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venerdì 20 marzo 2020

Verdi (1953)



Verdi (1953) Regia di Raffaello Matarazzo. Scritto da Leo Benvenuti, Mario Monicelli, Liana Ferri, Piero Pierotti, Giovanna Soria, Raffaello Matarazzo. Fotografia di Tino Santini. Musiche di Giuseppe Verdi. Interpreti: Pierre Cressoy (Verdi, voce di G.De Angelis), Anna Maria Ferrero (Margherita Barezzi, voce di Renata Marini), Gaby André (Giuseppina Strepponi, voce di Dhia Cristiani), Camillo Pilotto (Barezzi), Emilio Cigoli (Donizetti), Loris Gizzi (Rossini), Laura Gore (Barbarina Strepponi), Aldo Bufi Landi (Dumas figlio), Guido Celano (Hugo), Irene Genna (Violetta), Enzo Biliotti (impresario Martini), Sandro Ruffini (impresario Marelli), Eduardo de Santis (Muzio), Gianni Agus, e molti altri. Cantanti: Mario Del Monaco (Tamagno), Tito Gobbi (Giorgio Ronconi), Vito de Taranto, Orietta Moscucci . Durata: 1h48'

Il "Verdi" di Matarazzo inizia come "Citizen Kane" di Orson Welles: dopo l'introduzione con Mario Del Monaco che canta il finale di "Otello", vediamo infatti Giuseppe Verdi morente e ascoltiamo la sua ultima parola: non è "Rosebud" ma il nome della sua prima moglie, Margherita. Da qui in avanti, in flashback, ripercorriamo gli inizi di carriera di Verdi: in carrozza verso Milano, lo vediamo passare il confine fra Parma e l'Austria (cioè fra Emilia e Lombardia, visto da oggi) in compagnia della moglie e del figlio. Già da questo breve inizio si capisce che a Matarazzo non importa molto della verità storica: il figlio di Verdi si chiamava infatti Icilio, non Gino. E' vero che Icilio è un nome raro, rarissimo, ma si poteva conservare; è comunque un segnale chiaro, il film di Matarazzo può piacere ancora oggi (fu campione d'incassi nella stagione 1953-1954) ma l'attendibilità storica latita spesso. Per essere onesti, dire che Matarazzo si prende delle libertà è un gentile eufemismo; non è mai stato un regista finissimo ma guardando il suo "Verdi" viene ogni tanto da pensare che se avesse scelto come protagonisti Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, suoi compagni di viaggio in molti film di successo, tutto sarebbe stato molto più chiaro. E' comunque bella la parte iniziale, i primi trentacinque minuti tutti dedicati a Margherita Barezzi, prima moglie di Verdi: non esistono testimonianze sui loro anni a Milano, sappiamo però che a Busseto avevano già perso una figlia, ancora bambina, e che a Milano morirà anche l'altro figlio. Anche la morte di Margherita è purtroppo vera, così come il dettaglio che Verdi in quel periodo stava scrivendo un'opera comica, non proprio un'opera buffa ma di carattere brillante. Dato che non esistono riscontri storici precisi su questo periodo nella vita di Verdi, la ricostruzione è più che lecita ed è anzi ben fatta e ben interpretata; molto brava Anna Maria Ferrero nella parte di Margherita.
 
 
I problemi iniziano subito dopo: l'idea che sia proprio Giuseppina Strepponi a mettere il libretto del Nabucco nelle tasche di Verdi non ha alcun riscontro storico, e più in generale il film di Matarazzo è del tutto inattendibile soprattutto nelle scene dove c'è la Strepponi. In particolare, è improbabile che Donizetti ne prenda le difese: era davvero molto malato, purtroppo di una malattia che non lasciava molto spazio per interessarsi alla sorte di altri (Donizetti morirà nel 1848 dopo lunghe e devastanti sofferenze). Il dialogo tra Barezzi, suocero di Verdi, e Giuseppina Strepponi è tratto di peso da "La Traviata" , e anche qui non c'è nessun riscontro in documenti o testimonianze. Si tace anche sul fatto che Giuseppina Strepponi aveva già avuto due figli e molti amanti; è vero che si mostra la sua relazione con l'impresario Merelli (qui detto Marelli, forse per problemi legali con gli eredi) ma la sua relazione con Verdi risulta molto diversa da come viene mostrata nel film, dove ha un rilievo inatteso la sorella Barbarina. Sorvolo sugli altri momenti di pura invenzione, ho trovato però quantomeno curiosa la battuta a 1h30', quando nella stanza di Verdi entra Barezzi e chiede "chi era quel giovane": il giovane che è appena uscito è Emanuele Muzio, che come Verdi fu aiutato proprio da Barezzi agli inizi della sua carriera. Probabilmente, quando Renato Castellani girò il suo Verdi per la tv, trent'anni dopo, tenne presenti queste sequenze del film di Matarazzo: Carla Fracci come Giuseppina Strepponi sembra l'esatta confutazione di questo film, punto per punto.
 
 
Gli attori: protagonista è Pierre Cressoy, attore francese molto attivo nel cinema italiano di quegli anni; è stato anche interprete di Mascagni in "Melodie immortali". Non è un'interpretazione memorabile, oltretutto ha anche una truccatura molto pesante, per renderlo almeno un po' somigliante a Verdi. Cressoy è doppiato da Gualtiero De Angelis. Margherita è Anna Maria Ferrero, molto brava ma anch'essa doppiata: ai tempi si usava, non sempre gli attori erano disponibili al momento del missaggio finale e la Ferrero era molto attiva anche in teatro. Giuseppina Strepponi è affidata a Gaby André (madre di Carole André), che rifà le dive fatali degli altri film di Matarazzo (Yvonne Sanson su tutte) ed è abbastanza inattendibile nel suo ruolo anche se la colpa non è tutta sua. Barezzi è Camillo Pilotto, ottimo attore di teatro (recitò con Strehler in ruoli importanti) e caratterista in molti film di quel periodo; era già stato Barezzi nel Verdi del 1938, regia di Carmine Gallone. Donizetti è Emilio Cigoli, storico doppiatore dei più famosi attori americani: per una volta lo si può vedere e non solo ascoltare, la voce è proprio la sua e non stiamo guardando John Wayne. Rossini è Loris Gizzi, molto divertito e molto in parte: un bravo attore spesso presente nel cinema e negli sceneggiati Rai degli anni '60. L'impresario Martini, all'inizio, è Enzo Biliotti; l'impresario Merelli (qui chiamato Marelli) è Sandro Ruffini. La sorella della Strepponi è Laura Gore; Violetta in teatro è interpretata da Irene Genna, moglie di Amedeo Nazzari, doppiata probabilmente dal soprano Orietta Moscucci. (qui sotto, Cigoli/Donizetti)


I cantanti: Mario Del Monaco e Tito Gobbi cantano e recitano per tutto il film, la voce femminile dovrebbe essere Orietta Moscucci, presentata nei titoli di testa come "vincitrice del Premio Internazionale di Ginevra 1953". Nel finale, Falstaff è interpretato dal basso buffo Vito de Taranto. Non ci sono indicazioni precise sugli esecutori, i titoli di testa parlano solo di scelta delle musiche a cura di Renzo Rossellini, dirette da Giuseppe Morelli.  (qui sotto, Loris Gizzi come Rossini mentre mette pace tra Verdi e Victor Hugo)

