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25 giugno 2021

UEFA UEFA ma che scocciatura (*)


Abolita la regola del gol in trasferta che vale doppio.

Finalmente, anche se era tenero mio babbo quando si guardavano le partite di coppa insieme. Quante domande mi avrà fatto su questi strabenedetti gol in trasferta!

Eppure il mercoledì dopo si era daccapo, un po' come quando a me a lavoro tentano di spiegare l'organizzazione a matrice, non ce la posso fare.

All'inizio anch'io avevo confuso - ma avevo 9 anni! - probabilmente perché fu mio padre a spiegarmi quel gol che il Cagliari in Coppa dei Campioni contro l'Atletico Madrid subì a causa di una mezza papera di Albertosi: Vedi erano 2 a 0 e ora sono 2 a 2.

Ma, al di là del fatto che a tutt'oggi la regola è inconcepibile per molti di quei fruitori spot del calcio in tivù, a me un po' dispiace.

C'ero affezionato, ecco, l'avevo accettata per quello che era - una regola - e mi andava bene così.

Non so se è sintomo di anzianità, forse sì, ma tutte queste regole del calcio che cambiano continuamente mi lasciano perplesso.

Il fuorigioco, i falli di mano, la rimessa dal fondo... è tutto così fluido che sempre più spesso rinuncio a capire.

Io mi immagino la Federazione Internazionale degli scacchi, a Reykjavík nel 1972, che si presenta da Fisher e Spassky e dice: Ragazzi, da oggi il cavallo non salta più sopra gli altri pezzi, l'arrocco si fa con l'alfiere e i pedoni non possono più mangiare la Regina (questa è per la superlega).

Sai che pernacchione!

 

(*) Solo i sorcini di Bennato, gli edoardini, leggeranno un'altra cosa.

26 marzo 2020

Lettera dal fronte

Qualcuno si ricorda di questa ragazza? Bella de zio!
La bimba in questione - bella pure de su' nonna, la poetessa Giovanna -, ha condiviso una riflessione su quello che da qualche giorno è il suo nuovo lavoro, nel reparto Covid dell'ospedale qui da noi.
Ve la riporto, non c'è molto da aggiungere.



Vedere questi pazienti col Covid è tosta!
Non poterci parlare. Toccarli il meno possibile.
Soli nelle loro stanze, a fissare il vuoto, tutti con le ventimask per poter respirare.
E noi infermieri quando entriamo in reparto siamo bardati da cima a fondo. E se ci manca qualcosa abbiamo un telefono interno con cui parlare con il collega che sta fuori e ti va a prendere quello che ti serve, deflussori, siringhe...

Te sei lì. Dentro, chiuso... In trappola, come loro.
Unica salvezza (e ti giuro che dopo che sei un'ora dentro, diventa una vera e propria salvezza) quella porta che ti riporta tra i "sani e i vivi"
È come se entrando tu entrassi nel regno dei morti, e sei lì con loro. E sai che se fai qualche passo falso puoi essere uno di loro.
E quella porta è la salvezza che ti riporta di là.

E loro poverini che ti chiedono "Ma sto meglio di ieri?". E te che gli dici di sì... li guardi negli occhi, ti senti morire.

19 aprile 2019

La preghiera della settimana santa



In onore della mia mamma che ci ha messo tanto impegno per farmela imparare a memoria, voglio ricordare questa cosa perché, bene o male, ogni anno mi viene in mente e me la ripasso.
Ultimo e notevole risvolto il fatto che non ci sia nell'internet, da nessuna parte, in nessun anfratto.
Adesso potete trovarla qui, direttamente dai miei sensi di colpa degli anni settanta.
Pensateci a come venivano tirati su certi bambini.
Trattasi di un dialogo tra la Madonna e Gesù, come potete agilmente desumere.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Lunedì Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Lunedì Santo sarò preso e legato.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Martedì Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Martedì Santo sarò martirizzato.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Mercoledì Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Mercoledì Santo sarò venduto per trentatré denari falsi.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Giovedì Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Giovedì Santo sarò condotto al macello come un agnellino perfetto.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Venerdì Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Venerdì Santo sarò nel Santo sepolcro.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il Sabato Santo?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il Sabato Santo lieviterò come un formento su quella terrolina fresca.

