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martedì 18 luglio 2023

comunismo e ambiente

Pensare che sono cresciuto con l'idea utopica che comunismo fosse: "se ci uniamo, possiamo salvare il mondo dai padroni" invece comunismo, mi accorgo adesso, in fondo era: "se ci uniamo, il mondo possiamo mangiarcelo noi al posto dei padroni".

Aggiungo che la posizione assolutamente cinica, ironica e francamente assurda di alcuni sedicenti ultimi comunisti, che nega qualsiasi responsabilità dell'uomo nell'inquinamento del pianeta (negando dunque l'idea stessa di ecosistema) e quindi rifiuta la possibilità che qualsiasi buona pratica di comportamento sociale possa influire sulla vita degli altri mi pare in fondo una forma di egoismo mascherata dalla lotta di classe.

sabato 19 marzo 2022

quando l’ignoranza regna somara

“Ma se l’Ucraina è così tanto democratica – mi scrive uno molto furbo – perché hanno vietato il Partito Comunista?” Gli rispondo che anche Brodskij, che era russo, odiava i Comunisti perché da loro era stato perseguitato ed esiliato, anzi se c’era una cosa che trovava rivoltante del nostro Paese – lui che lo amava tanto – è proprio che l’Italia avesse un Partito Comunista fra i più attivi d’Europa. Non riusciva ad accettare quella che ai suoi occhi era una contraddizione fra bellezza e barbarie. “Ma sei sicuro – mi chiede il molto furbo – che non sia una fake news? Che ne sai tu di chi c’è dietro a questo Brodskij?” Ecco, questo è il punto in cui non ce la posso fare, non so più che rispondere. Come glielo spieghi a uno che non ha mai letto un libro chi era Iosif Brodskij, poeta, morto nel 1996 e sepolto a Venezia? Come glielo fai capire se nemmeno gli interessa saperlo perso com’è nelle sue trame geopolitiche? Circa un mese fa, quando è scoppiato questo conflitto c’era gente benintenzionata che scriveva: “Prima di sparare a zero su tutto, informatevi”. Ma a chi lo dicevano? Al popolo più analfabeta d’Europa, quello che nelle classifiche dei lettori è all’ultimo posto del continente e al primo fra i consumatori di telefonia mobile? Ci lamentiamo della propaganda russa o americana e non ci accorgiamo che noi siamo le vittime perfette di qualsiasi propaganda, perché abbiamo un solo canale di conoscenza del mondo: lo smartphone, e chi controlla i social controlla tutti. Tolti quelli, nel paese tanto amato da Brodskij, resta il nulla, il medioevo, il Vaticano (con buona pace di Papa Francesco che a modo suo ci prova a rinnovarlo ma è una partita persa in partenza perché il Vaticano siamo noi che pontifichiamo su tutto, dall’alto della nostra superiorità cacata dal Cielo).

