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15 marzo 2023

Palextra: cronache dallo spogliatoio

- O te di che millesimo tu sei?
- Eh?
- Di che millesimo...
- Del '45.
- Bene via.
- Eh, insomma, mica tanto.
- Icché t'hai fatto?
- Eh... Sai a camminare, mi era venuto tutte e due le unghie dei ditoni dei piedi bordò.
- Perché?
- Si vede a sfregare...
- ...
- Poi si doveva andare a Cuba, quegli altri sono andati, ma io ho rinunciato, non c'era posto in business class. Dice ci vuole 8 ore ma poi le diventano tredici o quattordici... che se' grullo!
- E poi questi posti si vedano anche in televisione, ieri, sul canale 65 hanno fatto vedere la Patagonia, bellissima, si vede bene anche così.
- Già (poco convinto).
- Comunque io sono stato su al nord, Svezia, Norvegia, Finlandia le ho fatte tutte, se t'hai fortuna e l'è sereno tu puoi anche vedere la cosa boreale...
- L'aurora.
- Sì, l'aurora boreale. Certo se l'è nuvolo tu lo pigli ni' culo. 

25 gennaio 2019

Un rumore di trolley nella testa

A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.
Un trolley trascinato in giro per la stazione.
Ma forse non era proprio nella sua testa, di certo non era all'esterno del suo corpo e non era percepito da chi stava con lei. È che lei lo sentiva, anche se non era proprio una faccenda uditiva, era complesso e difficile da spiegare. Si trattava più di uno stato di fatto. Rumoroso.
- Lo senti anche tu questo rumore?
- Che rumore?
- Come di un trolley strascicato...
- Ah, no, nessun trolley, nessun rumore, forse il frigo.
Lui non capiva, non che fosse facile, doveva dargliene atto.
Non era nei momenti ansiosi, di paura, di fame o di stanchezza che lo sentiva, era più un manifestarsi a casaccio. Lo sentiva da qualche parte e lo vedeva quasi, un trolley nero, lucido, tirato in giro da una sagoma indistinta, uomo donna bambino boh, probabilmente il suo inconscio aveva bollato come trascurabile l'elemento trascinatore.
Ne parlò con le amiche, più per ravvivare una conversazione vecchia di anni che per la speranza di trovare conforto o soluzione.
- Un trolley? Di Louis Vuitton?
E questo fu il commento più intelligente.
Si era poi ricordata di un libro, o forse era un film, dove un tipo aveva una lastra nel cervello, o era una scheggia di bomba, comunque roba metallica, grazie alla quale prendeva la radio e si sciroppava canzoni, notiziari e spot senza possibilità di spegnere se non rintanandosi in cantina o in un crepaccio non accessibile alla modulazione di frequenza.
Ma no, non aveva protesi all'anca o viti nel femore, manco una catenina. Si tolse la fede, ma non risolse nemmeno così. Non lo sentiva arrivare piano piano come un treno, ma d'improvviso, senza avvisaglie, iniziava e basta. Come se un viaggiatore in una qualche striscia di mondo partisse con il suo trolley al seguito e lei potesse sentirlo, chissà come, sì forse era così.
Andò anche dal dottore alla fine.
- Va tutto bene. Come si dice? Sana come un pesce. Sarà un po' di stress accumulato, ti segno queste. Poi riposati e vedrai che tutto si risolve.
Ma se l'unica bega che partecipava all'accumulo del suo stress era proprio il fastidioso rumore del trolley portato a zonzo non esattamente su una moquette!
E quando la medicina fallisce non ti resta che l'internet e la speranza che della tua paranoia se ne sia parlato in uno sperduto forum o su una qualsiasi piattaforma paramedica.
Digitò su Google "rumore di trolley nella testa" virgolettato, trovò una ricorrenza e cominciò a leggere:
A tratti sentiva questo rumore, come di trolley, nella testa.

30 marzo 2017

Le storie del frigo


Facile cercarti nell'Alfama, tra le pieghe del fado e i cani randagi o nell'odore del queijo da serra dentro ad un pastel, o magari in una casuale spolverata di cannella, perfetta come un manto stellato su un cielo di crema.

E nelle sfumature di un olio su tela nello spazio bidimensionato e feroce di un bacio infinito, rubato e restituito, ai piedi di una scala che nessuno ha intenzione di salire.

Là dove ogni giorno pioggia e vanagloria innaffiano la storia del mondo e va sempre come per Joe, che ti chiedi se devi restare o devi andare. E alla fine vai, anche se vorresti restare.

Illusorio trovarti nei recessi di un sorriso ammezzato o nelle nebbie di un risveglio frettoloso sotto a una faccia spappolata di frutta e verdura. Indecente e scontato pensare di conquistarti passando attraverso l'origine del mondo.

Come sarebbe tutto compiuto se ti avessi intravisto, riflessa, nel multiverso alterato e convesso della perla senza conchiglia di una ragazza perbene da andare a trovare in treno.

Indomito nel mio cercarti ai piedi delle montagne dal cuore viola, sotto a cieli vertiginosi e a picchi profondissimi, dentro ai dolori di una giornata di pedalate infinite zuppe di pioggia e di lacrime perdute nel tempo.

Talvolta ho pensato di averti sorpresa, correndo su una spiaggia deserta, profumata di ramblas e peperoni verdi, di fianco a miserevoli vite dedite alla rivelazione metallica di uno spiccio o di un anello, gettato via per la rabbia di un amore che amor non è più.

Avrei pensato che fosse più facile cacciarti, come si fa con il tesoro dei tesori, in giro per il mondo, quando invece stavi lì, a due metri da un frigo saccheggiato per una cena messa su in fretta. Lì, attorno a quella tavola dove si ciancia senza costrutto delle anacronistiche torri rotonde nei castelli dell'alto medioevo, di un ostinato mal di stomaco, di cuccioli bavosi dalla coda assassina, di riso bollito e di tè verde piccolo principe, di diete perseguite lo spazio di un respiro. Lì dove si ciancia di capelli da tagliare o del vento che tira da nord, del trapezio rettangolo e di spaventose gru da cantiere.
Dei viaggi da fare e di quelli che non faremo.