 
La musica: all'inizio vediamo e ascoltiamo il finale di "Otello", con Mario Del Monaco; ancora dall'Otello è l'Ave Maria per la morte di Verdi, in versione orchestrale.
La ninna nanna accennata da Verdi per il bambino viene da "Un ballo in maschera"; di "Oberto" e "Un giorno di regno", le prime due opere di Verdi, vediamo solo la chiusura del sipario.
Ascoltiamo estratti da "La forza del destino" per le scene di Margherita, più in dettaglio "la vergine degli angeli" quando lei muore; anche il preludio da "Rigoletto" aiuta a rendere la drammaticità della scena. Si ascolta "Traviata" per il primo incontro con la Strepponi, un anticipo di quello che succederà. Dal "Nabucco" ascoltiamo il coro atto terzo, "Va pensiero", purtroppo gridato (anche dal coro).
Si salta direttamente all'Ernani (minuto 55), con l'aria "Ernani involami", e con il coro "Si ridesti il leon di Castiglia" siamo già nel '48 con i moti insurrezionali.
Da "Rigoletto" (anno 1851) in teatro, la scena di "Povero Rigoletto", "Cortigiani vil razza dannata", e "La donna è mobile", con Tito Gobbi e Mario Del Monaco.
Da "Il trovatore" si ascoltano, e si vedono in teatro, "Il balen del suo sorriso", "Di quella pira", e il coro degli zingari, sempre con Gobbi e Del Monaco.
Una gondola a Venezia introduce "La traviata", la scena del brindisi ("libiamo"), "amami Alfredo" e il finale; non c'è "Sempre libera" che è quasi d'obbligo quando si parla della Traviata, la scena è quasi tutta per Mario Del Monaco.
Si salta poi direttamente ad Aida, la marcia trionfale, con Verdi e la Strepponi già piuttosto anziani (1870); per il "Falstaff" Verdi sarà da solo, ottantenne (1893). In scena ascoltiamo e vediamo "quand'ero paggio", con Vito de Taranto e Orietta Moscucci.
Si chiude con l'Ave Maria da "Otello", e con un raggio di luce su Verdi morente.
 
(l'impresario Merelli e le sorelle Strepponi)
 
(Verdi e Dumas fils)
 
(Gaby André)
 
 


martedì 11 febbraio 2020

Verdi (Renato Castellani)


Verdi (produzione Rai,1982) Scritto e diretto da Renato Castellani. Fotografia di Giuseppe Ruzzolini. Musiche di Verdi, Rossini, Boito, Wagner, Bellini, Donizetti. Musiche per lo sceneggiato: Roman Vlad. Scenografia: Carlo Tommasi, Elio Balletti. Costumi: Maria De Matteis, Enrico Luzzi. Interpreti: Roberto Cominati (Verdi da bambino), Enrico Fagnoni (Verdi a 9 anni), Stefano Coratti (Verdi a 18 anni), Ronald Pickup (Verdi adulto, voce di Gianni Marzocchi), Carla Fracci (Giuseppina Strepponi), Omero Antonutti (padre di Verdi), Giampiero Albertini (Barezzi), Giulio Bosetti (voce narrante), Daria Nicolodi (Margherita Barezzi), Adriana Innocenti (Maria Barezzi), Nanni Svampa (Merelli), Giorgio Trestini (Solera), Raimondo Penne (Francesco Maria Piave), Ugo Bologna (Donizetti), Milena Vukotic (Clara Maffei), Enzo Cerusico (Emanuele Muzio), Eva Christian (Teresa Stolz), Victoria Zinny (Maria Waldmann), Nino Dal Fabbro (Giulio Ricordi), Lino Capolicchio (Arrigo Boito), Giampiero Becherelli (Camillo Boito), Jan Niklas (Angelo Mariani), Renzo Palmer (Cavour), Tito Schipa jr (Franco Faccio), Renato Montanari (Ghislanzoni), Leopoldo Trieste (Finola), Carlo Colombo (Giovannino Barezzi), Pierluigi Giorgio (Provesi), Fernando Cerulli (Lavigna), Jackie Basehart (Tamberlick), Anna Orso (Filomena adulta), Elena Vaccarossa (Filomena bambina), Lino Puglisi, Clara Colosimo, Carlo Tuand, Paolo Silveri, Silvia Silveri, Leila Gencer (Marianna Barbieri-Nini), Luciana Palombi, Paolo Gozlino (Rigoletto), e molti altri. Durata: nove puntate di un'ora e un quarto circa l'una

Lo sceneggiato Rai su Giuseppe Verdi, andato in onda per la prima volta nell'inverno 1982, ed è uno tra i più famosi e celebrati di quel periodo; dispiace quindi prenderne le distanze, perché è stato fatto con passione e con molta cura, ma qualcosa va pur detto. Rivisto oggi, dopo quasi quarant'anni, ho trovato molto belle le prime due puntate, con l'infanzia e la giovinezza di Verdi; andando avanti, però, qualcosa non convince e chi conosce almeno un po' le opere di Verdi e la loro cronologia qualcosa da ridire lo trova, un "ma" sorge spesso durante la visione, anche a non essere esperti. Sono nove puntate, di un'ora e un quarto circa ciascuna, e siamo nel 1982, quindi poco prima dell'avvento di Berlusconi e della tv commerciale che avrebbe cambiato drasticamente il modo di intendere la televisione. Dopo quel 1982, avrebbe preso piede definitivamente l'idea che la tv si fa per la pubblicità; lentamente e con qualche resistenza all'inizio, fino al referendum del 1995 sulle televendite, che vide gli italiani votare contro i loro stessi interessi. Ma questa è una storia che porterebbe lontano, di sicuro c'è il calo qualitativo delle produzioni Rai negli ultimi vent'anni, ma la Rai è ormai occupata stabilmente da funzionari (a tutti i livelli: alti, bassi e medio-bassi) da persone nate e cresciute sotto le tv commerciali, alle quali i nomi di Sergio Pugliese e di Vittorio Veltroni non diranno niente di niente.

Detto questo, e premettendo (ovviamente) che si tratta di un ottimo lavoro e consigliabile a chiunque voglia iniziare un percorso su Verdi, lo sceneggiato Rai scritto e diretto da Renato Castellani ha alcuni difetti che provo a raccontare qui sotto. In primo luogo, danno fastidio le molte (troppe) arie storpiate o canticchiate malamente in ogni puntata; la cosa peggiore è per "Un ballo in maschera" stonata malamente e a lungo dal ragazzotto romano nella puntata del "Viva VERDI" risorgimentale, ma capita spesso per tutte le puntate di ascoltare canticchiare o accennare musica meravigliosa che si vorrebbe invece sentir eseguire come si deve. Tra l'altro, Castellani e Roman Vlad (suo consulente), si appoggiano per il resto a registrazioni Rai preesistenti di ottimo livello, quindi a costo zero; la scelta di far canticchiare gli attori è quindi piuttosto strana da ogni punto di vista. "Un ballo in maschera", tra l'altro, non è in colonna sonora e me ne chiedo ancora la ragione.
 

Un secondo difetto è sicuramente nella scelta del protagonista, l'attore inglese Ronald Pickup; scelta che fu molto criticata anche quarant'anni fa. E' vero che Pickup non sfigura al pianoforte, e che ha una certa somiglianza fisica, da silhouette, con le fotografie del vero Verdi; ma quello che ne esce è poco più di una figurina ritagliata, senza forza e senza spessore. Viene spontaneo il paragone con il Puccini diretto da Sandro Bolchi (1973) e con il Rossini di Mario Monicelli (1992), dove la parte di protagonista spettava ad attori di livello altissimo o comunque buono (Alberto Lionello, Philippe Noiret, Sergio Castellitto); ma basta anche guardare le prime due puntate, con attori veri come Giampiero Albertini e Omero Antonutti, per capire la necessità di una presenza scenica di livello soprattutto quando il protagonista è una figura imponente come Giuseppe Verdi. Il regista Castellani era reduce da un altro grande successo, dieci anni prima (1971) con "La vita di Leonardo da Vinci": l'impostazione è simile, ma il protagonista era Philippe Leroy e tutto funziona molto meglio. Dal "Leonardo" del '71 Castellani riprende anche la figura del narratore, l'ottimo Giulio Bosetti: che nel "Verdi" è una voce fuori campo, mentre nel "Leonardo" era ben presente sullo schermo, in abiti moderni, anticipando Piero Angela e molti documentaristi d'oggi.
 
