Visualizzazione post con etichetta Rossini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rossini. Mostra tutti i post

venerdì 10 aprile 2020

Paganini 1976 ( II )


Paganini (1976) Regia di Dante Guardamagna. Scritto da Tommaso Chiaretti, Lucia Drudi Demby, Dante Guardamagna. Consulenza storico-musicale di Luigi Rognoni. Fotografia di Musiche di Paganini, Tartini, Pugnani, Rossini, Haydn, Berlioz, Offenbach; violino solista Salvatore Accardo. Interpreti: Tino Schirinzi (Paganini). 1- Nicoletta Ramorino (madre di Paganini), Giacomo Piperno (padre di Paganini), Achille Belletti (il servitore Giuseppe) Roberto Brivio (il sopranista Marchesini), Ottavio Fanfani (marchese Di Negro), Andrea Dellitala e Andrea Ruffilli (Paganini bambino), Elio Crovetto (giacobino a Genova) 2- Emilio Marchesini (Carlo Paganini), Margherita Guzzinati (Elisa Bonaparte), Luciana Buonfino (Paolina Borghese), Katia Svizzero (Angiolina Cavanna), Luciano Melani (avv. Germi), Roberto Pistone (accusa), Elio Jotta (difesa), Alessandro Sperlì (Rossini), Fulvio Ricciardi (Segura), Lorenza Guerrieri (Antonia), Dina Castigliego (cantante), Magda Guerriero (Isabella Colbran), Marco Columbro (un musicista), Caterina Lipparini (Elvira Ramella) 3- Pierlugi Zollo (dottor Bennati), Giovanni Bentivoglio (Achille), Livio Bogatec (Heine), Paola Tanziani (Elena), Aldo Suligoy (marito di Elena), Luciano Melani (Germi), Franca Castelli Rossetti e Lucrezia Colangelo Rolfini (duetto) 4- Andrea Ruffilli (Achille), Agostino De Berti (Berlioz), Serena Cantalupi (Olimpia), Giuliana Calandra (Maria Luigia di Parma)
Durata: 4 puntate di un'ora circa ciascuna
 
Seconda puntata
Paganini è a Lucca, e scrive al fratello Carlo; sono tutti e due già sui trent'anni. Da Elisa Bonaparte,a Lucca, arriva anche la sorella Paolina Borghese; Paganini le corteggia entrambe, nascono gelosie e rivalità. Paganini si presenta a un concerto in divisa da pompiere perché Elisa lo aveva nominato capitano dei pompieri, non potendogli dare altri titoli onorifici; la principessa ne è molto seccata. Paganini lascia Lucca, a Torino avrà probabilmente un flirt con Paolina ma nel film non si vede. C'è invece l'incontro con Angiolina Cavanna, sedicenne; Paganini viene arrestato per tre giorni e subirà un processo che si concluderà con il pagamento di denaro al padre della ragazza (incinta, il bambino morirà appena nato). Lungo spazio al processo, dove si dice apertamente che la giovane era una prostituta abituale e che il padre era d'accordo con lei.

 
In questa occasione Paganini conosce l'avvocato Germi, che poi diventerà suo amico e legale di fiducia; Germi legge passi dal Faust di Goethe a Paganini, Paganini risponde che per lui l'anima è solo una parte del violino. In questo periodo Paganini tiene i concerti che lo renderanno famoso, a Milano: al Teatro Carcano nel 1813 e poi alla Scala e ancora al Carcano.
Vediamo poi Paganini a Bologna, dove abita anche Rossini. Da Rossini si tiene una sfida musicale tra Paganini e l'altro violinista Segura che ritiene non eseguibile, illeggibile, il brano di Paganini; ma l'autore gli dimostra come si fa, e vince la sfida. Paganini aveva già fatto altre sfide simili, con Lafont nel 1816 e poi con Lipinski; nel film se fa un breve cenno. In questa sequenza, Paganini suona le sue variazioni su "Di tanti palpiti", un'aria di Rossini dall'opera "Tancredi". Più avanti, un soprano prova a cantare "La donna del lago", sempre di Rossini.

A Bologna nasce una grande amicizia con Rossini, i due giurano di rimanere sempre scapoli cantando "sempre andrai farfallone amoroso": sempre, e non come l'originale aria di Cherubino da "Le nozze di Figaro" di Mozart che diceva "non più andrai farfallone amoroso / notte e giorno d'intorno girando". Più avanti, però, Rossini annuncerà il suo matrimonio con la cantante Isabella Colbran.
In queste sequenze ascoltiamo un'aria dall'opera di Rossini "Matilde di Shabran", le prove al pianoforte; mancano indicazioni precise sul nome della cantante. Alla festa in strada per il carnevale, dopo l'allegria iniziale (i festanti cantano una canzone su versi di Massimo D'Azeglio), nasce un litigio fra Paganini e Rossini: Rossini sposerà Isabella Colbran, Paganini non si trattiene e fa battute pesanti sull'impresario Barbaja, notoriamente amante della Colbran.
Qui c'è un altro salto narrativo un po' brusco, e vediamo Paganini, malato, mentre viene buttato fuori casa, e il padrone gli rende perfino l'affitto già pagato pur di non averlo più tra i piedi. Una donna però lo segue e lo ama, la comasca Antonia Bianchi, più giovane di diciotto anni, che gli darà un figlio senza però mai sposarlo; per lei Paganini scrive un'aria vocale, su versi di Metastasio ("Mi lagnerò tacendo"), facendola esibire nei suoi concerti. Dalla loro relazione nascerà Achille, unico figlio di Paganini.
 
 

Terza puntata
Paganini è a Venezia, e legge cosa ha scritto su di lui Stendhal nella "Vita di Rossini", due pagine piene di errori e imprecisioni; sono con lui il medico Bennati, Antonia, e il piccolo Achille. A breve ci sarà la rottura con Antonia: vissero insieme negli anni 1824-1828, senza mai sposarsi.
Qui c'è un altro salto temporale e troviamo Achille sui sei-sette anni, in viaggio in Germania col papà che sta facendo una tournée; Paganini è un padre affettuoso ma anche molto ansioso. In albergo, i due giocano insieme e si ascolta la "Sinfonia dei giocattoli" di Haydn; Achille si ferisce cadendo dal letto, non è nulla di grave ma Paganini ne fa una malattia; arriva Bennati che lo consiglia di essere meno ansioso.
 