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E i vostri frigo, la raccontano una storia?
Grazie a plus1gmt per lo spunto.

21 dicembre 2016

Se dici sedici


Fra dentisti, muri che crollano, gatti investiti, cani in arrivo, giardini da rifare e incidentini d'auto posso tranquillamente archiviare l'anno come il peggiore da un punto di vista economico della mia vita, se si escludono gli anni in cui ho contratto mutui.
Non ho messo da parte nemmeno un balduino.
Pare un po' un controsenso sperare nel diciassette, ma questo è.

Ma voglio ricordarmi delle cose buone di quest'anno, di alcune almeno:


  • Francesco e il calcio
  • Mad Men
  • Metti un giorno a Roma
  • L'agenda di Comix
  • Torino e il Lingotto
  • I foulard per le maestre
  • Il ritorno al rebus
  • Narcos
  • Il Salento e le pittule di Damiano
  • L'arrivo di Juno
  • Le ore in cucina
  • L'opera del Duomo
  • Metti un giorno a Bologna

20 novembre 2014

P'anda' 'n Cina

Ma ve la ricordate quella pazza della mi' nipote, no che quella l'è pazza davvero... la piglia e la parte, spesso da sola, e gira il globo terracqueo come non ci fosse un tra cinque minuti.
In capo a un anno l'è stata nella Terra del Fuoco a vedere il Perito Moreno, nel Sudest asiatico un paio di volte perché aveva perso le foto del primo giro, in gabbia con le tigri, a mangiare grilli e cavallette, sperduta in Scandinavia a caccia dell'aurora boreale, in Lettonia non chiedetemi a far che, a catafiondarsi giù in un bungee jumping artigianale che mammamìa, in cima a Punta Penia sulla Marmolada.
Ora l'è in Cina e ci uozzappa robe meravigliose che van dalle muraglie ai pandi, situazioni anche un po' surreali per uno come me che ha vissuto il doppio dei suoi anni ma ha girato meno dellaa metà.
Diciamo che sulla qualità delle foto si può ancora lavorare, deve aver usato il filtro dagherrotipo.
Quanto ai testi, riceviamo e fedelmente pubblichiamo, in anteprima assoluta anche rispetto ai suoi aggiornamenti di stato su Faccialibro che restano in attesa di connessioni migliori.

Dalla Cina con uozzap: "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita..." come il sommo poeta anche questo viaggio principia dai gironi più bassi per arrivare alle somme rote... treni, sputi, bambini che pisciano nelle piazze e cagano nei bus nelle buste di plastica, colazioni con zampe di gallina -unghie comprese- lesse e teste di pesce con salsa piccante, sputi, bagni intasati, di nuovo treno per molte ore, troppe, vicoli bui, cani che ti ringhiano e inseguono nelle risaie, uomini impolverati di terracotta, noodles, hot pot, riso alla cantonese, miele da sgranocchiare, noodles, lumache, ravioli al vapore, maiale, riso e fagioli con banano, biscotti con uovo sodo e miele, bacchette, sacchetti di plastica come piatti, pannocchie nere, succo di cocco, succo di bambù e soprattutto succo di mais, noodles, thè, e poi che dire... chilometri... non so quanti ma tanti in treno, aereo, piedi, bus, bici, metropolitana, macchina, treno, motorino, sempre e solo treno, fare di prima mattina yoga al tempio con le cinesi, balli in riva al fiume con altre cinesi, innamorarsi della muraglia cinese ed avere una voglia irrefrenabile di volerla fare tutta, scalini, macchina con sconosciuti, Hua Shan con la neve, scalini, 2 gradi...22 gradi, risaie, galline, cascate, rocce, musica cinese, luci strobo e fluo, candele, lanterne, buio, caos, il silenzio, il suono della natura, biglietti d'amore lasciati accanto a te sul treno con traduzione della dedica in inglese, vedere e toccare un panda - la realizzazione di un sogno, città proibite, templi sui monti, sudore, brividi, guanti, occhiali da sole, infradito, scarponi da trekking, la bellezza di una doccia a fine giornata, la carica di una doccia a inizio mattina, la mancanza di una doccia, lonely planet scarabocchiata, strappata, sgualcita, vissuta. L'indimenticabile mia compagna di viaggio la musica -quella giusta-, il mio fedele compagno di viaggio: lo zaino, amato e odiato, lanciato e messo nei posti peggiori per poi abbracciarlo in treno per addormentarmi... odi et amo, incenso, comunismo, bamboo, taichi, kung fu, hutong, gente che gira in pigiama e che fa trekking in ciabatte anzi pantofole per la precisione, aquiloni al parco, addormentarsi e svegliarsi tra le rocce di yangshuo, svegliarsi e addormentarsi nel parco delle sette stelle, perdere asciugamano e sciarpa, perdersi e non ritrovarsi... perdersi nella bellezza di questo paese per non ritrovare la via di casa "...e quindi uscimmo a riveder le stelle."

23 giugno 2014

I migliori piloti del mondo hanno guidato una Vespa

L'unico corso di guida sicura che c'era ai miei tempi consisteva nel guidare, per qualche anno almeno, una Vespa e poi passare ad altro, diventando, in quel cambio, pilota esperto e prudente, anche senza volerlo consciamente.
La Vespa, a parte le ruote dal deficitario diametro, aveva il problema freni. Ogni tremila km li avresti dovuti rifare ma, ovviamente, nessuno di noi se lo poteva permettere.
La cosa buona era che la funzionalità dell'apparato di arresto andava scemando gradualmente e tu avevi modo di modificare il tuo stile di guida adattandolo via via ad un mezzo sempre meno efficiente.
Il vespista non poteva frenare quando gli altri, ma non era nemmeno sufficiente anticipare la frenata di qualche decina di metri, questo poteva valere a uno stop, ma non nei pressi delle strisce pedonali dove magari arriva l'omino a corsa senza avvisare.
L'abilità vera del vespista senza freni, condizione standard dicevamo, era prevedere con anticipo le situazioni stradali dove avrebbe potuto rendersi necessario fermare o rallentare decisamente il mezzo. E quindi il vespista aguzzava un bel po' dei cinque sensi per andare oltre la normale percezione.
Il vespista monitorava tutte le persone nel suo spazio visivo, non solo quelle nei pressi delle zebre o in mezzo alla via (immaginatevi una scansione tipo Terminator, rende l'idea), aguzzava l'udito nell'intento di comprendere chi o cosa sarebbe sbucato al prossimo incrocio, il vespista controllava ogni millimetrico movimento delle auto che sfilava via di lato. Il vespista fiutava l'odore stesso del pericolo, il vespista elaborava ogni vibrazione anomala dello sterzo.
Il vespista, sapendo bene di non potersi fermare in spazi brevi, sviluppava in testa un sistema di monitor in tempo reale delle possibili vie di fuga, perché sarebbe stato certo più semplice scartare, deviare, inforcare un marciapiede piuttosto che cercare d'inchiodare mettendo a rischio l'equilibrio già precario del suo due ruotine.
Ogni mattina, quando sorge il sole, un vespista si sveglia e sa che dovrà frenare prima degli altri oppure compilare un nuovo cid.

