Uniforme nera e fiamma sul berretto. I segni distintivi di quegli investigatori unici e ineguagliabili che sono gli uomini della Benemerita, nei secoli fedele. In prima linea sul fronte della realtà più dura, impegnati a decodificare una scena del crimine o ad assicurare un colpevole alla giustizia, schierati a tutela delle vittime e in difesa della collettività, sono l'emblema di una dedizione al dovere che spesso assume i tratti dell'eroismo. Per la settima edizione del concorso letterario Carabinieri in Giallo, una nuova serie di indagini: quindici racconti di autori che hanno saputo contribuire con uno sguardo sempre originale a un filone ormai affermato del noir italiano. Quindici storie avvincenti, di grande attualità, per celebrare nel modo migliore i duecento anni dell'Arma.
E alè, siamo in edicola e in ebook da qualche parte.
Un quindicesimo dell'opera è garantito dall'autore vario che c'è in me, per il resto dài, son ragazzi, si faranno.
Semmai ecco, sull'editing, oltretutto senza il consulto dell'autore, ho qualche remora.
Io avevo scritto:
Giunto a venti metri dal capanno, Dino s’addossa a una macchia di rovi per la pisciata rituale...
Il testo pubblicato invece riporta:
Giunto a venti metri dal capanno, Dino s’addossa a una macchia di rovi per una pausa tattica...
E dire che pisciare mi pareva l'avesse già sdoganato al mondo De Gregori una selva di anni fa. Ma immaginiamoci il buon Francesco che intona:
Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole
non fa più fermate neanche per una pausa tattica...
Il grande Bigazzi si rivolterebbe nella tomba.
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29 settembre 2014
5 maggio 2014
Parole Crociate
Una sorta di Gino Cervi per raffigurare il Maresciallo Spataro nel racconto Parole Crociate.
Ganzo, sarebbe stato adatto, ed era nato lo stesso giorno mio.
Ganzo, sarebbe stato adatto, ed era nato lo stesso giorno mio.
26 luglio 2013
Permette signora - (7)
Dai Battilani ci vanno il brigadiere Lepore e il carabiniere Palmieri, con l’intento di occuparsi in primo luogo delle auto di famiglia, vi avrebbero cercato capelli, resti di corde o magari scaglie di pino, il maresciallo li aveva istruiti a dovere.
Spataro e Squizzi, invece, se ne vanno al Bar La Piazza, ufficialmente per parlare un po’ di calcio e magari guardarsi un po’ di partita.
Alla finale del mondiale di Spagna mancano un paio d’ore e in strada e in paese si respira un’aria gonfia. Gente in giro ancora ce n’è, ma si muovono in modo strano. L’attesa rende le camminate sincopate e le frasi smozzicate. Tutto finirà nello stesso imbuto: la partita contro la Germania delle venti.
Oggi tutto si riconduce a Madrid, tutto si compone, si sdogana e si compie a Madrid e tutti saranno lì, davanti alle tivù, aspettando un gol di Rossi.
«Possiamo dare un’occhiata al retro del bar? »
Il mandato di perquisizione non serve, basta la voce del maresciallo Spataro per attivare tutti i permessi.
«Certo, sì, maresciallo».
«Cosa cerchiamo, maresciallo?» chiede Squizzi.
«Niente di che, in realtà penso che il colpevole canterà, non ha alternative. Certo, se si riuscisse a trovare un rasoio o una bella confezione di crema da barba, non è che si buttano via».
È Squizzi che recupera dal fondo di un armadietto una confezione aperta di lamarasoio Bic, li conta e sono nove. E anche la mancanza di un elemento può divenire prova a carico.
Quando Lepore e Palmieri arrivano al bar, alla televisione impazza il collegamento con Madrid, manca un’ora ed è orgia di bandiere e di tifosi.
I due si riuniscono al Maresciallo Spataro e a Squizzi sedendosi a un tavolo del bar.
«Dunque l’auto di Pietro è pulita ma, colpo di scena, quella di Simone ha bisogno di un buon carrozziere» fa Lepore con un risolino amaro.
