Pensare che sono cresciuto con l'idea utopica che comunismo fosse: "se ci uniamo, possiamo salvare il mondo dai padroni" invece comunismo, mi accorgo adesso, in fondo era: "se ci uniamo, il mondo possiamo mangiarcelo noi al posto dei padroni".
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 18 luglio 2023
comunismo e ambiente
sabato 19 marzo 2022
quando l’ignoranza regna somara
“Ma se l’Ucraina è così tanto democratica – mi scrive uno molto furbo – perché hanno vietato il Partito Comunista?” Gli rispondo che anche Brodskij, che era russo, odiava i Comunisti perché da loro era stato perseguitato ed esiliato, anzi se c’era una cosa che trovava rivoltante del nostro Paese – lui che lo amava tanto – è proprio che l’Italia avesse un Partito Comunista fra i più attivi d’Europa. Non riusciva ad accettare quella che ai suoi occhi era una contraddizione fra bellezza e barbarie. “Ma sei sicuro – mi chiede il molto furbo – che non sia una fake news? Che ne sai tu di chi c’è dietro a questo Brodskij?” Ecco, questo è il punto in cui non ce la posso fare, non so più che rispondere. Come glielo spieghi a uno che non ha mai letto un libro chi era Iosif Brodskij, poeta, morto nel 1996 e sepolto a Venezia? Come glielo fai capire se nemmeno gli interessa saperlo perso com’è nelle sue trame geopolitiche? Circa un mese fa, quando è scoppiato questo conflitto c’era gente benintenzionata che scriveva: “Prima di sparare a zero su tutto, informatevi”. Ma a chi lo dicevano? Al popolo più analfabeta d’Europa, quello che nelle classifiche dei lettori è all’ultimo posto del continente e al primo fra i consumatori di telefonia mobile? Ci lamentiamo della propaganda russa o americana e non ci accorgiamo che noi siamo le vittime perfette di qualsiasi propaganda, perché abbiamo un solo canale di conoscenza del mondo: lo smartphone, e chi controlla i social controlla tutti. Tolti quelli, nel paese tanto amato da Brodskij, resta il nulla, il medioevo, il Vaticano (con buona pace di Papa Francesco che a modo suo ci prova a rinnovarlo ma è una partita persa in partenza perché il Vaticano siamo noi che pontifichiamo su tutto, dall’alto della nostra superiorità cacata dal Cielo).
domenica 24 gennaio 2021
il nemico
Leggo un articolo di Tony Judt, storico inglese di stampo socialista (morto una decina di anni fa) dove Judt racconta di un corso in cui prova a spiegare La mentre prigioniera di Czeslaw Milosz, descrivendo la propria difficoltà ad affrontare l’incredulità dei suoi studenti verso il sentimento del libro. La mente prigioniera è un saggio dei 1951 che – attraverso il ritratto di cinque intellettuali polacchi: quattro (chiamati Alfa, Beta, Gamma e Delta) adattatisi al potere stalinista, e un quinto (Witkiewicz) morto suicida – affronta l’asservimento a un sistema ideologico, o meglio ancora descrive il processo di seduzione di questo sistema ideologico sulla mente di quegli intellettuali che hanno ceduto (o per convenienza, o per paura dell’esilio, o per convinzione, o per sfiducia e inadeguatezza) parte della propria libertà di pensiero e del proprio senso critico a un sistema ideologico che li ingloba, in cui si sono ritrovati a vivere loro malgrado, ma alla cui visione si adeguano fino a farla propria. Tutti, inevitabilmente, entrando volontariamente all’interno di quella particolare gabbia e adattando il proprio campo visivo ai limiti imposti dalle sbarre, hanno finito per autoconvincersi che quella gabbia fosse l’unica realtà possibile. Nella prefazione al volume, Milosz racconta che quando uscì, in piena guerra fredda, il libro non piacque a nessuno, né ai comunisti che si sentirono insultati, né agli anticomunisti che avrebbero preferito un più deciso (e ideologico) atto di accusa contro Stalin, e non un saggio che prova a cogliere, invece, le sfumature di un processo mentale che avevano vissuto, in vari modi, tutti i popoli d’Europa nei trent’anni precedenti. Ecco che Judt ci racconta il seguito di quel processo, mezzo secolo dopo. Provando a discutere di questo saggio coi suoi giovani studenti, la difficoltà maggiore dice, è stata riuscire a definire l’idea di seduzione ideologica. I suoi studenti, infatti, cresciuti in un mondo post ideologico, pur capendo in sintesi cos’è una ideologia, affrontavano con incredulità o scetticismo la reale possibilità che qualcuno potesse immolarsi per una ideologia, ma anche “contro” una ideologia. La trovavano, portando all’estremo la propria insofferenza, una cosa inutile e insensata. Non attribuendo alcun valore a una qualsiasi ideologia, non riuscendo a capire che motivo ci fosse a lottare pro o contro una ideologia, non vedevano più nemmeno il nemico reale che avevano di fronte. Perché, anche se meno vistoso, ma altrettanto seducente, più sottile e infido, liquido, anche il consumismo è una ideologia, così come il liberismo selvaggio. Gli studenti astrattamente capivano di vivere a loro volta in una gabbia ideologica, ma nel concreto – o per paura o per convenienza – non vedevano né limiti, né soluzioni, né alternative, né vie di fuga da questa loro gabbia. E allora, concludendo, c’è da chiedersi: se non riesco più a vedere il mio nemico (perché magari il mio nemico è dentro di me, o io dentro di lui), come posso combatterlo? E ancora, ha senso combattere un nemico, anche se non lo vedo? E farlo, combattere un nemico che non vedo (anche sapendo che c’è), non è a suo modo una forma di follia?
