeri, l’amore è stupendo.
La porto alla stazione.
Ci baciamo, siamo praticamente fidanzati.
Queste sono le mie donne.
Viva l’amore vero!
giovedì 23 marzo 2017
domenica 18 settembre 2016
Fama
Arrivo stimato per le ore diciannove zerozero zulu e alle
diciannove zerouno zulu era qui, bella come il solleone, garbata, elegante,
sexy, ma con modo, né troppo, né troppo poco, sandalo aperto nero con cinghie larghe
incrociate sulle dita e cinturino dietro al tallone, zeppetta, tacco, pantalone
blu a sigaretta, camicia bianca col collo rivoltato e scollata quel tanto da
dichiarare un Canale di Suez a me ben noto sino allo sbocco panciale,
coprispalla blu cobalto di cotone a maglia larga che fa vedere il bianco della
camicia e coprire decentemente la cula, borsa nera a spalla un po’ demodé, ma
di ottima fattura, capelli raccolti in uno chignon elaborato, occhiali da sole
in testa, RayBan, aviator, specchiati.
Si chiacchiera, ho l’erba, che dice la Kikka, ma niente
solito, slinguo accurato, palpata di tette e poi via, nel mulinello sozzo della
Padania Ex Rossa e Gaudente.
Inodore come materia inesistente, lecco i piedi e godo a
metà, ma so aspettare e intanto mi assaporo il pompino che v’è da dire che li
fa davvero bene e poi apri le gambe che ti impalo, esecuzione immediata, ficona
bisteccona barbuta già zuppa e pronta all’impianto e io ficco e godo che è
bollente e lei gode e le sbrodolo porcate su quel che ho fatto aspettandola,
calcando la mano anche su mezze verità e lei sorride e gode ad occhi socchiusi
e testa all’indietro e arriccia le dita dei piedi mentre viene, abbrancandomi
come una pianta carnivora che non vuole mollare la preda, ma chi molla
Antonerchia, chiavarti è un piacere che persino io non mi spiego.
Canna.
Amica erba che da tempo immemore non ti succhio più, fumosa,
intossicante, appagante, rilassante, eccitante, non nociva, è quella del Virus,
la riconosco a un chilometro, giaciamo, ha fatto le cannette a casa, ma che tesoro,
sorride appagata come una Geisha pronta al suo Signore della Dinastia Minch.
“Facciamo un film
porno?” chiedo passando lo spino annerito, dai profumi esotici “Ma neanche in sogno!” risponde ridendo
e io incalzo “Ma dai, ma sai quanti cazzi
rizzeresti?” – “Non mi interessa, a me basta far rizzare il tuo” e ripassa
il cannino, giocando tenera con la minchia barzotta.
Cucio rapidissimo e penso che forse nemmeno il Fiume Porcone
mai la vedrà in azione e, dopo breve fraseggio rammollito, assumo la notizia
che mai e poi mai e poi mai è successo nemmeno che abbia preso il sole in
topless, ad esclusione degli anni di acerbissima infanzia.
L’Antonella è una ragazza normale, nell’accezione più stimabile
del termine, fa le corna, le piace tanto il cazzo di chi dice lei (poco quello
del Sarti che alberga in passere casuali e diomeneliberi), ha fantasie porn
driven (tra cui la pisciata, come noto) si masturba saltuariamente, possiede un
vibratore base senza diavolerie, ma le piacciono di più le dita, non se lo fa
mettere nel culo, non ha mai avuto esperienze lesbiche, ma forse con la donna “giusta”
e un stato di modesta alterazione potrebbe cedere per sola prova, dove per
donna “giusta” intendesi una trentacinque-quarantenne molto, ma molto fitness,
coi muscoli, ma no culturista, scura di pelle, abbronzata, tette piccolissime,
capelli cortissimi, tutta depilata e molto decisa che fa tutto lei, insomma si
definisce una “bi-curious” (sua definizione porn style, ma per fortuna ride),
guarda i porno, specialmente da sola, certamente saltuariamente, ma non li usa
preterintenzionalmente per masturbarsi, bandisce il sesso nei giorni di lavoro poiché
deconcentra (dice), non le piace il cazzo nero, non è felice, non è soddisfatta
della sua vita, beve troppo (vero) e adora le canne perché le mettono voglia.