13 ottobre 2013

Davvero non lo so

Me ne sto qui, in piedi sulla porta del garage.
Ho tirato giù mezzo armadio di vestiti a bracciate, li ho scaraventati dentro la valigia e poi l'ho chiusa sedendomici sopra, come ai vecchi tempi, quando ancora viaggiavamo insieme nel mondo, oltreché nella vita.
Davvero non lo so se c'è rimasto qualcosa di quell'esistenza, della nostra storia e del nostro amore, che io mi possa portare dietro pigiato nel bagaglio. Non lo so se questa casa o l'universo si aspettano ancora dei fiati respirati da noi due. Non lo so se dovrei andare o restare, davvero non lo so.
Di certo tutti i miei non lo so sono maturati nel travaglio emozionale, nella passione, nel forte divenire di una crescita sperata e nei passi decisi di un cammino e sono zuppi di sangue e di umori, non certo dell'acqua di rose in cui si pasce lui.
Lui che sta lì, quasi disattento, come se non stessimo affrontando una questione anche sua. Sta lì, come sta al cine, spettatore vacuo di una trama altrui e desideroso solo di distendere un po' le gambe.
«Se mi vuoi, se mi vuoi ancora, fermami adesso. Fermaci adesso» gli dico con la mano sul pancino, ma senza ricercare il tragico, giusto per fargli capire, perché mi sa che ancora non ha capito bene.
Perdo roba? Sei tu la roba che perdo, vorrei dirgli, mentre m'imbatto incerta in una notte cupa.
Il lampione stasera è spento, e neanche lui riesce a darmi un sollievo, magari spolverando di un chiarore amico il blu denso come melassa che è murato fuori da casa.
I passi conficcati in quel blu hanno un sapore sgradevole: è come leccare del ferro e non riesco a farmelo piacere.
Quando mi chiama è una posa, è solo la consegna del soldatino della sua coscienza: assolve un compito e della faccenda se ne lava le mani, ma in una pozzanghera, secondo me.
Forse non dovrei, non lo so, ma va a finire che gli do una chance.
Mi fermo e lo aspetto, e scopro che riesco a versare altre forse inutili, ma forse anche ultime, lacrime.
Non ho vergogna di mostrarmi debole e indecisa con lui, io che da sempre sono la donna senza dubbi, per tutti, quella forte che si porta un po' di roba sulle spalle e l'altra, in segreto, nel cuore chiusa a chiave.
Non ci credo che voglia che io resti e glielo dico, ma aspetto ancora un po'.
Socchiudo gli occhi nella quanto mai insensata ricerca di una luce. Aspetto un abbraccio, da dietro, aspetto il suo alito sul collo, aspetto il suo corpo che s'incolla al mio. Aspetto il suo odore, aspetto un passo verso di me e verso di noi. E aspetto le sue mani, che afferrino le mie, che mi trascinino in un vortice fatale, come quando da bambini ci teniamo stretti, agganciati con le braccia a ics, e giriamo, giriamo veloce, sempre di più, coi piedi a pesticciare in un centro solo nostro e i corpi piegati all'indietro e imploranti un volo.
Prendimi, stringimi le mani, fammi girare più forte che puoi e fammi volare via, solo di questo ho bisogno in fondo: di volare via. Con te o senza di te.
E aspetto una parola, anche solo una, ma sussurrata in un orecchio, una parola che fruscia tra i capelli e mi possa trafiggere ancora.
Sussurrami, non urlare, ti prego.
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Questo racconto partecipa all'EDS Il blues dei blu come pure:
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)
I won't let you down
Calikanto con Onde
Cielosopramilano, altrimenti detto Fevarin e carnazza, con Fever
Melusina con Neon
Bianca con Diritto e rovescio
Melusina con Sostiene Teresa
Brux con So long

