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giovedì 28 aprile 2016

Lettere dal fronte 3

Caro R, a proposito dello scrivere di getto (che si collega con il discorso precedente): se inteso con il sacro fuoco dell’ispirazione (dici bene, il Romanticismo lo pratica, ma anche il Surrealismo e la Beat generation), presuppone l’idea che noi, nel profondo, siamo autentici. Adorno, in “Minima moralia”, e tutto Faucault ci fanno invece capire quanto anche il profondo sia contaminato dal potere. L’inconscio è il regno dell’aggressività (vedi Fromm: “Anatomia della distruttività umana”) che noi pieghiamo all’ordine civile già nel momento in cui lo trasformiamo in discorso (la grammatica è infatti la rappresentazione simbolica delle gerarchie del potere, con il Soggetto al centro e tutto l’apparato logico che gli fa da sostegno, per l’affermazione dei suoi bisogni).

Seguire i suoni prima che il senso è una libertà apparente: anche la gerarchia dei suoni, l’idea di eufonia e cacofonia sono un risultato sociali, acquisito con l’educazione. Bisogna fare i conti con questo. Pensa alla società romantica e all’eroismo della sua musica; e pensa ai grappoli sonori di Debussy e quanto hanno a che fare con la crisi dei valori nel tardo ottocento. E pensa ancora quanto la musica colta contemporanea, con i suoi rumori insopportabili riesca, meglio di qualsiasi chitarra distorta, a rappresentare la violenza in cui siamo immersi. Voglio dire: i suoni si devono scegliere (anche se, come già detto, in parte ci scelgono) tenendo conto che anch’essi veicolano valori.

Per quanto mi riguarda: sto sperimentando con un musicista di liscio (musica popolare, dunque) la mia poesia, che non è affatto popolare. Ultimamente, leggo in pubblico con lui. Lui deforma quella tradizione, ma anche la conferma perché il nostro orecchio è allenato, la conosce. Così come conosce (ma sente deformato) il messaggio che respira nei miei versi.

Vorrei ora affrontare la questione opposta, ossia scrivere secondo uno stile preordinato, indifferente alle difficoltà che il pubblico potrà incontrare, come rilevo nel testo che mi hai inviato. Quello che io sento, leggendolo, è un procedere spigoloso che disegna una paesaggio mentale in cui fatico a entrare. Tutto mi sembra astratto, anche se usi parole concrete. Forse è la scelta sintattica, mossa dal processo analogico – quindi dominato da ragioni inconsce che, sempre per ragioni inconsce, non hanno il coraggio di togliere il velo, di mostrarsi nella loro nudità (per contrasto – ma solo per intenderci perché il tuo stile e la tua visione del mondo sono differenti –  vedi l'operazione di Donaera, in Blanc, che usa una lingua senza qualità e però ti entra subito. Mi pare che tu stesso lo confermi nel commento che hai lasciato).

Se penso a un racconto (e questo tuo libro potrebbe esserlo, data la divisione in 20 capitoli) cerco sfondo e primo piano, personaggi, ambienti interni e esterni, dialoghi. Invece sento una voce tendenzialmente monolitica, difficile non perché comunichi concetti difficili, ma per le proprie scelte stilistiche; ti chiedo perché precludere la comunicazione con il lettore soltanto per coerenza formale? Anche a me capita talvolta di sentirmi legato a una scelta stilistica: quando succede, la forza espressiva e conoscitiva si piegano a esigenze esteriori, con la conseguenza di avere una poesia formalmente valida ma senza quell'aria in mezzo che consente al lettore di attraversarla.
Questo è un punto importante: un testo deve essere poroso, deve consentire al lettore di attraversarlo, di farne esperienza. Se è troppo compresso, ci scivola sopra e lo perde.

Per dagli maggiore porosità potresti usare differenti registri (l'inserimento del nome degli asteroidi è un esempio di cambio registro, ma è criptico, ha bisogno di note esplicative improponibili in un contesto già di per sé ostico). Ti consiglio di leggere La ragazza Carla di Pagliarani e il poemetto Un posto di vacanza di Sereni (è in Stella variabile).

