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mercoledì 25 marzo 2015

Chandra Livia Candiani


La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014) di Chandra Livia Candiani è un libro che ha avuto un sorprendente successo di vendite e un sicuro consenso critico. I due fatti sono il risultato di una scrittura fluida, tendenzialmente paratattica, lessicalmente ricca di parole d’uso quotidiano ma anche fortemente simboliche (sete, fame, pane, neve, abbraccio, luce), di una narrazione chiara dove la pedagogia entra con passo leggero, di una problematizzazione mai intellettuale ma sempre resa esemplare attraverso concetti incarnati in metafore elementari eppure non banali. A questo si aggiunga una vita partecipata (si vedano qui le interviste e le note di Giorgio Morale all'autrice) e una pratica meditativa buddista, che piace perché fuori dalle logiche di potere e vanesie della cultura mercantile globalizzata. Tutti ingredienti dei quali il corpo della Candiani, esile eppure tenace, da bambina pugile, appunto, diventa emblema, soprattutto quando la sua scrittura lascia intendere sia i diversi lutti che l’hanno attraversata e sia un’infanzia vissuta interrogando le cose e cercando in esse rifugio. Il sonno della casa (in Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012) ci porta in questa dimensione cosale, e lo stesso capita nel nuovo libro (“allora mi raccolgono / fanno collezione di me / gli oggetti a primavera” e “Niente, è che a me piacciono da sempre / le cose mute / quando l’io zittisce / e si alza il volume della voce / non solo degli uccelli / ma anche del silenzio dell’armadio / e del tavolo / della lampada e del letto”). 

La dedica stessa abbraccia il mondo intero, animali e nemici compresi, e piante e pozzanghere, nella pienezza di un fare compassionevole, fondante nel buddismo di tutte le provenienze. La formazione inevitabilmente cristiana della Candiani entra comunque nelle poesie, attraverso l’elogio alla grazia, la forza simbolica del pane e soprattutto nell’idea che ci sia “un male / che fa guarigione”, che la via sia una pratica segnata anche dalla sofferenza, per principio, non per destino, e che dunque guarigione e conoscenza siano sorelle (“cerchi impavida il punto / in cui il male si fa conoscenza”), ma abbiano bisogno del dolore per nascere; acquisizioni anche occidentali: ce lo insegnano Eschilo nell’Agamennone e Cristo che, morendo in croce, espiando i peccati del mondo, si mette, derelitto e abbandonato, al centro del rimosso della civiltà: il dolore non è un castigo da fuggire, un male da combattere bensì l’esperienza che meglio ci dice che cosa siamo, la via che ci conduce nel cuore dell’identità. È nel dolore infatti che quest’ultima rivela la propria natura franta, molteplice, inabbracciabile eppure condizione di ogni abbraccio. Lo scrive chiaramente l’autrice: “io è un abbraccio” che tiene il molteplice ma non lo domina, “come fanno le rondini col cielo” scrive in un’altra poesia, riferendosi alla magia delle parole quando le prendiamo sul serio. E allora essere “briciolitudine” (neologismo che frantuma la solitudine, togliendole astrazione e rifondandola a partire da un intero che rinvia al pane, perduto nell’unità ma presente nella sostanza), non viene vissuto come un dramma dell’imperfezione e dell’incompletezza, bensì con la semplicità di chi riconosce i legami segreti fra gli esseri e l’immenso amore che li fa stare in armonia o in disarmonia: due modi della stessa energia vitale e, per questo, accolti entrambi e benedetti.


La bambina pugile è un libro sul finito, ciascuno perfetto nel suo modo. È spinoziano oltre che buddista, racconto autobiografico segnato dalla perdita, ma non dal lutto, dalla consapevolezza che morire è una dimensione del visibile, del prospettico, più che dell’essere, dentro il quale invece i vivi e i morti dimorano; e se c’è monologo, forse questo è dei morti che parlano con la nostra lingua, abitando i silenzi tra una parola e l’altra, ma anche le stesse parole quando diventano poesia.