Ad Amburgo, incontro con il pittore Lyser, sordo ma autore di famosi disegni di Paganini mentre suona; dovremmo essere nel 1830. C'è anche Heinrich Heine, e ascoltiamo le sue pagine su Paganini. Qui Paganini conosce Elena, con la quale avrà una relazione clandestina (è sposata); non sono riuscito a rintracciare chi sia di preciso. Elena fa una battuta sul servitore di Paganini: si chiama forse Leporello?
A Genova muore Carlo, fratello di Paganini; dopo la cerimonia, nel cimitero, Paganini fa un pesante discorso ateistico e anticlericale e il parroco si offende. Sempre a Genova, l'avvocato Germi consiglia Paganini e gli dice di pensare a suonare, lasciando Achille a sua madre e anche a lui stesso, che si è sposato e ha una bella casa con parco di ulivi. Paganini ne rimane colpito: anche Germi si è sposato, dei vecchi scapoli è rimasto solo lui. Nella scena successiva, da Paganini arriva il marito di Elena, la donna conosciuta ad Amburgo: lei si è suicidata. e lui gli porta le lettere indirizzate "a Niccolò".
(qui sotto, Elena con Heine, Paola Tanziani e Livio Bogatec)

 
Alle terme di Aix les Bains ritrova Rossini, sta suonando il "Duetto buffo dei gatti" con due cantanti e Paganini si unisce a loro con la chitarra: bella la scena, ma non è certo che il duetto sia stato scritto proprio da Rossini, anche se la musica è sua. Rossini si è ritirato dalle scene, ma continua a scrivere musica, composizioni brevi per pianoforte (i "Peccati di vecchiaia") e altro, ma non più per il teatro; segue la discussione su cosa resterà della musica di Paganini senza Paganini. Il "Duetto dei gatti", come ricorda Paganini stesso, contiene musica dall'Otello di Rossini, "atto secondo, aria di Rodrigo, cabaletta". Il matrimonio di Rossini con la Colbran va male, Paganini non si risparmia un'ennesima battuta su Barbaja ma Rossini abbozza: "la vita è un'opera buffa senza lieto fine". Si parla della morte di Beethoven, Rossini lo ha incontrato in completo abbandono; si torna su Faust e sull'anima, "è un'opera che avresti dovuto scrivere tu" dice Rossini a Paganini.
Le biografie dicono che Paganini fu dal 1828 a Vienna, poi a Praga dove viene contestato. Dal 1832 è a Genova, poi a Parigi e in Inghilterra dove ebbe una relazione con Charlotte Watson, inglese (ma nello sceneggiato Charlotte non c'è). E' del 1834 la diagnosi definitiva sulla sua malattia: tubercolosi.
 

Quarta puntata
Paganini è a Bruxelles, poi prepara una messa in scena buffonesca per il suo concerto, dà fuoco ai fogli dello spartito (quasi come Jimi Hendrix a Woodstock, viene da pensare), viene contestato dal pubblico ma ne ride con gli amici, è contento di aver fatto sensazione. Qui Paganini riceve la notizia della morte della madre; a Genova ormai non ha più nessuno e prenderà con sè definitivamente il figlio.
Si mostra l'incontro con Hector Berlioz: Paganini gli chiede un concerto per viola, non per violino: ha appena comperato una magnifica viola e vuole usarla. Il concerto di Berlioz sarà "Aroldo in Italia", ma a Paganini non piacerà anche se continuerà ad ammirare Berlioz.

 
Il figlio Achille, iscritto a un collegio religioso dall'avvocato Germi di nascosto dal padre, ha sentito dire delle storie diaboliche su Paganini, che gli mostra il suo violino: dentro c'è scritto Jesus, è un Guarneri del Gesù. "Vedi che non potrei essere un diavolo?" dice Paganini a suo figlio, poi mostra ad Achille le partiture di Liszt che riprendono le sue opere, come la famosa "campanella".
In questi anni Paganini accetta l'invito da Parma, dove avrà una sua orchestra; ha dissensi con Maria Luigia, che trova gelida, e si invaghisce di una giovane che ha visto in un palco (Olimpia). A Parma aveva già comperato una villa, che ha ancora oggi il suo nome. Tenta un'avventura con Olimpia, che viene commentata sulle musiche di Jacques Offenbach (un anacronismo, ma piacevole): Olimpia come la bambola meccanica dei "Racconti di Hoffmann", ma non so da dove venga questa sequenza, e se abbia un fondamento storico.

Seguono i problemi con l'offerta da Parigi per il "Casinò Paganini", che poi non si farà; ne nasceranno dispute giudiziarie, querele, richieste di danni che dureranno per anni e seguiranno Paganini fino alla sua morte. A Parigi suonerà Berlioz, con grande successo, e Paganini gli scrive una lettera con ammirazione: "la vostra musica è un prodigio"; lo paragona a Beethoven e gli dà ventimila franchi, smentendo la sua fama di avaro.
Di seguito, Paganini è a colloquio con Germi, la situazione finanziaria è precaria e c'è in ballo la denuncia per il fallimento del Casinò a Parigi, ma Paganini ha già messo da parte i soldi per il figlio.
Paganini è sempre più malato, non ha più voce e fa parlare Achille in sua vece. Padre e figlio si trasferiscono a Nizza dove vanno ad abitare in una stanza d'affitto; lì lo raggiungono i creditori del Casinò di Parigi, che però rinunciano viste le condizioni in cui si trova. Paganini, sentendo vicina la morte, manda via il figlio con una scusa; poi prende un'ultima volta il violino.


 
 
 

venerdì 20 marzo 2020

Verdi (1953)



Verdi (1953) Regia di Raffaello Matarazzo. Scritto da Leo Benvenuti, Mario Monicelli, Liana Ferri, Piero Pierotti, Giovanna Soria, Raffaello Matarazzo. Fotografia di Tino Santini. Musiche di Giuseppe Verdi. Interpreti: Pierre Cressoy (Verdi, voce di G.De Angelis), Anna Maria Ferrero (Margherita Barezzi, voce di Renata Marini), Gaby André (Giuseppina Strepponi, voce di Dhia Cristiani), Camillo Pilotto (Barezzi), Emilio Cigoli (Donizetti), Loris Gizzi (Rossini), Laura Gore (Barbarina Strepponi), Aldo Bufi Landi (Dumas figlio), Guido Celano (Hugo), Irene Genna (Violetta), Enzo Biliotti (impresario Martini), Sandro Ruffini (impresario Marelli), Eduardo de Santis (Muzio), Gianni Agus, e molti altri. Cantanti: Mario Del Monaco (Tamagno), Tito Gobbi (Giorgio Ronconi), Vito de Taranto, Orietta Moscucci . Durata: 1h48'

