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sabato 16 giugno 2018

La vedova allegra


"La vedova allegra" (Die lustige Witwe) di Franz Lehar ebbe la sua prima rappresentazione nel 1905, a Vienna. Il soggetto originale è francese, la commedia "L'attaché" di Henri Meilhac; il libretto tedesco è stato scritto da Victor Leon e L.Stein. E' un'operetta tra le più conosciute, ed è difficile trovare qualcuno che non conosca le arie più famose, magari solo per la melodia e senza conoscerne l'autore e l'origine. La musica di Lehar è particolarmente felice, il soggetto racconta la storia di una giovane signora molto ricca, erede di una immensa fortuna, che da sola sostiene economicamente un minuscolo principato immaginario nel centro dell'Europa. La missione del protagonista, un giovane ufficiale molto amato dalle donne, sarà di evitare che la donna sposi in seconde nozze qualche straniero, togliendo così al piccolo Stato la sua principale fonte di finanziamento. L'operazione, ovviamente, andrà felicemente in porto nonostante le difficoltà iniziali: siamo dentro un'operetta, si va a teatro solo per divertirsi e qui non ci sono drammi. Deriva probabilmente da "La vedova allegra" anche la definizione di "Stato da operetta" che tutto sommato non è poi così immaginaria, nemmeno nel XXI secolo. Si può ricordare che pochi decenni prima dell'andata in scena della "Vedova allegra" erano ancora molto numerosi i piccoli Stati europei, spesso retti da un principe, e che quindi non era difficile immaginarsene un altro.


Al cinema "La vedova allegra" ha avuto una discreta fortuna, fin dagli inizi: il primo film su questo soggetto è del 1907, prima dell'avvento del sonoro esistono almeno altri cinque film con questo titolo. L'ultima "Vedova allegra" prima del sonoro è un film importante, girato da Erich von Stroheim nella nascente Hollywood, con Mae Murray e John Gilbert.
Non si può tacere, anche se manca la musica di Franz Lehar, uno dei capolavori dei fratelli Marx: "La guerra lampo dei fratelli Marx" (Duck soup, 1933) è infatti una parodia molto ben riuscita della "Vedova allegra" con Margaret Dumont vittima dei tre Marx. Consiglio a tutti di vederlo o di rivederlo, i Marx sono al loro meglio.
 

Non conosco l'edizione del 1925 diretta da Stroheim, dovrò recuperarla in rete. Conosco bene invece l'edizione sonora del 1934, regia di Ernst Lubitsch con protagonisti Maurice Chevalier e Jeanette Mac Donald. E' un film molto divertente, anche se inevitabilmente datato: la vera star è Maurice Chevalier, allora all'apice della sua fama non solo in Francia ma anche a Hollywood. Chevalier gigioneggia come suo solito ma piace, ottima anche Jeanette Mac Donald; il film è stato girato in due versioni, una in francese e una in inglese. E' un sistema che oggi può apparire strano, ma agli inizi del sonoro si faceva spesso: il doppiaggio era ancora complicato e non piaceva sempre, dunque si preferiva girare due volte il film, magari cambiando attori; con questo sistema furono girati (cioè girati due volte) anche film famosi come il secondo Mabuse di Fritz Lang, L'opera da tre soldi di Brecht con regia di Pabst, e anche il Don Chisciotte con Fjodor Shaliapin, sempre con regia di Pabst. In questo caso, per "La vedova allegra" diretta da Lubitsch, rimangono al loro posto in entrambe le versioni i due protagonisti (buffo l'accento francese di Chevalier nella versione inglese, diventato subito famoso e poi molto imitato) e cambia tutto il resto del cast.
 