Qui alcune sue poesie.

Chandra Livia Candiani è nata a Milano nel 1952. È traduttrice di testi buddhisti e tiene corsi di meditazione. Ha pubblicato le raccolte di poesie Io con vestito leggero (Campanotto 2005), La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo (La biblioteca di Vivarium 2005), La porta (La biblioteca di Vivarium 2006), Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007) e La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014). È presente nell’antologia Nuovi poeti italiani 6 curata da Giovanna Rosadini (Einaudi 2012).

lunedì 21 maggio 2012

Francesca Ruth Brandes



La poesia di Francesca Ruth Brandes è fedele ai propri temi e al proprio stile: il viaggio, l'ebraismo, l'uso della metafora quale sintesi di un gesto sapienziale, il pacifismo costituiscono infatti la materia via via approfondita e rarefatta di un percorso che, ne L'undicesimo giorno (LietoColle, 2012), ha finalmente incontrato la cultura buddhista. Il titolo stesso ne è l'emblema, essendo ripreso dalla Lettera a Niike di Nichiren Daishonin, monaco buddista giapponese del XIII secolo, per il quale l'operare concreto nel mondo diventa pratica meditativa e rinuncia consapevole al nirvana. Scelta implicita nell'undicesimo giorno, quello che precede appunto la realizzazione definitiva della buddhità, sempre demandata per amore dei viventi. Ruth Brandes, abbracciato questo altissimo pensiero, ci invita a considerare l'aiuto del prossimo come fine ultimo del nostro viaggio, poiché noi "siamo l'universale concreto che pretende rispetto", come scrive lei nel preambolo. Al tempo stesso, coniugando buddismo e messianismo ebraico, tiene aperta la possibilità che il dodicesimo giorno sia imminente ("qui attendiamo / l'alba del dodicesimo"). A differenza tuttavia del messianismo vendicativo di Isaia, la poetessa, che vive al ghetto di Venezia, chiede un passo ulteriore a tutti gli uomini di buona volontà, verso un società fondata sulla pace, in cui popolo sia ciascun essere capace di riconoscere il prossimo suo in cammino verso il dodicesimo giorno, là dove la speranza agisce dentro noi, sostenendo il nostro viaggio verso il nulla meraviglioso che siamo. E nulla non è un eufemismo o un gioco di parole. Come insegnano le antiche scritture sanscrite, la natura del Buddha non ha centro, non ha sostanza propria, si acquieta invece nella purissima e suprema vacuità. Che non deve terrorizzarci, ma spronarci a diventare migliori.

L'undicesimo giorno sarà presentato a Venezia, mercoledì 23 maggio, alle ore 17,30 presso l'Ateneo veneto, dal filosofo Giuseppe Goisis e dal giornalista Valter Esposito. Legge Margherita Stevanato.

su Francesca Ruth Brandes si veda anche questa mia lettura.
su  Nichiren Daishonin vedi questa sintesi



Sighet


Li aspetta Elie
ai margini della foresta

anche se non crede
al ritorno

li enumera.

Io sfuggo
alla tentazione
del silenzio
e dico
del libro che Rav Pinhas
amava

Il Libro dello Splendore

e di come ballasse
Aharon di Karlin
rilucendo fra gli alberi.

Si diviene offerta
eco lontana
si diviene bosco

Due ghetti vennero creati a Sighet
mi dice

e tutto cambia.