7 ottobre 2013

I won't let you down

Lei se ne sta lì, in piedi sulla porta del garage, accanto alla valigia delle vacanze e dei momenti belli, quella con le nostre iniziali rosse adesive, quella coi nostri numeri di telefono; è incurvata verso la valigia stessa, entrambe le mani sulla maniglia. Pronta a partire.
La valigia ha le ruotine, ma lei non ha intenzione di usarle. Deve condire la sofferenza psicologica con quella fisica di sollevamento e trasporto valigia. Farei lo stesso anch’io.
La valigia è una bella valigia rigida, di quelle toste che tornando dall’America te la possono sbatacchiare di qua e di là per tutta la nastratura dell’aeroporto senza riuscire a ferirla. A guardarla, la valigia, si vede che è preparata in fretta: da dietro ciondola un lembo di stoffa blu.
Lei mi dice qualcosa che sta a significare che o la fermo, lì e subito, oppure toglie il disturbo e non rivedo più né lei e né – dio l’accecasse - quel figlio che si porta in pancia da quattro mesi. Pure mio, fino a prova contraria.
La guardo tacendo, con una faccia che appaia seria e pensosa perché a me nelle situazioni tragiche capita che mi scappi da ridere, e davvero non è il caso.
Rischio di non decidere. O di decidere tardi, che poi è la stessa cosa.
«Perdi roba» le dico, indicando lo svolazzo di stoffa blu chiuso mezzo fuori dalla valigia. Non che voglia fare dello spirito, cerco solo di prendere tempo.
Lei fa una smorfia, come se le capitasse in bocca lo spicchio stopposo e dal sapore vagamente rancido di un mandarino.  Solleva la valigia e muove qualche faticoso passo in direzione infinito. Il lembo blu sventola lieve, quasi salutandomi, mentre mi chiedo che cavolo sia, se un pezzo di camicia o cosa. E non mi ricordo niente indosso a lei con quella tonalità di blu.
E poi la chiamo.
«Ma dove vai? Vieni qua, fermati!».
Ma non va mica bene.
«Tanto lo dici per dire, lo so…» adesso piange, e si è fermata tre passi fuori dal garage. Io non riesco a muovermi verso di lei, né verso il richiamo del tessuto che m’incuriosisce.
«Lo dici per dire…»
E forse è vero che lo dico per dire. Forse vorrei soltanto poterla accompagnare in qualunque buco di mondo voglia andare portandole la valigia senza che il gesto venga interpretato come liberatorio, forse vorrei soltanto poterla salutare con due bacini sulle guance. Forse vorrei soltanto aprire la cavolo di valigia e sparpagliarne il contenuto a terra fino a smascherare il resto di quella benedetta stoffa blu. Un blu acceso, magari di raso, forse il vestito da festa di un tristo Capodanno.
D’accordo l’ho detto proprio per dire, che si fermi, però l’ho detto, ma lei riprende a camminare, sghemba e dolente, con le due mani serrate su quel bagaglio che è la vita.
«Non lo dico per dire» le fo, quando, all’improvviso, mi ritorna in mente. Stava in cucina, ed era come se danzasse, in una sottoveste di raso blu, tra un caffelatte e un pane tostato, con una canzone in sottofondo alla radio ed io che arrivavo da lei, scalzo e sorridente, vomitato dalla notte.
«Non lo dico per dire» urlo.
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Questo racconto partecipa all'EDS "Il blues dei blu" come pure
Dario con Diavoli blu
Singlemama con NY Blues.
MaiMaturo con Colori
Singlemama con La linea blu
Lillina con Il blu dell'universo che non c'è
Lillina con Morte nel blu
Pendolante con Il trattore
Call me Leuconoe con Crossroad 
Marco C. con Le ore scure (grigio, rosso e blu)

27 novembre 2012

Michele l'intenditore

Mi piace Michele Serra da tempi non sospetti, da molti anni prima, per intendersi, che si adagiasse sulla sua confortevole amaca.
Sono in possesso di Tutti al mare, ad esempio, un libriccino incantevole e curioso che descrive alcuni dei luoghi di villeggiatura più caratteristici (non solo per la paesaggistica) della nostra Italia, luoghi raggiunti e attraversati dal nostro nel percorso di un suo viaggio perimetral-costiero da Ventimiglia a Trieste.
Ritengo che godere di questa megavacanza pagata e in più scriverne, pagato anche per questo, possa essere annoverato tra i lavori più belli del mondo, anche preferibile all'agognato collaudo di materassi di Paolino Paperino.
Per la verità, del diario di viaggio, non mi rammento che pochissimi episodi, anzi forse uno, il fatto che si parlasse di Zanza, una volta arrivati in quel di Rimini. E per chi non sa chi è Zanza e cosa ha rappresentato per noi in quegli anni, beh non si può certo spiegare qui, in poche righe di un post che, oltretutto, parla d'altro.
Il libro mi diede modo di conoscere e apprezzare Michele Serra prima che salisse alla ribalta del grande pubblico come cofondatore di Cuore, il settimanale di resistenza umana.
Adesso mi piace la precisa acutezza di Serra e su Repubblica, quando la compro, L'amaca è il primo pezzo che leggo.
Ecco, tornando a noi e ai temi politici caldi di questi giorni, io ne L'amaca di domenica 25 mi ci sono riconosciuto in toto. Potete leggervela, servono due minuti, ad ogni modo ne seleziono anch'io delle righe.

          Stamattina vado a votare perché votare mi piace moltissimo.

Questo è l'incipit. Bello forte, eh? Non siamo ai livelli di Chiamatemi Ismaele ma, cristoddìo, è un signor incipit.

          ...quando vado al seggio mi torna in mente la vecchia partigiana Carla che al mio debutto da elettore mi disse con gli occhi rossi "sono morti tanti ragazzi, per questo straccio di democrazia, non dimenticartelo mai..."

Anch'io ho avuto la mia partigiana Carla, era mio nonno, era mio zio, era anche il fratello di mia nonna, era mia cugina. Gente dalle mani screpolate che odoravano di terra, gente che si è fatta il mazzo per campare, per mantenere la testa alta, per lasciare ai propri figli qualcosa di più del niente che aveva. Gente coi fratelli morti in guerra. Gente che sarebbe andata a votare camminando sulle mani.
E quindi, ci vado a votare, perché in fondo mi piace e perché ho rispetto della mia gente e di ciò che mi ha trasmesso.

         Alla fine, dopo dubbi e rovelli infiniti, voterò Bersani perché sono, senza possibilità di redenzione, il tipico banale di sinistra.

Fa outing Michele, non ci dice che mangia i bambini ma poco ci manca, non è redimibile nella sua banalità, nella sua pacatezza, nella sua educazione.
Se non ce l'avete avuta una partigiana Carla tutta per voi, probabile che tutto questo vi appaia melenso, e facilmente un po' fuori luogo, così, appena a valle dei Lusi, dei Fiorito o dei Maruccio, e sì, diventano comprensibili pure lo scetticismo e la nausea senza la Carla o chi per lei.
Alla fine, dopo dubbi e rovelli infiniti, ho votato Bersani perché sono, senza possibilità di redenzione, il tipico banale di sinistra che legge pure L'Amaca.


p.s. Ho votato prima della lettura del pezzo.