“E te vai fuori di testa per i piedi” dice guardandomi
sorridente di tre quarti “Eh sì, ebbene sì” ammetto con facilità, falciato da
un “Lo sapevo da prima prima” – “Ah sì?” dico io con finto stupore “Lo sanno
tutte” risponde felice, girandosi per prendermi la minchia tra i piedi e
cominciare a segarmi.
La mia fama mi precede.
Divinamente noto.
Mi amo.
sabato 17 settembre 2016
venerdì 16 settembre 2016
Caterina Balivo, la donna che “non sa” di avere piedi per feticisti
E infatti non li mostra mai
né in foto, né in video, così schiva, così lontana dal fetish.
Bah. Sopportiamo.
In ogni caso, meriterebbero
un orgasmo, specie se sporchi.
lunedì 1 giugno 2015
Champagnati addosso
Sabato notte
E’ vero, avevamo bevuto l’intera regione dello Champagne-Ardenne, questo è vero.
Poi c’è stato un momento propedeutico di altissimo spessore.
In piedi innanzi a me, con l’abito nero con le bretelline, lungo sino al ginocchio e i sandali argento molto raffinati ai piedi.
Location: giusto innanzi al mio portone.
Proveninenza: la sua auto nella quale ci eravamo ingroppati come i Bonobo sotto Chalis, per ore.
“Tu una volta hai detto che se suono il piano di notte ti bagni dall’eccitazione e ti bagni le cosce e io me ne accorgo vedendoti le dita dei piedi bagnate”
“Sì”
“Ma ti bagni così tanto?” chiedo e rido ubriachello.
“No” mi risponde ridendo ubriaca bella e buona.
“E allora mi hai raccontato una cazzata” sottolineo, pizzicandole i capezzolini fino a farle aprire la bocca dal dolore con gli occhi chiusi.
E allora lei sfila dai piedi i sandalini restando scalza sull’asfalto, recuperandoli in mano.
E poi si piscia lungo le gambe, lucidandole di sibilanti rivoli che si intrecciano sulle curve del ginocchio, del polpaccio, correndo alla caviglia, bagnando i piedi, affogandoli in una pozzanghera che va allargandosi e nella quale lei muove sensuale le dita sorridendo ebbra con quegli zaffiri stretti.
“Fammela leccare” richiedo imbestialito e serio, appoggiandola al portone e sollevandole l’orlo del vestito. E gliela lecco maniacalmente, glabra fica nuda zuppa di piscia calda, priva di mutandine che giacevano chissà dove nel Touareg e mentre assaporo il suo nettare, la ebbra Lidia solleva il vestito da sopra la testa rimanendo totalmente nuda in strada, biascicando solo un leggero “scopami ancora che ho voglia”, cazzo Lidia no, entra, entra dentro e mi incasino con le chiavi mentre lei gira in tondo nuda in mezzo alla strada a braccia sollevate, scarpe e vestito per terra, ridendo, con qualche capannello più in là che osserva divertito.
Riesco a ricoverarla all’interno di casa a fil di fanali di un’auto che sopraggiungeva.
E poi la violento sulle scale, senza nemmeno salire, facendola godere come una pazza.
Pazzesco.
Bello però, cazzo.
Tanto bello.
E’ vero, avevamo bevuto l’intera regione dello Champagne-Ardenne, questo è vero.
Poi c’è stato un momento propedeutico di altissimo spessore.
In piedi innanzi a me, con l’abito nero con le bretelline, lungo sino al ginocchio e i sandali argento molto raffinati ai piedi.
Location: giusto innanzi al mio portone.