La scelta


Poiché risplende
d'inarrivabile luce
risplende
ogni fibra di corpo

nel senso intimo
 un respiro
lunghissimo
risplende

viste le condizioni
i ricordi animati
e la contraddittoria
smemoratezza
o il desiderio
che sia davvero passato
l'assalto
dei cani alla gola
l'agguato
delle buone ragioni
per non vedere
semplicemente
quanto risplende

di ciò che è stato
mi allento

(nell'ordine:
scaricare il peso
e gettare
ogni sasso nell'acqua)




Fenomeni


Il vero aspetto
sta nell'osso
della Legge

quella somiglianza
intima
di vita pensata
e del deciso capitato
indotto

quel gonfiare le guance
d'aria

consumare l'aria

produrre suoni
(così prossimi al frullìo
d'ali nel passero)

vero aspetto
di ogni transizione
spostamento di massa

vero aspetto
e logica conclusione
di ogni abbraccio


***
Qui qui altre poesie

martedì 18 marzo 2008

Sul feudalesimo tibetano


Mi si chiede di specificare meglio perché, nel post precedente, ho parlato di "feudalesimo lamaista". A tal proposito, visto che in rete non ho trovato informazioni adeguate, riporto una pagina tratta da Segreto Tibet, di Fosco Maraini. A detta dell'autore, questa organizzazione politico-economica sopravvisse sino al 1959.


"Non bisogna di­menticare che nel Tibet solo un deci­mo della popolazione (percentuale già altissi­ma) è legata professionalmente alle varie chiese; e che, se il Dalai Lama è capo dello stato e del governo, se il Panchen Lama ed i trul-ku («Corpi fantasma») hanno voce in ogni decisione di qualche importanza, anche i laici occupano posti di grande conseguenza nella condotta degli affari pubblici.
Al Dalai Lama fanno capo tanto gli affari ecclesiastici che quelli civili. Immediatamen­te sotto di lui stanno infatti i due principali organi di governo, da una parte il Concilio Ecclesiastico (Yik-tsang) di quattro membri del clero, dall'altra il Consiglio dei Ministri (Kashag) di quattro membri detti Sha-pe, tre laici ed uno religioso. Fra il Dalai ed i due consigli fanno da intermediari, per quello re­ligioso (Ytk-tsang) un Primo Ministro Eccle­siastico (Cbikyap Chempó), per quello civile (Kashag un Primo Ministro di stato (Lón-chen); queste due figure però sono meno im­portanti di quanto potrebbe sembrare; la ve­ra sede del potere è nei due consigli. I Mini­stri (Sha-pe) del Consiglio laico (Kashag) non hanno portafogli distinti, esercitano un con­trollo generale su tutti gli affari politici, giudiziari e fiscali del Tibet. Recentemente è stato creato un Ministero degli Esteri, retto dal Chigye Lòn-chen, ma pare abbia funzioni soltanto consultive. La politica estera è stata sempre condotta direttamente dal Dalai La­ma o dal Reggente.
Esiste infine un'Assemblea Nazionale (Tsong-du) che si raduna solo in casi gravi od importanti; ne fanno parte una cinquantina di personaggi fra i più influenti di Lhasa. [...]La cen­tralizzazione del potere è dunque fortissima.