Mi è difficile dirti ora che dovresti riscrivere il tutto facendo tesoro delle soluzioni adottate da Pagliarani e Sereni. Capisco benissimo l'inanità della proposta. Inoltre potrebbero esserci altre soluzioni, che trovi tu, con la tua creatività. In ogni caso, prima di prendere qualsiasi decisione (anche di lasciare il poema così come l'hai scritto), prova a leggere i due autori che ti indico (li leggi in meno di un'ora ciascuno). Poi ne riparliamo.

In sintesi, ti consiglio più mobilità nella struttura (uso di differenti registri ecc), una voce più libera di dire, meno preoccupata di far poesia (sempre però stando attento che ogni riga-verso sia necessaria, ma non per forza tirata allo stremo:  anche il banale può trovare posto (cfr Pagliarani che copia passi dal manuale di dattilografia)

Approfondisco quanto detto finora, riprendendo un mio passaggio che tu stesso hai sottolineato: Tutto questo, come può diventare “popolare”? Io dico che lo può essere nella misura in cui mantieni aperto un margine di senso in cui l’inconciliabile si senta, in cui il lettore non possa mai dire: ho capito tutto. Se ha capito tutto, significa che hai parlato la lingua 
dell'omologazione.

Un conto tuttavia è tenere aperto "un margine di senso in cui l’inconciliabile si senta", un altro fare dell'inconciliabile gran parte del versante del cammino. La "porosità" di cui parlo sopra è appunto quanto permette al lettore di incontrare l'inconciliabile senza sentirsi un escluso. Per fare questo, occorre che il lettore percepisca la relazione fra testo e contesto e ciò lo ottieni anche cambiando registro e inserendo una profondità che, appunto, eviti il tutto frontale che, mi pare, caratterizza il tuo testo. Ora insomma si tratta di trasformare la teoria nella pratica. È la cosa più difficile, perché coinvolge anche il tuo rapporto emotivo con la parola, con la frase, con il suono e il ritmo oltre che con il lettore. Credo anzi che a quest'ultimo livello dovresti lavorare. Non tanto nell'individuare un destinatario (lo hai già fatto) quanto nel riuscire ad essere più libero di dire, più aperto e fiducioso verso il lettore.

La neoavanguardia inscena il frammento, l'anatomia del corpo sociale malato. Credo che, oggi, sia giunta l'ora di ricomporre le fratture, ma senza fingere, là dove ci sono.

Al di là della diatriba se la canzone sia poesia (io direi che è poesia popolare, dunque più carica di emotività che di conoscenza), la questione prima, ora, è capire perché non riesci ad arrivare al tuo pubblico. O meglio, lavorare sul come arrivarci: limando l'ostico dal verso, togliendogli il rumore senza banalizzarlo, affinché diventi viatico di conoscenza e bellezza (di una bellezza in cui, come direbbe Baudelaire, l’orrore si specchia senza ritrarsi. In parte un passo l'abbiamo fatto a leggere quanto dici riguardo "Un posto di vacanza".

La strofa di Sereni che citi è concettuosa, eppure ti piace; non lirica (e questo potrebbe essere un pregio, per la tua sensibilità). E soprattutto ti ha fatto capire che la poesia si legge con un tempo differente dalla prosa. Ma questo non è detto che il lettore lo sappia. Però il poeta deve saperlo. Deve sapere che leggere (a mente) poesia significa costruire un andamento circolare, ondeggiante, dove l'occhio e il pensiero avanzano e indietreggiano, ma anche salgono e scendono di riga. Scrivere con questa idea può portarti a una nuova consapevolezza. Anziché andare avanti come un bisonte, ti puoi muovere come una farfalla che indossa però scarpe da montagna: non bisogna nemmeno svolazzare troppo. Il ritmo giusto, dicevano i poeti beat, è dato dal respiro. Questo vale rispetto alla poetica. Riguardo al movimento reale che Un posto di vacanza produce, dici bene qui: "dalla dinamica dello sguardo, ora attratto in senso longitudinale, di fronte alla riva, ora dal muovere trasversale, del fiume che va; dallo stare con la mente sul fiume per poi andare al mare, la foce-limite".