«Fammi indovinare, ha delle fitte sul tetto» butta là Spataro.
«Porca zozza» fa Palmieri, strabuzza gli occhi e guarda Lepore, il quale allarga le braccia:
«Marescialli si nasce, mica per nulla».
«Maresciallo, ma perché secondo lei, la tipa l’ha rasata sotto?» anche Squizzi ha le sue curiosità.
«Chi lo sa? Magari gli piace così, ce n’è di gente malata in giro, oppure è uno spregio, se ne sentono di tutti i colori ormai».
Poi arriva Simone per l’ordinazione.
«Che prendete?» chiede.
«Te» fa Spataro.
«Limone o pesca?»
«No, prendiamo proprio te. Te, Simone».
Il ragazzo realizza, incassa e barcolla mentre assume la consistenza e il colore di uno straccio. Palmieri gli allarga una sedia e lo fa accomodare.
I carabinieri adesso sono in pace con il mondo, si permettono pure un filo di compassione per il ragazzo che ha la testa poggiata su un braccio e s’è mezzo steso sul tavolino.
«Ma come?» farfuglia.
«Come, ce lo devi dire te. E anche perché, anche se un’idea ce la siamo fatta».
Il ragazzo si piglia la testa tra le mani e manda fuori simmetria la scucchiaiata di capelli predisposta dai tricologi di Cetrin, se la ritrova in mano e, a quel punto, la tira via e la scaraventa in un cestino a due metri da lì. La chioma artificiale resta appollaiata sul bordo, come un macabro scalpo.
«Le hai chiesto che fuggisse con te, vero? Solo che lei forse aveva altri progetti».
«Fuggire? Ma che fuggire! Non c’è voluta venire a letto con me, e basta».
«Cazzo, Simone, ma l’hai ammazzata per questo? Sai quante ragazze ci stanno là fuori?»
Dicendo così, butta un occhio all’esterno, sul paese ovattato e ridotto a landa desertica come ogni paese italiano in quel giorno e in quell’ora.
Magari non stasera, pensa Spataro, ma non lo dice.
«È che mi ha chiamato pelato».
Niente fuga mancata, allora, cazzo. Non ci si può più fidare nemmeno delle canzonette!
«Vuoi che andiamo dopo la partita?».
Simone li guarda, con gli occhi acquosi di chi non è lì, ma non apre bocca.
Allora lo portano via, a malincuore, nel movimento immobile di una serata mundial che va a cominciare.
Diretti alla caserma costeggiano anche il cimitero.
C’è un tizio in tuta che si appresta a ritinteggiare il muro per coprire la scritta Italia-Brasile e tutto il resto.
«Accosta, Squizzi» fa il maresciallo e poi si rivolge gridando all’uomo in tuta:
«Scusi, ma non sarà meglio aspettare almeno domani prima di cancellare questa roba? Che niente niente portasse sfiga!»
L’uomo si stringe nelle spalle. L’Alfetta blu si allontana e lui resta lì, con il pennello in mano e una decisione non facile da prendere.
Occhieggiando il pino, il maresciallo Spataro rivede per un attimo Gloria, appesa al vento. Rivede quella bambola, canticchia la sua melodia e forse capisce. Gli è balenato in mente un verso grazie al quale, alle canzonette, potrà concedere altro e incondizionato credito.
(Da stasera la mia vita / nelle mani di un ragazzo no / non la lascerò più)
Il ragazzo era già lì, dall’inizio, sarebbe stato tutto più semplice, pensa il maresciallo Spataro, se solo avesse fischiettato il motivo giusto da subito.
«E comunque, Squizzi, se stasera si vince il mondiale, me li taglio i baffi».
FINE
Spataro e Squizzi, invece, se ne vanno al Bar La Piazza, ufficialmente per parlare un po’ di calcio e magari guardarsi un po’ di partita.
Alla finale del mondiale di Spagna mancano un paio d’ore e in strada e in paese si respira un’aria gonfia. Gente in giro ancora ce n’è, ma si muovono in modo strano. L’attesa rende le camminate sincopate e le frasi smozzicate. Tutto finirà nello stesso imbuto: la partita contro la Germania delle venti.