Nelle province il governo è rappresentato da cinque Chikyap; U-Tsang (Lhasa e Shigat-se), Gartok (Tibet occidentale), Kham (Chamdo, Tibet orientale), Chang (Nagchu-ka, Tibet del nord), Lhoka (Lho-dzong, Ti­bet del sud). Dai Chikyap dipendono poi tut­ti gli Dzong-pòn («capitani di fortezza»). Le funzioni dello Dzong-pòn sono, da una parte, quella di mantenere l'ordine, dall'altra, quel­la di versare all'erario, per lo più in generi di natura, il gettito fisso delle tasse locali. Gli Dzong-pòn hanno grande indipendenza; non solo, ma tutto ciò che riescono ad incamera­re oltre il limite fissato dal governo per le tasse, è loro proprietà personale. Per questo i posti vacanti vengono ceduti all'asta! Ri­cordo ancora che i funzionari tibetani nei posti importanti, lontani da Lhasa, sono sempre due, in modo che uno sorvegli l'altro.
Oltre i monaci, la classe più importante nel Tibet è quella dei proprietari terrieri (gyerpa), i quali costituiscono la nobiltà, pic­cola e grande. E molto interessante notare che, in teoria, il loro possesso della terra non è assoluto; prima condizione da rispettarsi è questa, che la famiglia fornisca regolarmente uno o più dei suoi membri al servizio gover­nativo. Il giovane nobile segue per alcuni an­ni l'apposita scuola a Lhasa, dove completa la propria istruzione, poi viene ammesso in uno dei «ministeri»; se ha qualità necessarie potrà salire rapidamente dal settimo grado, con cui principia il suo servizio, ai gradi più alti (De-pòn, Sha-pe, Chikyap, ecc.). Nella storia tibetana si ha un solo caso di laico che sia divenuto per breve periodo Reggente. Se un ragazzo appartenente alle classi più umili (contadini, artigiani) desidera farsi strada nel mondo ha sempre aperte le vie della chiesa; entra in un monastero e, se si fa notare e benvolere, verrà inviato ad una scuola spe­ciale per funzionari ecclesiastici in Lhasa. I funzionari di governo (eccetto gli Dzong-pòn) ricevono una piccola paga annuale (che può andare dalle 100.000 alle 150.000 lire), per il resto si suppone che provveda la famiglia, o che il funzionario stesso integri accettando doni e mance, normalissimi, anzi d'obbligo, nel costume degli affari tibetani.
La nobiltà più importante del Tibet è co­stituita da un numero limitato di famiglie. Un nucleo chiuso ed antico è quello dei di­scendenti dai re del Tibet (VI-Vili secolo); a questo gruppo appartengono i Lhagyari, i Rakashar ed alcuni altri, i cui capi hanno di­ritto ad onori non solo civili ma religiosi. Poi vi sono le famiglie fondate da uomini di umi­li origini che resero, in vari periodi, grandi servizi allo Stato e che ricevettero come compenso terre, nome e rango; alcune sono Un terzo gruppo di famiglie nobili è co­stituito dai discendenti di famigliari del Da­lai Lama. I Podrang, per esempio, discendo­no dal fratello del settimo Dalai Lama (1708-1758), i Pùnkang, dal fratello del decimo (1819-1837); i Lhalu (una delle famiglie più influenti) dall'unione di due ceppi, uno di­scendente dalla casa dell'ottavo, l'altro da quella del dodicesimo Dalai. Un'unica fami­glia per ora, quella di Pangda-tsang, ha rice­vuto i privilegi dei gyerpa in seguito all'im­portanza che aveva assunto nei commerci. Oggi i Pangda-tsang sono, si può ben dire, i banchieri del Tibet; la recente Missione Economica tibetana negli Stati Uniti (1948) è stata un'iniziativa di Pangda-tsang; nelle loro mani sta, per gran parte, la lucrosa esportazione della lana".


