mercoledì 25 marzo 2015
Chandra Livia Candiani
lunedì 21 maggio 2012
Francesca Ruth Brandes
Sighet
martedì 18 marzo 2008
Sul feudalesimo tibetano

Al Dalai Lama fanno capo tanto gli affari ecclesiastici che quelli civili. Immediatamente sotto di lui stanno infatti i due principali organi di governo, da una parte il Concilio Ecclesiastico (Yik-tsang) di quattro membri del clero, dall'altra il Consiglio dei Ministri (Kashag) di quattro membri detti Sha-pe, tre laici ed uno religioso. Fra il Dalai ed i due consigli fanno da intermediari, per quello religioso (Ytk-tsang) un Primo Ministro Ecclesiastico (Cbikyap Chempó), per quello civile (Kashag un Primo Ministro di stato (Lón-chen); queste due figure però sono meno importanti di quanto potrebbe sembrare; la vera sede del potere è nei due consigli. I Ministri (Sha-pe) del Consiglio laico (Kashag) non hanno portafogli distinti, esercitano un controllo generale su tutti gli affari politici, giudiziari e fiscali del Tibet. Recentemente è stato creato un Ministero degli Esteri, retto dal Chigye Lòn-chen, ma pare abbia funzioni soltanto consultive. La politica estera è stata sempre condotta direttamente dal Dalai Lama o dal Reggente.
Esiste infine un'Assemblea Nazionale (Tsong-du) che si raduna solo in casi gravi od importanti; ne fanno parte una cinquantina di personaggi fra i più influenti di Lhasa. [...]La centralizzazione del potere è dunque fortissima.
Nelle province il governo è rappresentato da cinque Chikyap; U-Tsang (Lhasa e Shigat-se), Gartok (Tibet occidentale), Kham (Chamdo, Tibet orientale), Chang (Nagchu-ka, Tibet del nord), Lhoka (Lho-dzong, Tibet del sud). Dai Chikyap dipendono poi tutti gli Dzong-pòn («capitani di fortezza»). Le funzioni dello Dzong-pòn sono, da una parte, quella di mantenere l'ordine, dall'altra, quella di versare all'erario, per lo più in generi di natura, il gettito fisso delle tasse locali. Gli Dzong-pòn hanno grande indipendenza; non solo, ma tutto ciò che riescono ad incamerare oltre il limite fissato dal governo per le tasse, è loro proprietà personale. Per questo i posti vacanti vengono ceduti all'asta! Ricordo ancora che i funzionari tibetani nei posti importanti, lontani da Lhasa, sono sempre due, in modo che uno sorvegli l'altro.
Oltre i monaci, la classe più importante nel Tibet è quella dei proprietari terrieri (gyerpa), i quali costituiscono la nobiltà, piccola e grande. E molto interessante notare che, in teoria, il loro possesso della terra non è assoluto; prima condizione da rispettarsi è questa, che la famiglia fornisca regolarmente uno o più dei suoi membri al servizio governativo. Il giovane nobile segue per alcuni anni l'apposita scuola a Lhasa, dove completa la propria istruzione, poi viene ammesso in uno dei «ministeri»; se ha qualità necessarie potrà salire rapidamente dal settimo grado, con cui principia il suo servizio, ai gradi più alti (De-pòn, Sha-pe, Chikyap, ecc.). Nella storia tibetana si ha un solo caso di laico che sia divenuto per breve periodo Reggente. Se un ragazzo appartenente alle classi più umili (contadini, artigiani) desidera farsi strada nel mondo ha sempre aperte le vie della chiesa; entra in un monastero e, se si fa notare e benvolere, verrà inviato ad una scuola speciale per funzionari ecclesiastici in Lhasa. I funzionari di governo (eccetto gli Dzong-pòn) ricevono una piccola paga annuale (che può andare dalle 100.000 alle 150.000 lire), per il resto si suppone che provveda la famiglia, o che il funzionario stesso integri accettando doni e mance, normalissimi, anzi d'obbligo, nel costume degli affari tibetani.
La nobiltà più importante del Tibet è costituita da un numero limitato di famiglie. Un nucleo chiuso ed antico è quello dei discendenti dai re del Tibet (VI-Vili secolo); a questo gruppo appartengono i Lhagyari, i Rakashar ed alcuni altri, i cui capi hanno diritto ad onori non solo civili ma religiosi. Poi vi sono le famiglie fondate da uomini di umili origini che resero, in vari periodi, grandi servizi allo Stato e che ricevettero come compenso terre, nome e rango; alcune sono Un terzo gruppo di famiglie nobili è costituito dai discendenti di famigliari del Dalai Lama. I Podrang, per esempio, discendono dal fratello del settimo Dalai Lama (1708-1758), i Pùnkang, dal fratello del decimo (1819-1837); i Lhalu (una delle famiglie più influenti) dall'unione di due ceppi, uno discendente dalla casa dell'ottavo, l'altro da quella del dodicesimo Dalai. Un'unica famiglia per ora, quella di Pangda-tsang, ha ricevuto i privilegi dei gyerpa in seguito all'importanza che aveva assunto nei commerci. Oggi i Pangda-tsang sono, si può ben dire, i banchieri del Tibet; la recente Missione Economica tibetana negli Stati Uniti (1948) è stata un'iniziativa di Pangda-tsang; nelle loro mani sta, per gran parte, la lucrosa esportazione della lana".
venerdì 1 giugno 2007
Poesia & Buddismo