Proveninenza: la sua auto nella quale ci eravamo ingroppati come i Bonobo sotto Chalis, per ore.
“Tu una volta hai detto che se suono il piano di notte ti bagni dall’eccitazione e ti bagni le cosce e io me ne accorgo vedendoti le dita dei piedi bagnate”
“Sì”
“Ma ti bagni così tanto?” chiedo e rido ubriachello.
“No” mi risponde ridendo ubriaca bella e buona.
“E allora mi hai raccontato una cazzata” sottolineo, pizzicandole i capezzolini fino a farle aprire la bocca dal dolore con gli occhi chiusi.
E allora lei sfila dai piedi i sandalini restando scalza sull’asfalto, recuperandoli in mano.
E poi si piscia lungo le gambe, lucidandole di sibilanti rivoli che si intrecciano sulle curve del ginocchio, del polpaccio, correndo alla caviglia, bagnando i piedi, affogandoli in una pozzanghera che va allargandosi e nella quale lei muove sensuale le dita sorridendo ebbra con quegli zaffiri stretti.
“Fammela leccare” richiedo imbestialito e serio, appoggiandola al portone e sollevandole l’orlo del vestito. E gliela lecco maniacalmente, glabra fica nuda zuppa di piscia calda, priva di mutandine che giacevano chissà dove nel Touareg e mentre assaporo il suo nettare, la ebbra Lidia solleva il vestito da sopra la testa rimanendo totalmente nuda in strada, biascicando solo un leggero “scopami ancora che ho voglia”, cazzo Lidia no, entra, entra dentro e mi incasino con le chiavi mentre lei gira in tondo nuda in mezzo alla strada a braccia sollevate, scarpe e vestito per terra, ridendo, con qualche capannello più in là che osserva divertito.
Riesco a ricoverarla all’interno di casa a fil di fanali di un’auto che sopraggiungeva.
E poi la violento sulle scale, senza nemmeno salire, facendola godere come una pazza.
Pazzesco.
Bello però, cazzo.
Tanto bello.
Anche i piedi delle signore di classe puzzano nel sabato primomeriggiale taziale
Sabato postprandiale
Sotto l’alberone vicino al bivio del cavo maestro del canale che irriga la fiorente ed operosa agricoltura della bassa, una VW Touareg grigio metalizzata porge le terga alla campagna ed il volto alla strada.
Il portellone è aperto ed all’interno del piano di carico, seduti, sostano un uomo ed una donna. Ella è scalza e porge le sue estremità inferiori ad ello che è totalmente nudo, cosa che manda in sollucchero ella, che preme un piedino sulla Randa Impazzita Rampazza Pietraia Birilla di ello, mentre dilata le ditina dell’altro piedino affinchè ello abbia di che imbufalirsi annusandone il suo pacato odore di sudore dei piedi, aggressivo nelle note, maschile nell’impianto, eccitante da manicomio nella sostanza.
Ella, col piede libero e l’ausilio di una manina, conduce una masturbazione acrobatica al femore di dinosauro di ello, mentre costui lecca, succhia, infratta la lingua e gioisce del salato nettare che alberga tra quelle dita bambine.
La performance bizzarra si protrae per poco tempo, sinché ella, stanca di cotanta acrobazia che non fa che alimentare il suo belluino desiderio sessuale, non decide di liberarsi del pantalone stretto a tubo blu notte con bordo arrotolato e delle culottine blu pervinca con piccoli fiori azzurri, per porsi a giacere di schiena con le gambe e la glabra fica spalancate, a palese invito alla copula agreste nei confronti di ello, già ben pronto alla monta taurina.
Ed i due chiavano, sbattendo proletari, scomposti.
La camicetta di ella, ampia a righe bianche su fondo bluette, una volta sbottonata rivela l’assenza di reggiseno, con effetto trasfigurante in ello che sa cogliere la simbologia puttanesca di tale assenza, mentre ella va godendo divertita della reazione di ello conseguente alla scoperta, ma soprattutto va godendo del sentirsi ripiena di tanta Suina Carne di Rigidissimo Cazzo di Porco Crudo di razza Durissimock che stantuffa, senza lesinare le forze, nella fragrante ed umida fichetta bambina e signorile di lei.