La conclusione è chiara: "La vita tibetana nel suo insieme ci offre un quadro tipicamente medievale. Prima di tutto: prevalenza della chiesa e della nobiltà. Poi fondamenti economici: l'agricoltura e la pastorizia, qualche attività commerciale, l'artigianato. Del medioevo europeo nei suoi mo­delli più perfetti (Borgogna, Francia) vi sono il colore e le incredibili superstizioni, ma vi sono anche la fede, la visione dell'universo co­me un vastissimo dramma in cui atti terreni si alternano ad atti celesti, in cui esiste una gerarchia che sale, sale, si accentra in un uo­mo, passa all'invisibile, alla metafisica, come un grande albero solenne con le sue radici fra le pietre e le fronde perdute nell'azzurro; e vi sono le feste, le cerimonie, lo sporco, i gioielli, i cantastorie ed i supplizi, i tornei e le cavalcate, le principesse e i pellegrini, i briganti e gli eremiti, i signori ed i lebbro­si, le rinunce, le ubriacature, i maghi, i me­nestrelli, i profeti.

venerdì 1 giugno 2007

Poesia & Buddismo


BOSCO DEI POETI

loc. Vergnana, Km 318 S.S. Brennero, Dolcé (Verona)

Domenica 10 giugno 2007

"Compassion is the foundation of all peaceful thoughts and actions."
"La compassione è il fondamento di tutti i pensieri e le azioni pacifiche"

(The Dalai Lama)

Il Boscodeipoeti - a Dolcè nella Valle dell'Adige, fra Trento e Verona - saluta l'estate con "Pensieri di pace", una grande festa poetica per inaugurare la nuova acquisizione: il pensiero che Sua Santità il Dalai Lama ha donato al Bosco è stato inciso su una pietra rosso Verona e sarà inaugurato alla presenza di una solenne rappresentanza di autorità buddiste e tibetane (monaci, Lama ed associazioni).


Domenica 10 giugno dalle ore 10 a dopo il tramonto la festa alternerà parole, musica, amicizia e meditazione in un paesaggio naturale a contatto con gli alberi ed il vento.
La festa è aperta a tutti, ed accoglierà i versi dei poeti Alberto Casiraghi, Anna Maria Carpi, Adele Desideri, Alda Merini, Ottavio Rossani, Roberto Dossi, Maddalena Bolis, Orazio Gaetano, Sandro Sardella, Francesca Genti, Anna Lamberti Bocconi, Gabriela Fantato, Giuseppe Angelillo D'Ambrosio, Roberto Longhi, Francesco Zava, Manuel Serantes Cristal, Assunta Finiguerra, Stefano Guglielmin, Ferruccio Brugnaro, Sandro Boato, Astrid Mazzola e il gruppo MUS y CANTI, Stefen Dell'Antonio Monech, Sivia Venuti, Renato Sclaunich, Renzo Francescotti ed il Gruppo Neruda, Giovanni Trimeri, Dino Azzalin, Enrico Tavernini, Camillo Cuneo e altri, presentati da Eros Olivotto e Gigi Zoppello.
Con la colonna sonora di una trentina di musicisti del Conservatorio di Musica "Francesco Antonio Bomporti" di Trento.
Per tutto il giorno sarà attivo il servizio cucina a cura degli Alpini di Volargne e Peri.


Al Boscodeipoeti si rispetta la natura: per chi vuole partecipare, è disponibile un bus-navetta in partenza dalle stazioni ferroviarie di Peri e Dolcè.
Per tutto il giorno, possibilità di visitare il percorso che raccoglie 700 opere poetiche di 260 artisti esposte fra gli alberi del sentiero.
"Pensieri di pace" è un evento realizzato in collaborazione con Regione Veneto, Comunità Montana della Lessinia, Parco Naturale Regionale della Lessinia, Comune di Dolcè, Associaizone Italia Tibet, Bosco dei Poeti.


Il Boscodeipoeti

si trova in località Vergnana di Dolcé (Valle dell'Adige, Verona). Uscite autostradali consigliate sull'A22 Autostrada del Brennero: Affi (per chi proviene da sud) e Ala-Avio (per chi proviene da nord).

http://www.boscodeipoeti.it/

sabato 30 dicembre 2006

Buddismo calmucco


Chiudo il 2006 con una notizia di carattere spirituale. La Calmucchia, repubblica russo-caucasica che si affaccia sul Mar Caspio, è lo stato buddista più ad occidente che si conosca. Discendenti dei nomadi mongoli (ma non tutti sono d'accordo), praticano il lamaismo, anche se il controverso presidente-padrone, Kirsan Ilumžynov sta diffondendo un "pensiero etnoplanetario", nel tentativo di far convivere la tecnologia occidentale e lo spirito orientale; fra cibernetica e ritualismo buddista, insomma! Naturalmente il popolo segue con fedeltà le acrobazie del presidente, secondo lo stile del fedele lamaista, che tende a non approfondire la natura dei riti e dei precetti.



auguro
buon anno a tutti
!!!