14 agosto 2012

Il ferragosto più sfigato

Ovvero Vinci un'agenda di Comix - 3.
Tempi duri per tutti con questa crisi, anche per la Madonna che, per effetto della spending review, da quest'anno, non sarà più assunta in cielo, ma soltanto contattata per un colloquio. Le faranno sapere.
Tornando a noi, stavolta serve una storia strappalacrime.
Fatevi avanti, descrivete il vostro Ferragosto, finzione realtà, passato futuro, poco importa, fondamentale è che riusciate a ispirare pena e compassione così, magari, sarete eletti e riceverete l'agenda in premio.
Chi pensa che l'agenda di Comix faccia cagare è meglio se evita di parlarci dei suoi istinti suicidi perché l'arrivo del pacco a casa potrebbe infliggergli il colpo di grazia.
Mi raccomando l'ironia, ragazzi, non è detto che il 15 agosto al bagno 78 di Rimini, da Guido e Luca, trascorso tra un mojito e un gavettone sia migliore di un Ferragosto in città, imboscato al fresco di un divano con un libro di Bukowski tra le mani.

La base d'asta sarà il mio Ferragosto:

Due ore e mezza di macchina all'andata, pranzo coi parenti, rompimenti di balle da destra e da manca mentre invano tento di ritagliarmi una pennica su una sdraio, due ore e mezza di macchina (se va bene) al ritorno.

Chi offre di più?

27 luglio 2012

Una fetta di torta?



Ma sì, diamo i numeri. D'altro canto questo giro attorno al Sole la Terra l'ha compiuto davvero da quando La Linea era in fasce e allora vediamo come si è sviluppato, anche grazie a chi e a che cosa.
La maggior parte delle visite (motori di ricerca esclusi) arriva dei gentili blogroll di Ora e Qui, Sempre un po' a disagio, Sotto l'elmo di Kisciotte, Mai Maturo, La Donna Camel, Menocchio e la Sbullonata nel paese delle meraviglie.

Ma le info più succose, almeno per me, arrivano dalle parole digitate sui motori che in qualche modo, per caso o no, portano contatti alla Linea.




Pensa te, la Coca Cola! Sulla dieta avevo pochi dubbi e infatti il post era volutamente infarcito di parole note a gugol & Co., tengono botta i Cinesi e Ryanello mio. Molto amato anche l'odio, devo dire.
E beh, maialino grugnino è davvero ammirevole.

Per quanto riguarda invece le visite dall'estero (Italia padrona con 50.000 visite) stiamo a questo:


Sono in pratica tutti Paesi nei quali quest'anno è andata Giovy e quelli sono i suoi clic!
Facciamo giusto salvo il sudafrica con Claudia.

9 luglio 2012

La Terra è sempre più rotonda

Eppur si muove direbbe il buon Galileo di fronte al traffico che s'immette nella rotonda cittadina, e non ci sarebbe da mandarlo al rogo per questo.
Quando il blogger va a ravanare nelle chiavi di ricerca che portano contatti, dice la nostra mentoressa che si è toccato il fondo.
Ma c'è di peggio, succede che poi scavi, ed è quando cerchi ispirazione per un nuovo post nel tragitto casa-lavoro o viceversa, comunque guidando.
E qui, se ti va male finisci a disquisire sul malfunzionamento e sui tempi d'attesa del Pronto Soccorso (altro che See and Treat!), se invece ti va bene fai un post sulle rotatorie.
Ora, siccome vi ho graziato riguardo alle chiavi di ricerca, evitando di dissertare sul perché capitassero sulla Linea navigatori in caccia di "piercing su vagine", non frequentando da vicino né piercing né, purtroppo, vagine, vi beccate lo sproloquio sulle rotonde.
Che di rotonde negli anni '70 ce ne saranno state cento in tutt'Italia e quando dovevi fissare un ritrovo o dare indicazioni, bastava citare LA rotonda e tutti capivano, perché nei tuoi paraggi una ce n'era.
Le vedevamo al Tour, questo sì, quando il gruppone dei ciclisti ripreso dall'elicottero, si divideva magicamente in due ali simmetriche e sinuose, di un fascino quasi erotico, che sfioravano abbracciandola l'enorme rotondità transalpina. E ce n'erano dieci per ogni tappa, manca poco che le facessero pure all'Alpe d'Huez.
Però noi guardavamo il fenomeno arricciando un po' il naso, snobbando i cugini e le loro idee stravaganti in fatto di circolazione stradale, dall'alto dei nostri semafori e dei nostri incroci disseminati di STOP.
Wiki ci dice che la prima rotatoria risale al tempo dei Romani di fronte alle terme di Diocleziano (oggi Piazza Esedra) e che l'inventore per quanto riguarda la circolazione stradale è, ça va sans dire, un urbanista francese: Eugène Hénard.
Poi le rotonde hanno preso a spuntare come funghi anche da noi ed è sicuramente un bene, salvo il fatto di realizzarle in siti congrui. Scordiamoci il mega cerchio interno del rondeau francese, che sarà qualche ettaro di superficie e all'interno del quale si sviluppano flora e fauna così peculiari che nemmeno in Madagascar, da noi ci accontentiamo di meno, anche perché quasi sempre lo spazio da dedicare è delimitato da case non demolibili alla prima. Per riuscire a mandare le autovetture in circolo a un'incrocio cittadino vecchia concezione, va a finire che si riduce lo spazio dell'aiola interna sempre di più, fino alla dimensione di un tappo a corona, di un tollino. Sotto quella misura, si ha la buona creanza di non andare.
Circolare!