Il "Verdi" di Matarazzo inizia come "Citizen Kane" di Orson Welles: dopo l'introduzione con Mario Del Monaco che canta il finale di "Otello", vediamo infatti Giuseppe Verdi morente e ascoltiamo la sua ultima parola: non è "Rosebud" ma il nome della sua prima moglie, Margherita. Da qui in avanti, in flashback, ripercorriamo gli inizi di carriera di Verdi: in carrozza verso Milano, lo vediamo passare il confine fra Parma e l'Austria (cioè fra Emilia e Lombardia, visto da oggi) in compagnia della moglie e del figlio. Già da questo breve inizio si capisce che a Matarazzo non importa molto della verità storica: il figlio di Verdi si chiamava infatti Icilio, non Gino. E' vero che Icilio è un nome raro, rarissimo, ma si poteva conservare; è comunque un segnale chiaro, il film di Matarazzo può piacere ancora oggi (fu campione d'incassi nella stagione 1953-1954) ma l'attendibilità storica latita spesso. Per essere onesti, dire che Matarazzo si prende delle libertà è un gentile eufemismo; non è mai stato un regista finissimo ma guardando il suo "Verdi" viene ogni tanto da pensare che se avesse scelto come protagonisti Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, suoi compagni di viaggio in molti film di successo, tutto sarebbe stato molto più chiaro. E' comunque bella la parte iniziale, i primi trentacinque minuti tutti dedicati a Margherita Barezzi, prima moglie di Verdi: non esistono testimonianze sui loro anni a Milano, sappiamo però che a Busseto avevano già perso una figlia, ancora bambina, e che a Milano morirà anche l'altro figlio. Anche la morte di Margherita è purtroppo vera, così come il dettaglio che Verdi in quel periodo stava scrivendo un'opera comica, non proprio un'opera buffa ma di carattere brillante. Dato che non esistono riscontri storici precisi su questo periodo nella vita di Verdi, la ricostruzione è più che lecita ed è anzi ben fatta e ben interpretata; molto brava Anna Maria Ferrero nella parte di Margherita.
 
 
I problemi iniziano subito dopo: l'idea che sia proprio Giuseppina Strepponi a mettere il libretto del Nabucco nelle tasche di Verdi non ha alcun riscontro storico, e più in generale il film di Matarazzo è del tutto inattendibile soprattutto nelle scene dove c'è la Strepponi. In particolare, è improbabile che Donizetti ne prenda le difese: era davvero molto malato, purtroppo di una malattia che non lasciava molto spazio per interessarsi alla sorte di altri (Donizetti morirà nel 1848 dopo lunghe e devastanti sofferenze). Il dialogo tra Barezzi, suocero di Verdi, e Giuseppina Strepponi è tratto di peso da "La Traviata" , e anche qui non c'è nessun riscontro in documenti o testimonianze. Si tace anche sul fatto che Giuseppina Strepponi aveva già avuto due figli e molti amanti; è vero che si mostra la sua relazione con l'impresario Merelli (qui detto Marelli, forse per problemi legali con gli eredi) ma la sua relazione con Verdi risulta molto diversa da come viene mostrata nel film, dove ha un rilievo inatteso la sorella Barbarina. Sorvolo sugli altri momenti di pura invenzione, ho trovato però quantomeno curiosa la battuta a 1h30', quando nella stanza di Verdi entra Barezzi e chiede "chi era quel giovane": il giovane che è appena uscito è Emanuele Muzio, che come Verdi fu aiutato proprio da Barezzi agli inizi della sua carriera. Probabilmente, quando Renato Castellani girò il suo Verdi per la tv, trent'anni dopo, tenne presenti queste sequenze del film di Matarazzo: Carla Fracci come Giuseppina Strepponi sembra l'esatta confutazione di questo film, punto per punto.
 
 
Gli attori: protagonista è Pierre Cressoy, attore francese molto attivo nel cinema italiano di quegli anni; è stato anche interprete di Mascagni in "Melodie immortali". Non è un'interpretazione memorabile, oltretutto ha anche una truccatura molto pesante, per renderlo almeno un po' somigliante a Verdi. Cressoy è doppiato da Gualtiero De Angelis. Margherita è Anna Maria Ferrero, molto brava ma anch'essa doppiata: ai tempi si usava, non sempre gli attori erano disponibili al momento del missaggio finale e la Ferrero era molto attiva anche in teatro. Giuseppina Strepponi è affidata a Gaby André (madre di Carole André), che rifà le dive fatali degli altri film di Matarazzo (Yvonne Sanson su tutte) ed è abbastanza inattendibile nel suo ruolo anche se la colpa non è tutta sua. Barezzi è Camillo Pilotto, ottimo attore di teatro (recitò con Strehler in ruoli importanti) e caratterista in molti film di quel periodo; era già stato Barezzi nel Verdi del 1938, regia di Carmine Gallone. Donizetti è Emilio Cigoli, storico doppiatore dei più famosi attori americani: per una volta lo si può vedere e non solo ascoltare, la voce è proprio la sua e non stiamo guardando John Wayne. Rossini è Loris Gizzi, molto divertito e molto in parte: un bravo attore spesso presente nel cinema e negli sceneggiati Rai degli anni '60. L'impresario Martini, all'inizio, è Enzo Biliotti; l'impresario Merelli (qui chiamato Marelli) è Sandro Ruffini. La sorella della Strepponi è Laura Gore; Violetta in teatro è interpretata da Irene Genna, moglie di Amedeo Nazzari, doppiata probabilmente dal soprano Orietta Moscucci. (qui sotto, Cigoli/Donizetti)


I cantanti: Mario Del Monaco e Tito Gobbi cantano e recitano per tutto il film, la voce femminile dovrebbe essere Orietta Moscucci, presentata nei titoli di testa come "vincitrice del Premio Internazionale di Ginevra 1953". Nel finale, Falstaff è interpretato dal basso buffo Vito de Taranto. Non ci sono indicazioni precise sugli esecutori, i titoli di testa parlano solo di scelta delle musiche a cura di Renzo Rossellini, dirette da Giuseppe Morelli.  (qui sotto, Loris Gizzi come Rossini mentre mette pace tra Verdi e Victor Hugo)

 
La musica: all'inizio vediamo e ascoltiamo il finale di "Otello", con Mario Del Monaco; ancora dall'Otello è l'Ave Maria per la morte di Verdi, in versione orchestrale.
La ninna nanna accennata da Verdi per il bambino viene da "Un ballo in maschera"; di "Oberto" e "Un giorno di regno", le prime due opere di Verdi, vediamo solo la chiusura del sipario.
Ascoltiamo estratti da "La forza del destino" per le scene di Margherita, più in dettaglio "la vergine degli angeli" quando lei muore; anche il preludio da "Rigoletto" aiuta a rendere la drammaticità della scena. Si ascolta "Traviata" per il primo incontro con la Strepponi, un anticipo di quello che succederà. Dal "Nabucco" ascoltiamo il coro atto terzo, "Va pensiero", purtroppo gridato (anche dal coro).
Si salta direttamente all'Ernani (minuto 55), con l'aria "Ernani involami", e con il coro "Si ridesti il leon di Castiglia" siamo già nel '48 con i moti insurrezionali.
Da "Rigoletto" (anno 1851) in teatro, la scena di "Povero Rigoletto", "Cortigiani vil razza dannata", e "La donna è mobile", con Tito Gobbi e Mario Del Monaco.
Da "Il trovatore" si ascoltano, e si vedono in teatro, "Il balen del suo sorriso", "Di quella pira", e il coro degli zingari, sempre con Gobbi e Del Monaco.
Una gondola a Venezia introduce "La traviata", la scena del brindisi ("libiamo"), "amami Alfredo" e il finale; non c'è "Sempre libera" che è quasi d'obbligo quando si parla della Traviata, la scena è quasi tutta per Mario Del Monaco.
Si salta poi direttamente ad Aida, la marcia trionfale, con Verdi e la Strepponi già piuttosto anziani (1870); per il "Falstaff" Verdi sarà da solo, ottantenne (1893). In scena ascoltiamo e vediamo "quand'ero paggio", con Vito de Taranto e Orietta Moscucci.
Si chiude con l'Ave Maria da "Otello", e con un raggio di luce su Verdi morente.
 