venerdì 22 settembre 2006

poesia e buddhismo


Inserisco una riflessione ed un testo esemplare del vicentino Giovanni Turra Zan, amico che è stato volontario di Peace Brigades International ed ha vissuto per alcun tempo in monasteri buddhisti in Sri Lanka e in Florida.
“Chi è il nemico?”. Ce lo chiediamo di continuo. Possiamo trovare dovunque un “altro da me” cui affibbiare le cause della nostra sofferenza, le responsabilità della tragedia dei nostri condizionamenti. E ciò genera la lotta del sé contro il non sé, il conflitto tra il vero ed il giusto, che io rappresento, ed il falso, l’ingiusto, rappresentato dall’altro. Come uscirne? Generalmente Anima, Io, Sé, o Atman, suggeriscono l’idea che esiste nell’uomo un’entità permanente, eterna e assoluta, una sostanza immutabile dietro il mondo fenomenico in perpetuo cambiamento. Il Buddhismo si trova a negare l’esistenza di una tale Anima, Io, Sé, Atman. L’idea del Sé è un’illusione, una falsa credenza immaginaria, che genera attaccamento, i pensieri di “me” e “mio”, di odio, di “altro da me”. La pratica meditativa, lo Shikantaza (il “solo sedersi”) nello Zen, Anapanasati e Vipassana nella tradizione Theravada, è la disciplina, la Via indicata, per la realizzazione di Anatta, il non-sé, naturale fluire nel grande fiume, corollario alla genesi condizionata, in cui niente nel mondo è assoluto, statico, permanente. Ogni cosa è condizionata, relativa, interdipendente. Quando questo c’è, quello c’è. Apparendo questo, appare quello. Quando questo non c’è, quello non c’è. Cessato questo, quello cessa.
Ecco che “essere Uno con ciò che è”, è il profumo della pratica buddhista. Essere Io, ed essere non-Io: essere con tutto ciò che è, qui ed ora. La vita come impermanente commemorazione di un sé vacuo: un monumento senza giunture. In cui il vuoto carico d’angoscia dell’occidente, si trasforma nel vuoto fertile della pratica buddhista.
Cosa c’entra tutto ciò con l’azione sociale? E con la poesia? Certo, non si tratta di non avere alcuna idea, o una posizione a proposito di ciò che accade nel mondo. Forse neanche di non schierarsi con chi soffre. Non di abdicare alle proprie responsabilità civili. C’entra con una scelta fondamentale, che è la risposta ad una domanda concreta: “Voglio essere parte del problema, o parte della sua soluzione?”. E sedere in meditazione, chiamandoci con “tutti i nostri veri nomi”, consapevoli che il nemico, spesso, siamo noi, ci aiuta ad aprire i pugni, e forse a prenderci responsabilità ancora più profonde. “Chi muore?”. Il monaco zen Claude AnShin Thomas, ad Aviano, abbracciò un pilota appena sceso da un aereo che aveva bombardato Belgrado. “Perché lo hai fatto? Non pensi che lui sia responsabile della morte di molte persone?”. “Certo. Lo è. Ma io non sono a Belgrado. Ora sono qui. E abbraccio lui, perché solo così posso contattare la sua umanità, prima che anch’essa muoia, giorno dopo giorno, bombardamento dopo bombardamento. Solo se lo abbraccio e gli parlo, c’è una possibilità che lui accolga le sue responsabilità. Solo così sono parte della soluzione e non parte del problema”. E cosa c’entra questo con la poesia? Solo sedersi, aprire i pugni, essere con ciò che è, interamente, e “chiamarsi con i propri veri nomi”. Serve altro?