L'edizione 1952 della "Vedova allegra", diretta da Curtis Bernhardt , è molto colorata, molto hollywoodiana e tutt'altro che brutta, però viene dopo la versione di Lubitsch ed è impossibile evitare il paragone. Lana Turner è una sorpresa in positivo, invece Fernando Lamas è solo un bel ragazzo, fa una buona figura ma non è certo paragonabile a Chevalier. L'edizione italiana ha buone voci come cantanti (la voce di Lamas quando recita è di Emilio Cigoli), purtroppo le voci dei cantanti non sono indicate; cercando su internet ho trovato che nell'originale la Turner è doppiata nel canto da Trudy Erwin, nella versione italiana dovrebbe essere Amalia Ciampaglio oppure Tina Centi. Danilo è un buon baritono leggero, la voce originale dovrebbe essere proprio quella di Fernando Lamas. Siamo comunque molto lontani dalle versioni migliori di Lehar, e anche dal grande mestiere di Chevalier. Nel cast Marcel Dalio (il marchese nella Regola del gioco di Renoir, e anche La grande illusione) che interpreta un poliziotto di Parigi, e Una Merkel, che era anche nel cast del film di Lubitsch: qui è l'amica e segretaria della protagonista, in Lubitsch era la regina. La bella zingara dell'inizio si chiama Sujata Rubener. Lana Turner girò questo film nel 1952, era del 1921 e qui aveva trent'anni; in molte scene la fanno recitare in deshabillee e fa una gran bella figura; bella anche la figura di Una Merkel, che si può permettere davvero di scambiare con lei gli abiti pur essendo più avanti con gli anni. Pensando a Lana Turner, si può ricordare che "l'affare Stompanato" è del 1958, sei anni dopo questo film.

Nel dettaglio, da www.imdb.com, prendo questo elenco che è sicuramente incompleto; le informazioni sono frammentarie e spesso mi è difficile anche risalire a direttori d'orchestra. Alle volte non è facile perfino capire se è un film o se è l'operetta di Lehar (si vede ogni tanto che questo sito, benemerito, è gestito da ottime persone che però non sono appassionate di musica):
1907 "The merry widow" con Louise Obermaier, Albert Kutzner
1908 "The merry widow" con Marie Ottmann, Gustav Matzner
1909 "A viuva alegre" di Antonio Leal, con Juanita Manny
1913 "The merry widow" di Emile Chautard, con Alice de Tender
1925 "The merry widow" di Erich von Stroheim, con Mae Murray e John Gilbert
1929 "The merry widow" di Robert Land, con La Jana, Harry Liedtke
1933 "Duck soup" (La guerra lampo dei fratelli Marx, regia di Leo McCarey), felicissima parodia della "Vedova allegra" che però non ha la musica di Franz Lehar.
1934 "The merry widow" di Ernst Lubitsch, in due versioni: inglese e francese. Protagonisti in entrambe le versioni Maurice Chevalier e Jeanette Mac Donald; la versione inglese è impreziosita dalla presenza dell'impagabile Edward Everett Horton (sostituito da Marcel Vallée nella versione francese), nel cast anche Una Merkel (Danièle Parola), Minna Gombell (Fifi d'Orsay), e molti altri.

 
1952 "The merry widow" di Curtis Bernhardt, con Lana Turner e Fernando Lamas
1958 "The merry widow" per la BBC, regia Charles Hickmann, con June Bronhill e Thomas Round
1960 "O viuvo alegre", regia Victor Lima, produzione brasiliana
1968 "The merry widow" per la BBC, regia di John Gorrie con Mary Costa, Jeremy Brett
1983 "The merry widow" regia di Roger Gillioz, da Ginevra, con Mikail Melbye, Maria Mc Laughlin, dir Armin Jordan
1988 "The merry widow", produzione australiana, dirige Richard Bonynge; con Joan Sutherland, Ron Stevens
1997 "The merry widow", produzione Opera Parigi con Karita Mattila, Waldemar Kmentt, Bo Skovhus; dirige Armin Jordan
2005 "The merry widow", produzione Opera Zurigo, con Dagmar Schellenberger, Rodney Gilfry; dirige Franz Welser Most
2007 "The merry widow", regia Jerome Savary, con Bo Skovhus, Petra Schnitzer, all'Opera di Dresda direttore Manfred Honeck
2007 "The merry widow", Opera Lione, dir Gerard Korsten
2015 "The merry widow" al Metropolitan di New York, direttore Andrew Davis, con Joyce Di Donato, Renee Fleming, Thomas Allen.