Oggi tutto si riconduce a Madrid, tutto si compone, si sdogana e si compie a Madrid e tutti saranno lì, davanti alle tivù, aspettando un gol di Rossi.
«Possiamo dare un’occhiata al retro del bar? »
Il mandato di perquisizione non serve, basta la voce del maresciallo Spataro per attivare tutti i permessi.
«Certo, sì, maresciallo».
«Cosa cerchiamo, maresciallo?» chiede Squizzi.
«Niente di che, in realtà penso che il colpevole canterà, non ha alternative. Certo, se si riuscisse a trovare un rasoio o una bella confezione di crema da barba, non è che si buttano via».
È Squizzi che recupera dal fondo di un armadietto una confezione aperta di lamarasoio Bic, li conta e sono nove. E anche la mancanza di un elemento può divenire prova a carico.
Quando Lepore e Palmieri arrivano al bar, alla televisione impazza il collegamento con Madrid, manca un’ora ed è orgia di bandiere e di tifosi.
I due si riuniscono al Maresciallo Spataro e a Squizzi sedendosi a un tavolo del bar.
«Dunque l’auto di Pietro è pulita ma, colpo di scena, quella di Simone ha bisogno di un buon carrozziere» fa Lepore con un risolino amaro.
«Fammi indovinare, ha delle fitte sul tetto» butta là Spataro.
«Porca zozza» fa Palmieri, strabuzza gli occhi e guarda Lepore, il quale allarga le braccia:
«Marescialli si nasce, mica per nulla».
«Maresciallo, ma perché secondo lei, la tipa l’ha rasata sotto?» anche Squizzi ha le sue curiosità.
«Chi lo sa? Magari gli piace così, ce n’è di gente malata in giro, oppure è uno spregio, se ne sentono di tutti i colori ormai».
Poi arriva Simone per l’ordinazione.
«Che prendete?» chiede.
«Te» fa Spataro.
«Limone o pesca?»
«No, prendiamo proprio te. Te, Simone».
Il ragazzo realizza, incassa e barcolla mentre assume la consistenza e il colore di uno straccio. Palmieri gli allarga una sedia e lo fa accomodare.
I carabinieri adesso sono in pace con il mondo, si permettono pure un filo di compassione per il ragazzo che ha la testa poggiata su un braccio e s’è mezzo steso sul tavolino.
«Ma come?» farfuglia.
«Come, ce lo devi dire te. E anche perché, anche se un’idea ce la siamo fatta».
Il ragazzo si piglia la testa tra le mani e manda fuori simmetria la scucchiaiata di capelli predisposta dai tricologi di Cetrin, se la ritrova in mano e, a quel punto, la tira via e la scaraventa in un cestino a due metri da lì. La chioma artificiale resta appollaiata sul bordo, come un macabro scalpo.
«Le hai chiesto che fuggisse con te, vero? Solo che lei forse aveva altri progetti».
«Fuggire? Ma che fuggire! Non c’è voluta venire a letto con me, e basta».
«Cazzo, Simone, ma l’hai ammazzata per questo? Sai quante ragazze ci stanno là fuori?»
Dicendo così, butta un occhio all’esterno, sul paese ovattato e ridotto a landa desertica come ogni paese italiano in quel giorno e in quell’ora.
Magari non stasera, pensa Spataro, ma non lo dice.
«È che mi ha chiamato pelato».
Niente fuga mancata, allora, cazzo. Non ci si può più fidare nemmeno delle canzonette!
«Vuoi che andiamo dopo la partita?».
Simone li guarda, con gli occhi acquosi di chi non è lì, ma non apre bocca.
Allora lo portano via, a malincuore, nel movimento immobile di una serata mundial che va a cominciare.
Diretti alla caserma costeggiano anche il cimitero.
C’è un tizio in tuta che si appresta a ritinteggiare il muro per coprire la scritta Italia-Brasile e tutto il resto.