 
C'è poi una certa confusione con la successione delle opere, e con le date: per gli "anni di galera" bisognava almeno fare un elenco, una citazione veloce, per tutte le opere di quel periodo. Si tace totalmente su Alzira e Stiffelio, c'è solo un cenno velocissimo per "I due Foscari", trascurato anche il "Simon Boccanegra", e poco spazio ha, tutto sommato, anche il "Macbeth". Erano gli anni delle leggendarie esecuzioni di Claudio Abbado e di Giorgio Strehler, forse sarebbe bastato tagliare qualche minuto dalla Traviata e dal Trovatore (opere molto più note) per avere spazio a sufficienza per tutto. Nella ricostruzione del dissidio con Angelo Mariani non viene detto che poi Aida al Cairo fu diretta da Giovanni Bottesini. Nella ricostruzione storica, oltretutto, manca la presa di Porta Pia (1870), con il completamento dell'Unità d'Italia, e si tace sull'annessione di Venezia e del Veneto.
C'è pochissimo spazio per Giulio Ricordi, ridotto a una figurina di contorno; tra le cose positive c'è invece il risalto dato a Margherita Barezzi. Tutto sommato buona l'idea data di Giuseppina Strepponi: Carla Fracci è bravissima nel renderla positiva e simpatica, ma non vengono nascosti gli aspetti negativi di Giuseppina Strepponi, le sue battute di pessimo gusto sulla salute di Mariani, i figli tenuti lontani di cui si fa spesso cenno. Avrei evitato volentieri, invece, i "che donna!", due o tre volte, che Castellani mette in sceneggiatura parlando della Strepponi; così come avrei evitato volentieri i riferimenti ad aspetti delle malattie (Muzio che assiste Verdi: bene sottolinearlo, ma certi dettagli si potevano lasciar perdere).
Qua e là appare anche Wagner, presentato troppo sbrigativamente come un "rivale" di Verdi; la realtà è molto più complessa, tutto è presentato in modo troppo superficiale. Non ho trovato il nome dell'attore che interpreta Wagner, ma si tratta comunque di poche inquadrature senza troppo rilievo.

 
Gli attori: il migliore è Giampiero Albertini, che rende un Barezzi memorabile. Anche Carla Fracci è molto brava, e non era scontato non essendo attrice di professione. Omero Antonutti, che interpreta il padre di Verdi, replica per molti aspetti il ruolo che aveva in "Padre padrone" dei Taviani (1972). Roberto Cominati, che interpreta Verdi da bambino, è poi diventato un concertista vero, pianista di successo e ancora in attività. Ma tutto il cast è ben scelto, ruolo per ruolo (invito a leggere l'elenco che ho messo qui sopra), anche se con Arrigo Boito e Franco Faccio si corre ancora il rischio della "figurina ritagliata" come per Pickup con Verdi: non per demerito degli attori (Capolicchio è un ottimo attore) ma per precisa scelta registica. E' un rischio che si corre spesso nei film biografici, bisogna mettere per forza quel personaggio e in fase di scrittura non sempre si riesce a dargli la forza necessaria. Enzo Cerusico, che interpreta Emanuele Muzio, è doppiato e irriconoscibile sotto una parrucca rossa; era un attore molto noto e stupisce che sia stato scelto per non farlo recitare. Nella versione americana il narratore è Burt Lancaster; nella versione originale c'è Giulio Bosetti, uno dei grandi del teatro italiano nella seconda metà del Novecento. Manca comunque un vero protagonista, non c'è l'equivalente di Alberto Lionello nel "Puccini" di Bolchi, ma nemmeno quello di Noiret e Castellitto nel "Rossini" di Monicelli. E' vero che Ronald Pickup suona il piano e ha la silhouette giusta, ma i primi piani mostrano quasi sempre una faccina sperduta che non rende giustizia al carattere di Verdi; ma forse Castellani lo voleva proprio così, alter ego e sdoppiamento del narratore sulla falsariga del suo "Leonardo" con Philippe Leroy. Va detto che Leroy aveva tutt'altra presenza scenica rispetto a Pickup, e del resto la carriera dei due attori parla da sola. Tra gli attori anche diversi cantanti d'opera: Leila Gencer per il Macbeth al pianoforte nella quarta puntata, e poi Paolo Silveri, Silvia Silveri, Carlo Tuand, Luciana Palombi, e altri ancora (difficile segnalare dove di preciso, mancano le indicazioni).
Per la musica si attinge alle registrazioni Rai, del resto ottime (Maria Callas per Traviata, il Rigoletto con Pavarotti e Cappuccilli, e tanto altro); unica eccezione, se non sbaglio, è l'Otello di Mario del Monaco. La musica originale, scritta apposta per lo sceneggiato, è di Roman Vlad: la si ascolta soprattutto nella prima puntata, quando bisogna rendere un'idea delle prime composizioni di Giuseppe Verdi, andate perdute (distrutte dallo stesso Verdi); Vlad ha fatto un ottimo lavoro, che meriterebbe maggiore attenzione.
 

Sul mio piano personale, ho ritrovato il ricordo dell'allestimento del set in esterni: a Milano venne steso una specie di grande tappeto di plastica che simulava il selciato ottocentesco, e tra i molti curiosi c'ero anch'io. Viste le immagini, direi che si è trattato di un lavoro ben fatto.
Mi ha fatto molto piacere rivedere la Scala con i colori giusti, quelli del tempo di Verdi che fino agli anni '90 erano ancora visibili e che poi sono stati cancellati nel restauro di inizio Duemila, con la pretesa di tornare al progetto del Piermarini. Quando passo davanti alla Scala, o a Palazzo Reale, con tutti quei marmi bianchi mi sembra sempre di essere al Monumentale - ma ormai a chi interessa più.
Molto belle le locations, quasi tutte nei luoghi originali dove possibile; non si vede però mai l'interno della Scala, quel teatro è il Ponchielli di Cremona (più piccolo, si contino le gallerie) che alla Scala somiglia molto.
 
Le registrazioni utilizzate nello sceneggiato:
Prima puntata:
- Donizetti, L'elisir d'amore: "Una furtiva lacrima", tenore Cesare Valletti, Rai Roma dir.Gianandrea Gavazzeni.
- Bellini, Capuleti e Montecchi: "O quante volte, o quante", soprano Antonietta Pastori, Rai Roma dir. Lorin Maazel.
Seconda puntata:
- Verdi, Oberto conte di san Bonifacio: basso Simon Estes, Comunale Bologna dir. Zoltan Pesko
- Verdi, Un giorno di regno: Rai Milano dir. Alfredo Simonetto
Terza puntata:
- Verdi, Nabucco: Paolo Silveri, Caterina Mancini, Gabriella Gatti Rai Roma dir. Fernando Previtali
- Verdi, I Lombardi alla Prima Crociata: orchestra Rai Roma dir. Manno Wolf Ferrari
Quarta puntata:
- Verdi, Ernani: Giuseppe Taddei e Caterina Mancini, Rai Roma dir. Fernando Previtali
- Verdi, Attila: Dino Dondi, Rai Roma dir. Fernando Previtali
- Verdi, Macbeth: Leila Gencer e Giuseppe Taddei al piano