 
 
 


martedì 11 ottobre 2016

Una notte all'opera ( I )


A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)

1.
Chi non ha mai visto i fratelli Marx non sa cosa si è perso, ma per sua fortuna è ancora in tempo per rimediare: si consiglia soprattutto “La guerra lampo dei fratelli Marx” (Duck soup) e “Una notte all’opera” (A night ath the Opera), che sono i due più belli, ma in tutti i film dei Marx c’è sempre almeno una scena da non perdere.
Ecco, tutto quello che c’era da dire sui fratelli Marx l’ho detto: di più non c’è molto da aggiungere, a parte le biografie. Ma su questo ci sono moltissimi libri e siti internet, cos’altro scrivere? Parlerei per mesi dei Marx, riempirei il sito di foto e di filmati, ma per fortuna non ce n’è bisogno, Groucho e i suoi fratelli sono tutt’altro che dimenticati.
Una cosa però la posso fare, ed è parlare di “Una notte all’Opera” come appassionato di musica e d’opera lirica. Qui forse posso essere utile a qualcuno: capire cosa succede nel film, dal punto di vista operistico, rende il film ancora più divertente.
 

L'opera lirica in tv o al cinema, o su dvd, è quasi sempre uno strazio. Lo dico da appassionato: se ne salvano pochi, di film e dvd tratti da una cosa che è assolutamente nata e fatta per il teatro. Detto questo, e nominati per la precisione alcuni dei pochi capolavori in questo campo (Il flauto magico di Mozart-Bergman, il Don Giovanni di Mozart-Losey, il Mosè e Aronne di Schoenberg-Straub&Huillet, qualche ripresa storica di tipo documentario), questo è il film che sbaraglia il campo in maniera assoluta. E non c'è da meravigliarsi, perché l'Opera contiene in sè la follia, che ne è parte essenziale: e la follia assoluta, al cinema, sono i Fratelli Marx. Qui sono così grandi che si raggiunge la poesia; peccato soltanto che l’esecuzione musicale sia di qualità scarsa, si poteva e si doveva fare di meglio, ma pazienza.
Quel “Trovatore” (libretto di Salvatore Cammarano, musica di Giuseppe Verdi, prima rappresentazione 1853) nel finale, con Harpo che si arrampica sulle funi del palcoscenico e così facendo cambia continuamente la scena che appare sullo sfondo, davanti ai cantanti, è assolutamente magico, inarrivabile. Ma sono memorabili anche l'inizio, con Groucho che si chiede come farà il Pagliaccio a dormire con quei bottoni così grossi sul pigiama, e con la stesura del contratto fra Groucho e Chico; e la scena della cabina, che con la musica ha a che fare molto più di quanto non si pensi (che cos'è, una fuga, un concertato, un contrappunto a più voci?). La vera natura dell'opera lirica emerge nel cinema in modo così clamoroso solo poche altre volte, per esempio nei film di Sergio Leone, con gli attori che si fermano e il tempo che si dilata, come accade nelle nostre emozioni quotidiane e come accade sul palcoscenico dell'Opera Lirica. Ma è un discorso lungo, qui mi fermo e vi rimando a “Una notte all’Opera” e a tutti i film dei fratelli Marx, certamente, ma anche al concertato della Lucia di Lammermoor di Donizetti - quando le spade si sguainano, tutti i protagonisti sono in scena e sembra che stia per succedere una carneficina, ma invece inizia il grande concertato: "Chi mi frena in tal momento?".
 