«Accosta, Squizzi» fa il maresciallo e poi si rivolge gridando all’uomo in tuta:
«Scusi, ma non sarà meglio aspettare almeno domani prima di cancellare questa roba? Che niente niente portasse sfiga!»
L’uomo si stringe nelle spalle. L’Alfetta blu si allontana e lui resta lì, con il pennello in mano e una decisione non facile da prendere.
Occhieggiando il pino, il maresciallo Spataro rivede per un attimo Gloria, appesa al vento. Rivede quella bambola, canticchia la sua melodia e forse capisce. Gli è balenato in mente un verso grazie al quale, alle canzonette, potrà concedere altro e incondizionato credito.
(Da stasera la mia vita / nelle mani di un ragazzo no / non la lascerò più)
Il ragazzo era già lì, dall’inizio, sarebbe stato tutto più semplice, pensa il maresciallo Spataro, se solo avesse fischiettato il motivo giusto da subito.
«E comunque, Squizzi, se stasera si vince il mondiale, me li taglio i baffi».
FINE
19 luglio 2013
Permette signora - (4)
Spataro e Lepore si siedono a un tavolino di quelli fuori e arraffano una copia della Gazzetta dove si esalta la prova degli Azzurri che, al Camp Nou di Barcellona, si sono sbarazzati della Polonia con una doppietta del solito Pablito Rossi e si giocheranno la finale con la Germania. Ordinano due caffè a Simone, il Battilani junior, un ragazzotto sui 25 anni con una scucchiaiata di capelli dal colore indefinito e un’evidente psoriasi alle mani.
«Permette?» fa Simone per guadagnarsi uno spazio tra le pagine della rosa per posare le tazzine.
(Permette signora…)
«Simone, vero?» chiede il maresciallo.
«Sì, Simone».
«Gli dici a tuo babbo, per favore, se ha cinque minuti per noi?»
«Lo chiamo».
Il maresciallo Spataro amava sminestrare le questioni a caldo, non era dell’idea di far decantare gli avvenimenti o di star tanto in ufficio a riflettere, a tracciare schemi o a buttare giù appunti.
Lavorava in strada e riorganizzava le idee a casa, davanti al giradischi Thorens, mettendo su un 45 giri dietro l’altro.
Già i due giorni per sotterrare la Signora gli erano sembrati eterni, anche se utili per controllare alibi e spostamenti dei maggiori indiziati: i tre che godevano delle grazie di Gloria.
Il giorno 8 luglio, la Signora, alle ventidue aveva staccato e alle sette di mattina stava appesa a un pino, morta però da almeno cinque ore.
Lo stesso Lepore si era occupato di verificare alcune situazioni. Il marito, indiziato numero uno stava in una pensione sul lago di Como e, a meno che non disponesse di un jet personale o di una macchina del tempo, era già escluso dal possibile omicidio, almeno come esecutore materiale.
Il fidanzato della Maria, Wilde, aveva trascorso la notte dalla Maria, anche se era assai poco probabile che ne trascorresse altre, vista la reazione della fidanzata alle domande che gli furono rivolte riguardo alla sua presunta liason con Gloria.
Wilde ne uscì bene da un punto di vista dell’indagine, ma con le ossa frantumate da un punto di vista del suo storico fidanzamento con la Maria.
Quello che proprio non ce l’aveva uno straccio di alibi era Pietro Battilani. Rientrato a casa che sua moglie già dormiva, era rimasto in cucina a guardarsi un po’ di tivù e nessuno lo aveva visto, nemmeno suo figlio Simone che era rincasato più tardi ancora.
Quando Pietro Battilani si siede al tavolo con i due carabinieri è teso e vistosamente addolorato.
«Dunque le voleva bene a quella figliola?»
«Le volevo bene sì, era la barista perfetta».
«Già, parrebbe sì» il maresciallo lo guarda fisso «senza tanti giri di parole, è a conoscenza che sappiamo della sua relazione con la morta?»
Usa la parola morta di proposito, per dare una scossa, quando ancora nessuno riesce ad abbinare il termine alla vitale Gloria.