 
Quinta puntata:
- Verdi, Rigoletto: Pavarotti, Cappuccilli, Rinaldi, Lazzarini Rai Torino dir. Mario Rossi
- Verdi, Rigoletto: Lina Pagliughi Rai Torino dir. Angelo Questa
- Verdi, Il Trovatore: Lauri Volpi, Mancini, Pirazzini Rai Roma dir. Previtali
Sesta puntata:
- Verdi, La Traviata: Callas e Ugo Savarese Rai Torino dir. Gabriele Santini
- Verdi, I Vespri Siciliani: Rai Roma dir. Thomas Schippers
- Verdi, Simon Boccanegra: Mario Petri, Rai Roma dir. Francesco Molinari Pradelli
- Verdi, Aroldo: Rai Torino dir. Gianfranco Masini
Settima puntata:
- Verdi, La forza del destino: Galliano Masini, Carlo Tagliabue, Rai Torino dir. Gino Marinuzzi
- Verdi, Macbeth: Alda Borelli Morgan, Rai Milano dir. Ferruccio Scaglia
- Verdi, Don Carlo: Tancredi Pasero, Rai Torino dir. Ugo Tanzini
- Boito, Mefistofele: Ferruccio Tagliavini, Rai Torino dir. Angelo Questa
Ottava puntata:
- Verdi, Aida: Franco Corelli, Giulio Neri, Miriam Pirazzini, Maria Curtis Verna, Rai Torino dir. Angelo Questa
- Verdi, Traviata: Rai Torino dir. Gabriele Santini
Nona puntata:
- Verdi, Otello: Mario Del Monaco, Santa Cecilia, Erede
- Verdi, Falstaff: Giuseppe Taddei, Rai Torino dir. Mario Rossi
La voce di Giuseppina Strepponi, nel canto, è di Jeanne Marie Bima; la voce di Teresa Stolz, sempre nel canto, è di Mara Zampieri. Le musiche di Roman Vlad nella prima puntata sono dirette da Gianfranco Plenizio con l'Orchestra Unione Musicisti di Roma.





martedì 28 gennaio 2020

Il Conte di Montecristo (1966)


 
Il conte di Montecristo (produzione Rai, 1966) Regia di Edmo Fenoglio. Tratto dal romanzo di Alessandro Dumas. Sceneggiatura di Edmo Fenoglio e Fabio Storelli. Fotografia di Mario Bernardo. Costumi di Danilo Donati. Musiche di Gino Marinuzzi jr, con inserti di Rossini, Donizetti, Mozart. Interpreti: Andrea Giordana, Giuliana Lojodice, Sergio Tofano, Enzo Tarascio, Achille Millo, Fosco Giachetti, Carlo Ninchi, Quinto Parmeggiani, Lino Capolicchio, Ugo Pagliai, Ruggero Miti, Alberto Terrani, Luigi Pavese, Anna Miserocchi, Silvia Silveri, Maddalena Gillia, Giustino Durano, Mario Scaccia, Nino Besozzi, Mila Stanic, Mariolina Bovo, Giorgio Favretto, Riccardo Garrone, Carlo L. Bragaglia, e molti altri. Durata: otto puntate di durata variabile tra 60' e 70'

La produzione Rai del "Conte di Montecristo", datata 1966, ebbe enorme successo e diede grande popolarità al suo protagonista, Andrea Giordana. Visto da oggi, lo sceneggiato ha il grande merito di rispettare il romanzo originale: "Il Conte di Montecristo" ha avuto infatti numerose versioni, sia al cinema che per le varie televisioni, ma troppo spesso (soprattutto in anni recenti) la trama e i personaggi vengono modificati, si inseriscono particolari inutili, si fanno tagli che rendono incomprensibile la vicenda. I tagli, soprattutto al cinema, ci possono stare; il romanzo di Dumas è chilometrico e la durata media di un film non consente di mettere in scena tutta la storia. Altra cosa è invece modificare trama e personaggi, come se "Il Conte di Montecristo" non fosse già abbastanza ricco di azione e di possibilità narrative; ma oggi, in mancanza dell'autore che sorvegli su cosa succede, la modifica anche sostanziale è diventata un'abitudine e non solo per Dumas.


Un altro motivo per rivedere questa edizione Rai è la presenza di molti attori grandi o grandissimi, o anche soltanto molto bravi. Il più grande è sicuramente Sergio Tofano, che interpreta l'abate Faria nella seconda puntata: non solo un attore leggendario, ma anche scrittore, pittore e autore delle tavole del "Signor Bonaventura". Meritano una menzione Giuliana Lojodice, Fosco Giachetti, Carlo Ninchi, Anna Miserocchi, Mario Scaccia, e i due "cattivi" Achille Millo ed Enzo Tarascio. Achille Millo (Danglart) è un attore purtroppo dimenticato, ma qui si può vedere la sua bravura; negli archivi Rai c'è anche un'edizione da concerto di "Pierino e il lupo" di Prokofiev con Millo voce recitante, ed è un'altra occasione per constatare il suo valore. Enzo Tarascio (Vilfort) è un attore che ho avuto il piacere di vedere diverse volte in scena: era di casa al Piccolo Teatro di Milano, uno dei fedelissimi di Strehler; qui recita in una parte da protagonista e può mostrare tutto il suo valore.

 
Nella sesta puntata, proprio all'inizio, è stato inserito un piccolo concerto da camera, con tre brani. L'insieme porta via diverso tempo, forse altri registi lo avrebbero tagliato o non l'avrebbero inserito nel montaggio finale, ma devo dire che non dispiace. Penso che questo piccolo concerto sia dovuto alla presenza di Silvia Silveri nella parte di Eugénie, figlia di Danglart. Il nome mi era ignoto, ma la cantante è di buona scuola e si sente; del resto basta ragionare un po' sul cognome per arrivare alla spiegazione: Silvia è figlia del grande baritono Paolo Silveri. In seguito, non ha fatto l'attrice se non sporadicamente, ma ha continuato la carriera di musicista. L'altro personaggio che canta con lei è Lino Capolicchio, che impersona Benedetto (personaggio negativo, ma qui non lo si sa ancora) sotto le mentite spoglie di Andrea Cavalcanti. Capolicchio s'impegna ma non è un cantante; all'epoca era un attore in ascesa, e negli anni '60 fu infatti protagonista di numerosi film. Dopo gli anni '70 però la sua carriera si arresta, i film con Lino Capolicchio sono sempre meno ad ogni anno che passa, ed è un peccato. Capolicchio è comunque ancora in attività, e la sua filmografia presenta molti ruoli interessanti.

 
La puntata inizia mentre Silvia Silveri canta un'arietta da camera di Rossini, dai "Peccati di vecchiaia" (Péchés de vieillesse) scritti a Parigi quando l'autore si era ormai ritirato dalle scene. Nei "Peccati di vecchiaia" e negli anni parigini di Rossini c'è molta grande musica, ma questa è un'arietta di puro divertimento, senza impegno: si intitola "La chanson du bébé" ed è l'imitazione di un bambino che ha appena iniziato a parlare e le parole (facilmente comprensibili) sono quelle che può pronunciare un bimbo di quell'età: mamà, pipì, cacà. I presenti la ascoltano come se fosse un capolavoro, compresi Montecristo e Danglart seduti su due sedie a parte. Poi tocca a Lino Capolicchio che canta meglio che può un'aria da camera di Donizetti:
Raggio d’amor parea
nel primo april degli anni
Ma quanto bella ell’era
maestra era d’inganni
sul volto avea le rose
le spine ascose in cor.
Vieni, l’antico amore m’arde le fibre,
ingrata, vieni, mi mi svena il core,
tiranna idolatrata,vieni, mi svena, ingrata,
così morrei d’amor.
La melodia fu composta quando Donizetti era ancora studente, ma poi venne riutilizzata ed inserita nell’opera Ugo conte di Parigi, nel 1832, e poi anche ne Il furioso all’isola di San Domingo (1833), proprio su libretto di Jacopo Ferretti, da una commedia anonima su Don Quixote. (notizie da http://spazio-forum.blogspot.com/
Il concerto termina con i due insieme che intonano "Là ci darem la mano", dal "Don Giovanni di Mozart; come prevedibile, Capolicchio si arrangia ma stare dietro a una cantante vera come Silvia Silveri è dura. Alla fine, Eugénie Danglart si accomiata dall'uditorio con un vocalizzo molto simpatico e molto ben riuscito sopra "vado nella mia stanza".
 