21 giugno 2012

Di Sasso restare

Matera è qualche cosa, insomma, va vista.
Ti resta negli occhi, la sua storia, il caldo torrido, la gravina, i paesaggi delle colline attorno e la sensazione privilegiata d’essere in un buco segreto di mondo.
Anche parcheggiare in piazza San Pietro Caveoso, dov’è stato flagellato Jim Caviezel in The Passion di Mel Gibson, fa un certo effetto, cristosanto.
Epperò, 'sti Sassi, son patrimonio, sì, ma di chi?
Dell’Unesco, dei materani, dell’umanità? Certo, quello è che canalizza il flusso continuo di visitatori: i Sassi.
E allora, se mi permettete, non so bene a chi rivolgermi, questi Sassi dovrebbero essere mantenuti a garbo. Non si può visitarli e scoprire che all’interno vi sono abbandonati rifiuti di ogni genere che nessuno si prende cura di togliere o di segnalarne la presenza.
Ci siamo imbattuti in alcuni Sassi davvero vergognosi. Così, a memoria, ricordo tracce inqualificabili della civiltà moderna: bottiglie vuote di birra, sacchetti in plastica pieni d’immondizia, bucce di cocomero a gogò, tavolini da giardino semi-apparecchiati, sacchi a pelo, gomme di bicicletta, ammassi indistinti di calcinacci e terra, lattine.
Va da sé che visitare i Sassi, per loro natura, ci s’immagina che non sia come andare a zonzo in un salone degli arazzi, ma un conto è il grezzo naturale, l’odore di vissuto e di muffa di un Sasso scavato nella calcarenite e un conto è l’abbandono e l’incuria in cui alcune grotte versano.
Che devo dire? Son rimasto stupito anche che ci abbiano accompagnato nel nostro giro guidato al cospetto dei Sassi profanati dalla sporcizia (e non era materiale del giorno prima, vi assicuro). Non sarebbe cambiato molto ma, almeno, fatevi  furbi: portate i turisti dov'è pulito e nel frattempo (SUBITO!) sbrattate il resto.
Basta poco, una mattinata e un manipolo di volontari.

Quanto alla soundtrack di Matera consiglio Johnny Cash, io l'ho sentita là, alla radio, venendo via e... beh.

5 giugno 2012

Cronache dall'autogrill: Coco Phone

A me dovete darmi il nome - uno solo, me ne basta uno! - di quel sant'uomo che spende 20 euri in quest'aggeggio. Una cornetta telefonica vecchio stile, con tanto di filo a spirale, da collegare a dispositivi ultrapiatti e proiettati nel futuro. Un irragionevole balzo nella preistoria che intende propinarci un catafalco al posto del BlueTooth.
Non serve un uomo sano di mente, ne basta uno così così, per capire che dovrebbe essere un prodotto invendibile, eppure... eppure il fatto che sia lì, esposta a mo' di gioiello della corona, negli angusti passaggi del relax autostradale, fa pensare il contrario.
E allora, se per strada vi capiterà di vedere un daft prick (*) che usa la cornettona anni settanta di Coco Phone, vi preeego, chiedetegli come si chiama e fatemelo sapere.

In appendice, a qualcuno interesserà sapere che Grugnino non demorde, ne hanno sfornati addirittura due modelli nuovi. Il primo enorme, probabilmente una misura da alano. Il secondo, in accordo alla giornata mondiale dell'ambiente, con erba e fiorellini stampigliati sulla panciotta gommosa.
Ero coi miei figli e, come contrappasso impone, ho dovuto tirarli via a forza dalle mandrie ammaliatrici dei maialino Grugnino.

(*) cazzone avariato (grazie singlemama)

25 maggio 2012

Difesa d'ufficio

Le vostre auto, ma le avete odorate dall'interno. Un'annusata non si nega nemmeno a una Fiat. Sedetevi in un qualsiasi posto della vostra auto e inspirate. E se il mezzo non ha più la puzza di nuovo ne ha sicuramente un'altra. Non dovreste farci salire il pastore maremmano fradicio, né sgocciolare i vostri ombrelli sui tappetini, non dovreste impregnarne le foderine coi rigurgiti lattosio e acidi gastrici dei vostri cuccioli. Per quanto, c'è un rimedio a tutto ciò, ed è di una semplicità infinita.
Si chiama Arbre Magique e, come gran parte delle robe di classe, l'hanno inventato i Francesi. Il cinema, la cucina, il vino, Brigitte Bardot Bardot, la baguette, il brie, voglio dire, se il top in ogni categoria è francese ci sarà un motivo!
Guardatelo, non è tenero? Lo agganciate allo specchietto retrovisore e lui se ne starà lì buono, a dondolare dolcemente, cullato dalle vostre curve e dai vostri cambi di velocità.
E oscillando, lui, senza costi aggiuntivi, sprigionerà un aroma a scelta che aiuterà a proiettare la vostra auto tra i luoghi più desiderati da visitare, dove magari rilassarsi per un due trecento chilometri o, chessò, tirarsi giù le braghe in attesa di movimenti sussultorio-erotici.
Ma senza l'Arbre Magique, scordatevi che tutto ciò possa accadere.
E poi, in ultima analisi, il suo pendolare, mentre vi state inerpicando per un passo alpino, il suo sistemarsi proprio davanti ai vostri occhi impallando il vostro sguardo prima di una curva cieca o magari allo sbucare di uno SCANIA in sorpasso, non può che rendere più stimolante la guida, oltre a tenervi all'erta.

Ecco, questo è ciò che avrei potuto imbastire se fossi stato avvocato e mi fosse stata assegnata la difesa d'ufficio dell'Arbre Magique, ma così non è, per fortuna.
Perché l'ho in odio il fottuto alberello, anzi no, ho in odio chi si ostina ad agghindare la sua auto con l'Arbre Magique.
Perché, mi chiedo, dagli anni Settanta, di tutte le cose che potevano arrivare fino ad oggi, tipo il Rischiatutto, le clic-clac, i fotoromanzi Lancio, il Piper (gelato), i miniassegni, le Superga bianche, il Geloso, il Purity auto (!), Toni Astarita, tra tutte, proprio 'sto fetente d'alberello doveva arrivare?
E quando guido la macchina di mia sorella mi piglia male.

p.s. ovviamente i Francesi, e cmq anche la loro difesa è d'ufficio, non c'entrano un emerito coll'invenzione del signor Little Tree, che è born in USA.

22 maggio 2012

Il sorpasso

Ve li ricordate Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant nel film di Risi?
Non dite di no che non sta bene, fate finta, semmai, abbozzate un'espressione d'apprezzamento e qualora non l'aveste davvero mai visto è meglio che non si sappia in giro.

   "Chi è 'sta cicciona?"
   "Mia mamma".
   "Ah, perbacco, bella donna!"