Dilettissimo mio caro Figliolo dove sarete il giorno di Pasqua?
Beatissima Vergine e Creatissima Madre il giorno di Pasqua risusciterò al cielo, diventerò padrone di tutto il mondo e se ci fossero cristiani e cristiani che avessero detto questa preghierina tre volte al giorno nella settimana Santa, gli vorrei perdonar più peccati che non c'è fili d'erba su pei prati, chicchi di rena giù nel mare e tre grazie a suo piacere.

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Dai, confortatemi, ditemi che qualcuno di voi la conosce... o sua madre, o sua nonna, non lasciatemi solo in quest'abisso.

22 marzo 2019

Una fetta di vita semplice ma buona

Torni a casa e trovi un cane che scodinzola
Prepari una torta di mele semplice ma buona (*)
Ceni con le persone che vorresti avere accanto quando morirai
Ti alzi all'alba
Corri all'alba
Corri all'alba per sentieri
Corri all'alba per sentieri con un cane accanto
Corri all'alba per sentieri con un cane accanto ed è primavera
Torni a casa e trovi un avanzo di torta di mele che scodinzola.



(*) Torta di mele semplice ma buona
150 gr di farina
100 gr di zucchero
100 gr. di burro fuso
2 uova
4 mele medie
1 cucchiaio di maraschino (o rum)
½ cucchiaio di lievito
scorza grattugiata di 1 limone
un pizzico di sale
Tagliare le mele a cubetti e metterle da parte. Sbattere in una terrina le uova con lo zucchero e il sale, aggiungere la farina, il rum, la scorza grattugiata di un limone, il burro e il lievito (se troppo denso aggiungere 1 cucchiaio di acqua o latte). Aggiungete le mele all’impasto, la consistenza dovrà essere molto ‘melosa’. Mettere l’impasto nella tortiera coperta di carta forno. Infornare a 180 gradi finché dorata e asciutta alla prova stecchino (30-35’ min circa).

4 marzo 2019

La mia bambina

Non tutti ce l'hanno avuta un'infanzia felice.
Prendete me, ad esempio, mica mi avrebbe fatto schifo, ma nulla.
Se mi guardo indietro non mi commuovo e non mi sciolgo, come pare funzioni ripensando agli anni da bambini.
E pure Gesù non le ascoltava le mie preghiere notturne, anche quando io ero costretta ad ascoltarmi di tutto.
Quando andava bene sentivo mio padre che rientrava tardi e mia madre che lo buttava fuori.
Quando andava meno bene non sentivo rientrare proprio nessuno.
E a quella madre mezzo abbandonata, tradita, urlata e offesa, a quella madre posso fare una colpa se non aveva voglia di venirmi ad abbracciare?
Potevo crepare in attesa di un bacino sfiorato nel buio o di una coperta rimboccata.
Fortuna che c'era una via laterale, una stradina senza sfondo, dove scorreva senza scorrere la mia esistenza a puntate, quella però felice e che non poteva rubarmi nessuno, quella dei temi dati a scuola.
Lì sì c'era un fiorire di vita da mandare a memoria, pieno di mamme che ti portano ai giardini a giocare, di vacanze al mare con i cugini e di babbi presenti e pieni d'attenzioni. Quei babbi che ti riempiono di regali e ti soffocano di abbracci al sussurro di "la mia bambina, la mia bambina...".
Ma fuori dai temi era un'altra storia.
C'erano baci da non desiderare, c'erano frasi da non sentire e facce da non vedere.
E così la notte, rannicchiata nel letto e abbracciata al cuscino, chiudevo gli occhi e li premevo forte con i polpastrelli delle dita, fino a quando dal buio non comparivano vivide, a ritinteggiare il mio mondo, le copertine dei quaderni.