loc. Vergnana, Km 318 S.S. Brennero, Dolcé (Verona)
Domenica 10 giugno 2007
"Compassion is the foundation of all peaceful thoughts and actions."
"La compassione è il fondamento di tutti i pensieri e le azioni pacifiche"
(The Dalai Lama)
Il Boscodeipoeti - a Dolcè nella Valle dell'Adige, fra Trento e Verona - saluta l'estate con "Pensieri di pace", una grande festa poetica per inaugurare la nuova acquisizione: il pensiero che Sua Santità il Dalai Lama ha donato al Bosco è stato inciso su una pietra rosso Verona e sarà inaugurato alla presenza di una solenne rappresentanza di autorità buddiste e tibetane (monaci, Lama ed associazioni).
Domenica 10 giugno dalle ore 10 a dopo il tramonto la festa alternerà parole, musica, amicizia e meditazione in un paesaggio naturale a contatto con gli alberi ed il vento.
La festa è aperta a tutti, ed accoglierà i versi dei poeti Alberto Casiraghi, Anna Maria Carpi, Adele Desideri, Alda Merini, Ottavio Rossani, Roberto Dossi, Maddalena Bolis, Orazio Gaetano, Sandro Sardella, Francesca Genti, Anna Lamberti Bocconi, Gabriela Fantato, Giuseppe Angelillo D'Ambrosio, Roberto Longhi, Francesco Zava, Manuel Serantes Cristal, Assunta Finiguerra, Stefano Guglielmin, Ferruccio Brugnaro, Sandro Boato, Astrid Mazzola e il gruppo MUS y CANTI, Stefen Dell'Antonio Monech, Sivia Venuti, Renato Sclaunich, Renzo Francescotti ed il Gruppo Neruda, Giovanni Trimeri, Dino Azzalin, Enrico Tavernini, Camillo Cuneo e altri, presentati da Eros Olivotto e Gigi Zoppello.
Con la colonna sonora di una trentina di musicisti del Conservatorio di Musica "Francesco Antonio Bomporti" di Trento.
Per tutto il giorno sarà attivo il servizio cucina a cura degli Alpini di Volargne e Peri.
Per tutto il giorno, possibilità di visitare il percorso che raccoglie 700 opere poetiche di 260 artisti esposte fra gli alberi del sentiero.
"Pensieri di pace" è un evento realizzato in collaborazione con Regione Veneto, Comunità Montana della Lessinia, Parco Naturale Regionale della Lessinia, Comune di Dolcè, Associaizone Italia Tibet, Bosco dei Poeti.
http://www.boscodeipoeti.it/
sabato 30 dicembre 2006
Buddismo calmucco