«Sì, sono stato avvisato, ma non parlerei di relazione, ecco…»
«Come preferisce, parliamo di sesso? Da quanto se la scopava?»
Il maresciallo butta lì ancora tre o quattro domande le cui risposte valgono zero, servono solo per scrutare lo sguardo e le pieghe del viso del Battilani ma, dopo un po’, perde interesse. Spataro ha preso a spiare i movimenti del figlio Simone, dietro, che sta cercando di tenere a bada tutti i clienti. Ha una faccia strana quel figliolo, una mimica devastata e inespressiva che il maresciallo cerca di capire da cosa derivi, senza però cavarci molto. Gli occhi, forse.
Aspetta che Pietro finisca di parlare.
«… perché io sono un uomo sposato».
«Senta, Battilani, ma suo figlio che ha fatto a quelle mani?»
«Oddio, Simone, ne ha passate tante il mio ragazzo».
Qui Battilani fa una pausa, lunga, va a pescare le parole in una cesta di ricordi amari, le sceglie con cura, affinché gli procurino meno dolore possibile.
«Simone ha cominciato a perdere i capelli già a quindici anni, senza un motivo medico o psicologico, almeno che noi sapessimo. A scuola è diventato un macello, con lui che si vergognava e con i compagni, beh, lasciamo stare i compagni, se li può immaginare maresciallo… e non ha perso solo i capelli».
Ecco il perché della mimica particolare di Simone, niente sopracciglia.
«E poi è stata una spirale che l’ha inghiottito. Da militare è caduto in depressione, non l’abbiamo visto per mesi, non veniva nemmeno in licenza. Al congedo è tornato, per forza, e aveva perso ogni singolo pelo del corpo, ogni singolo pelo, s’immagina?»
No, Spataro, questo fa davvero fatica a immaginarselo.
«Terribile» dice Lepore.
«Quindi gli son venute le macchie sulle mani, la gastrite e poi chissà cos’altro arriverà. Non s’è fatto mancare nulla. Solo nell’ultimo anno sono riuscito a tirarlo dentro al bar, a darmi mano, e qui è rifiorito. Anche grazie a Cetrin, devo dire».
«Cetrin?» la parola qualcosa gli dice, al maresciallo, forse una medicina? Forse un mago da tivù privata?
«Cetrin, quelli dei capelli?» chiede Lepore.
Per questo gli piaceva Lepore, sapeva stare al suo posto, con rispetto ed educazione ma, quando c’era da subentrare, si faceva trovare pronto. Un panchinaro perfetto, quello che tutti gli allenatori vorrebbero. Per un attimo pensa a Giampiero Marini, ci sarebbe stato bisogno di lui nella finale del Mundial, si sarebbe fatto trovare pronto?
«Cetrin sì, proprio loro, sarà pur sempre un cazzo di parrucchino, ma almeno lo rende presentabile».
Dopo aver liberato il Battilani si trattengono altri dieci minuti, leggono le dichiarazioni di Bearzot e di Zoff, che è l’unico che parla tra i calciatori. Apprendono che il presidente Pertini avrebbe assistito alla partita e si dispiacciono per Antognoni e i cinque punti di sutura sul dorso del piede che l’avrebbero relegato in tribuna per la finale, probabilmente in infradito.
«Permette?» fa Simone per guadagnarsi uno spazio tra le pagine della rosa per posare le tazzine.
(Permette signora…)
«Simone, vero?» chiede il maresciallo.
«Sì, Simone».
«Gli dici a tuo babbo, per favore, se ha cinque minuti per noi?»
«Lo chiamo».
Il maresciallo Spataro amava sminestrare le questioni a caldo, non era dell’idea di far decantare gli avvenimenti o di star tanto in ufficio a riflettere, a tracciare schemi o a buttare giù appunti.
Lavorava in strada e riorganizzava le idee a casa, davanti al giradischi Thorens, mettendo su un 45 giri dietro l’altro.