Nei poemetti, in generale, è meglio essere inclusivi perché il dettaglio, apparentemente fuori fuoco, può creare tensione o distensione sia nel canto che nell'interesse del lettore. E può essere evocativo oppure emergere per contrasto con la linea dominante. Che tuttavia deve esserci: usando solo il movimento di camera e il primo piano, il testo diventa monotono; si deve sentire che hai un tema per le mani (la città depredata, nel tuo caso), ma la terza dimensione la crei uscendo dall'urgenza, e costruendo uno spazio abitabile, imponendo tu il ritmo della lettura, con gli a-capo e i differenti registri, con parole dolci o aspre, lunghe o corte. Buon lavoro!



martedì 29 marzo 2016

Lettere dal fronte 2


Caro R., la questione "creare forme che arrivino più lontano possibile, che riescano condivisibili non solo a 'quelli come me'” è una delle colonne della poesia novecentesca, ossia da quando l'alfabetizzazione e la società di massa sono reali e diffuse sul territorio.Credo tuttavia che la natura del discorso poetico (nella quale suono, senso, ritmo, tradizione, cultura eccetera, si intrecciano) non consenta di raggiungere tutti. Bisogna perciò rassegnarsi a trovare un destinatario quanto più possibile largo.Questo obiettivo (chi scelgo come lettore?) va a braccetto con la questione: quando scrivo, quali parole, quali frasi, quali sentimenti censuro? A chi rinuncio nel momento in cui scarto le frasi con i luoghi comuni, i sentimenti troppo scoperti eccetera? Di sicuro le canzoni di Sanremo raggiungono un'utenza superiore; dovresti chiederti: perché, pur sapendolo, scelgo una scrittura più complessa?Da parte mia rispondo: perché penso alla scrittura come un sistema in cui bellezza e conoscenza s'incontrano (e "bellezza" non è stereotipata; e "conoscenza" non è già data). Focalizza dunque meglio il tuo lettore ideale, ma soprattutto quello reale, posto che "tutti" non sia un target avvicinabile.Vorrei approfondire la questione poesia e cultura di massa perché non è innocente, almeno da quando la Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm) ha posto l’accento sulla portata ideologica del linguaggio. Il linguaggio che parliamo ordinariamente, nella sua apparente funzione comunicativa, porta in grembo una valenza persuasiva rispetto ai valori della classe dominante. Nelle parole c’è la dottrina dei capi. Non posso insomma usare quelle parole come se fossero innocenti. Se il linguaggio mette in gioco i valori dei parlanti, in particolar modo della classe dirigente,  bisogna che il lettore di poesia sappia riconoscerne la problematicità, allo stesso modo del poeta, che è sempre voce fuori dal coro. Non sono tanti i lettori capaci di questo. Gli altri amano la canzone di Sanremo perché dice che amore è un sentimento puro che rima con cuore. Lo sanno che amore è un sentimento più complesso, ma dall’arte vogliono l’illusione ( dunque il falso), vogliono insomma l’arte come consolazione.Prova a leggere che cosa scrive Vittorini nel primo numero del “Politecnico”: basta arte che consoli, ma arte che colga la complessità del reale. Altrimenti l’arte è inutile. Anzi, dico io: altrimenti l’arte (la poesia) si fa serva del potere. 

Come capirai, la questione è ben più complessa. Quando hai tempo, approfondisci la “Scuola di Francoforte”, ma anche, per quanto riguarda il dibattito italiano, leggi attentamente l’introduzione che scrisse Alfredo Giuliani all’antologia “I Novissimi”. Uscì nel 1961 e poi nel 1965 (per ogni edizione scrisse una introduzione che è da leggere assolutamente). Le edizioni successive le contengono entrambe: lì è chiaro che, se viviamo in un mondo in cui la contraddizione è fondante, l’unità del senso è perduta e ricrearla sarebbe una finzione.Tutto questo, come può diventare “popolare”? Io dico che lo può essere nella misura in cui mantieni aperto un margine di senso in cui l’inconciliabile si sente, in cui il lettore non può mai dire: ho capito tutto. Se ha capito tutto, significa che hai parlato la lingua dell'omologazione.Inoltre, la poesia è un pensiero emotivo che riordina l’esistente, spiazzando inevitabilmente l’altro (il lettore): solo così quest’ultimo potrà incontrare il mondo con la consapevolezza oggi necessaria per essere un po' più liberi. E imparerà a chiedere: perché? Un popolo non è passivo proprio se pone domande, se s’interroga sul senso. La poesia deve fare questo, anche questo, a mio avviso. Quando scrivi che il tuo lettore “potrebbe essere qualcuno a cui passare qualcosa di ciò che, nel piccolo della mia storia, vado accumulando e che egli possa trasformarlo in conoscenza; una persona che è alla ricerca di stimoli, e che riesce a restituirne, perché è disposto a cambiare sé e, di conseguenza, il reale.”, quando scrivi questo, mi pare tu sia d’accordo con me.