17 febbraio 2019

Il mio migliore amico era un sasso


Poi stupitevi se parlo poco o se sono un po' orso marsicano.
Il fatto è che non ho visto un bambino fino ai sei anni, tranne giusto uno che venne per sbattermi la faccia su uno scalino e rompermi il naso.
Però c'era questo sasso, mezzo interrato in mezzo alla strada, era giallognolo e spuntava quel tanto che bastava per farsi notare da un bambino bisognoso d'affetto e di amici.
Me ne stavo seduto in mezzo alla strada, che di auto non ne passavano, lì presso quel sasso un po' scivoloso. Era articolato, aveva tipo due ripiani, una sorta di gradino e un lato concavo. Solo anche lui, in un selciato disseminato di pietre rossastre.
Era il campo di una battaglia, era il mare in tempesta. Era la radura di un bosco, una piazza, una chiesa.
Era la luna prima dell'uomo sulla luna, era il mondo visto dalle stelle.
Per quanto gli volessi bene - e lui a me - non era certo un gran chiacchierone e averlo frequentato per tanto tempo può non avermi essenzialmente giovato.

15 gennaio 2019

No grazie, non posso mangiar dolci (*)

C'era questo tipo, un vecchio collega di mia moglie, una vera sagoma a sentire lei.
Ne aveva avute per tutti ai tempi del loro comune lavoro e ora entrava in parecchi aneddoti della vita precedente di lei.
Il Bigi di qua, il Bigi di là, sapete com'è.
Non c'è cosa che il Bigi non avesse fatto, risposta salace che non avesse dato o spiegazione dotta che non avesse elargito.
Così va che salta fuori in più di un racconto nei dopo cena tra i cantucci e il vin santo.
Poi io non me le ricordo davvero le innumerevoli perle del Bigi, anche perché, fosse stato bello tira via, ma il fatto che fosse simpatico un po' di gelosia me la instillava.
Ma una cosa sì, l'ho memorizzata: aveva un modo unico di tirarsi fuori dalle situazioni spiacevoli, dalle proposte non gradite, dalle domande scomode.

- Ehi, Bigi, si va a pranzo insieme oggi?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Domenica mi porti all'Ikea?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

- Quest'anno in ferie, andiamo in Yemen?
- No grazie, non posso mangiar dolci.

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(*) marchio registrato Bigi.

2 marzo 2018

Una luce accesa è un rubinetto aperto

È una lotta dura quella per non lasciare luci accese nelle stanze deserte, una lotta che ci tramandiamo di generazione in generazione.
Lo sento ancora il mi' babbo che bociava: spengi la luce!
Ed è un po' una battaglia persa con i figli che non hanno un diretto interesse sull'importo della bolletta, a volte pure con qualche adulto che magari minimizza a sproposito.
Allora ho trovato questo stratagemma che pare funzionare, ho detto ai miei che lasciare una luce accesa è un po' come lasciare una cannella aperta.
Lasceresti l'acqua aperta uscendo dal bagno?
NO, è la risposta.
Allora quando troverete l'ennesima luce accesa in bagno o nel corridoio deserti, chiamateli e dite loro che hanno lasciato il rubinetto aperto. Vedrete, funzionerà.
Oppure vi allagheranno la casa.

30 ottobre 2017

E ridevo tutte le risa del mondo

- Tutùn - faceva la ruota del triciclo tutte le volte che prendevo la buchetta. E potete scommetterci che la prendevo a ogni giro attorno alla tavola, tanto ero diventato chirurgico.
Un ovale in perfetto stile Indy: davanti alla tivù, davanti all'acquaio, davanti alla cucina economica e - Tutùn  - davanti al focolare a completare il giro.
Non correre tu ti fai male, la mamma. E io acceleravo.
Non pigliare la buca con le ruote, il nonno. E io - Tutùn  - a ogni passaggio.
E ridevo tutte le risa del mondo, della mia genuina e infinita felicità. Non sarebbe più stato così, ma non lo sapevo di certo.
Tutùn  -, e il nonno dal canto del fuoco, con le sue lunghe braccia, si sporgeva cercando di acchiapparmi.
Allora sì che pedalavo via veloce: testa incurvata dentro alle spalle, sfrecciavo lontano, cullato dalle mie stesse risa e sospinto da quelle mani che non potevano prendermi mai.
Era un nonno di quelli di una volta, il nonno Gigi: tanti biscotti (*) sulle orecchie, poche parole e nessun moto esplicito d'affetto.