La prima opera che incontriamo è “I Pagliacci” di Ruggiero Leoncavallo (1857-1919): non è un’opera buffa, come si potrebbe pensare, ma un dramma che nasce da una storia vera, un pagliaccio che uccide la sua compagna per gelosia, durante uno spettacolo in piazza. Il padre di Leoncavallo era un magistrato, e si trovò a dover giudicare questo triste fatto; e il giovane Ruggiero se ne ricordò quando cercava un soggetto per una sua opera. Leoncavallo scriveva da sè anche i testi, a differenza degli altri musicisti; e il testo dei “Pagliacci” è decisamente buono, migliore di molti altri libretti d’opera. La prima rappresentazione dei “Pagliacci” avvenne nel 1892: dato che il film è del 1935 è quindi da considerarsi musica contemporanea, più contemporanea di quanto non lo siano per noi i Beatles o Lucio Battisti.

 
 
L’allestimento che vediamo nel film è molto fedele all’originale: all’apertura del sipario si annuncia infatti “un grande spettacolo a ventitré ore” (cioè alle undici di sera: i libretti d’opera sono spesso un po’ tortuosi nell’esprimere un concetto), ed è esattamente quello che mostrano le immagini.
Le libertà verso i “Pagliacci” arriveranno dopo: il tenore famoso ma antipatico (un altro tenore più simpatico, suo rivale, è invece amico dei Marx) cadrà subito vittima delle gags di Groucho e di Chico, che non sto qui a raccontare ma che consiglio caldamente di vedere.
 

E’ da notare che Groucho canticchia più volte nel film uno dei momenti più celebri dell’opera, il famoso “Ridi pagliaccio”: però, non conoscendo l’italiano, equivoca sul titolo e canta invece “Ridi pagliacci”. Direi che non se ne accorge nessuno, una piccola imprecisione che sottolineo solo perché di solito i Marx sono dei perfezionisti assoluti e non ammettono errori.

 
 

(continua)

Una notte all'opera ( II )


A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)

2.
Nella parte centrale del film, come ben sanno gli appassionati, siamo a bordo di una nave: episodio comune, prima dell’inizio dei viaggi aerei, ancora nei primi anni ’60. Le lunghe navigazioni dall’Europa all’America (Usa e Argentina, soprattutto) hanno una ricca aneddotica nelle memorie dei più grandi cantanti e direttori d’orchestra del Novecento. In “Una notte all’Opera” si immagina che la prima parte si svolga in Italia (se ci si fa caso, nel teatro i cartelli sono scritti in italiano) e che poi ci si sposti in America.
Qui si ascoltano le canzoni scritte apposta per il film da due autori famosi in quegli anni ad Hollywood: devo dire che sono bruttine, soprattutto l’interminabile “Così cosà” che riprende e sviluppa quasi tutti i luoghi comuni sull’Italia e gli italiani. Alcune cose sono divertenti, soprattutto la grande spaghettata offerta a Chico e ad Harpo; ma questi sono i momenti del film dei quali farei volentieri a meno.