(l'impresario Merelli e le sorelle Strepponi)
 
(Verdi e Dumas fils)
 
(Gaby André)
 
 


venerdì 21 febbraio 2020

La rosa rossa


La rosa rossa (1973) Regia di Franco Giraldi. Da un romanzo di Pier Antonio Quarantotti Gambini. Sceneggiatura di Dante Guardamagna e Franco Giraldi. Fotografia di Marcello Masciocchi. Musiche di Mahler e Rossini. Musiche per il film di Luis Bacalov. Interpreti: Alain Cuny, Antonio Battistella, Elisa Cegani, Margherita Sala, Susanna Martinkova, Giampiero Albertini, Sergio Bardotti. Durata: 1h35'

Siamo a Trieste, alla fine della Prima Guerra Mondiale, e non c'è più l'Austria di Francesco Giuseppe. Una coppia di agiati signori, marito e moglie, riceve la notizia che sta per tornare un loro parente, comproprietario della casa dove abitano. C'è un po' di imbarazzo, il cugino è un'ottima persona ma è stato generale dell'esercito austro-ungarico sotto Francesco Giuseppe e adesso si teme che possa succedere qualcosa di spiacevole in città. L'accoglienza è ottima, tutto va bene, i cugini vanno subito d'accordo ma poi sorge un problema quando i tre decidono di andare a teatro, per Il Barbiere di Siviglia. Alcune persone riconoscono l'ex generale, lo indicano apertamente, starà per succedere qualcosa di sgradevole? L'unico tranquillo è proprio l'ex generale, e infatti le persone che lo hanno riconosciuto sono ben disposte verso di lui: non solo il passato non pesa, ma si riconoscono come parenti, facenti parte della nobiltà locale.
 
E' l'inizio di "La rosa rossa", film del 1973 diretto dal triestino Franco Giraldi e tratto da un romanzo di Pier Antonio Quarantotti Gambini. I protagonisti sono tre anziani, e il mondo intorno a loro sta cominciando a cambiare. L'ex generale, un conte, ha lasciato un ottimo ricordo di sè nel paese presso Trieste dove vivono; la rosa rossa del titolo è stata lasciata dalla donna che gestisce la casa, governante già tanti anni prima quando erano entrambi giovani, e ora l'anziano ufficiale la ritrova nella sua stanza, in un piccolo vaso vicino allo specchio. Solo in quel momento capisce chi gliel'aveva lasciata tanti anni prima; c'è un momento di tenerezza tra i due ma durerà lo spazio di poche ore, perché il generale muore quella notte stessa, nel sonno.
L'improvvisa morte del conte solleva i veli sul passato, si scoprono parentele impreviste, anche la vita di coppia degli anziani coniugi è messa a dura prova; ma poi tutto si risolverà nel modo migliore, è troppo tardi per scenate di gelosia o per ricominciare una nuova vita. E, oltretutto, l'ex generale ha lasciato nel testamento ogni sua proprietà ai due cugini che tanto bene lo hanno accolto. A questa storia di anziani fa da contrappunto quella della giovane domestica, che inizia una relazione con il medico locale, rimane incinta, probabilmente si sposerà ma è comunque felice, è l'inizio di una nuova vita.

Antonio Battistella, attore soprattutto di teatro, fa coppia con Elisa Cegani, che fu una diva negli anni '30 e '40. Alain Cuny è il conte-ex generale; Margherita Sala è Basilia, la governante della rosa rossa; Susanna Martinkova è la giovane domestica. Giampiero Albertini è il giardiniere "somigliantissimo al generale": in effetti, un po' di somiglianza con Alain Cuny c'è, più che altro grazie alla pettinatura. Albertini, ottimo attore, è anche il doppiatore storico di Peter Falk nei telefilm del "tenente Colombo". Sergio Bardotti interpreta il medico, un po' rozzo nei modi ma generoso ed efficace: salvo errori, dovrebbe essere non un attore di professione ma l'autore di testi di molte canzoni di successo nel campo della musica leggera. L'autore del soggetto (un romanzo edito da Einaudi) è Pier Antonio Quarantotti Gambini (istriano, 1910-1965); da wikipedia apprendo che il romanzo copre un arco di tempo maggiore rispetto a quello che si può immaginare guardando il film, cioè quasi vent'anni.
 

Sui titoli di testa c'è scritto che le musiche sono di Luis Bacalov, ma noi stiamo ascoltando Mahler e di Gustav Mahler sono gran parte delle musiche del film, oltre al Rossini del "Barbiere di Siviglia" e a canzoni e musiche popolari. Di Luis Bacalov, insomma, c'è ben poco. Nei titoli di coda si trova finalmente il nome di Gustav Mahler, anche se in piccolo: "estratti dalle sinfonie n.1, n.4 e n.7". Non ci sono notizie, purtroppo, sul Barbiere di Siviglia che vediamo in teatro; io ho riconosciuto Enzo Dara, se qualcuno mi segnala gli altri interpreti lo ringrazio fin d'ora. La sequenza in teatro arriva dopo 30 minuti dall'inizio, con il concertato "Mi par d'esser con la testa"; al termine c'è l'intervallo e si riprende molto brevemente con "pace e gioia sia con voi", subito tagliato per far proseguire la narrazione. Nei titoli di coda si nomina anche il Coro Antonio Illesberg di Trieste dir. Mario Strudthoff, e si aggiunge "Consulenza per i canti popolari prof. Claudio Nolani".

 


 
 
 

martedì 28 gennaio 2020

Il Conte di Montecristo (1966)


 
Il conte di Montecristo (produzione Rai, 1966) Regia di Edmo Fenoglio. Tratto dal romanzo di Alessandro Dumas. Sceneggiatura di Edmo Fenoglio e Fabio Storelli. Fotografia di Mario Bernardo. Costumi di Danilo Donati. Musiche di Gino Marinuzzi jr, con inserti di Rossini, Donizetti, Mozart. Interpreti: Andrea Giordana, Giuliana Lojodice, Sergio Tofano, Enzo Tarascio, Achille Millo, Fosco Giachetti, Carlo Ninchi, Quinto Parmeggiani, Lino Capolicchio, Ugo Pagliai, Ruggero Miti, Alberto Terrani, Luigi Pavese, Anna Miserocchi, Silvia Silveri, Maddalena Gillia, Giustino Durano, Mario Scaccia, Nino Besozzi, Mila Stanic, Mariolina Bovo, Giorgio Favretto, Riccardo Garrone, Carlo L. Bragaglia, e molti altri. Durata: otto puntate di durata variabile tra 60' e 70'

La produzione Rai del "Conte di Montecristo", datata 1966, ebbe enorme successo e diede grande popolarità al suo protagonista, Andrea Giordana. Visto da oggi, lo sceneggiato ha il grande merito di rispettare il romanzo originale: "Il Conte di Montecristo" ha avuto infatti numerose versioni, sia al cinema che per le varie televisioni, ma troppo spesso (soprattutto in anni recenti) la trama e i personaggi vengono modificati, si inseriscono particolari inutili, si fanno tagli che rendono incomprensibile la vicenda. I tagli, soprattutto al cinema, ci possono stare; il romanzo di Dumas è chilometrico e la durata media di un film non consente di mettere in scena tutta la storia. Altra cosa è invece modificare trama e personaggi, come se "Il Conte di Montecristo" non fosse già abbastanza ricco di azione e di possibilità narrative; ma oggi, in mancanza dell'autore che sorvegli su cosa succede, la modifica anche sostanziale è diventata un'abitudine e non solo per Dumas.