Era il tempo degli esami di terza media quando, un pomeriggio di giugno, mio padre mi prelevò da casa per portarmi a Careggi a vedere il nonno che ci stava lasciando, così disse.
Ma quello non era più il mio nonno: era un essere rinseccolito che succhiava l'aria da una grata e fissava il soffitto con uno sguardo acquoso e perduto.
E non lo salutai, niente, nemmeno mezza parola, solamente una carezza abbozzata, con la mia mano rinchiusa e guidata da quella di mio padre. E mi dispiace soprattutto per lui, per mio padre, che magari due parole in croce si aspettava che le inchiodassi, ecco.
- Tanto lo so, nonno, poi l'ho capito che facevi apposta a non pigliarmi, che ti credi?

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(*) tosc. Colpetto che si dà sul viso a qualcuno (o sulle orecchie, n.d.h.), per atto di scherzo o in segno di affettuosa confidenza, facendo scattare sul pollice l’indice o il medio (Treccani)

19 aprile 2017

Lo zen e l’arte di portare fuori il cane

Non avrei mai creduto, eppure funziona.
Intanto tuo figlio, quello che non parla mai, quello che ancora si lega le scarpe ficcandosi i lacci dentro ai calzini, quello che si nutre in stile Mowgli, quello che te le leva dalle mani, lui, incredibilmente si fa loquace nel tempo della passeggiata con il canide. E allora diventa un'occasione preziosa per aprire una fessura da cui spiare nella sua altrimenti imperscrutabile vita.
E poi niente, è un'uscita di sicurezza portare fuori il cane.
Era uno splendido fumetto, Uscita di Sicurezza, di Trillo e Altuna, lo dico per i residuali amanti di Lanciostory (titolo originale: Las puertitas del Sr. Lopez).
Quando proprio non ce la fai più, in quei giorni stipati di pannoloni e medicamenti, di voci alzate e di manate trattenute, in quei giorni di rospi ingoiati e di bon per la pace, in quei giorni di rumori molesti e di deprimenti tran tran, ecco, lì puoi sempre portare fuori il cane.
E, come d'incanto, quello che da un'analisi prematura e sommaria poteva sembrarti un pesante fardello, ecco che si trasforma in quel poco di zucchero capace di farti andar giù l'amara pillola.
Devi solo pigliare collare e guinzaglio, imboccare l'uscita di sicurezza e buttarti a passeggiare pallido e assorto.
E la lancetta che era salita sul rosso, fino quasi a toccare schizofrenia, scende piano piano verso nervosismo, poi giù a indicare leggera ansia, ancora verso serenità e infine eccola che crolla sullo zero psichico dell'essere zen.
A quel punto puoi anche tornare a casa che il cane di certo ha già fatto le robe sue.

9 aprile 2017

Del diario vissuto di Giovanna (15)


31 ottobre 1954
Oggi tu mi ai portata a vedere i tuoi posti d'infanzia dove tu sei cresciuto dove ai fatto i primi passi.
Arrivati lassu' al Poggio alla Croce tu mi facesti conoscere tutti i tuoi zii e i tuoi parenti, poi andammo al cimitero a far visita alla tua povera mamma, poi si faceva tardi e si venne via dato che ci saveva la lambretta del tuo zio Memmo, si sarebbe fatto presto a rivare a casa. Pero' prima di venire via passammo dalla casa tua dove tu eri nato, e tu mi dicesti Guarda Gianna quella e' la finestra dove la' dentro sono nato.
Quanta gioia lessi nel tuo sguardo quando mi insegnavi tutti i tuoi posti dove giocavi da bambino.
E mi dicevi Gianna qui o fatto questo qui o fatto quello.
Era bello per me sapere tutte queste cose.
1 novembre (Tutti Santi)
Sono stata a far la sposa in casa tua, forse non ci riuscivo ma imparero' presto vedrai.
Mi pareva davvero di esserlo, mi sentivo grande anche se sono piccola.
Quando eravamo per venir via tu mi ai letto un tuo tema dato che sei ritornato piccolo ritornando a scuola...
Siamo stati a sedere sopra al tuo letto, dove tutte le sere la tua testa riposa tutti i pensieri che a fatto durante la giornata.
Poi tu mi ai presa e abbracciata e baciata e poi ribaciata.
Eppure tu mi dici tante volte Noi Gianna ci troveranno sfiniti dai baci.
Quante volte mi domando perche' ci vogliamo tanto bene, e perche' lontano da te io non so vivere.
Neno amore mio tu mi ai dato tutto e tanta felicita' soltanto a sentirti parlare e quando sono tra le tue braccia e mi stringi forte forte e mi chiami Bambola e bambola per te saro'.
Un giorno verra' anche per me l'amore di Sposa, l'amore di Madre e l'amore per la mia casa.