Già i due giorni per sotterrare la Signora gli erano sembrati eterni, anche se utili per controllare alibi e spostamenti dei maggiori indiziati: i tre che godevano delle grazie di Gloria.
Il giorno 8 luglio, la Signora, alle ventidue aveva staccato e alle sette di mattina stava appesa a un pino, morta però da almeno cinque ore.
Lo stesso Lepore si era occupato di verificare alcune situazioni. Il marito, indiziato numero uno stava in una pensione sul lago di Como e, a meno che non disponesse di un jet personale o di una macchina del tempo, era già escluso dal possibile omicidio, almeno come esecutore materiale.
Il fidanzato della Maria, Wilde, aveva trascorso la notte dalla Maria, anche se era assai poco probabile che ne trascorresse altre, vista la reazione della fidanzata alle domande che gli furono rivolte riguardo alla sua presunta liason con Gloria.
Wilde ne uscì bene da un punto di vista dell’indagine, ma con le ossa frantumate da un punto di vista del suo storico fidanzamento con la Maria.
Quello che proprio non ce l’aveva uno straccio di alibi era Pietro Battilani. Rientrato a casa che sua moglie già dormiva, era rimasto in cucina a guardarsi un po’ di tivù e nessuno lo aveva visto, nemmeno suo figlio Simone che era rincasato più tardi ancora.
Quando Pietro Battilani si siede al tavolo con i due carabinieri è teso e vistosamente addolorato.
«Dunque le voleva bene a quella figliola?»
«Le volevo bene sì, era la barista perfetta».
«Già, parrebbe sì» il maresciallo lo guarda fisso «senza tanti giri di parole, è a conoscenza che sappiamo della sua relazione con la morta?»
Usa la parola morta di proposito, per dare una scossa, quando ancora nessuno riesce ad abbinare il termine alla vitale Gloria.
«Sì, sono stato avvisato, ma non parlerei di relazione, ecco…»
«Come preferisce, parliamo di sesso? Da quanto se la scopava?»
Il maresciallo butta lì ancora tre o quattro domande le cui risposte valgono zero, servono solo per scrutare lo sguardo e le pieghe del viso del Battilani ma, dopo un po’, perde interesse. Spataro ha preso a spiare i movimenti del figlio Simone, dietro, che sta cercando di tenere a bada tutti i clienti. Ha una faccia strana quel figliolo, una mimica devastata e inespressiva che il maresciallo cerca di capire da cosa derivi, senza però cavarci molto. Gli occhi, forse.
Aspetta che Pietro finisca di parlare.
«… perché io sono un uomo sposato».
«Senta, Battilani, ma suo figlio che ha fatto a quelle mani?»
«Oddio, Simone, ne ha passate tante il mio ragazzo».
Qui Battilani fa una pausa, lunga, va a pescare le parole in una cesta di ricordi amari, le sceglie con cura, affinché gli procurino meno dolore possibile.
«Simone ha cominciato a perdere i capelli già a quindici anni, senza un motivo medico o psicologico, almeno che noi sapessimo. A scuola è diventato un macello, con lui che si vergognava e con i compagni, beh, lasciamo stare i compagni, se li può immaginare maresciallo… e non ha perso solo i capelli».
Ecco il perché della mimica particolare di Simone, niente sopracciglia.
«E poi è stata una spirale che l’ha inghiottito. Da militare è caduto in depressione, non l’abbiamo visto per mesi, non veniva nemmeno in licenza. Al congedo è tornato, per forza, e aveva perso ogni singolo pelo del corpo, ogni singolo pelo, s’immagina?»
No, Spataro, questo fa davvero fatica a immaginarselo.
«Terribile» dice Lepore.
«Quindi gli son venute le macchie sulle mani, la gastrite e poi chissà cos’altro arriverà. Non s’è fatto mancare nulla. Solo nell’ultimo anno sono riuscito a tirarlo dentro al bar, a darmi mano, e qui è rifiorito. Anche grazie a Cetrin, devo dire».
«Cetrin?» la parola qualcosa gli dice, al maresciallo, forse una medicina? Forse un mago da tivù privata?