domenica 24 gennaio 2021

il nemico

Leggo un articolo di Tony Judt, storico inglese di stampo socialista (morto una decina di anni fa) dove Judt racconta di un corso in cui prova a spiegare La mentre prigioniera di Czeslaw Milosz, descrivendo la propria difficoltà ad affrontare l’incredulità dei suoi studenti verso il sentimento del libro. La mente prigioniera è un saggio dei 1951 che – attraverso il ritratto di cinque intellettuali polacchi: quattro (chiamati Alfa, Beta, Gamma e Delta) adattatisi al potere stalinista, e un quinto (Witkiewicz) morto suicida – affronta l’asservimento a un sistema ideologico, o meglio ancora descrive il processo di seduzione di questo sistema ideologico sulla mente di quegli intellettuali che hanno ceduto (o per convenienza, o per paura dell’esilio, o per convinzione, o per sfiducia e inadeguatezza) parte della propria libertà di pensiero e del proprio senso critico a un sistema ideologico che li ingloba, in cui si sono ritrovati a vivere loro malgrado, ma alla cui visione si adeguano fino a farla propria. Tutti, inevitabilmente, entrando volontariamente all’interno di quella particolare gabbia e adattando il proprio campo visivo ai limiti imposti dalle sbarre, hanno finito per autoconvincersi che quella gabbia fosse l’unica realtà possibile. Nella prefazione al volume, Milosz racconta che quando uscì, in piena guerra fredda, il libro non piacque a nessuno, né ai comunisti che si sentirono insultati, né agli anticomunisti che avrebbero preferito un più deciso (e ideologico) atto di accusa contro Stalin, e non un saggio che prova a cogliere, invece, le sfumature di un processo mentale che avevano vissuto, in vari modi, tutti i popoli d’Europa nei trent’anni precedenti. Ecco che Judt ci racconta il seguito di quel processo, mezzo secolo dopo. Provando a discutere di questo saggio coi suoi giovani studenti, la difficoltà maggiore dice, è stata riuscire a definire l’idea di seduzione ideologica. I suoi studenti, infatti, cresciuti in un mondo post ideologico, pur capendo in sintesi cos’è una ideologia, affrontavano con incredulità o scetticismo la reale possibilità che qualcuno potesse immolarsi per una ideologia, ma anche “contro” una ideologia. La trovavano, portando all’estremo la propria insofferenza, una cosa inutile e insensata. Non attribuendo alcun valore a una qualsiasi ideologia, non riuscendo a capire che motivo ci fosse a lottare pro o contro una ideologia, non vedevano più nemmeno il nemico reale che avevano di fronte. Perché, anche se meno vistoso, ma altrettanto seducente, più sottile e infido, liquido, anche il consumismo è una ideologia, così come il liberismo selvaggio. Gli studenti astrattamente capivano di vivere a loro volta in una gabbia ideologica, ma nel concreto – o per paura o per convenienza – non vedevano né limiti, né soluzioni, né alternative, né vie di fuga da questa loro gabbia. E allora, concludendo, c’è da chiedersi: se non riesco più a vedere il mio nemico (perché magari il mio nemico è dentro di me, o io dentro di lui), come posso combatterlo? E ancora, ha senso combattere un nemico, anche se non lo vedo? E farlo, combattere un nemico che non vedo (anche sapendo che c’è), non è a suo modo una forma di follia?

mercoledì 6 febbraio 2019

la poesia compagna

La poesia compagna, la poesia compagna, ogni giorno incontro un poeta che fa la poesia compagna. Poi però se provo a fargli editing si inalbera: a un poeta, ti risponde, non si può toccare nulla! Perché la sua voce è unica e parla già per tutti a modo suo. Ma io volevo spiegargli a quel poeta che un libro è qualcosa di più di una voce sola, di una persona sola, è un lavoro collettivo, in cui l'unione fa la forza, moltiplica la voce per cento. Non ci siamo capiti. Delle volte mi sembra che qui l'unico vero compagno sono io.

martedì 20 settembre 2016

andare lì

Ho appena sentito (ma ancora non ci credo) un servizio al Tg sul fatto che Gianni Morandi domenica mattina è andato a fare la spesa con la famiglia, e che c'è stata gente (tanta) che per questo si è arrabbiata con lui e lo ha insultato, dicendo che è per causa sua e di gente come lui che va a fare la spesa domenica mattina, che c'è lo sfruttamento del lavoratore e Marx ha dovuto scrivere Il Capitale, che ci siamo dovuti sorbire nell'ultimo secolo e mezzo e che adesso ci viene pure riproposto (non richiesto) nelle lezioni di Diego Fusaro. Insomma Morandi alla fine, in lacrime, si è scusato perché per causa sua e dei suoi cazzi domenicali (di cui non può fregarci di meno) adesso abbiamo tutti Fusaro. E io che pensavo che la cosa più straordinaria della mia giornata fosse la mail che ho ricevuto prima da Gandalf il Grigio che mi chiedeva se ero mai stato lì, proprio lì, linkandomi il sito di un puttanone russo, vera espressione di dove è andato a finire il marxismo oggi, ho dovuto ricredermi. Scopro così che lì, lì, proprio lì dove dice Gandalf il Grigio, io ci stavo già dentro da un pezzo, o almeno da domenica scorsa, ma serviva un servizio insulso al Tg per aprirmi gli occhi. E Gandalf il Grigio, che tutto sa e mi compatisce, mi augura tante belle cose per il futuro.