E poi ella canta, agreste, con note a tratti rabbiose e vene del collo pronunciate e ello, al termine dell’epilessia di ella, porta nuovamente il piedino odoroso al naso e schizza scomposto il suo seme sul corpo nudo di ella che, previdente e saggia, spalma con ambo le mani lasciando tramontare gli ultimi grugniti suini e moderatamente blasfemi sulle sue eleganti labbra di signora di classe.
Che bel sabato taziale, così diverso, ma così intenso di emozioni.
Penso agli amici della Solita ed una punta di curiosità culattona mi titilla il perineo.
Ma preferisco annusare.
A fondo.
Mentre ella ride sguaiata e dice “bastaaaaa pervertitooooooo!!”.
Che bel sabato taziale.
Che afrore seducente ed irrinunciabile.
Che femmina.
Ha!
Sotto l’alberone vicino al bivio del cavo maestro del canale che irriga la fiorente ed operosa agricoltura della bassa, una VW Touareg grigio metalizzata porge le terga alla campagna ed il volto alla strada.
Il portellone è aperto ed all’interno del piano di carico, seduti, sostano un uomo ed una donna. Ella è scalza e porge le sue estremità inferiori ad ello che è totalmente nudo, cosa che manda in sollucchero ella, che preme un piedino sulla Randa Impazzita Rampazza Pietraia Birilla di ello, mentre dilata le ditina dell’altro piedino affinchè ello abbia di che imbufalirsi annusandone il suo pacato odore di sudore dei piedi, aggressivo nelle note, maschile nell’impianto, eccitante da manicomio nella sostanza.
Ella, col piede libero e l’ausilio di una manina, conduce una masturbazione acrobatica al femore di dinosauro di ello, mentre costui lecca, succhia, infratta la lingua e gioisce del salato nettare che alberga tra quelle dita bambine.
La performance bizzarra si protrae per poco tempo, sinché ella, stanca di cotanta acrobazia che non fa che alimentare il suo belluino desiderio sessuale, non decide di liberarsi del pantalone stretto a tubo blu notte con bordo arrotolato e delle culottine blu pervinca con piccoli fiori azzurri, per porsi a giacere di schiena con le gambe e la glabra fica spalancate, a palese invito alla copula agreste nei confronti di ello, già ben pronto alla monta taurina.
Ed i due chiavano, sbattendo proletari, scomposti.
La camicetta di ella, ampia a righe bianche su fondo bluette, una volta sbottonata rivela l’assenza di reggiseno, con effetto trasfigurante in ello che sa cogliere la simbologia puttanesca di tale assenza, mentre ella va godendo divertita della reazione di ello conseguente alla scoperta, ma soprattutto va godendo del sentirsi ripiena di tanta Suina Carne di Rigidissimo Cazzo di Porco Crudo di razza Durissimock che stantuffa, senza lesinare le forze, nella fragrante ed umida fichetta bambina e signorile di lei.
E poi ella canta, agreste, con note a tratti rabbiose e vene del collo pronunciate e ello, al termine dell’epilessia di ella, porta nuovamente il piedino odoroso al naso e schizza scomposto il suo seme sul corpo nudo di ella che, previdente e saggia, spalma con ambo le mani lasciando tramontare gli ultimi grugniti suini e moderatamente blasfemi sulle sue eleganti labbra di signora di classe.
Che bel sabato taziale, così diverso, ma così intenso di emozioni.
Penso agli amici della Solita ed una punta di curiosità culattona mi titilla il perineo.
Ma preferisco annusare.
A fondo.
Mentre ella ride sguaiata e dice “bastaaaaa pervertitooooooo!!”.
Che bel sabato taziale.
Che afrore seducente ed irrinunciabile.
Che femmina.
Ha!
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