 
Nella settima puntata, il Conte di Montecristo è all'Opera e ascolta probabilmente "Il Conte Ory" di Rossini, lodando il tenore Duprez, ma sui titoli di coda non c'è niente e mi è impossibile recuperare gli interpreti di questa esecuzione, probabilmente uno dei molti concerti che sono nel catalogo Rai. Non si vedono scene d'opera nel filmato, il Conte è ripreso nel palco e la scena non viene mai inquadrata. A quel tempo la Rai era molto attiva e produceva, con le sue orchestre, opere intere, musica da camera, concerti di canto, sinfonie e oratori ancora oggi reperibili in registrazioni molto valide, spesso di riferimento: visto da oggi, sembra incredibile; ma ormai i dirigenti Rai vengono tutti dalla scuola delle tv commerciali, e il servizio pubblico è ridotto a poca cosa.

 
Gilbert Duprez (1806-1896) è stato un tenore leggendario: debuttò nel 1825 e fu protagonista, nel 1831, della prima rappresentazione del "Guglielmo Tell" di Rossini, una parte impervia. Duprez è rimasto famoso per l'emissione del "do di petto": ai primi dell'Ottocento le note acute dei tenori erano ancora interpretate in falsetto o in falsettone, mentre Duprez iniziò ad emetterle con la voce normale, "a piena voce". Duprez, come spiega la Garzantina della Musica, fu il primo tenore romantico, ottocentesco, anticipando la vocalità poi usata da Giuseppe Verdi. Sempre la Garzantina dice che Duprez cantò sulle scene dell'Opera di Parigi fino al 1849.
Le musiche originali del "Conte di Montecristo" sono di Gino Marinuzzi jr (1920-1996), figlio del grande direttore d'orchestra Gino Marinuzzi (1882-1945)








sabato 27 aprile 2019

The departed (Scorsese)


The departed (Il bene e il male, 2006). Regia di Martin Scorsese. Soggetto di Alan Mak e Felix Chong. Sceneggiatura di William Monahan. Fotografia di Michael Ballhaus. Musiche per il film di Howard Shore. Interpreti: Matt Damon, Leonardo Di Caprio, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Martin Sheen, Mark Whalberg, Alec Baldwin, e molti altri Durata: 2 ore e 30'
 
Porto qui "The departed" perché è un altro film dove l'opera lirica viene vista in modo sbagliato, facendole assumere significati negativi e fuorvianti. Purtroppo, capita spesso al cinema; ed è un luogo comune da cui è davvero difficile liberarsi, tanto più se a cadere in questi tranelli è un regista del calibro di Martin Scorsese. Non credo che i mafiosi, italiani o no, ascoltassero Verdi e Donizetti: molto più facile che si siano dedicati a Frank Sinatra o a Mario Merola. Qualche mafioso appassionato d'opera ci sarà sicuramente stato, non mi metto a discutere su queste cose, ma per amare l'opera serve un grado di cultura e di sensibilità che difficilmente si trova nel tipo di gangster descritto nel film di Scorsese. Più facile, e molto più credibile, che il vecchio gangster ascolti Dean Martin e che il giovane si dedichi al rap o a un robusto heavy metal.
 

Nella scena all'opera di "The departed" vediamo Jack Nicholson commuoversi davanti a "Chi mi frena in tal momento", dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti (1835) che usa anche come suoneria del suo telefonino (solo le prime note, s'intende). "Lucia di Lammermoor" è tratta da un romanzo di Walter Scott: quasi come in "Romeo e Giulietta" due innamorati sono divisi dalla rivalità delle famiglie e dalla guerra civile britannica. Il fratello di Lucia ha organizzato per lei un matrimonio con un altro uomo, matrimonio che permetterebbe alla famiglia di migliorare le proprie sorti. Sul finire del secondo atto, il giovane innamorato fa irruzione nella casa di lei e sta per iniziare uno scontro armato; ma qualcosa, forse un impeto di buon senso, impedisce che inizi la tragedia: è qui che comincia il grande concertato, appunto sulle parole "Chi mi frena in tal momento". Non un'aria o una melodia accennata in orchestra, ma un grande concertato a sei voci, decisamente impegnativo per i cantanti e gli orchestrali. La tragedia è però solo rinviata, nel secondo atto Lucia impazzisce dopo il matrimonio forzato e uccide il marito a lei imposto nella prima notte di nozze. Si tratta quindi di qualcosa di molto complesso, un concertato di Donizetti non è certo una canzoncina strappalacrime.
L'esecuzione che ascoltiamo è tutt'altro che memorabile anche se con qualche buona voce: i cantanti sono Daniela Lojarro, Gisella Pasino, Giuseppe Sabbatini, Michael Knapp, Michele Pertusi, Marco Chingari con l'orchestra della Radio di Berlino diretta da Roberto Paternostro.
Della "Lucia di Lammermoor" si ascolta nel corso del film anche l'inizio, sulle parole "Percorrete le spiaggie vicine"; l'esecuzione è dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da John Pritchard.

 
"The departed" di Scorsese (2006) è il remake di un film recente di Hong Kong, del 2002, dal titolo "Infernal affairs" diretto da Andrew Lau e Alan Mak. Il tema è quello dell'infiltrato, della doppia personalità, della spia da scoprire, del doppio gioco. Matt Damon è un poliziotto in carriera, molto giovane, che però ha avuto fin da bambino un rapporto quasi da padre e figlio con il boss Costello (Jack Nicholson) ormai settantenne ma sempre potentissimo negli affari illegali, e imprendibile. All'opposto c'è Leonardo Di Caprio nei panni di un poliziotto che si infiltra nella malavita e diventa uomo di fiducia di Costello, ma prima deve fingere di essere stato radiato dalla polizia; la finzione comprende anche un periodo in carcere. Fra i due c'è una donna, la psicologa della polizia (Vera Farmiga) che sta per sposare Damon quando conosce Di Caprio, ed è ignara della vera identità di entrambi. Completano il cast Martin Sheen nel ruolo dell'anziano capo di entrambi i giovani, Mark Whalberg che è il giovane e rude Dignam, e poi Alec Baldwin e Ray Winstone (Mr French, vice di Costello). Parte consistente hanno anche i contrasti fra irlandesi e italiani: sia Damon che Di Caprio sono di origine irlandese, Nicholson fa l'italoamericano ma senza accento né caricatura. Contrasti anche fra polizia di Stato e Fbi, come in molti film americani. Mi è piaciuto per almeno tre quarti, ma il finale è pieno di spari in faccia, di sangue schizzato e di "scatole a sorpresa", e forse era il caso di essere più seri visti i tempi che viviamo. In più, ammetto che nel corso del film faccio spesso fatica a distinguere Di Caprio da Damon... Dietro le quinte di "The departed" c'è anche Brad Pitt, che qui fa il produttore.


Oltre a Donizetti in "The departed" ci sono molte canzoni, ben scelte: su tutte sceglierei "Gimme shelter" dei Rolling Stones, ma prima è necessario un accenno a Antonin Dvorak e al celebre passo della sua "Sinfonia dal Nuovo Mondo" (che alle volte viene indicata come Sinfonia n.5 e altre come Sinfonia n.9, a seconda dei curatori dei cataloghi), qui eseguita in un arrangiamento su misura per la Banda della Polizia di New York (N.Y.P.D. Emerald Society Pipes and Drums). La Banda della Polizia di New York esegue anche Minstrel Boy (tradizionale irlandese) e Scotland The Brave (Traditional)
Le canzoni e le altre musiche: (elenco da www.imdb.com )
- Gimme Shelter (1969, Mick Jagger and Keith Richards) The Rolling Stones
- Let It Loose (1972, Mick Jagger and Keith Richards) The Rolling Stones
- One Way Out (1961-65, Elmore James, Marshall Sehorn. Sonny Boy Williamson) The Allman Brothers Band
- I'm Shipping Up to Boston scritta da Al Barr, Ken Casey, Matthew Kelly, James Lynch, Marc Orrell e Woody Guthrie (The Dropkick Murphys)
- Thief's Theme (2004, Salaam Remi, Doug Ingle, Nasir Jones),
- "In A Gadda Da Vida" (1968, Iron Butterfly) Michael Viner's Incredible Bongo Band
- Nobody But Me (1963, Rudolph Isley, Ronald Isley. O'Kelly Isley) The Human Beinz
- Sweet Dreams (1956, Don Gibson) Patsy Cline e Roy Buchanan
- Well Well Well (1970, John Lennon) John Lennon
- Bang Bang (1966, Joe Cuba, Jimmy Sabater) Joe Cuba
- Sail On, Sailor (1973 Tandyn Almer, Ray Kennedy, Van Dyke Parks, Jack Rieley, Brian Wilson) The Beach Boys
- Sancta Maria (1935, Max Steiner) dal film di John Ford "The Informer" (Il traditore, 1935)
- Baby Blue (1971, Pete Ham) The Badfinger
- Comfortably Numb (1979 David Gilmour, Roger Waters) Roger Waters, Van Morrison, The Band
- Tweedlee Dee (1955, Winfield Scott) La Vern Baker
- Mother Machree (1910, Chauncey Olcott, Ernest Ball, Rida Johnson Young ) cantata da Jack Nicholson