Io sono il kosovaro
che corre ad arruolarsi nell'UCK,
e sono il serbo che presidia
i ponti di Belgrado;
sono l'adolescente violentata e
sgozzata dai miliziani e sono
il carnefice che l'ha martirizzata;
io sono il bambino che ha perduto i genitori
e sono i genitori che non si danno pace
per averlo perduto;
io sono il pacifista che in silenzio manifesta
di fronte alla caserma “alleata” e sono
il marine di guardia che lo osserva e lo deride;
io sono la moglie di questo stesso marine
che esce con i bimbi, vede i pacifisti,
e teme d’essere aggredita e
sono il pacifista che non si dà pace
che si possa vivere
con la propria famiglia in una caserma;
io sono il manifestante contro le bombe
ed il poliziotto che lo carica;
io sono il pilota che scarica missili e la madre
che trascina terrorizzata i figli nel rifugio
antiaereo; io sono il vecchio che ha perduto tutto
ciò per cui ha vissuto e
sono il volontario che gli porge il pane;
io sono il marine pronto a combattere e sono
la guardia di frontiera che lo scruta da lontano,
in attesa
di ucciderlo.
Viene alla mente una vecchia canzone:
"Tu carichi il fucile di chi ti spara e poi piangi
che la vita e' troppo amara".

mercoledì 23 agosto 2006

kesa funzō-e


In origine, per preparare l’abito che li ricopre, i monaci buddisti ‹‹raccoglievano per la strada pezzi di tessuto di scarto, stracci luridi o sudari, li lavavano, li tingevano e li cuciva­no insieme con piccoli punti allineati e fitti (distanti 2-3 millimetri uno dal­l'altro), secondo un disegno che ricor­da i campi di riso. È così che ancora oggi si prepara il ke­sa funzō-e (lett. "abito-escremento"), considerato tra tutti il più prezioso. Se lo zazen è ciò che abbraccia le infinite contraddizioni dell'esistenza trasfor­mandole nella pura mente dell'Illuminazione, il kesa funzō-e, ricavato da ciò che c'è di più sporco e rifiutato da tutti, trasforma stracci e pezze im­monde nell'oggetto di fede più sacro, simbolo stesso della purezza originale del Sé››
(Guida allo Zen, a cura della Associazione Italiana Zen Sōtō, De Vecchi Ed., MI 1991, p.129)

giovedì 29 giugno 2006

soglia

Il sapere nomadico coincide con il circolo tracciato dal passo degli uomini e dal pascolo degli animali; ed ogni nomade sa che il cielo che respira dalla sommità della sua tenda unisce la casa, la terra, gli animali, gli uomini e Dio. Ogni suo gesto compiuto per ringraziarlo, traccia una più robusta alleanza con la terra, il cielo, gli animali e gli altri uomini. Così nei nomadi buddhisti tibetani. E così nella letteratura che si fa annuncio della propria soglia.

mercoledì 21 giugno 2006

Taisen Deshimaru


Vorrei dedicare ad Alivento e a Rita le parole del maestro Taisen Deshimaru: "Spezzare i legami, le abitudini, amare senza desiderio di possesso, agire senza finalità personali, tenere le mani aperte, donare, abbandonare ogni cosa senza paura di perdere: ecco, la disciplina dell'adepto zen! La verità risiede nella semplicità. Rivolgiamo lo sguardo verso l'intimo, la parte notturna dell'essere, la nostra notte umana. Si leverà l'alba."

lunedì 29 maggio 2006

monastero



l'interno di un monastero. e un monaco affacciato. la poesia sta nel ritmo suadente eppure rigoroso delle linee, nei colori forti, nell'assenza di turisti, negli odori: incenso e zenzero, curry; e poi ci sono i canti mantrici, con quei colpi improvvisi di trombetta e piatto secco che fanno rivoltare Miles Davis da dentro la sua ferrari post-terrestre.

domenica 28 maggio 2006

viaggio in Bhutan



ho voglia di cambiare aria, per esempio di tornare qui, a 3000 metri di altezza, a guardare da lontano l'inavvicinabile monastero Taktshang, in Bhutan. Nei prossimi giorni, vi accompagno tutti per questi posti, vi va?