Quanto aggiungi in seguito è altrettanto sacrosanto: in verità, non scriviamo soltanto a un pubblico, ma siamo scritti dal linguaggio, che ha una radice forte nell’inconscio. È un processo circolare, nel quale non siamo mai al centro. Al centro c’è il linguaggio: la retorica del potere e del poetare, ma anche il desiderio che abita l’inconscio che ti dice: esci di qua.E tuttavia: siamo sicuri che l’inconscio sia l’autentico di contro alla superficie? Riprendendo Jasper: sul serio ciò che dura è più autentico del temporaneo? A sentire la fisica quantistica non si direbbe. La filosofia stessa, a partire da Schopenhauer, parla di volontà cieca, di assenza di fondamento (in Heidegger questo è decisivo); sotto questo aspetto, l’autenticità non fonda nulla di più dell’inautenticità: sono entrambi luoghi su cui qualcosa poggia, luoghi che poggiano sul nulla. Ti dico questo perché mi scrivi che cerchi l’autenticità. Giusto, ma attento a non farne un altare per il quale tutti gli altri hanno torto. Attento a non farne una religione.

La filosofia e la scienza contemporanee insegnano a vivere in un mondo che ha perduto gli dei, e ci suggerisce di vivere questo lutto senza nostalgia per il tempo in cui, in nome di Dio, si condannava la gente al rogo o ai campi di sterminio. Dio è morto ci dice che niente è più capace di essere universale e necessario. Ma tutto questo già lo sai perché mi parli di postmoderno: un pensiero dove il ragionevole vince sul razionale, il dialogico sulla verità oggettiva.La poesia deve tenere conto di tutto ciò.



domenica 10 gennaio 2016

Lettere dal fronte 1


Cara S, volevo scriverti due cose sul tuo libro di poesie. In verità, gran parte delle cose da dire le hai già scritte tu nella lettera di accompagnamento: sono poesie giovanili e, come tali, risentono delle letture scolastiche e di certe ingenuità stilistiche. Per capirci: la bellissima foto che hai messo nel blog, quella con lo scorcio del finestrino, grigia e invernale, triste eppure lucida, è esattamente quanto non hai fatto con le poesie. Con loro, è come se avessi fotografato il finestrino intero, preso di fronte, con un punto di vista scontato. Anche la poesia ha bisogno delle sue inquadrature (del suo linguaggio) inedito, mai sentito, sorprendente, che ci spiazzi e ricollochi in una nuova verità. Insomma, spero di non averti deluso. Ho cercato di essere sincero e ho voluto indirizzarti verso qualche buona lettura, che certamente ti aiuterà a trovare la tua voce.


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Cara V, il verso breve ti permette una sintesi che il lungo non ha. Tuttavia ti consiglio di praticare anche il verso lungo (vedi per esempio come fa la Calandrone, e la stessa Bertolini). Quando usi questo tipo di verso, puoi adottare due soluzioni: 1) il verso lungo è la somma di versi brevi, per cui più volte, leggendolo, senti la necessità di una pausa interna perché la tensione è alta (direi che è la linea petrarchista); 2 il verso lungo va letto tutto d'un fiato. La tensione leggermente si abbassa, ma ne guadagna la limpidezza e l'efficacia comunicativa. Tra le due soluzioni, io preferisco la prima: più lirica. Ma praticare la seconda, se non altro come esercizio, può aiutarti a conoscere il tuo respiro più sociale, più ricco di comunicazione.