Inarrivabile Gassman.
Anche Alessandro Gassman ha effettuato un sorpasso, nello specifico ha superato il sottoscritto nelle preferenze di dolcemetà, ma tanto lui chissà dov'è, e qua ci sto io a tenere salda la posizione.
Ma in realtà, il titolo e tutta 'sta manfrina, sono solo per segnalare lo storico sorpasso della Dieta Dukan ai danni delle figurine Panini tra tutte le bischerate di cui ho scritto sulla Linea.
D'altra parte il campionato è finito, la raccolta dei calciatori più o meno quasi, mentre la prova costume incombe, quindi, niente di così sorprendente.
Ma un po' mi spiace, ecco, anche se ho pensato di rendere onore a Dukan, nuovo primatista, offrendovi un Piccolo momento di trascurabile felicità con la lettura di questo pezzo in merito.

8 maggio 2012

Non ci casco

Ho comprato un nuovo casco, invero un po' da finocchio.
È questo. Si chiama Peace & Love. Ed è... dorato (leggere con inflessione da ciambella alla Homer Simpson).
Non è l'unico accessorio, del quale mi sono dotato ultimamente, che mi sta proiettando agli occhi pubblici - e meno attenti - nell'universo della gaiezza.
Ho un borsello, sì, anche. Ne volevo uno in pelle, ma la donna di casa ha prima messo il veto per poi  regalarmene uno nero, sportivo, ma sempre borsello resta. Non siamo ancora tornati ai drappelli di uomini col borsello degli anni settanta e per portarlo in giro a tracollina ci vuole una discreta personalità.
Poi, vabbè, c'è pure che mi sono messo a cucinare per non perdere di vista l'obiettivo n. 8 della lista 2012 e che ho preso quella mezza scuffia là per Ryan.
Baideuei, tornando al casco, pur avendolo preso a prezzo stracciato da una collega che l'aveva vinto a non so bene che lotteria, ma la cui testa ci sguazzava, ho sganciato della pecunia per averlo e quindi lo devo ammortizzare, o con una caduta - Dio o chi per lui non voglia! - o indossandolo per svariati annetti.
Epperò, epperò c'è un problemino: quando me lo tolgo mi ritrovo la riga di una cucitura tipo impressa a fuoco su tutto l'arco frontale, da tempia a tempia.
Sembra proprio che mi abbiano sottoposto a un'operazione scoperchiandomi il capoccione, modello trapianto di cervello in Gamma. Vi ricordate Gamma? No? Vabbè.
Insomma, immaginatemi in una riunione dove arrivo, magari in giacca e cravatta, con le 64 slide nella USB e la calotta cranica appena rincollata. I partecipanti possono solo sperare che non mi abbiano impiantato il cervello del buon vecchio A.B. Qualcosa.

1 maggio 2012

Londra - the traffic light

GREEN
Siamo sullo Stanstead Express, in arrivo a Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che batte la Roma, evvai!
In città si respira già un'aria olimpica.
Piove, ma anche quando piove Londra ha il suo fascino e non ti lascia mai in braghe di tela. Millemila musei, librerie, gallerie, teatri sono pronti ad accoglierti all'asciutto, spesso anche aggratis.
Il Lem, la Capsula dell'Apollo 10, la locomotiva di Stephenson al museo delle Scienze, sempre gratis. La Magna Charta, i quaderni di Leonardo, l'Alice di Carroll e il St Cuthbert Gospel alla British Library, sempre gratis.
La cultura non la paghi a Londra, la sostieni se vuoi.
Ah, se potete, spargete le mie ceneri nella Great Court del British, sotto a quel tetto.
Ma la cultura non è tutto, ci siamo divertiti sulle tracce di Harry Potter, visitando le location di famosi film o inseguendo le briciole di pane lasciate dai Beatles.
Dinosauri, e ho detto tutto, con bambini al seguito non è davvero un problema stilare un programma che li accontenti.
Alla Tate ho visto idee stepitose realizzate con ingegno, come questa.
In giro si può mangiare italiano, cinese, greco, turco, giapponese, indiano, francese e tutto questo in cento metri di strada.
Continua a piovere ma davanti a St Paul puoi comprare un ombrello a 2,99 sterline.
Abbiamo mangiucchiato e sbevazzato senza soluzione di continuità negli Starbucks, nei Costa, nei Caffè Nero, nei Le Pain Quotidien, nei Pret a Manger, cappuccini deliziosi e tramezzini impagabili.
D'italiani è pieno e fa piacere ascoltare le loro voci, scambiare due chiacchiere e sentirsi un po' a casa.
E nelle ore di sole che abbiamo avuto siamo pure riusciti a goderci delle passeggiate nei parchi e a ingraziarci qualche scoiattolino con il pancarrè preso in albergo.
A proposito, l'albergo non era proprio il top, ma Londra è talmente bella che, pur di starci, alloggerei anche sotto il Ponte dei Frati Neri, in compagnia del fantasma di Calvi.

RED
Ho l'acqua fino ai coglioni e gli scoiattoli che mi escono dalle orecchie, cazzo.
Scoiattoli rimbambiti che privilegiano farsi addomesticare in una metropoli piuttosto che fuggire nella Foresta Nera o scendere in underground a Green Park e stendersi sui binari alla ricerca di una morte dignitosa.
Mancano ancora tre mesi alle Olimpiadi ma i cinque cerchi ti ammorbano da ogni dove.
Piove e gli inglesi pazzoidi se ne vanno in giro senza ombrello e senza impermeabile.
Noi le stronzate le abbiamo fatte tutte, dal carrello del binario 9 e 3/4 alla foto coi due piedi a cavallo del Meridiano di Greenwich (che a pensarci ho un meridiano pure qui a due passi da casa), dalla passeggiata sulle orme di Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill alle foto di noi con le cabine telefoniche rosse.
Mancava soltanto di andare ad Abbey Road a farsi investire sulle strisce pedonali più famose del mondo e si chiudeva il cerchio.
Al pompatissimo museo di Storia Naturale attirano i gonzi con il ruggito di un T-Rex che non spaventa neppure un bambinello di due anni, ormai. Ci sono centinaia di esperimenti da fare, solo e dannatamente descritti in lingua inglese, spesso anche con termini tecnici, tanto che a un certo punto sento il giubilo dei miei che esclamano "Ehi, una bilancia!", era l'unica cosa che sapevamo usare.
Al museo delle Scienze, coda improponibile per l'unico spettacolo degno: il simulatore di volo.
Alla Tate, va detto, ci sono opere con le quali i loro autori non solo ci prendono per il culo, ma ci dichiarano anche espressamente "ti sto prendendo per il culo, tu lo sai, ma io lo faccio lo stesso".
E quando in giro paghi? Spendi 10 sterline e 29 penny, gli dai 20 e gli fai 'spetta che ti do i 29, ma quelli ti hanno già riversato in mano 9 cazzose sterline e 71 penny. Non un cane che sappia razionalizzare un resto, non uno.
E per mangiare? Ma qual è la specialità inglese? Pare che bevano e basta gli Inglesi, mangiare tipico non pervenuto.
Eccoli lì, tutti che se ne vanno in giro con il bicchierone di carta riempito fino all'orlo di bevande tendenti al marrone, ustionanti e per lo più imbevibili, ma fa fico e allora si fa, in metro, sulle scale mobili e per strada. E devi stare attento a come parli perché è fitto d'italiani che nemmeno al mercato delle Cascine il martedì.
Si chiude in pioggia con le chiuse a Camden Town, acqua di sopra e acqua di sotto.
E lasciamo stare gli ombrelli, hanno una durata media di 22 ore.
E l'arte, quella vera, sta al cesso.
Siamo sullo Stanstead Express, in partenza da Londra, e giunge la notizia della Fiorentina che ha perso coll'Atalanta, fanculo.