Un altro motivo per rivedere questa edizione Rai è la presenza di molti attori grandi o grandissimi, o anche soltanto molto bravi. Il più grande è sicuramente Sergio Tofano, che interpreta l'abate Faria nella seconda puntata: non solo un attore leggendario, ma anche scrittore, pittore e autore delle tavole del "Signor Bonaventura". Meritano una menzione Giuliana Lojodice, Fosco Giachetti, Carlo Ninchi, Anna Miserocchi, Mario Scaccia, e i due "cattivi" Achille Millo ed Enzo Tarascio. Achille Millo (Danglart) è un attore purtroppo dimenticato, ma qui si può vedere la sua bravura; negli archivi Rai c'è anche un'edizione da concerto di "Pierino e il lupo" di Prokofiev con Millo voce recitante, ed è un'altra occasione per constatare il suo valore. Enzo Tarascio (Vilfort) è un attore che ho avuto il piacere di vedere diverse volte in scena: era di casa al Piccolo Teatro di Milano, uno dei fedelissimi di Strehler; qui recita in una parte da protagonista e può mostrare tutto il suo valore.

 
Nella sesta puntata, proprio all'inizio, è stato inserito un piccolo concerto da camera, con tre brani. L'insieme porta via diverso tempo, forse altri registi lo avrebbero tagliato o non l'avrebbero inserito nel montaggio finale, ma devo dire che non dispiace. Penso che questo piccolo concerto sia dovuto alla presenza di Silvia Silveri nella parte di Eugénie, figlia di Danglart. Il nome mi era ignoto, ma la cantante è di buona scuola e si sente; del resto basta ragionare un po' sul cognome per arrivare alla spiegazione: Silvia è figlia del grande baritono Paolo Silveri. In seguito, non ha fatto l'attrice se non sporadicamente, ma ha continuato la carriera di musicista. L'altro personaggio che canta con lei è Lino Capolicchio, che impersona Benedetto (personaggio negativo, ma qui non lo si sa ancora) sotto le mentite spoglie di Andrea Cavalcanti. Capolicchio s'impegna ma non è un cantante; all'epoca era un attore in ascesa, e negli anni '60 fu infatti protagonista di numerosi film. Dopo gli anni '70 però la sua carriera si arresta, i film con Lino Capolicchio sono sempre meno ad ogni anno che passa, ed è un peccato. Capolicchio è comunque ancora in attività, e la sua filmografia presenta molti ruoli interessanti.

 
La puntata inizia mentre Silvia Silveri canta un'arietta da camera di Rossini, dai "Peccati di vecchiaia" (Péchés de vieillesse) scritti a Parigi quando l'autore si era ormai ritirato dalle scene. Nei "Peccati di vecchiaia" e negli anni parigini di Rossini c'è molta grande musica, ma questa è un'arietta di puro divertimento, senza impegno: si intitola "La chanson du bébé" ed è l'imitazione di un bambino che ha appena iniziato a parlare e le parole (facilmente comprensibili) sono quelle che può pronunciare un bimbo di quell'età: mamà, pipì, cacà. I presenti la ascoltano come se fosse un capolavoro, compresi Montecristo e Danglart seduti su due sedie a parte. Poi tocca a Lino Capolicchio che canta meglio che può un'aria da camera di Donizetti:
Raggio d’amor parea
nel primo april degli anni
Ma quanto bella ell’era
maestra era d’inganni
sul volto avea le rose
le spine ascose in cor.
Vieni, l’antico amore m’arde le fibre,
ingrata, vieni, mi mi svena il core,
tiranna idolatrata,vieni, mi svena, ingrata,
così morrei d’amor.
La melodia fu composta quando Donizetti era ancora studente, ma poi venne riutilizzata ed inserita nell’opera Ugo conte di Parigi, nel 1832, e poi anche ne Il furioso all’isola di San Domingo (1833), proprio su libretto di Jacopo Ferretti, da una commedia anonima su Don Quixote. (notizie da http://spazio-forum.blogspot.com/
Il concerto termina con i due insieme che intonano "Là ci darem la mano", dal "Don Giovanni di Mozart; come prevedibile, Capolicchio si arrangia ma stare dietro a una cantante vera come Silvia Silveri è dura. Alla fine, Eugénie Danglart si accomiata dall'uditorio con un vocalizzo molto simpatico e molto ben riuscito sopra "vado nella mia stanza".
 
 
Nella settima puntata, il Conte di Montecristo è all'Opera e ascolta probabilmente "Il Conte Ory" di Rossini, lodando il tenore Duprez, ma sui titoli di coda non c'è niente e mi è impossibile recuperare gli interpreti di questa esecuzione, probabilmente uno dei molti concerti che sono nel catalogo Rai. Non si vedono scene d'opera nel filmato, il Conte è ripreso nel palco e la scena non viene mai inquadrata. A quel tempo la Rai era molto attiva e produceva, con le sue orchestre, opere intere, musica da camera, concerti di canto, sinfonie e oratori ancora oggi reperibili in registrazioni molto valide, spesso di riferimento: visto da oggi, sembra incredibile; ma ormai i dirigenti Rai vengono tutti dalla scuola delle tv commerciali, e il servizio pubblico è ridotto a poca cosa.

