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mercoledì 26 luglio 2023

qualunquismo

Va detto che buona parte dei piccoli festival letterari che si vedono in giro (e a cui il più delle volte mi rifiuto di partecipare) denunciano in primo luogo il qualunquismo di chi li organizza. Gente che illudendosi di fare il bene opera in nome del Nulla e della Vanità, aiutando a diffonderli meglio come vivo esempio di pensiero vincente.

sabato 21 agosto 2021

la mia vera attitudine

In questi giorni di nullafacenza vacanziera mi sono accorto come la mia vera attitudine alla vita è il fancazzismo. Non tutti sono portati, c'è chi a star fermo gli brucia la terra sotto i piedi. Io no, sto fermo benissimo e con molto stile. Stile sasso gettato nell'acqua. Di quelli che anche mentre affondano producono i cerchi in superficie.

martedì 2 giugno 2020

intorno al nulla


Stamattina, rileggendo questa sua poesia, pensavo a D’Annunzio, idolatrato in vita e poi rifiutato in morte, e persino come scrittore ritenuto tronfio, vuoto e illeggibile soprattutto da chi i suoi libri non li ha mai nemmeno aperti. Io nemmeno li ho mai letti per intero e di lui conosco solo le poche poesie scolastiche, La pioggia nel pineto ad esempio, che forse è la poesia più parodiata del ‘900, segno forse che è molto meno fatua di quanto si crede se poi non riesci più a dimenticartela. Ma tutto D’Annunzio è così, insinuante e nascosto, e te ne accorgi soprattutto negli indizi lasciati fra le pagine da chi più lo ha tenuto a distanza, Malaparte e Pasolini, persino Montale. E pensavo anche al miracolo di quell’ultima poesia, Qui giacciono i miei cani, scritta nel 1935 e ritrovata fra le sue carte come un appunto, riemersa oggi, poco prima che venisse definitivamente relegato nei manuali scolastici come un residuo bellico, e invece citata apertamente, in tutto il suo puro nichilismo, da tanti nuovi autori come Magrelli (che la inserisce in un suo canone) e Trevi (che le dedica un libro). Si potrebbe mai dire di questi versi – che sono il corrispettivo novecentesco del quattrocentesco Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani a Palermo – che sono tronfi e vuoti? All’improvviso D’Annunzio ritorna attuale e vivissimo proprio perché va fuori dal tempo e ancora di più, mi accorgo, c’è l’ironia di questo ex-poeta, a cui hanno tolto da tempo e con disprezzo lo status di vate, che viene salvato in extremis dal nulla, proprio da una sua poesia intorno al nulla che già si prefigurava.

sabato 30 maggio 2020

rubarsela

"Si sono formati alla scuola del niente e saranno chiamati a fare il nulla". 
La frase di De Luca è talmente bella e universale che è peccato mortale non rubarsela.

venerdì 27 marzo 2020

analogia

Ho letto adesso che questa mattina è morto il poeta Mario Benedetti e ho trovato un'assurda analogia fra questa notizia arrivata nel silenzio quasi totale (ho cercato notizie in rete e non se ne fa un cenno) e l'immagine del papa che questo pomeriggio pregava all'imbrunire in una piazza vuota e avvolta dalla pioggia. Come se la parola ormai non servisse più a nulla.

venerdì 25 gennaio 2019

nudde

“T’à specchiè l’ucchie!” m’à ditte
aqquanne m’i rrajéte pe jídde. I íj
– so fatue u sacce – m’i specchiète.

Oh! ddò nan se vète nudde. Nan se vète
cchiù nudde. Manke u fatue ca sì.


Traduzione. 

Nulla 
“Devi specchiarti l’occhio*!” mi ha detto
quando mi sono arrabbiato con lui. E io
– sono sciocco lo so – mi sono specchiato.

Oh! qui non si vede nulla. Non si vede
più nulla. Manco lo sciocco che sei.