P.s. io ho pisciato nell'ultimo a destra, tanto per la cronaca.

25 aprile 2012

Mind the gap

Ok dai, se Dio o chi per lui vorrà, a quest'ora dovrei essere a Londra con tutta la banda. Beh, throw away!

Ah, se avete consigli originali per luoghi da visitare/vedere/mangiare/sbracarsi lasciate pur detto che, se è vero come dicono, che lì è tutto un uaifai magari leggo pure.
(E no, Madame Tussauds e London Eye non li faccio)

20 marzo 2012

Modus calciandi

Tendenzialmente non mi fido di quelli che giocano a calcio.
E ve lo dice uno che ha giocato a calcio e che, potesse, non farebbe altro.
Alle scuole calcio, ma soprattutto dopo, con l'avvento delle partite vere, si insegnano comportamenti non corretti, anche se la cosa non è esplicita nel POF e non viene illustrata su nessuna lavagna.
Almeno, questo è quello che viene da pensare osservando i comportamenti dei calciatori in campo. E non parlo solo dei cocchi da serie A.
Finché sei al campetto in un 5 contro 5 tra amici, tutto bene, chi subisce la punizione la chiama e chi l'ha commessa sta muto, e spesso sta muto pure se pensa di non aver commesso il fallo.
La presenza dell'arbitro, sia che si giochi la finale di champions o il torneo interaziendale, alimenta e autorizza, invece, una serie di comportamenti che se riuscissimo a osservarli con distacco ci aprirebbero gli occhi su come realmente sono: inammissibili.
Invece sono tollerati o, peggio, auspicati anche da chi il calcio lo segue da spettatore, e sono divenuti parte del mondo calcio.
Le simulazioni per ottenere una punizione sono di per sé scandalose, il finto dolore per scaturire l'ammonizione/espulsione dell'avversario non è forse vergognoso? Esiste un altro sport dove si finge di morire per creare un danno all'avversario e un vantaggio alla propria squadra? Non me ne viene in mente nessuno, purtroppo. E per fortuna.
E la mano alzata a reclamare un fallo laterale, o un angolo, quando il calciante di turno sa bene di aver toccato per ultimo la palla? Poca cosa, dite? Mi spiace ma non sono d'accordo. Proprio perché è poca cosa è ancora più grave alimentare quella falsità e lo vedi, lui lì, chiedere quel fallo che non gli spetta e farlo così, come fosse normale, come fosse lecito, come fosse obbligatorio.
Ricordo, in una delle mie prime partite di calcio che, su un angolo, vado a saltare per colpire di testa e il difensore mi agguanta per la maglia e mi tiene giù. Io resto sbigottito, lo guardo e gli chiedo cosa cazzo stia facendo. E lui, a questa mia protesta, resta lì più smarrito di me… spiazzato dalla mia reazione, dal fatto che io non comprendessi, in fondo, che lui si stava solo comportando normalmente.

Durante le ferie di qualche anno fa, io e i miei, siamo stati tamponati, per una tortuosa strada pugliese presso Mattinata, da una Golf nera degli anni ’80 con a bordo 5 marocchini, i quali ci hanno rifilato gli estremi di un’assicurazione sconosciuta e tanti saluti. Poi ci hanno seguito per 10 chilometri e ho temuto seriamente che finissero il lavoro buttandoci giù per la scogliera.
E quando noi ci siamo fermati per andare in spiaggia ci hanno salutato con dei gran bei sorrisi. A presa di culo, pensai.
L’anno scorso, altro incidente senza colpa a causa di un tizio che tenta un’inversione a U sui viali a Firenze alle 17 di una giornata di pioggia, in un tratto con la doppia riga. Il ragazzo è pura razza ariana, alto, bello e biondo. Capello lungo raccolto a coda. Gioca a calcio in una squadra di Eccellenza e dopo un minuto uno dall’incidente, con me frantumato e seduto sul marciapiede a far la conta dei danni fisici, efficientissimo, ha già spostato il mio scooter e la sua auto, per non intralciare il traffico. Che pensiero carino!

L’assicurazione dei marocchini ha rifuso il danno totalmente, in meno di due mesi, e quasi mi commuovo ripensando all’equivoco dei sorrisi che ci elargirono.
Il calciatore ariano invece si è preso dei testimoni falsi, ha dichiarato che la sua vettura era “FERMA E PARCHEGGIATA” e che io, prima sono caduto, e poi gli sono finito addosso. Insomma, ha fisiologicamente applicato alla vita il suo modus calciandi.
Alla fine ho beccato il 50% di colpa, grazie alle sue spudorate dichiarazioni: si è guadagnato il suo bel rigore inesistente e l'ha segnato. Bravo, diobòno!
Con questo, eccezioni ce ne sono, ma resta il fatto che l’onestà non è una questione di razza. Semmai di sport.
E potendo, la prossima volta, cercherò d’incocciare l'auto di un rugbista.

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