domenica 18 settembre 2016

follia e morte

Scrive Iosif Brodski, in Fondamenta degli Incurabili, che passando molti mesi dell’anno a Venezia, sua città del cuore subito dopo Pietroburgo, gli capitava spesso di incontrare degli italiani che si dicevano “comunisti”. Quando gli capitava, lui, che era cresciuto nel comunismo e fu condannato e processato e poi era fuggito dal comunismo di Stalin, doveva reprimere i conati di vomito se non veri e propri istinti violenti. Ancora Dmitrij Sostakovic, che in Russia visse sulla sua pelle il favore e il disamore di Stalin, al dittatore dedicò pagine feroci della sua musica, basti pensare alla sua descrizione della Quinta Sinfonia, opportunamente sottotitolata “Risposta ad una giusta critica”, dove la critica era quella di Stalin che stroncò con una tale durezza il suo Lady Macbeth, da far considerare a Sostakovic l’idea del suicidio. Dice Sostakovic: «Ritengo sia chiaro quel che accade veramente nella Quinta. Il giubilo è forzato, è frutto di costruzione. È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: “Il tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare”. E tu ti rialzi tremante con le ossa rotte e riprendi a marciare bofonchiando: “Il nostro dovere è di giubilare, il nostro dovere è di giubilare”». Una volta si diceva, con una certa ingenuità, che i comunisti erano il male e mangiavano i bambini. In realtà il comunismo, che era sinonimo di “Potere”, come qualsiasi altro potere del mondo divorava soprattutto gli artisti, perché gli artisti avevano voce rivoluzionaria, e quella che meno sopporta il Potere è la voce degli altri. Così anche Andrej Platonov, da alcuni considerato il maggior romanziere russo del ‘900, per quanto puramente comunista, lo era a tal punto da superare in fede (e dunque sbugiardare) i propri capi, e fu ridotto al silenzio col ricatto, quando presero suo figlio e lo spedirono in Siberia. In Cevengur, il suo capolavoro, Stepan Kopenkin, un cavaliere errante in groppa al suo cavallo chiamato Forza Proletaria giunge nel villaggio di Cevengur, sospeso in una atmosfera di follia e di morte perenne, portandovi nuova morte nel nome di Rosa Luxemburg e sondando così i confini del comunismo reale, in cui speranza e morte si confondono senza più soluzione né perdono.

venerdì 22 luglio 2016

dono

Peppe mi dice: «Una volta, quando ero comunista, mi chiamavano tutti Peppe Zedong, perché sapevo il Libretto Rosso a memoria. Ora mi chiamano Peppe dei bagni, perché sto chiuso qui dentro a lavare i cessi. Però io sono molto fortunato, perché ho avuto il dono della fantasia».

sabato 4 giugno 2016

discussione col compagno peppe

«Io non sono come te, Lillo, io domani vado a votare. Vado a votare sapendo che non c’è più la Sinistra. Non ci sono più compagni. I compagni si sono tutti arresi. Enzo Cervellera poteva essere un buon sindaco, ma si è arreso. Peppe Stalin se n’è andato in campagna e si è arreso. Anche Amati si è arreso. Tonio Salamina ha alzato un polverone e si è arreso. Tutta gente preparata, che sapeva alzare la voce. Anche i Cinque Stelle alzano la voce, ma non mi piacciono, gridano le stesse cose che gridavamo noi in piazza nel ’68, quando andavamo contro i Democristiani. Dov’era Grillo nel ’68? Forse era in piazza anche lui a gridare contro i Democristiani, non lo so. Ma se c’era non ha imparato nulla, perché ripete ancora le stesse cose. Tu sei come mio figlio, sei anarchico, oppure ti sei arreso anche tu. Io sono diverso da voi e voto. Sai che cosa voto? Io voto contro i fascisti. Anche se a Sinistra ormai non ci sono più compagni e sono tutti Democristiani.»