 __________________________________ 
Quaderno del diario vissuto di Giovanna
Anema e Core
Dove si va signorine?
Qui vedi dove dormo e ti sogno
Se un giorno mi avverasse
Mi bacia sulla bocca e baci e baci 
Quando non c'è la partita di calcio manca tutto  
Perché l'amore sarà al centro di tutto
Qui intrecciammo la lilla 
Montaccino si chiamava il posto dove tu stavi 
E allora forse ci parrà di sognare ancora
Il nome non te lo scrivo intanto tu lo sai di già
È stato un giorno di sposa, di moglie e di massaia
- Le mie lacrime si confondono con le mie parole
- Dato che ero a tagliare le vestaglie perche' e' il mio lavoro

30 marzo 2017

Le storie del frigo


Facile cercarti nell'Alfama, tra le pieghe del fado e i cani randagi o nell'odore del queijo da serra dentro ad un pastel, o magari in una casuale spolverata di cannella, perfetta come un manto stellato su un cielo di crema.

E nelle sfumature di un olio su tela nello spazio bidimensionato e feroce di un bacio infinito, rubato e restituito, ai piedi di una scala che nessuno ha intenzione di salire.

Là dove ogni giorno pioggia e vanagloria innaffiano la storia del mondo e va sempre come per Joe, che ti chiedi se devi restare o devi andare. E alla fine vai, anche se vorresti restare.

Illusorio trovarti nei recessi di un sorriso ammezzato o nelle nebbie di un risveglio frettoloso sotto a una faccia spappolata di frutta e verdura. Indecente e scontato pensare di conquistarti passando attraverso l'origine del mondo.

Come sarebbe tutto compiuto se ti avessi intravisto, riflessa, nel multiverso alterato e convesso della perla senza conchiglia di una ragazza perbene da andare a trovare in treno.

Indomito nel mio cercarti ai piedi delle montagne dal cuore viola, sotto a cieli vertiginosi e a picchi profondissimi, dentro ai dolori di una giornata di pedalate infinite zuppe di pioggia e di lacrime perdute nel tempo.

Talvolta ho pensato di averti sorpresa, correndo su una spiaggia deserta, profumata di ramblas e peperoni verdi, di fianco a miserevoli vite dedite alla rivelazione metallica di uno spiccio o di un anello, gettato via per la rabbia di un amore che amor non è più.

Avrei pensato che fosse più facile cacciarti, come si fa con il tesoro dei tesori, in giro per il mondo, quando invece stavi lì, a due metri da un frigo saccheggiato per una cena messa su in fretta. Lì, attorno a quella tavola dove si ciancia senza costrutto delle anacronistiche torri rotonde nei castelli dell'alto medioevo, di un ostinato mal di stomaco, di cuccioli bavosi dalla coda assassina, di riso bollito e di tè verde piccolo principe, di diete perseguite lo spazio di un respiro. Lì dove si ciancia di capelli da tagliare o del vento che tira da nord, del trapezio rettangolo e di spaventose gru da cantiere.
Dei viaggi da fare e di quelli che non faremo.

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E i vostri frigo, la raccontano una storia?
Grazie a plus1gmt per lo spunto.