venerdì 22 settembre 2006
poesia e buddhismo

Ecco che “essere Uno con ciò che è”, è il profumo della pratica buddhista. Essere Io, ed essere non-Io: essere con tutto ciò che è, qui ed ora. La vita come impermanente commemorazione di un sé vacuo: un monumento senza giunture. In cui il vuoto carico d’angoscia dell’occidente, si trasforma nel vuoto fertile della pratica buddhista.
Cosa c’entra tutto ciò con l’azione sociale? E con la poesia? Certo, non si tratta di non avere alcuna idea, o una posizione a proposito di ciò che accade nel mondo. Forse neanche di non schierarsi con chi soffre. Non di abdicare alle proprie responsabilità civili. C’entra con una scelta fondamentale, che è la risposta ad una domanda concreta: “Voglio essere parte del problema, o parte della sua soluzione?”. E sedere in meditazione, chiamandoci con “tutti i nostri veri nomi”, consapevoli che il nemico, spesso, siamo noi, ci aiuta ad aprire i pugni, e forse a prenderci responsabilità ancora più profonde. “Chi muore?”. Il monaco zen Claude AnShin Thomas, ad Aviano, abbracciò un pilota appena sceso da un aereo che aveva bombardato Belgrado. “Perché lo hai fatto? Non pensi che lui sia responsabile della morte di molte persone?”. “Certo. Lo è. Ma io non sono a Belgrado. Ora sono qui. E abbraccio lui, perché solo così posso contattare la sua umanità, prima che anch’essa muoia, giorno dopo giorno, bombardamento dopo bombardamento. Solo se lo abbraccio e gli parlo, c’è una possibilità che lui accolga le sue responsabilità. Solo così sono parte della soluzione e non parte del problema”. E cosa c’entra questo con la poesia? Solo sedersi, aprire i pugni, essere con ciò che è, interamente, e “chiamarsi con i propri veri nomi”. Serve altro?
Io sono il kosovaro
che corre ad arruolarsi nell'UCK,
e sono il serbo che presidia
i ponti di Belgrado;
sono l'adolescente violentata e
sgozzata dai miliziani e sono
il carnefice che l'ha martirizzata;
io sono il bambino che ha perduto i genitori
e sono i genitori che non si danno pace
per averlo perduto;
io sono il pacifista che in silenzio manifesta
di fronte alla caserma “alleata” e sono
il marine di guardia che lo osserva e lo deride;
io sono la moglie di questo stesso marine
che esce con i bimbi, vede i pacifisti,
e teme d’essere aggredita e
sono il pacifista che non si dà pace
che si possa vivere
con la propria famiglia in una caserma;
io sono il manifestante contro le bombe
ed il poliziotto che lo carica;
io sono il pilota che scarica missili e la madre
che trascina terrorizzata i figli nel rifugio
antiaereo; io sono il vecchio che ha perduto tutto
ciò per cui ha vissuto e
sono il volontario che gli porge il pane;
io sono il marine pronto a combattere e sono
la guardia di frontiera che lo scruta da lontano,
in attesa
di ucciderlo.
Viene alla mente una vecchia canzone:
"Tu carichi il fucile di chi ti spara e poi piangi
che la vita e' troppo amara".
mercoledì 23 agosto 2006
kesa funzō-e

giovedì 29 giugno 2006
soglia
Il sapere nomadico coincide con il circolo tracciato dal passo degli uomini e dal pascolo degli animali; ed ogni nomade sa che il cielo che respira dalla sommità della sua tenda unisce la casa, la terra, gli animali, gli uomini e Dio. Ogni suo gesto compiuto per ringraziarlo, traccia una più robusta alleanza con la terra, il cielo, gli animali e gli altri uomini. Così nei nomadi buddhisti tibetani. E così nella letteratura che si fa annuncio della propria soglia. mercoledì 21 giugno 2006
Taisen Deshimaru

Vorrei dedicare ad Alivento e a Rita le parole del maestro Taisen Deshimaru: "Spezzare i legami, le abitudini, amare senza desiderio di possesso, agire senza finalità personali, tenere le mani aperte, donare, abbandonare ogni cosa senza paura di perdere: ecco, la disciplina dell'adepto zen! La verità risiede nella semplicità. Rivolgiamo lo sguardo verso l'intimo, la parte notturna dell'essere, la nostra notte umana. Si leverà l'alba."
lunedì 29 maggio 2006
monastero


l'interno di un monastero. e un monaco affacciato. la poesia sta nel ritmo suadente eppure rigoroso delle linee, nei colori forti, nell'assenza di turisti, negli odori: incenso e zenzero, curry; e poi ci sono i canti mantrici, con quei colpi improvvisi di trombetta e piatto secco che fanno rivoltare Miles Davis da dentro la sua ferrari post-terrestre.