domenica 17 aprile 2016

schemi

Esco dalla sezione elettorale e vado a farmi un giro. Incontro il mio amico Piero, di profonda e comprovata fede nella destra più estrema. 
“Beh, hai votato?” 
“Sì.” 
“Non hai seguito le indicazione del tuo capetto?” 
“Figurati! Io vado a votare solo perché c’è uno stronzo che mi dice di non farlo.” 
Si fa una risata. 
“Certo che sei proprio un comunista fuori dagli schemi.”

domenica 8 novembre 2015

pranzo di famiglia

A tavola guardiamo la diretta della Lega da Bologna. Ascoltiamo Berlusconi e Salvini. Mio fratello fa notare che Berlusconi, che ha l’età di mia nonna, per il rilancio del Paese chiede meno Stato ma più Polizia. «Putin gli ha dato alla testa!» commenta mio fratello. Salvini non è commentabile, e infatti notiamo hanno tolto il sonoro alla piazza mentre parla, forse per nascondere i fischi dei parassiti dei centri sociali. Dico “parassiti” perché è lui stesso a distinguere l’umanità in produttori e parassiti. I produttori sono evidentemente i suoi elettori, i parassiti tutto il resto del mondo. Cita addirittura Salvemini a un certo punto, tanto per fare quello di vedute aperte, e tifa Valentino Rossi che non è un evasore parassita, lui, ma solo una vittima dell’invidia. Scopro che mio padre si vanta con gli amici di non aver MAI votato Berlusconi. Il che mi mette il dubbio sugli amici di mio padre. Poi si volta e fa: «Ma lo sai che in giro dicono che sei comunista? Che cazzo vai dicendo alle persone?» Io non ho detto nulla. E mia madre aggiunge: «Antonio, non t’ho insegnato niente? Non si dice a nessuno per chi voti!»

domenica 21 settembre 2014

cose davvero imbarazzanti

Certe volte leggo delle cose imbarazzanti, post di amici della sinistra talmente infervorati nella loro carica rivoluzionaria, anzi salvifica, che se li leggi bene scopri che c'hanno la chiesa nel sangue: nel senso che sembrano scritti più da catechisti volenterosi che da seria gente di partito coi programmi alla mano. Io più vado e meno mi informo sulle mode, però mi chiedo: una volta quelli così li chiamavano cattocomunisti, ma ora, che termine si usa per loro? 
So da fonti certe (le solite bizzuoche) che ogni tanto qualcuno se la prende anche quando scrivo certe cose, me lo immagino: perché la sinistra è sportiva, ma permalosa. A essere onesti però, e per par condicio, non è che vada meglio coi post degli amici di destra. Per cominciare errori grammaticali a morire, ma quelli ormai li lascio perdere perché nessuno è perfetto e l'ignoranza dilaga a destra come a sinistra, ma soprattutto nelle università. Ma la cosa più sconvolgente sono i post di ringraziamento/incitamento/spirito di squadra, che spesso ci si scrive per puro sfogo emotivo, roba da fanciulline in amore con le lacrime agli occhi, o peggio da cameratismo spinto che spesso e volentieri rasenta la ricchioneria. 
Amici di destra, perfavore, datevi una regolata e tenete a bada gli istinti, che su facebook ci girano anche i bambini, e qui fra cattocomusti ed etero distratti non si capisce più niente, e prima o poi si fa l'inguacchio.