«Cetrin, quelli dei capelli?» chiede Lepore.
Per questo gli piaceva Lepore, sapeva stare al suo posto, con rispetto ed educazione ma, quando c’era da subentrare, si faceva trovare pronto. Un panchinaro perfetto, quello che tutti gli allenatori vorrebbero. Per un attimo pensa a Giampiero Marini, ci sarebbe stato bisogno di lui nella finale del Mundial, si sarebbe fatto trovare pronto?
«Cetrin sì, proprio loro, sarà pur sempre un cazzo di parrucchino, ma almeno lo rende presentabile».
Dopo aver liberato il Battilani si trattengono altri dieci minuti, leggono le dichiarazioni di Bearzot e di Zoff, che è l’unico che parla tra i calciatori. Apprendono che il presidente Pertini avrebbe assistito alla partita e si dispiacciono per Antognoni e i cinque punti di sutura sul dorso del piede che l’avrebbero relegato in tribuna per la finale, probabilmente in infradito.
15 luglio 2013
Permette signora - (2)
Il Maresciallo Giuseppe Spataro, quarant’anni, si porta in giro novanta chili di corpulenza ben distribuita in quasi due metri d’altezza. Sfoggia un vistoso paio di baffi anni settanta, un po’ fuori tempo e un po’ da finocchio. Non è tipo da stare dietro alle mode, il baffo se l’è lasciato crescere quando andava e ha dimenticato di tirarlo via quando i Village People l’hanno connotato di gaiezza.
È da sempre in lotta con il suo organismo irsuto, ha peli in posti dove altri non hanno nemmeno i pori, ne ha tappetini sulle spalle e sulla schiena, ne ha ciuffi sulle dita, ne ha spighe dentro le orecchie e nel naso. Si rade almeno due volte al giorno, baffi a parte.
Incute timore a guardarlo, è autorevole e destinato a farsi intendere. Comanderebbe la caserma di Ponte al Drago pure se fosse l’ultima recluta, il fatto che ne sia il capo ufficiale è, a tutti gli effetti, un dettaglio.
Sormonta quel popò di fisico una testa in proporzione piccola, ma alla quale è restituita imponenza e dignità dal copricapo fiammato che Spataro non toglie mai, almeno finché mantiene una posizione verticale. Le mani si presentano come una sorta di racchette che è fortemente indicato non dover incocciare mai, né di dritto né di rovescio. Le strette del maresciallo Spataro sono un rischio serio per la funzionalità di falangi, falangine e falangette del salutato.
È pigro e preferisce astenersi dall’esercitare attività non legate alla sopravvivenza diretta. Potendo, utilizzerebbe la volante pure per andare a pisciare. Nel paese è un’istituzione. Non è tipo da ricercare il consenso a tutti i costi, anzi, coltiva volutamente un atteggiarsi burbero dal quale, traspare, suo malgrado, un animo definibile gentile, anche se non in sua presenza.
Una voce baritonale completa la sua figura possente. Il maresciallo Spataro non fa rispettare la legge, tutto sommato è la legge. Una sorta di sceriffo alla John Wayne in un villaggio del West del Chianti, con i peli come speroni e l’Alfetta blu sotto il culo, al posto del cavallo.
La sua passione sono le canzonette, quelle datate, di quando era giovane. I ritmi moderni della disco music hanno il potere di metterlo a disagio e gli provocano un insistente prurito alle mani in un processo di fastidiosa somatizzazione.
Le canzonette lo aiutano nelle sue battaglie contro il crimine, contro la peluria diffusa e contro la sua immagine di buono dentro.
Le canzonette lo guidano, di questo ha l’assoluta certezza. Ai versi delle canzoni che gli risuonano in testa, ha spesso attribuito miracolose svolte nelle indagini. E, anche se lo sa bene che non è materia di divulgazione scientifica, il pensiero di averle lì, a disposizione, lo conforta, gli infonde fiducia e, almeno indirettamente, lo aiuta.
Perché sapere ne sa a pacchi, di canzonette, e di tutte conosce titolo, interprete, autori, testo e melodia.
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