12 marzo 2017

Il pistolero di graniglia


C'era una brutta faccia nel pavimento di graniglia della cucina.
Stava vicino alla porta-finestra sul retro, era il volto triangolare di quello che avresti detto un omaccione corpulento e severo, seppure era solo una brutta faccia. E magari nemmeno.
Era verdastra, screziata di rughe scavate dal sole: era la faccia di un pistolero.
Potevo sentire il cigolare della diligenza, i cavalli sbuffare e lo sciacquettio metallico degli speroni dentro quell'universo bidimensionale di cemento e frattaglie di marmo.
E quando ero fortunato sentivo gli spari.
Non che fosse mio amico, il pistolero, ma certo nel mio mondo inscatolato di bambino era un'entità percepibile.
Era persino troppo discreto per aspirare al ruolo di compagno di giochi, però se avevi bisogno di un simulacro poligonale di faccia con cui scambiare un pensiero, nelle ore infinite trascorse davanti alla porta aspettando che spiovesse, lui stava lì: spiaccicato e severo, oltreché calpestabile.
Ci potevi contare su di lui, sul suo profilo, sui capelli adagiati sul capo e sulla sua basetta nera.
Stava tutta in quella basetta curata la sua usurpata umanità: non c'era propriamente nemmeno un orecchio, ma c'era una basetta da pistolero con tutti i crismi.

Il pavimento non è mai stato cambiato, ha la splendente eternità degli anni settanta e il sole ci fa ancora il suo giro a lancetta sopra, eppure non lo vedo più il pistolero. Nemmeno adesso che sento l'insana voglia di parlare con qualcuno.
E allora cerco un sostituto su un'altra piastrella, sfido l'impiantito da un diverso punto di vista, provo a penetrare nei suoni disperati di un affollato saloon, ma tutto quello che il mio mondo sconfinato di adulto mi consente di vedere è lo spargimento casuale e indistinto di scarti di marmo e melanconia a buon mercato.

9 marzo 2017

Voglio vedere voi con un fratello zoppo


Un fratello zoppo non te lo dimentichi mica, ti resta appiccicato come un francobollo leccato per bene e non lo tiri via manco con il vapore.
Eccolo là il tuo fratello zoppo, come un'ombra, più di un'ombra nella vita tua.
Almeno l'ombra spegni la luce e sparisce. Prova a spegnere tutto il mondo: tuo fratello sarà lì e sarà zoppo.
Che "zoppo" sta nel gruppone delle parolacce, bandite in casa e sulla bocca di qualsiasi coglione capace a parlare fuori.
A casa aiuta tuo fratello, lo zoppo è sottinteso. Fuori invece è tutto esplicito, nessuna miseranda pietà, sei il fratello dello zoppo ed è quasi meglio così.
Se ti arriva in dono uno zoppo è come se ti arriva un anatema, è per sempre, cari miei.
Ti puoi imparare La Divina Commedia a ritroso, puoi salire e scendere le scale zompettando sulle braccia, puoi vincere il nobèl per la pace o fare i nodi ai piccioli delle ciliege con la lingua, sempre il fratello dello zoppo sarai.
Perfino se lo zoppo lo vanno a operare, come sembra, con una protesi per l'anca e una staffa per la tibia, pure se lo zoppo alla fine di questa lacrimevole storia diventa un campione di ballo, o magari si mette a correre la maratona, o chessò finisce modello e sfila in passerella, pure se lo zoppo tutto questo, tu rimani sempre il fratello dello zoppo.
È che ce la metto tutta fratello mio, credimi, per camminare normale.

21 dicembre 2016

Se dici sedici


Fra dentisti, muri che crollano, gatti investiti, cani in arrivo, giardini da rifare e incidentini d'auto posso tranquillamente archiviare l'anno come il peggiore da un punto di vista economico della mia vita, se si escludono gli anni in cui ho contratto mutui.
Non ho messo da parte nemmeno un balduino.
Pare un po' un controsenso sperare nel diciassette, ma questo è.