domenica 31 marzo 2013

epitaffio per un piccolo uomo

Paolo Giannoccari mi diceva sempre una cosa: “Io ti rispetto perché sei comunista però con me, che sono democristiano, ci parli lo stesso”. In verità con Paolo non si riusciva tanto a parlare, faceva tutto lui. Ti vedeva arrivare da lontano sul corso, ti chiamava con foga, e tu potevi solo sederti sulla stessa panchina e aiutarlo a passare una mezzora della sua lunga giornata da pensionato. Paolo, a essere giusti, era una persona buffa, a volte stralunata, e spesso un gran rompipalle. Soffriva da anni di diversi problemi, ma anche così Paolo non si arrendeva, pieno di entusiasmo e ingenuità senza rimedi, ancora studiava, si impegnava, lui che si riteneva un illetterato, e aveva fondato un gruppo di azione locale per fare, a modo suo, politica attiva nel suo paese. A modo suo era un estremista. Credo che nessuno si scorderà mai quella volta che, lui che faceva il postino, bloccò per protesta lo sportello dell’ufficio postale, nessuno poteva più spedire lettere, pagare le bollette. Arrangiava, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma sempre in maniera onesta. La verità è che Paolo Giannoccari ci credeva davvero nella politica, e a quel credo che era tutto ciò che gli restava insieme alla famiglia, aveva dedicato la parte migliore di sé.
Paolo è morto oggi, davanti a casa sua, mentre tornava dall’ennesimo ricovero ospedaliero. È morto nella piazzetta dove ha passato un po’ in disparte gli ultimi anni. Di quei pomeriggi insieme sulla panchina non mi scorderò mai le sue lunghissime, estenuanti, relazioni che preparava per ipotetici incontri da farsi con tutte le forze politiche, anche con noi “comunisti”, perché per lui, uomo solo, il dialogo, lo scambio, erano cose fondamentali. L’ultima di queste relazioni, che non ha fatto in tempo a leggere a nessuno, riguardava l’accoglienza agli immigrati, la necessità di riscoprire un vero senso di carità cristiana per queste persone arrivate qui dal mare, senza più nulla. Ripensando all’incapacità di dialogo e all’arrivismo delle forze politiche che oggi devastano l’Italia, direi che, pur arrangiando con tutti i suoi limiti, quel piccolo democristiano illetterato, per cui nessun altro scriverà un epitaffio, era molto più avanti, nel cuore, di tanti di loro.

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.

mercoledì 21 ottobre 2009

il comunista

Ultimamente mi sono accorto, forse anche perché penso con la mia testa, che ogni qual volta esprimo un’opinione su come vedo le cose e questa opinione spesso non collima col pensiero comune, anzi gli si oppone, ogni volta la mia idea viene bollata dagli altri col classico sorriso indulgente di chi lo sa come sei ma non ti può e non ti vuole cambiare, e mi dicono: “Sì vabbè, Lillo, ma tu sei comunista!” Come a voler dire che l’idea è già sbagliata per questo, che si porta dentro il gene della stramberia insito nel mio pensiero da “rivoluzionario”.
All’inizio la prendevo anche io sul ridere, poi nel suo perpetrarsi mi sono un po’ irritato. E sì che sono comunista ma non è che per questo dico solo cretinate! Ma ripensandoci mi sono anche reso conto che prima ancora che lo facessero gli altri a me, lo facevo io a loro. “Tanto son comunisti!” lo dicevo anche io coi miei amici, e lo usavo per indicare quelle persone simpatiche ma anche un po’ scassapalle, se mi permettete l’espressione. Cioè: è un simpatico scassapalle, di quelli che hanno sempre da ridire su tutto ma lo stesso gli vuoi bene? Allora è comunista! E se pensate che non sia così, guardatevi intorno. La parola sta lentamente cambiando forma, significato. Perde la sua connotazione politica per assumerne una nuova legata agli atteggiamenti, ai comportamenti, in questo caso contestatori. Berlusconi docet. Sei contro di me? Allora sei comunista! Ma ve lo immaginate fra un secolo o più, quando avrà completamente perduto la sua connotazione originale? “Gigi, ora mi sono stancata, non puoi tornare sempre alle quattro del mattino! un giorno o l’altro mi farai prendere un colpo!” “Ma mamma, sei la solita comunista! Io sono giovane, devo vivere la mia vita!” Da brividi, no?
A tutto questo, finché siamo ancora in tempo e prima che i passaggi televisivi a tema di Berlusconi ammazzino definitivamente la parola, svilendola di ogni nobiltà (e ce n’è e tanta anche), io proporrei a tutti quelli a cui va, come cura contro l’apatia di questi giorni, di rifarsi a una delle scene più geniali del cinema italiano, quando ancora si riusciva a ridere anche nei tempi più neri, e di svegliarsi ogni mattina e guardarsi allo specchio e avere ancora l’orgoglio di gridare, come il grandissimo Mario Brega in Un Sacco Bello di Carlo Verdone: “Io nun so’ comunista così! So’ comunista COSÃŒ!”



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