martedì 19 dicembre 2017

Il caso Kerenes (Child's pose)


Il caso Kerenes (Pozitia copilului, 2013) Regia di Calin Peter Netzer. Scritto da Calin Peter Netzer e Razvan Radulescu. Fotografia di Andrei Butica. Musiche di Donizetti (L'elisir d'amore), canzoni da ballo. Interpreti: Luminita Gheorghiu (la madre), Bogdan Dumitrache (il figlio), Ilinca Goia (Carmen), e altri attori romeni. Durata: 1h45'

Un giovane sui trent'anni investe un bambino e lo uccide; correva troppo, ha fatto un sorpasso che non doveva fare, l'auto andava almeno a 150 all'ora. Rischia la prigione, e la madre (una signora benestante) si dà da fare per evitarlo. Purtroppo, è qualcosa che succede spesso anche da noi; ma è raro trovare un film che parli di questo, e oltretutto il film di Netzer è molto ben fatto, intenso nella recitazione, così ben fatto e ben recitato che viene da chiedersi come mai da noi non si facciano più film così intensi e così ben recitati. Nel cinema italiano di oggi tutto appare televisivo, gli attori e le attrici magari si impegnano ma il risultato è quasi sempre appena sopra la sufficienza, scolastico.
Il titolo italiano del film è decisamente stupido e fuorviante, non è un thriller e non è spionaggio ma parla di rapporti fra le persone, rapporti interfamiliari soprattutto, poi di tentativi di corruzione, e tutto con molta partecipazione e notevole sensibilità anche nel descrivere i lati negativi delle persone. Non conoscendo il romeno, posso tentare di ricostruire il titolo originale dall'edizione inglese: "Child's pose", la posizione del corpo del bambino sull'asfalto, dopo l'investimento.


Protagonista è Luminita Gheorghiu, nei panni di una donna benestante (nel film si dice architetto e scenografa) senza problemi di denaro, sui sessant'anni, sposata con un marito remissivo e con un unico figlio che però non la ama e la respinge. Il figlio è interpretato da Bogdan Dumitrache, Ilinca Goia impersona la sua compagna di vita, ma è un'altra relazione fallita che sta per terminare.
Il regista Calin Peter Netzer, nato nel 1975, ha al suo attivo sei film in totale dal 1997 fino ad oggi, nessuno distribuito in Italia tranne questo, che è ben doppiato.



Il motivo per cui porto qui questo film, su un blog dedicato all'opera lirica, è la presenza nelle sequenze iniziali di una bella esecuzione dell'Elisir d'amore di Donizetti; non è una messa in scena vera e propria, ma quasi una prova generale al pianoforte, con due cantanti molto bravi e la loro insegnante. Non siamo su un palcoscenico ma in un piccolo teatro ricavato forse da una palestra, con spettatori intorno. La protagonista sta assistendo allo spettacolo quando viene chiamata da un'amica che le comunica l'incidente, ed esce in silenzio senza disturbare. Porto qui qualche fermo immagine, purtroppo non sono riuscito a risalire ai nomi degli esecutori, su www.imdb.com c'è scritto soltanto L'Elisir D'Amore, written by Gaetano Donizetti, performed by Ana Maria Samson-Crihana. Inoltre, la suoneria del telefono della protagonista si fa spesso sentire con le note di Johann Sebastian Bach, Suite per violoncello n.1 in sol maggiore BWV 1007 - Preludio.


 


 
 

domenica 22 ottobre 2017

Caterina va in città


Caterina va in città (2003) Regia di Paolo Virzì. Scritto da Francesco Bruni e Paolo Virzì. Fotografia di Arnaldo Catinari. Musiche di Donizetti, Mozart. Musiche per il film di Carlo Virzì. Interpreti: Alice Teghil, Margherita Buy, Sergio Castellitto, Flavio Bucci, Claudio Amendola, Zach Warren Durata: 103 minuti.

Porto in questo blog dedicato all'opera lirica "Caterina va in città di Paolo Virzì (2003) perché la ragazza protagonista canta in un coro, all'Accademia di Santa Cecilia si dice nel film. Nel finale, sui titoli di coda, c'è il coro dei domestici tratto da "Don Pasquale" di Donizetti, un ascolto inaspettato e una piacevole sorpresa; prima ancora c'è il mottetto "Ave verum corpus" di Mozart, un brevissimo capolavoro molto eseguito dalle corali di tutto il mondo. Purtroppo non ho trovato nessuna indicazioni sul direttore d'orchestra e sugli interpreti.
Questo è il testo del coro che si ascolta nel finale, con parole che ben si adattano a ciò che si vede nel film:
Che interminabile andirivieni!
Tin tin di qua, tin tin tin tin,
in pace un attimo giammai si sta. (...)
(dall'atto terzo del "Don Pasquale" di Gaetano Donizetti)

 
 
Sul film per intero mi ero segnato questi appunti:
"Caterina va in città" di Paolo Virzì ha due facce: una da serie tv, piuttosto brutta, e l'altra da grande cinema, memore di Olmi e dei grandi registi francesi (o magari di Wenders, "Alice nelle città"). Nella prima c'è Castellitto, c'è Amendola, ci sono tutti i vezzi e le maschere fisse della fiction televisiva, alle quali purtroppo questi attori hanno affidato gran parte delle loro interpretazioni. Nella seconda c'è la ragazza protagonista, e c'è anche Margherita Buy (che dal nostro cinema avrebbe meritato qualcosa di più).
La ragazza si chiama Alice Teghil, e forse Virzì avrebbe davvero voluto fare un film tutto su di lei, sul ragazzo australiano, sul violoncellista altoborghese che la deve lasciare perché goffa e provinciale: sarebbe stato un film di Olmi, insomma, intenso e attento, come "Il posto". Ma i film di Olmi oggi non si possono più fare (lo vieta la scuola di Canale 5: lo spot viene prima di ogni altra cosa), ecco perciò la necessità di inserire macchiette come quelle del deputato di Alleanza Nazionale (interpretato da Claudio Amendola), le comparsate di Maurizio Costanzo, Giovanna Melandri, Simonetta Martone, Roberto Benigni, Michele Placido...