Ma voglio ricordarmi delle cose buone di quest'anno, di alcune almeno:


  • Francesco e il calcio
  • Mad Men
  • Metti un giorno a Roma
  • L'agenda di Comix
  • Torino e il Lingotto
  • I foulard per le maestre
  • Il ritorno al rebus
  • Narcos
  • Il Salento e le pittule di Damiano
  • L'arrivo di Juno
  • Le ore in cucina
  • L'opera del Duomo
  • Metti un giorno a Bologna

9 dicembre 2016

E per Natale panettone Motta a sfare



Non lo so chi sia il genio che sta dietro alla pubblicità di quest'anno del Panettone Motta (forse Don Draper?) ma, sta di fatto, che è una piccola opera d'arte.
Uno di quegli spot che vale da solo le notti dei pubblivori insonni dei miei vent'anni.
Ho riso di gusto, ecco, mi capita di rado e come tutte le cose che mi capitano di rado tendo a mitizzarle.
Poi preferire Le Tre Marie è fin troppo facile cavillando sul gusto, ma io voglio premiare chi ha avuto 'sta pensata?
Che poi sapendo che i vegani - i cui fondamenti alimentari vengono bonariamente presi in giro nello spot - sono per loro natura alquanto irritabili, se si è cercata volontariamente la loro reazione (che non si è fatta attendere) allora chapeau proprio.

p.s. e una cosa devo dirla anche alla crociata anti-canditi: i canditi nel panettone sono come il cetriolino di McDonald.

23 novembre 2016

Eccole: le sette fatiche

trail de vie
Intese come le sette giornate della vita più stancanti da un punto di vista fisico. L'ordine di esposizione è cronologico, difficile invece classificarle come intensità, diciamo che non vorrei ripeterne nessuna salvo, forse, il trail di Fontesanta.

12,5 ore di turno al distributore
(16 anni) - Giù a metter benzina nei serbatoi delle auto degli operai delle fabbriche del nord, nell'ultimo sabato di luglio. Ho fatto benzina a uno che era in coda da 11 ore, sì lo so non ci si crede.

L'assalto a Carpegna da militare
(20 anni) - incarico 30A fuciliere assaltatore. Una giornata di assalti dopo una notte trascorsa in bianco a vomitare, preda di attacchi di appendicite (operato pochi mesi dopo d'urgenza). Come intensità è senz'altro il giorno più faticoso della mia vita.

Andorra andata e ritorno in moto
(22 anni) - Una maratona di pieghe con una suzuki 750 di 223 kg e una passeggera. Da Tossa de Mar ad Andorra e ritorno per l'acquisto a prezzo scontato di una Yashica del piffero. Per tre giorni ho camminato parevo la Barbie.

La quadrupla di Natale '87 al forno
(25 anni) - Quando di notte si fa il pane si dice che il sabato è una doppia perché si fa il pane per due giorni. A Natale c'è invece una tripla e si fa il pane per la vigilia, Natale e Santo Stefano. Beh, quell'anno ci fu una quadrupla con la domenica 27 pure festa.

Tracce a profusione
(35 anni) - Scalpello e mazzuolo per un'infinità di ore a diritto a scolpire le tracce per l'impianto elettrico.

Il trail di Fontesanta
(52 anni) - 21 km di salite e discese in mezzo ai boschi a 30 gradi all'ombra in una torrida domenica di giugno. Ho ancora il suo ricordo: la pubalgia canaglia.

Terra da smaltire
(54 anni) - È una roba del mese scorso, 3 metri cubi di terra vangati e portati via un secchio alla volta a 60 passi e 10 scalini di distanza. Si parla di diverse centinaia di secchi. Seconda solo a Carpegna.

15 novembre 2016

Di bicchieri da bottiglie e referendum

Mi è presa 'sta fissa: ricavare dei bicchieri dalle bottiglie bevute, vino birra coca o quel che è.
Ma niente, nonostante mille tutorial sorbiti giù dal tubo e i mirati consigli di esperti tagliatori di vetro, non riesco a cavar fuori un contenitore degno di essere accostato alle labbra.
Ho anche impiegato risorse economiche e di tempo in quest'impresa che poteva proiettarmi dritto dritto sulla strada di un secondo e redditizio lavoro; non avete idea di quante spose agognino ricevere questi meravigliosi bicchieri di riciclo. Ricordate che per ogni donna, dopo le scarpe e le borse, vengono i bicchieri.
Quello in foto è - finora - il miglior esemplare che sono riuscito a ritagliare ma, devo ammetterlo, fa schifo e dolcemetà mi ha sommerso di sguardi compassionevoli quando me lo sono apparecchiato per la cena.
Tutto nasce da certe bellissime bottiglie che, con tutto che il vetro si ricicla eccetera eccetera, mi dispiace un casino buttare via, tipo quelle dei Mastri Birrai Umbri.