mercoledì 6 febbraio 2019
la poesia compagna
martedì 20 settembre 2016
andare lì
domenica 18 settembre 2016
follia e morte
venerdì 22 luglio 2016
dono
sabato 4 giugno 2016
discussione col compagno peppe
domenica 17 aprile 2016
schemi
domenica 8 novembre 2015
pranzo di famiglia
domenica 21 settembre 2014
cose davvero imbarazzanti
domenica 31 marzo 2013
epitaffio per un piccolo uomo
Paolo è morto oggi, davanti a casa sua, mentre tornava dall’ennesimo ricovero ospedaliero. È morto nella piazzetta dove ha passato un po’ in disparte gli ultimi anni. Di quei pomeriggi insieme sulla panchina non mi scorderò mai le sue lunghissime, estenuanti, relazioni che preparava per ipotetici incontri da farsi con tutte le forze politiche, anche con noi “comunisti”, perché per lui, uomo solo, il dialogo, lo scambio, erano cose fondamentali. L’ultima di queste relazioni, che non ha fatto in tempo a leggere a nessuno, riguardava l’accoglienza agli immigrati, la necessità di riscoprire un vero senso di carità cristiana per queste persone arrivate qui dal mare, senza più nulla. Ripensando all’incapacità di dialogo e all’arrivismo delle forze politiche che oggi devastano l’Italia, direi che, pur arrangiando con tutti i suoi limiti, quel piccolo democristiano illetterato, per cui nessun altro scriverà un epitaffio, era molto più avanti, nel cuore, di tanti di loro.
domenica 9 settembre 2012
uomini e cani

Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà , nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.
Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità . Foto di Anders Petersen.
mercoledì 21 ottobre 2009
il comunista
All’inizio la prendevo anche io sul ridere, poi nel suo perpetrarsi mi sono un po’ irritato. E sì che sono comunista ma non è che per questo dico solo cretinate! Ma ripensandoci mi sono anche reso conto che prima ancora che lo facessero gli altri a me, lo facevo io a loro. “Tanto son comunisti!” lo dicevo anche io coi miei amici, e lo usavo per indicare quelle persone simpatiche ma anche un po’ scassapalle, se mi permettete l’espressione. Cioè: è un simpatico scassapalle, di quelli che hanno sempre da ridire su tutto ma lo stesso gli vuoi bene? Allora è comunista! E se pensate che non sia così, guardatevi intorno. La parola sta lentamente cambiando forma, significato. Perde la sua connotazione politica per assumerne una nuova legata agli atteggiamenti, ai comportamenti, in questo caso contestatori. Berlusconi docet. Sei contro di me? Allora sei comunista! Ma ve lo immaginate fra un secolo o più, quando avrà completamente perduto la sua connotazione originale? “Gigi, ora mi sono stancata, non puoi tornare sempre alle quattro del mattino! un giorno o l’altro mi farai prendere un colpo!” “Ma mamma, sei la solita comunista! Io sono giovane, devo vivere la mia vita!” Da brividi, no?
A tutto questo, finché siamo ancora in tempo e prima che i passaggi televisivi a tema di Berlusconi ammazzino definitivamente la parola, svilendola di ogni nobiltà (e ce n’è e tanta anche), io proporrei a tutti quelli a cui va, come cura contro l’apatia di questi giorni, di rifarsi a una delle scene più geniali del cinema italiano, quando ancora si riusciva a ridere anche nei tempi più neri, e di svegliarsi ogni mattina e guardarsi allo specchio e avere ancora l’orgoglio di gridare, come il grandissimo Mario Brega in Un Sacco Bello di Carlo Verdone: “Io nun so’ comunista così! So’ comunista COSÃŒ!”