 
Gilbert Duprez (1806-1896) è stato un tenore leggendario: debuttò nel 1825 e fu protagonista, nel 1831, della prima rappresentazione del "Guglielmo Tell" di Rossini, una parte impervia. Duprez è rimasto famoso per l'emissione del "do di petto": ai primi dell'Ottocento le note acute dei tenori erano ancora interpretate in falsetto o in falsettone, mentre Duprez iniziò ad emetterle con la voce normale, "a piena voce". Duprez, come spiega la Garzantina della Musica, fu il primo tenore romantico, ottocentesco, anticipando la vocalità poi usata da Giuseppe Verdi. Sempre la Garzantina dice che Duprez cantò sulle scene dell'Opera di Parigi fino al 1849.
Le musiche originali del "Conte di Montecristo" sono di Gino Marinuzzi jr (1920-1996), figlio del grande direttore d'orchestra Gino Marinuzzi (1882-1945)








giovedì 12 settembre 2019

L'ospite (Liliana Cavani)


 
L'ospite (1971) Regia di Liliana Cavani. Scritto da Liliana Cavani Fotografia di Giulio Albonico (bianco e nero). Musiche di Rossini e di altri autori non indicati. Interpreti: Lucia Bosè, Glauco Mauri, Peter Gonzales, Alvaro Piccardi, Lorenzo Piani, Giancarlo Caio, Giampiero Frondini, Alfio Galardi, Maddalena Gillia, Maria Luisa Salmaso. Durata: 1h30'

"L'ospite" è un film Rai diretto da Liliana Cavani nel 1971; nella filmografia della regista emiliana arriva dopo "Francesco d'Assisi" (1966), Galileo (1968), I Cannibali (1970), e precede "Milarepa" (1974) e "Il portiere di notte" (1974). Il tema è quello della malattia mentale e dei manicomi, tema molto d'attualità in quegli anni per via della riforma che prese il nome dallo psichiatra Franco Basaglia, l'apertura dei manicomi (fino a pochi anni prima impensabile) e la vita degli internati dopo la liberazione. Su questo contesto, però, Liliana Cavani costruisce un soggetto drammatico originale; il film non è quindi un documentario come si potrebbe pensare dalle sequenze iniziali, ma un vero film con attori e con una storia narrata, molto probabilmente presa dal vero.

 
La storia è quella di Anna (interpretata da Lucia Bosè), entrata giovanissima in manicomio e rimasta rinchiusa per vent'anni; non è pazza, aiuta gli altri pazienti, fa lavori nell'ospedale psichiatrico e riceve regolare retribuzione, e tra breve potrebbe essere dimessa e tornare a fare una vita normale. E' ancora molto bella, ha modi gentili ed educati, si prende cura amorevole di un giovane paziente che ha gravi difficoltà fisiche; tutti questi particolari attirano l'attenzione di uno scrittore (Glauco Mauri) che sta frequentando il manicomio per scrivere un saggio sulla condizione dei malati di mente. Quando viene dimessa dall'ospedale, Anna è contenta ma nel contempo è triste perché deve abbandonare il ragazzo malato (Peter Gonzales); viene accolta nella casa del fratello minore, sposato e con un figlio, ma sorgono subito contrasti. Anna vorrebbe fare una vita libera, da persona normale, ma il fratello e la cognata si preoccupano del suo possibile comportamento; infine, un vicino di casa (sposato e amico dei suoi parenti) le mette le mani addosso e lei si ribella. La verità viene a galla, ma Anna non viene creduta e dalla situazione nascono altri problemi. A questo punto Anna esce di casa e non torna più.
Qui rientra nella narrazione lo scrittore, che ha seguito Anna nella casa del fratello e riesce finalmente a rimettere insieme la vita della giovane donna. Anna e il fratello, da bambini, erano rimasti orfani ed erano andati a vivere nella casa degli zii, in campagna. Aveva avuto una storia d'amore con un cugino, finita male; da qui i tentativi di suicidio e la depressione che l'avevano portata al manicomio. Oggi non sarebbe così, ma negli anni '50 e '60 bastava molto meno per finire in manicomio (si veda anche "Europa 51" di Roberto Rossellini, con Ingrid Bergman protagonista) e non uscirne più. Ed è infatti in quella casa di campagna, una casa molto grande e ricca, che verrà ritrovata Anna; lo scrittore, che ha intuito dove potesse essere, dice al fratello di Anna "spero di arrivare prima della polizia", ma così non sarà. Avvisati dal fratello, i poliziotti trovano Anna e la riportano di forza in manicomio.

 
A un'ora dall'inizio, cioè quando Anna entra da sola nella casa di campagna dove ha vissuto da bambina, Liliana Cavani inserisce una lunga sequenza fantastica: Anna ritrova uno spartito del "Pelleas et Melisande" di Debussy per canto e pianoforte, probabilmente qualcosa che le apparteneva. Ne nasce una sua fantasia, con se stessa nei panni di Mélisande (dai lunghi capelli) e il giovane malato del manicomio come Pélléas; vediamo la sequenza iniziale e l'incontro con Golaud, poi altre scene con Lucia Bosè nei panni della madre anziana e velata di Golaud, gli incontri con Pélléas. Queste sequenze sono alternate con le visite dello scrittore alla casa del fratello di Anna, dove un po' alla volta veniamo a sapere che cosa è successo; il fratello e la cognata hanno già deciso di scaricare Anna e di rimandarla in manicomio, se e quando verrà trovata. Nella sequenza finale, Anna è tornata accanto al letto del giovane malato.
Non si ascolta musica di Debussy, nel corso del film; si segue la narrazione di Maeterlinck (autore della versione in prosa di "Pelleas et Melisande") ma si ascolta invece altra musica. Curiosamente, è Rossini: dopo aver ritrovato lo spartito, Anna mette un disco sul grammofono e si ascolta Rossini, l'ouverture da Cenerentola.

 
Nei titoli di testa del film è scritto che le musiche del film sono di Gioacchino Rossini, ma è vero solo in parte. Si ascolta molta musica, ma l'elenco completo non è indicato da nessuna parte e devo andare un po' a memoria, cosa non facile. Provo a stilare un piccolo elenco: nei titoli di testa, musica da camera che potrebbe essere di Rossini oppure di Cherubini; le Danze slave di Dvorak (o forse le danze ungheresi di Brahms?), e qualcosa che sembra una variazione da "Ein Mädchen oder Weibchen" di Mozart (il Flauto Magico) forse di mano di Beethoven. Gli arrangiamenti di questi brani lasciano un po' sconcertati e non è facile capire al volo di cosa si tratta con sequenze così brevi; se qualcuno potesse correggere i miei errori ne sarei contento.

 
Nel film sono inserite anche delle canzoni: nella sequenza della spiaggia si ascolta un grande successo di pochi anni prima, "Venus" degli olandesi Shocking blue; "Banoyi" è cantata dalla sudafricana Miriam Makeba.
Il film è girato a Pistoia, le automobili sono targate Pisa; non viene indicato il luogo reale dove è stato girato il film, forse per rispetto nei riguardi degli ammalati. L'insieme fa pensare spesso a Mario Tobino, scrittore e psichiatra, e ai suoi libri (Le libere donne di Magliano, Per le antiche scale, e altri ancora), che venivano pubblicati in quegli stessi anni; il soggetto è però di Liliana Cavani, e di Tobino non si fa menzione nel film.