 
Però ci sono delle scene belle, come quella in cui Margherita Buy rompe tutti i piatti ma poi si mangia lo stesso, e soprattutto quella nel finale del bacio della protagonista con il ragazzo australiano che sta per partire, forse definitivamente. Mi trova d'accordo il personaggio di Castellitto quando dice che il deputato di AN e l'intellettuale che si dice di sinistra (interpretato da Flavio Bucci) sono in fin dei conti dello stesso partito e della stessa razza, e che per loro noi siamo solo dei giocattoli. La sinistra dovrebbe identificarsi con i lavoratori, con le persone impegnate nell'aiutare il loro prossimo, purtroppo così non è più. Il film però finisce con il mancare questi temi, anche la "fuga" del professore (Castellitto), del quale non si saprà più niente, non è risolta poeticamente, sembra anzi che tutti siano contenti (sollevati) perché si è levato di torno. Rimane però un'impressione positiva, dovuta quasi del tutto alla giovane Alice Teghil e agli attori e attrici non professionisti.
(marzo 2006)


 

sabato 5 agosto 2017

Casta Diva (1954)



Casta Diva (1954) Regia di Carmine Gallone. Scritto da Carmine Gallone, Walter Reisch, Luigi Filippo (D'Amico?), Age e Scarpelli, Leo Joannon. Fotografia (Technicolor) di Marco Scarpelli. Musiche di Bellini, Paganini, Donizetti arrangiate da Renzo Rossellini. Scene e costumi di Mario Chiari e Maria de Matteis. Allestimenti in teatro a cura di Libero Petrassi e Pallavicini. Cantanti: Caterina Mancini, Gianni Poggi, Giulio Neri, Gino Mattera, Juanita Sariman, Enrico Formichi. Orchestra Opera di Roma direttore Oliviero de Fabritiis; direttore del coro Giuseppe Conca. Interpreti: Maurice Ronet (Bellini), Antonella Lualdi (Maddalena), Nadia Gray (Giuditta Pasta), Fausto Tozzi (Donizetti), Renzo Ricci (giudice Fumaroli), Jacques Castelot (Ernesto Tosi), Marina Berti (Beatrice Turina), Jean Richard (Fiorillo), Paola Borboni (signora Monti), Aldo Silvani, Manlio Busoni, Lauro Gazzolo (Barbaja), Danilo Belardinelli (Paganini), Renzo Giovampietro, Camillo Pilotto (rettore Conservatorio), Luigi Tosi (Felice Romani), Dante Maggio, Nicla Di Bruno, e altri. Durata: 1h32

Carmine Gallone gira tre volte "Casta Diva": due film sono del 1935, uno in italiano e l'altro quasi identico ma in inglese con attori diversi (i due film hanno in comune solo Martha Eggerth, interprete di Maddalena) intitolato "The divine spark", "La scintilla divina". Gallone, 1885-1973, è regista di film di successo e di lunghissimo corso (la sua carriera cinematografica inizia nel 1913) che ha girato numerosi film d'opera; nel 1954 ritorna sul soggetto del 1935, però a colori e con scene girate in teatro. Il soggetto è identico, e quasi identica è anche la sceneggiatura, con pochi cambiamenti significativi (nel film del '35 c'era Rossini tra i protagonisti, qui c'è invece Donizetti; nel film del 1954 ha molto più spazio Giuditta Pasta) e soprattutto insiste ancora sull'improbabile trama da fotoromanzo del film del 1935, lavorando di fantasia sull'amore (vero e documentato) tra Vincenzo Bellini e la giovane napoletana Maddalena Fumaroli. Il soggetto parte probabilmente dalla biografia di Francesco Florimo, amico e compagno di studi di Bellini, ma le libertà prese da Gallone e dai suoi sceneggiatori sono davvero tante, direi anzi troppe e troppo spesso inverosimili. E' vera la storia d'amore tra Bellini e Maddalena Fumaroli: si conobbero a Napoli dove Bellini studiava al Conservatorio, ma il padre di lei si oppose sempre alla relazione. Del tutto inverosimile, al limite del ridicolo, l'idea che una scena complessa come quella di "Casta Diva" possa essere inserita nella Norma all'insaputa del compositore, basandosi su un semplice foglio manoscritto. Bellini non è figlio di un anonimo maestro di canto, come si ripete più volte nel film, ma di un Maestro di Cappella, organista e compositore, e fa parte di una famiglia di musicisti di nome già a partire dal nonno (di origini abruzzesi). Nel film sembra che Il Pirata sia la prima opera di Bellini, ma così non è: prima del Pirata ci sono "Adelson e Salvini" e "Bianca e Fernando". Inoltre, la prima di "Lucia di Lammermoor" di Donizetti avvenne dopo la morte di Bellini, nel 1835; e a Napoli, non a Milano come si vede nel film. Insomma, è un film del tutto inaffidabile dal punto di vista biografico, ma ci si può ugualmente divertire guardandolo, anche per la presenza di ottimi attori nel cast, come Renzo Ricci che interpreta il padre di Maddalena. Si può aggiungere qualche data: Giuditta Pasta nacque nel 1797, Bellini nel 1801; erano quindi quasi coetanei. Mancano del tutto, inoltre, Maria Malibran e Giulia Grisi. Il personaggio di Florimo (amico e poi biografo di Bellini) qui diventa Fiorillo, un personaggio buffo di pura fantasia.


Gli attori: Maurice Ronet è un po' più in parte rispetto all'incolore Sandro Palmieri del 1935, ma manca di una vera presenza scenica. L'attore francese reciterà in seguito in film importanti, come "Ascensore per il patibolo" di Louis Malle (1957) e "Fuoco fatuo" (1962), ma senza mai diventare una vera star. La parte di Maddalena tocca ad Antonella Lualdi, molto bella e molto giovane e soprattutto decisamente più in parte rispetto alla Martha Eggert del '35. In questo film Maddalena non canta (solo qualche accenno), la parte cantata è riservata all'opera vera e propria, in teatro. La parte di Paganini, che apre il film, è affidata (anche come recitazione) a un vero violinista e concertista di nome, Giovanni Belardinelli: su internet c'è un sito a lui dedicato, dal quale traggo queste immagini. La cantante lombarda Giuditta Pasta è affidata a Nadia Gray. Importanti le voci dei doppiatori: Fiorillo è doppiato da Carlo Romano, Donizetti ha la voce di Emilio Cigoli, Nadia Gray (Giuditta Pasta) è doppiata da Lydia Simoneschi.


Come nel film del 1935, l'inizio è con un concerto di Paganini, a Napoli al San Carlo. E' da notare il dettaglio storico della platea senza sedili, come era d'uso per tutto il Settecento: solo sedie a lato, ospite il Re al centro della platea. Le locandine ci mostrano con precisione il programma: Sonata n.4 e 4 capricci, Sonata n.2 e Variazioni; il finale è con Rossini, variazioni su La Gazza Ladra. La data è 18 aprile 1819, il re è Ferdinando I. L'attore che impersona Paganini è un vero concertista, Danilo Belardinelli. Nasce un equivoco con il giovane Bellini, studente di Conservatorio: perchè ride, quel giovane nel palco? Paganini fa portare in camerino l'importuno, arrabbiatissimo; ma l'equivoco è presto chiarito.

Al minuto 9 siamo al Reale Collegio di Musica di Napoli. dove il rettore (era Zingarelli, ma non se ne fa il nome) convoca alcuni neodiplomati. I nomi sono Zapponi, Mercadante, Fiorillo, Bellini; non ho notizie di Zapponi, Fiorillo è con ogni probabilità un personaggio d'invenzione, Mercadante era in effetti a Napoli in quegli anni. Il rettore comunica agli studenti l'usanza della Scuola: i neodiplomati vengono invitati a cena da importanti famiglie napoletane. A Bellini tocca la casa del giudice Fumaroli.
Ascoltiamo il coro iniziale dalla Sonnambula per la cena, ci sono scenette varie con gli altri musicisti, poi al minuto 14 Bellini suona il piano a casa del giudice Fumaroli. Il giudice non ama la musica, ma si è fatto convincere dalla figlia, che però non è presente. Bellini suona per un po', poi il giudice gli chiede di smettere "con quel rumore". La musica è però piaciuta a Maddalena, al piano di sopra, che glielo fa sapere. I due giovani si incontrano. Al minuto 22, al Conservatorio, i musicisti raccontano le loro esperienze della sera precedente; Bellini è rimasto incantato da quella ragazza e cerca di disegnarne gli occhi ma si dispiace di non saper disegnare e trasforma il disegno in uno spartito, sul testo "occhi puri, occhi casti": è la melodia di Casta Diva. In seguito, Bellini lo trascriverà in bella copia e ne farà dono a Maddalena.

