Non sono tra i fan delusi di Santoro, per tre semplici motivi. Il primo è che non sono una fan: mi sono mai "illusa" sulle qualità politiche e morali dell'uomo, il secondo è che rispondere ad un input economico è tristemente banale, direi quasi automatico: dovrei dire io di no a milioni di euro, per criticare lui. Il terzo è che nessuno, in Italia, è minimamente in grado di contrastare un potere mediatico, politico, economico, di minaccia ed estorsivo di queste proporzioni.
Ed è sorprendente che ci si soffermi sulle scelte di un uomo che - se pur professionalmente bravissimo - non ha mai brillato per limpidità, chiarezza e onestà intellettuale mentre non si rilevi il fatto - quello sì atrocemente preoccupante - che la RAI - affogata di debiti - paghi oro per liberarsi della trasmissione ...che procura il maggior numero di introiti pubblicitari di tutto il palinsesto.
Parliamo di una azienda che sta morendo, a causa del fatto che i suoi gangli nervosi - parassitati dalla concorrenza - sono preposti ad ucciderla.
Da tempi non sospetti la RAI nutriva il morbo che un giorno l'avrebbe uccisa: la concorrenza tra le reti, la lottizzazione, hanno fatto di una azienda che pure aveva un enorme bagaglio di professionalità una specie di corpo conteso dagli appetiti di tutta la classe politica, nessuno escluso. Ma i germi che la infettavano prima di Berlusconi avevano comunque interesse a mantenere in vita l'organismo, mentre questo lavora al puro scopo di ucciderlo.
Questa, è la cosa grave e rilevante: non le scelte banali e scontate di una star televisiva gigiona, populista e di successo.
giovedì 20 maggio 2010
parassiti
Pubblicato da
Rosa
alle
09:34
9
commenti
Etichette: deliri, politica italiana, televisione
venerdì 14 maggio 2010
un disprezzatissimo shoppa
La verità è che mi piacerebbe moltissimo trovare un sistema paraculo per fermare la marea nera, ma oltre ad essere scarsa in economia, sono un ingegnere di nessun pregio e pertanto sono costretta a mantenere - anche qui - un basso profilo. E così, dopo lunghe riflessioni sull'incongruità del trivellare oceani per produrre un oggetto - il famigerato sacchetto di plastica - che viene prodotto al solo scopo di portare le mie cose dal negozio a casa e poi finisce nell'immondizia, mi sono comprata uno splendido shoppa rosso profumato di cumino, che porto fedelmente in borsa.
Incredibile a dirsi, l'esser - se pur lo ammetto assai miseramente - virtuosi produce negli altri un disgusto realmente incontenibile: ieri mi presento in cassa con un paio di bragazze (in una catena di strazze da due soldi, preciso) pago, e quando la commessa tira fuori il suo pezzo di petrolio sorrido e dico "no grazie". Mentre mi guarda esterrefatta e perplessa, mi sposto più in là per fare posto alle clienti successive, estraggo il mio rutilante shoppa, e ci infilo dentro la braga, percependo una scia di brusio alle mie spalle. Mentre scendo le scale, mi raggiungono le due tipe e - volutamente a voce alta, per manifestare il loro sommo disprezzo: "ma guarda questa, pur di non prendere il sacchetto di plastica, dove mette la roba". Non ho avuto la forza di rispondere, ma la cosa mi ha lasciato assai perplessa: capisco avessi fatto paternali, rotto il cazzo, ostentato virtù, fatto concioni ecologiste, ma può accadere che sia socialmente obbligatorio portare la merce nel sacchetto fornito dal negoziante? Quale segreto rituale ho violato, osando portare la mia merce in un pezzo di petrolio riciclabile invece di riempimi la casa di immondizia?
Pubblicato da
Rosa
alle
10:51
8
commenti
Etichette: deliri, vita quotidiana