Si tratta di un bel film, ancora oggi, anche se con qualche difficoltà iniziale per lo spettatore; ma gli attori sono ottimi, in particolare Lucia Bosè (che ricorda ruoli simili di Alida Valli), e lo stile di regia asciutto e preciso è prezioso. Visto di recente su Raitre (alle tre di notte! per fortuna ho ancora il videoregistratore), va detto che la pellicola necessiterebbe di un restauro. In questo periodo restaurano anche cose che non ne avrebbero bisogno (Showgirls, Fantozzi, i Vanzina...), e io direi proprio che sarebbe il caso di prendersi cura dei film importanti, prima di passare ad altro.
 


 

sabato 22 dicembre 2018

Piccolo mondo antico


Piccolo mondo antico (1940) Regia di Mario Soldati. Tratto dal romanzo di Antonio Fogazzaro. Sceneggiatura di Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Alberto Lattuada, Mario Soldati. Fotografia di Carlo Montuori e Arturo Gallea. Musiche per il film di Enzo Masetti. Supervisione musicale di Fernando Previtali. Interpreti: Alida Valli, Massimo Serato, Ada Dondini, Mariù Pascoli, Annibale Betrone, Giacinto Molteni, Elvira Bonecchi Durata: 1.40'

"Piccolo mondo antico" di Mario Soldati, tratto dal romanzo di Fogazzaro, contiene una parte musicale di qualche interesse. Il protagonista maschile è infatti un musicista, pianista e compositore, e la protagonista femminile è una cantante. Nel film vediamo lui suonare il piano diverse volte, e ascoltiamo lei cantare, ma da un'altra stanza e una sola volta. La curiosità maggiore riguarda però la bambina al centro del film, interpretata da Mariù Pascoli: un'attrice che dopo una breve carriera cinematografica (1941-46) divenne insegnante di clavicembalo al Conservatorio. Dato che siamo negli anni '40 e '50, il pensiero corre subito a Wanda Landowska e alla rinascita del clavicembalo, che avviene proprio in quegli anni; però Wanda Landowska era già in America in quegli anni, spinta lontano dall'Europa dalla stupidità dei nazifascisti. Il nome completo dell'attrice bambina era Maria Letizia Pascoli, il nome Mariù viene certamente dalla sorella del poeta (solo omonimo e non parente, a quel che mi è dato sapere).


"Ombretta sdegnosa del Missipipì" è un'aria da un'opera di Rossini, "La pietra del paragone" (1812) su versi di Luigi Romanelli. Il personaggio che la canta si chiama Pacuvio, "poeta ignorante" secondo la definizione dello stesso Romanelli in locandina:
Ascoltate come, in lingua patetica e burlesca,
parli all'ombra del mago una fantesca.
Ombretta sdegnosa del Missipipì
non far la ritrosa ma resta un po' qui.
Non posso, non voglio, l'ombretta risponde:
son triglia di scoglio, ti basti così.
E l'altro ripiglia: Sei luccio, non triglia -
qui nasce un insieme, chi piange chi freme.
Fantesca: sei luccio
Ombretta: son triglia
Fantesca: ma resta
Ombretta: ti basti, ti basti, t'arresta. Non dirmi così.
(La pietra del paragone, scena VIII, atto I)
Il "poeta ignorante" Pacuvio, personaggio grottesco e caricatura di un librettista d'opera, è molto contento delle sue trovate; le trova divertenti anche lo zio Piero (in realtà il prozio, interpretato da Annibale Betrone) e le racconta alla nipotina come filastrocca per bambini. Alla bambina piace, e per questo viene soprannominata "Ombretta" anche se il suo nome vero è Francesca. Il destino sarà tragico con la bambina, queste scene rappresentano i momenti felici prima che la situazione precipiti.
 

In una delle prime scene del film, alla cena per un'ipotesi di fidanzamento, si accenna a un Lied di Kalkbrenner, che però nessuno ha voglia di eseguire e quindi non lo ascoltiamo neppure noi. Il fidanzamento salterà subito, rimane la curiosità per il nome del musicista che la Garzantina descrive così: «Friederich Kalkbrenner (1785-1849), pianista e compositore tedesco. Figlio di Christian (1755-806), compositore e autore di trattati storici e teorici sulla musica, studiò a Parigi e a Vienna, dove intraprese l'attività concertistica e fu aiutato da Beethoven, Haydn e Albrechtsberger. Visse poi a Parigi, Londra, e di nuovo a Parigi dopo il 1823, giungendo ad altissima fama come insegnante (Chopin ebbe da lui consigli tecnici) e godendo della stima di Liszt, Schumann, Mendelssohn. Compose studi, pezzi e concerti per pianoforte; fu autore di un importante metodo basato sul "guidamani", un apparecchio per regolare la posizione delle mani sulla tastiera. Introdusse innovazioni nella didattica pianistica, sviluppando in particolare la tecnica della mano sinistra, del pedale e dell'articolazione del polso.»
 

Massimo Serato suona due o tre volte il pianoforte, probabilmente Liszt (non sono riuscito a riconoscere i brani); si ascolta l'aria "Al dolce guidami castel natio" dall'opera "Anna Bolena" di Donizetti (1830), fuori scena. "Ho ascoltato la Malibran in quest'opera, ma lei è meglio" commenta un ospite lodando la padrona di casa (cioè Alida Valli, che però non vediamo cantare).
I patrioti antiaustriaci suonano un quartetto con fagotto su temi di Rossini, probabilmente con citazione dell'ouverture da "Il signor Bruschino" (gli archetti battuti sul leggio).
Si ascoltano anche due canzoni risorgimentali molto famose, "La bella Gigogin" per il soldati piemontesi a Torino, e "Addio mia bella addio", nel finale, i cui versi fanno pensare che sia in arrivo un altro figlio per la coppia dei protagonisti, dopo tante tribolazioni; ma su queste immagini, sulla barca dei militari in partenza per il fronte, termina il film.
Le musiche originali per il film sono di Enzo Masetti, musicista molto attivo nel cinema di quel periodo; la supervisione musicale è affidata a un direttore d'orchestra importante, Fernando Previtali. Mancano completamente i nomi degli interpreti e anche i titoli dei brani eseguiti (chiedo scusa per le molto probabili imprecisioni o errori che potrebbero esistere in queste cose che sto scrivendo).
 