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Cara F, come sai, la questione del corpo in poesia è assai dibattuta, soprattutto da quando – a partire dalla Merini e dalla Valduga (allieve della Rosselli) ma direi anche dalla Farabbi – il corpo delle donne è diventato argomento della poesia femminile. A me pare che la nuova generazione di poetesse –  Cera Rosco, Fusco, Serragnoli… – abbia saturato l’argomento con il rischio che scriverne ancora diventi maniera. Certo il corpo femminile (con le sue pulsioni, i suoi umori) non può essere ignorato, nella misura in cui il sessismo maschilista e i mass-media lo umiliano. Tuttavia occorre parlarne in modo altro, essendo questo già diventato magazzino di maschere ossia archivio del già conosciuto. Che cosa è conosciuto? Che il corpo femminile ha il suo ritmi naturali, che produce liquidi, che gode ancora più di quello di un uomo (ma non lo aveva già detto Tiresia?), che appartiene alla donna, finalmente libera di essere se stessa. È la storia dell’emancipazione femminile/femminista novecentesca, che le grandi poetesse del Novecento ci hanno raccontato molto bene. Tutto questo, mi pare, tu lo coniughi in funzione dell’identità, intesa quale dimensione ontologica, dunque ostentando meno quel pruriginoso godimento di tanta poesia femminile che si legge in giro. Questo è un pregio. 


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Gentile M, quanto lei dice riguardo ai limiti della parola, e al suo rapporto con l’indicibile, è sacrosanto ed è una delle leve centrali della poesia, dal romanticismo in poi. Il simbolismo, in particolare, ne ha fatto il centro di una poetica (vedi: Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Valery), e, in Italia, Pascoli, Ungaretti, Montale gli ermetici (Luzi, Gatto, Bigongiari) e, recentemente, la cosiddetta linea orfica: fra tutti Milo De Angelis., che le consiglio vivamente di leggere a partire dal suo primo libro, “Somiglianze”. Insomma, non c’è poeta che non sia consapevole di questa impotenza della parola (lo dice anche Ungaretti in un’intervista che può trovare su You Tube), ma anche – per questo le citavo Heidegger – del rapporto essenziale che esiste fra parola e verità. Verità non intesa nel senso scientifico (adeguazione della parola alla cosa), bensì fenomenologico: la parola custodisce il farsi evento della verità. Questo implica che gli aspetti fisici e fonetici di ogni segno diventano importanti, come lei stesso dice, e quindi vanno curato tanto quanto l’organizzazione del messaggio.

sabato 26 dicembre 2015

io è una moltitudine


Cara XXX,
sono d’accordo con te che, pubblicare, implichi una buona dose di sano narcisismo, e tuttavia rimane il fatto che, quest’ultimo, nuoce alla scrittura. Scrivere e leggere sono due solitudini che si incontrano e si riconoscono reciprocamente la propria voglia di resistere al ‘passare’, alla caducità. E tuttavia, questo resistere mantiene una credibilità soltanto se asseconda quel passare, se ne viene espropriato (se esce dal proprio). E dunque: quanto più il narcisismo è forte nel testo, tanto più il ‘proprio’ prevale, annullando l’altro, il fratello.
Forse, nell’altra lettera mi sono spiegato male: io è una moltitudine già in partenza; io è tu, sempre. E però, quando io gioca con il lettore, ammicca ecc., non fa altro che cercare un complice che attesti la sua forza, negando in tal modo sia il tu che lo costituisce (che costituisce la pluralità dell’io) e sia l’altro, il lettore, che diventa così mero comprimario (spettatore passivo) della gloria dell’io scrivente.
Ora, a me sembra che D’Annunzio faccia proprio questo. E anche la tua poesia (mi riferisco al tuo libro, che pure apprezzo, altrimenti non perderei tempo a scriverti) tende a diventare il canto di un’anima bella, fra evanescenze ed eroismi / erotismi di matrice decadente e, in fondo, romantica. Un sentire, questo, che attesta un’appartenenza ad un mondo che non ha ancora conosciuto Beckett e l’Olocausto e la psicoanalisi e la fisica quantistica e il decostruzionismo e tante altre cose ‘da maceria’ che ribadiscono il fatto che l’io ha perduto ogni statuto di centralità.
Non si tratta di avere nostalgia per i bei tempi, quando l’io era il supplente di dio, bensì di imparare a vivere (e a scrivere) facendo dell’erranza e del nomadismo la condizione ordinaria dell’esserci. Operazione che in parte le tue poesie mettono in atto, là dove il verso si frantuma e vaga per la pagina, e che in parte non riesce allorché l’io narrante, in quel mare mosso, si mostra quale eroe invincibile che, pur soffrendo come un cane, sa sopravvivere al disastro.


(Adesso non avere fretta a rispondermi. Magari capita che ci si incontra per caso o per scelta. Quel che conta è che qualche granello fastidioso sia entrato nel tuo laboratorio…)