Epperò, nonostante girare per casa con spago, liquido infiammabile e bottiglie mi connota quasi come rivoluzionario e, indubbiamente, faffiga (*), i risultati non si vedono.
Che fare, dunque? Tagliare o non tagliare ancora le bottiglie, questo è il dilemma.
Devo insistere con questa storia cercando di cambiare la costituzione della bottiglia () o devo smettere d'incaponirmi in un'attività per la quale emerge chiaramente che non sono chiavato (No)?
Per decidere ho chiamato gli Italiani alle urne il prossimo 4 dicembre, un personalissimo referendum che mi aiuterà a capire che cosa devo fare.
Non perdete quest'occasione per esercitare il vostro diritto di voto: è la bicchierocrazia.


(*) by Fabio Celenza.

27 ottobre 2016

L’arma impropria di ripiegare i lenzuoli


Mariti, compagni, figli che siete chiamati dalle donne di casa a dare una mano per ripiegare i lenzuoli – ve lo dico – non ce la potete fare.
Quello che per un maschio è perfettamente indifferente – lo piego di qua / lo piego di là – per la femmina è una questione di vita o di morte.
Tu metti la mano destra in alto e la sinistra in basso? E non va bene, era il contrario.
La volta dopo, memore del fatto, inverti la mano ma non va ancora bene, era il contrario del contrario.
E non provare a chiedere spiegazioni, probabile che Ella ti rifili una pappardella sul diritto/rovescio, sul ricamo o più probabilmente la smorfia del che te lo dico a ffa’ tanto poi non capisci.
Ma perché? Perché non c’è una regola. Anzi sì, ce n’è una e solo una: come fai sbagli, esatto.
E indurti in errore, sbatterti in faccia la tua incapacità in lenzuoleria la fa stare meglio. Ergo, lascia perdere.
E non fare lo spiritoso impuntandoti sul tuo senso di piega come fosse imposto dal divino, magari scuotendo il lenzuolo bello che intrecciato e cercando di far cambiare mani a lei, è un’ironia che ti si ritorcerebbe presto contro.
Abbozza! Non darle spago.
Devi solo allenarti a cambiare mano velocemente, solo questo: TAC TAC, quella che era giù va su e viceversa, così la lascerai allibita e, suo malgrado, disarmata.


p.s. per estremo atto di misericordia taceremo sulle regole che dovrebbero determinare la piegatura dei lenzuoli con gli angoli.

12 settembre 2016

email spam 2.0




Ricevo questa mail da mio cognato:

Oggetto: roba estremamente utile
Ho trovato alcune cose estremamente utili ed è stata una vera scoperta per me, dagli una chance! Puoi trovare maggiori informazioni qui... (segue un link francamente NON cliccabile).

Ora, cari spammatori, che dire? bravi, siete riusciti a comporne una senza errori grammaticali (non come gli spammatori di TIM che ogni mese mi scrivono di "scaricare il fattura" e manco sanno ancora accordare un sostantivo con l'articolo rispettivo) evidentemente avete scoperto i correttori ortografici.
Epperò c'è ancora da lavorare. Prima di farmi arrivare una mail alla stracazzo da mio cognato, dovreste un attimo documentarvi sul lessico che mio cognato usa o potrebbe usare (non l'ho mai sentito dire estremamente in vita sua, figuriamoci se lo scrive, per tacere di chance) o sulla specificità degli argomenti di cui potrebbe trattare con me; troppo facile parlar di cose e di roba.
Per capirsi: mio cognato è al mare in questo momento e ha in prestito il mio tagliasiepi, questo è ciò che dovreste sapere se davvero volete farmi cliccare su quel link che mi formatterà il piccì.
Cordialmente vi saluto e resto in attesa di vostra email spam 3.0:

Ciao, mi s'è rotto il tagliasiepi, avevo pensato di ricomprarti questo che è in offerta alla Conad di Donoratico, guarda se ti va bene (segue link da cliccare all'istante).

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