Il romanzo di Fogazzaro è ambientato negli anni immediatamente successivi al 1848, e si svolge sui laghi lombardi (il Lago di Lugano e la Valsolda, ma nel film si parla di Como, di Menaggio, e poi si arriva a Milano in una delle scene cruciali); per il riassunto di quello che vi succede rimando a www.wikipedia.it, da cui ho tratto anche le immagini per questo post. La pellicola è molto scura e forse necessiterebbe di un restauro; va però detto che nella copia che ho visto di recente è già stato ritoccato il sonoro, ma con esiti decisamente spiacevoli. E' sparito sicuramente il fruscio di fondo, ma in compenso c'è un effetto sgradevole nei toni bassi: sembra spesso di ascoltare le voci provenienti da un megafono o dal fondo di un imbuto. Dato che anch'io ho "pasticciato" in casa con le elaborazioni elettroniche di voci e musica, ho imparato a riconoscere ed evitare questo difetto. Meglio tenersi un po' di fruscio, alle volte.

sabato 6 ottobre 2018

Cenerentola (1946)


Cenerentola (1946) Regia di Fernando Cerchio. Tratto dall'opera di Rossini. Musica di Gioachino Rossini. Riduzione per il film di Piero Ballerini, Angelo Besozzi, Fernando Cerchio, Fulvio Palmieri, Aldo Rossi. Fotografia di Mario Albertelli (bianco e nero, Ferrania pancro). Scene di Carlo Egidi, Mauro Fabri, Gastone Simonetti. Costumi di Flavio Mogherini. Interpreti: Lori Randi (voce di Fedora Barbieri), Gino Del Signore, Afro Poli, Vito De Taranto, Franca Tamantini (Tisbe, voce di Fernanda Cadoni Azzolini), Fiorella Carmen Forti (Clorinda), Enrico Formichi (Alidoro), Giuliana Rivera, Tina Zucchi. Orchestra e coro Opera di Roma, direttore Oliviero de Fabritiis; maestro del coro Achille Consoli. Durata: 1h33'

La "Cenerentola" di Fernando Cerchio, datata 1946, è una buona rappresentazione dell'opera di Rossini, quasi integrale, tutta cantata e senza parti recitate. Ne è protagonista l'attrice Lori Randi, doppiata in voce da una Fedora Barbieri agli inizi di carriera e in ottima forma. Lori Randi era una cantante di operetta, che ebbe una breve ma discreta fortuna come attrice di cinema in quegli anni; vedendola oggi sembra piuttosto dimessa, poco appariscente; si notano di più le sue "sorelle" Franca Tamantini e Fiorella Carmen Forti, e in questo siamo fedeli alla fiaba originale di Perrault, dove le sorelle di Cenerentola vengono descritte come molto belle (i difetti erano tutti nel carattere).


Il basso Vito De Taranto, che qui appare piuttosto giovane anche sotto il trucco di don Magnifico, dà una buona resa del personaggio sia in voce che come attore; un po' troppo statico è invece Afro Poli nella parte di Dandini, che se la cava bene in voce ma meriterebbe di più nella recitazione. Il tenore protagonista è Gino Del Signore, sia in voce che nella recitazione; la voce è molto simile a quella di Cesare Valletti, anche per la pronuncia delle "erre", ma dovrebbe essere proprio la sua. Nei dischi e nelle incisioni a noi giunte, Del Signore è quasi sempre un tenore comprimario (per esempio come Mastro Trabuco nella Forza del destino diretta da Serafin con la Callas, nella registrazione in studio datata 1954), ma è più che probabile che a inizio carriera gli affidassero anche ruoli da protagonista.
(qui sotto: a sinistra Del Signore, a destra Afro Poli)


Ha grande risalto, nel film, il personaggio di Alidoro (interpretato dal basso Enrico Formichi, sia in voce che come recitazione) che qui è coprotagonista, come del resto appare nel libretto integrale dell'opera. Alidoro è un vero mago, fa apparire e sparire la carrozza e compie altri prodigi, sia pure con molta discrezione; se non fosse per il bianco e nero, per il suo trucco e per i suoi costumi verrebbe da pensare ai film di quegli anni di Powell & Pressburger (i "Racconti di Hoffmann", o le coreografie di "Scarpette rosse") e ci si aspetta di sentirlo cantare "Scintilla, diamante" invece di "Vasto teatro è il mondo".
 

Uno dei punti di forza del film, un'idea molto felice, è quella di girare alla palazzina di caccia di Stupinigi e nei dintorni, in interni e in esterni; le immagini sono molto belle e molto ben fotografate. Le didascalie dell'opera parlano di tutt'altro ambiente ("barone di Montefiascone", "principe di Salerno") ma l'idea è originale e ben realizzata, ed è probabilmente merito proprio del regista piemontese Fernando Cerchio, che doveva conoscere bene Stupinigi. Anche i corni (da caccia?) usati in orchestra da Rossini si intonano bene con i panorami di Stupinigi.


 
Un'altra idea felice e ben realizzata è quella di sceneggiare il sogno di don Magnifico (l'asino con le ali) con i burattini di Maria Signorelli; ne riporto qui sotto qualche immagine.

 
 
La regia non è sempre felicissima, è spesso un po' statica e quindi in contrasto con la musica; va comunque tenuto conto del tempo che è passato e delle difficoltà nel rendere in immagini la musica di Rossini, che ha un suo ritmo tutto interno; nelle regie di oggi, per le riprese in teatro, si vedono spesso errori molto grossi e quindi, tutto sommato, preferisco questa messa in scena di Fernando Cerchio a tante riprese televisive. Allo spettatore di oggi viene comunque spontaneo il paragone con le regie meravigliose di Jean Pierre Ponnelle per molte scene (per esempio "come un'ape nei giorni d'aprile"), molto più centrate sulla musica - ma anche Ponnelle, purtroppo, appartiene ormai al passato. Molto ben sceneggiata è la sequenza del temporale, dove si vede bene qualcosa che in teatro non si può fare, cioè la carrozza del principe che rimane bloccata nel fango (è opera di Alidoro anche questa: l'incidente avviene proprio nei pressi del palazzo di don Magnifico).
 

Sempre ragionando dall'oggi (da posteri, rispetto a questo film del 1946), è strano che il cinema non abbia mai usato il soggetto di Jacopo Ferretti, librettista e drammaturgo qui molto bravo nel trasferire la fiaba di Cenerentola in un contesto più quotidiano. Guardando il film ho pensato che un ottimo Dandini sarebbe stato Eddie Murphy (che oggi avrebbe l'età per interpretare don Magnifico); al suo fianco avrei visto bene Paul Bettany, magari come Alidoro, o magari anche Jim Carrey (ma quello più sobrio di "Truman show", per esempio). Ragionando invece su un cast più vicino all'epoca del film, Walter Chiari sarebbe stato ottimo sia come Dandini che come Principe, magari sdoppiandosi nelle due parti, oppure in coppia con Carlo Campanini; per don Magnifico il primo nome a cui si pensa è ovviamente Aldo Fabrizi; poi Anna Maria Ferrero, Cesare Polacco o Arnoldo Foà come mago, magari perfino Totò ed Eduardo: c'è solo l'imbarazzo della scelta ma purtroppo tutto è destinato a rimanere nel libro dei sogni.

 
Vasto teatro è il mondo,
siam tutti commedianti;
si può fra brevi istanti
carattere cangiar.
Quel che oggi è Arlecchino
battuto dal padrone
domani è un signorone
un uomo d'alto affar.
Fra misteriose nuvole
che l'occhio uman non penetra
sta scritto quel carattere
che devi recitar.
(aria di Alidoro, dalla Cenerentola di Rossini; libretto di Jacopo Ferretti)
 
Jaques: All the world's a stage,
and all men and women merely players.
They have their exits and their entrances,
and one man in his time plays many parts,
his act being seven ages.
(William Shakespeare, As you like it, atto 2 scena 7 )