La passione per l’opera in America nasce in gran parte dall’immigrazione italiana. A questo proposito, riporto qui un frammento da questo articolo di Federico Rampini, che racconta dell’emigrazione italiana in California: « (...) Pescatori e netturbini forniscono la base di massa per un fenomeno culturale, la popolarità dell'opera. Nel 1850 all'angolo fra Jackson Street e Kearny si inaugura il primo teatro lirico della California, con La Sonnambula di Bellini. Per reclutare i coristi il direttore d'orchestra va a colpo sicuro: li prende sui moli del Fishermen's Wharf, dove i pescatori rammendano le tele cantando a memoria Ernani e La Traviata. Quando la soprano Luisa Tetrazzini annuncia che interpreterà dei brani d'opera alla vigilia di Natale del 1910, le autorità devono spostare il concerto in piazza, sulla Market Street: per ascoltarla accorre una folla di 250mila persone. Prima del miracolo economico giapponese, molto prima che la globalizzazione risvegli l'Asia tutta intera, San Francisco s'impone come la più importante piazza finanziaria affacciata sul Pacifico. Anche questo avviene grazie agli italiani. Il milanese John Fugazi nel 1893 crea la cassa di risparmio Columbus Savings & Loans. Il ligure Andrea Sbarboro nel 1899 fonda la Italian-American Bank. La figura più importante è Amedeo Giannini che nel 1904 dà origine alla Bank of Italy, poi divenuta la Bank of America, tuttora uno dei colossi della finanza mondiale. In un'epoca in cui ancora i banchieri vogliono svolgere una missione sociale, Giannini si conquista l'aureola del salvatore di North Beach. Dopo il terremoto che distrugge San Francisco nel 1906, lui dà fondo alle riserve per prestare senza garanzie a tutte le famiglie di pescatori della zona. Grazie ai suoi aiuti nella ricostruzione, il quartiere italiano è il primo a rinascere dalle macerie. Anche nel ruolo della California come laboratorio di rivoluzioni tecnologiche, c'è un'impronta italiana. Per esempio quella di Giovanni e Teresa Jacuzzi, immigrati nel 1907 da Casarsa nel Friuli coi loro tredici figli. Una dinastia d'ingegneri con la passione dei motori a propulsione. Ne inventano per estrarre 1'acqua dai pozzi e irrigare 1'agricoltura più fertile d'America. Poi li usano nell'aviazione, fondano la compagnia aerea Jacuzzi Brothers che collega con voli di linea San Francisco e Oakland, Richmond, Sacramento. Abbandonano gli aerei nel 1921, dopo un tragico incidente sul parco Yosemite. (...)»
Federico Rampini, La Repubblica, 27.12.2009
Il personaggio di Chico Marx, nell’originale, è la caricatura dell’immigrato italiano; dal suo accento improbabile nascono alcune delle sue gags migliori, ma per noi italiani non è facile tradurle. All’inizio di “Una notte all’opera”, anche Harpo diventa italiano: lo scambio dei salami con Chico è significativo, oltre che divertente. Cos’altro potrebbero regalarsi, due italiani che non si rivedono da tanto tempo?

 
Alla festa a bordo del transatlantico seguono i numeri musicali di Chico e di Harpo, che sono molto belli, tutti da vedere. Harpo e Chico erano eccellenti musicisti, a differenza di Groucho; qui abbiamo un bel saggio della loro bravura. Si inizia con Chico che suona il pianoforte in maniera buffa: ed è molto bello ascoltare il sonoro originale del film, con le risate autentiche dei bambini. Avendo tentato di imparare a suonare il pianoforte, tanti anni fa, devo dire che questi sono i momenti in cui sospiro e provo una vera invidia (di quelle verdi). Specifico meglio: ho molto ammirato ma non ho mai invidiato Pollini o Arrau o Benedetti Michelangeli; ho invidiato Horowitz e Artur Rubinstein; ho amato molto Sviatoslav Richter; ma quello che avrei voluto veramente fare è quello che fa Chico Marx, suonare per far ridere i bambini. E Chico non solo suona bene, ma è anche molto divertente: senza bisogno di smorfie o di parolacce, stando sulla musica, semplicemente suonando.

 
 
Dopo Chico, è il turno di Harpo: che prima gioca e scherza con il pianoforte, poi passa al suo strumento: l’arpa. In quasi tutti i suoi film Harpo Marx suona l’arpa, che aveva imparato a suonare da autodidatta, quindi in maniera tecnicamente poco ortodossa, ma sa suonare comunque bene: e nel suonare diventa serissimo, si vede che ci teneva molto e che gli piaceva. Ed anche per me è un piacere, ogni volta, rivederlo e ascoltarlo suonare.
Per chi non ne sapesse niente, va ricordato che l’arpa non è uno strumento riservato solo alle signore: uno dei più grandi solisti d’arpa fu lo spagnolo Nicanor Zabaleta, e in un altro campo, la musica del Nord Europa, un famoso suonatore d’arpa è il bretone Alan Stivell.

 
(continua)

Una notte all'opera ( III )


A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)

3.
In “Una notte all’Opera” il momento clou è senz’altro “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi. Mentre per “I pagliacci” di Leoncavallo ci eravamo limitati a vedere un allestimento tradizionale, qui la fantasia dei Marx si scatena: ma è una sequenza di quelle che non si possono raccontare, tutta da vedere, da non perdere.