Al minuto 32 una passeggiata per Napoli, con il pazzariello (Dante Maggio) e la scenetta di "levate a cammesella" (la cantante è Nicla Di Bruno). Questa scena è stata forse inserita per attirare gli spettatori che non amano l'opera? Può darsi.
Bellini si reca dal segretario particolare del re, Ernesto Tosi, che gli propone di scrivere una Cantata per un importante ricevimento. E' un grande onore e un incarico importante, ma il giovane rifiuta l'incarico proposto da Tosi, dicendo che vuole tornare a Catania e che non gli interessa diventare famoso. Accetterà poi quando viene a sapere che c'è dietro Maddalena, per rimanere però deluso quando scoprirà che la sua innamorata è fidanzata proprio con Tosi.
Al minuto 33 ascoltiamo la Cantata, al San Carlo; di questo brano non esiste un'esatta corrispondenza nel catalogo belliniano. Alla celebrazione è presente anche Giuditta Pasta (l'attrice è Nadia Gray), di passaggio a Napoli. Gallone e i suoi sceneggiatori vanno giù piuttosto pesanti con la grande cantante lombarda, e si insiste soprattutto sul successo per un compositore "che passa dal camerino e dal letto di Giuditta Pasta" (battuta ripetuta più volte).
Al minuto 35, nel palco dei Fumaroli, Bellini si incontra con Maddalena. Gallone ripete il simpatico "glissando" sul più che probabile bacio con il primo piano delle gabbiette dei colombi. Le colombe liberate in teatro per festeggiare il compositore vengono catalogate come "usanze milanesi" dal giudice Fumaroli. Maddalena è comunque promessa a Tosi, segretario particolare del Re.


Al minuto 44 musica da "La Sonnambula" per Maddalena che lascia partire Bellini: "un giorno sol durò". Maddalena si sacrifica per consentire a Bellini il successo che merita. Bellini è deluso di non trovarla al porto, ma parte ugualmente: Giuditta Pasta gli ha chiesto di scrivere un'opera per lei, e se Maddalena si nega non v'è motivo di restare a Napoli.
Siamo a Milano nel 1820, al minuto 45. Troviamo Donizetti (l'attore è Fausto Tozzi) in tre siparietti in cui dimostra di aver bisogno di soldi: chiede un anticipo ai suoi impresari, cioè alla signora Monti (Paola Borboni), poi a Barbaja, infine va da Giuditta Pasta: tutti si negano, e c'è sempre Bellini di mezzo... Qui va in scena "Il Pirata", in palcoscenico vediamo il finale (una scelta curiosa, ci sono arie e scene molto belle nel Pirata). Si può ricordare che Bellini scrisse altre due opere prima del Pirata, "Adelson e Salvini" e "Bianca e Fernando".
Al minuto 54 Gallone ci mostra l'incontro Donizetti e Bellini, un vero e proprio scontro anche per via della rivalità per Giuditta Pasta; l'impresario Barbaja propone un'opera al Carcano per entrambi, come terreno di sfida. Questa scena è abbastanza improbabile: la Lucia di Lammermoor di Donizetti, che vedremo presentata come conseguenza di questo diverbio, avrà la sua prima rappresentazione dopo la morte di Bellini, e a Napoli (non a Milano). Il librettista non sarà Felice Romani "per entrambi", come viene detto: la Lucia di Lammermoor è scritta su versi di Salvatore Cammarano.
Al minuto 57 Gallone ci mostra la solita scena dello strappo dei fogli per mancanza ispirazione. Bellini li butta nel lago di Como, dove effettivamente visse: a Blevio o a Moltrasio. Subito dopo, Bellini riceve la visita dell'amico Fiorillo: ha cambiato mestiere, non fa più il musicista ma il commerciante di arance, con successo. Fiorillo rappresenta l'elemento comico del film.
Al minuto 59 vediamo la Lucia di Lammermoor al Carcano, la scena finale con "Tu che a Dio spiegasti l'ali", con tanti scozzesi in kilt e tartan: nella realtà l'opera andò in scena a Napoli, e dopo la morte di Bellini. I cantanti in scena dovrebbero essere Gianni Poggi e Giulio Neri.
A 1h03 Bellini viene abbordato dalla bellissima Beatrice Turina (l'attrice è Marina Berti): il personaggio è questa volta reale, in effetti Bellini ebbe una relazione con una donna di questo nome. Il trionfo di Donizetti nella loro personale sfida intristisce Bellini, che si consola con Beatrice; Giuditta Pasta (sul lago di Como) lo rimprovera per questa relazione, poi va da Donizetti. La storia d'amore tra Bellini e Giuditta è dunque finita, secondo Gallone.
A 1h08 va in scena "La Sonnambula", "ah non credea mirarti / sì presto estinto, o fiore"; canta Giuditta Pasta, al Carcano (la voce è del soprano Caterina Mancini). Donizetti ora gli è amico, la Pasta pensa al ritiro, è presente anche Maddalena, giunta appositamente da Napoli, che però si ritrae davanti a "un esercito di ammiratrici" che attende il compositore fuori dal camerino. La prima della fila è Beatrice Turina.
Bellini perde molti soldi al casinò, "fortunato in amore, sfortunato al gioco": il musicista non gradisce la battuta. L'amico Fiorillo dirà a Bellini che c'è Maddalena dietro a ogni suo personaggio femminile ("Scrivi per lei, si sa"). Per reazione, Bellini chiede a Felice Romani di scrivergli un'opera "piena di odio". Felice Romani viene presentato con barba alla Cavour (o alla Marco Ferreri, se si preferisce). L'opera sarà "Norma".
A 1h16 ecco "Norma" alla Scala, fischiata (non c'è ancora Casta Diva, si dice nel film; pare invece che sia stata una protesta organizzata contro Giuditta Pasta), vediamo in palcoscenico il finale d'atto, la voce è quella del soprano Caterina Mancini. Dell'insuccesso si parla a Napoli in casa Fumaroli: "manca una romanza sentimentale, dolce" concludono Tosi e il suocero. Maddalena, che li ascolta, va in soccorso dell'amato Bellini e parte per Milano con il suo manoscritto con la melodia di "occhi puri, occhi casti"; siamo in pieno inverno (ouverture da Norma in colonna sonora), bella la cavalcata tra la neve e le montagne dell'Appennino. Maddalena va dalla Pasta e le dà il manoscritto, la Pasta si era ritirata ma si fa convincere dalla bellezza della musica e torna alle scene per dare all'opera il successo ("ho rovinato la sua vita per dargli il successo", riflette la cantante).
A 1h23 vediamo e ascoltiamo Casta Diva in scena (nel 54 c'era già la Callas, qui canta la Mancini); l'opera stavolta ha grande successo, e Giuditta Pasta spiega a Bellini cosa è successo con Maddalena. A 1h27 Bellini parte per Napoli, va da Maddalena; in colonna sonora si ascolta "ah non credea mirarti / sì presto estinto, o fiore" (dalla Sonnambula), ma Maddalena è gravemente malata a causa del freddo preso durante il viaggio, e muore davanti al marito ma invocando Vincenzo. Bellini arriva quando lei è appena morta, finale strappalacrime.
La vera Maddalena Fumaroli morì nel 1834, quando Bellini era a Parigi. A Parigi, nel 1835, dopo il successo di "I Puritani", morirà anche Vincenzo Bellini, a soli 34 anni, probabilmente di colera.

Per chi fosse interessato alla biografia di Bellini, su youtube è disponibile una produzione Rai del 1983, molto ben fatta, scritta da Bruno Cagli e con regia di Lorenzo Salveti: per trovarla bisognerà digitare "Epistolari celebri".