“Il Trovatore” nasce da un romanzone spagnolo di ambientazione medievale del quale si è persa la memoria; la sua prima rappresentazione è nel 1853. Il libretto è stato scritto da Salvatore Cammarano, la storia è quella di due fratelli che non sanno di essere fratelli, perché uno di loro fu rapito nella culla. Il fratello rapito, allevato dagli zingari, è un trovatore: cioè un poeta e cantante, che fa innamorare di sè la bella Leonora. Leonora vive nel castello del Conte di Luna: che è il fratello del Trovatore, ma non lo sa. Lo sfondo di questa storia è una guerra civile che non saprei identificare; e gran parte vi hanno gli zingari, che vediamo in gran numero sul palcoscenico. Agli zingari del Trovatore, Giuseppe Verdi ha dedicato molta musica e un coro famoso; a questa musica si associano di solito danze e balli, in palcoscenico. Ed è quello che vediamo anche in “Una notte all’Opera”, con la differenza che Harpo e Chico si intromettono nella coreografia. Qualcosa di simile avviene anche in “Il Milione” di René Clair, di qualche anno precedente: un altro capolavoro, anch’esso da non perdere.
 
 
La zingara Azucena è protagonista nel “Trovatore”: una parte bellissima, che tutte le cantanti (il ruolo è per mezzosoprano) cercano di interpretare prima o poi nella loro carriera. Ha dei caratteri stregoneschi, ma non è un personaggio del tutto negativo: è stata una madre affettuosa per Manrico (il trovatore), e la sua cattiveria nel corso dell’opera è motivata da gravi angherie subite in passato. Tutto questo viene spiegato nel libretto, e non mi dilungo: questo accenno serve soltanto per capire le smorfie che fanno i Marx (tutti e tre) all’apparire di Azucena; che a dire il vero è truccata in modo molto greve ed esagerato. Non è affatto necessario conciare così la povera zingara, che nell’opera ha molta dignità; ma nel film ci può stare.
L’ultima scena del “Trovatore” che vediamo nel film è il famoso “miserere”, una delle più belle pagine verdiane. Il trovatore è stato catturato dal Conte e confinato in una torre; Leonora vive con lui questo momento di passione, mentre il coro (fuori scena) intona un canto sacro in latino, appunto il “Miserere”. Che sarà anche il bis, ad opera finita, eseguito tra gli applausi per il tenore (quello simpatico) e per il soprano. Applausi tutt’altro che giustificati: si tratta di un’esecuzione molto scadente, ed è un peccato. “Una notte all’opera” , con tutte le sue invenzioni e la sua fantasia, avrebbe meritato un cast di tutt’altro livello. Gli interpreti vocali di questa scena rimangono anonimi: non sono citati nei titoli di coda, ed è meglio che sia così. Meglio per noi, e per loro (ma è probabile che siano gli attori stessi che vediamo in scena).


E’ notevole la somiglianza (più che voluta) del direttore d’orchestra con Arturo Toscanini. Questi fermo immagine potrebbero facilmente trarre in inganno, ed essere pubblicate su qualche rivista spacciandolo per una vera foto del Maestro, tra i più grandi del Novecento. Il vero Toscanini in quegli anni stava lasciando l’Italia, e (dopo l’Anschluss) anche l’Europa: nazisti e fascisti lo spinsero a cercare rifugio in America, dove gli furono tributati grandi onori e dove la rete tv NBC creò un’orchestra apposta per lui.
Harpo e Chico si infiltrano nell’orchestra, e creano danni: questo è lo spartito (si direbbe legato al baseball) che viene eseguito dall’orchestra “per errore”.
 
 
In ultima analisi, basterà una riga per ribadire quello che tutti gli appassionati di cinema già sanno: “A night at the Opera” è uno dei più grandi film della storia del cinema, ma solo quando ci sono in scena i fratelli Marx.