*Devi lustrarti l’occhio fino a renderlo capace di riflettere.

lunedì 5 febbraio 2018

ancora due aforismi di charles simic

Ogni immagine poetica, mentre rinnova il nostro stupore di fronte all'esistenza delle cose, interroga sul perché esiste qualcosa invece del niente. 

E ancora: 

La poesia, come il cinema, si preoccupa di sequenze, inquadrature, montaggio e tagli. 

Charles Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi

sabato 3 febbraio 2018

pensiero su di un verso di antonio porta

Quando Antonio Porta scrive in Yellow che “per essere veramente poeti occorre una intelligenza sovrumana”, è vero che fa un po’ lo sbruffone, però bisogna stare attenti alla parola che usa, a quel “sovrumana” che rimanda chiaramente a Leopardi: allora, ti accorgi, cambia tutto. Non è più un “io poeta sono più intelligente di te”, ma un “io poeta vedo e sento cose che stanno chiuse in quei sovrumani spazi e interminati silenzi”, capacità che qualcuno potrebbe anche definire un sentimento della morte. Una sorta di perspicacia, insomma, al limite della follia, del nulla infinito nascosto dietro ogni cosa, che è sì un po’ un atto da sbruffone, ma anche la dichiarazione di una condanna a tenere sempre gli occhi costantemente fissi su quella visione terrificante.

lunedì 31 luglio 2017

mostricino

Il mio amore è un mostricino
per metà cuore per metà meschino.
Quando si riconosce si dà del mostro
ma è un mostro carino dunque
con affetto lo chiamiamo mostricino.

Eccolo lì che si mangia le dita
e si finge nel mio sguardo sensibile
ma insensibile nella sua vanità
si aggrappa a un niente e fa piani –
finché non passa la paura –

di futura prorompente felicità
che spazzi via in un lampo tutto il male.
«Dov’è il male?» Se lo chiede se
non riesce più a vedermi – allora mi cerca
finché non si ricorda che mi odia

allora si allontana per non odiarmi troppo –
perché senza di me poi che gli resta?
Un bellissimo nulla. Tutto il male.
La tentazione di non essere più nulla.
O forse di non essere mai stato.

martedì 6 giugno 2017

un sogno molto kafkiano

Ero anziano e vicinissimo alla morte. Mi assegnavano un grosso premio letterario per il coraggio e l’ampiezza del mio lavoro poetico scritto a metà della mia vita, già passata da un pezzo. Ormai decrepito, piegato, quasi cieco e sordo, andavo a ritirare il mio premio. Salivo sul palco commosso e mi inchinavo in lacrime, ringraziando la giuria per quell’ultima attenzione, quasi un ravvedimento in extremis sulla bontà del mio lavoro artistico, frustrato da anni di indifferenza. Ma uno dei giurati a quelle mie parole correva a fermarmi, a togliermi dall’imbarazzo: «No no, ma che dice, stia sereno. Lei non ha capito, lo sapevamo tutti che era bravo, lo abbiamo sempre saputo, anche quando era un giovane ambizioso». «Io non capisco, non ho capito, ma perché, se sapevate, perché tanta crudeltà? Perché un tale spaventoso silenzio?». Lui sorrideva. «Non capisce? Ma era tutto uno scherzo il nostro, per farla rosicare un po’, renderla umano. L’abbiamo burlata due volte. La prima perché ha vissuto una vita intera nel dubbio se meritasse o meno il successo. E la seconda perché alla fine il successo lo ha meritato, ma non avrà il tempo di goderselo, poiché è scritto che morirà domani. Poco importa, visto che ormai non ha più nulla da dire, il successo non le serve a nulla».

giovedì 17 dicembre 2015

noia

La narrativa contemporanea mi annoia, è più forte di me. Posso distinguere un libro buono da uno no, riconosco che ci sono qui e lì delle valide eccezioni, ma inevitabilmente la narrativa contemporanea presa nel suo insieme mi annoia. Se la poesia è in crisi, la narrativa è quasi nulla.

sabato 6 giugno 2015

il vizio di credere

Ci sono delle persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare.
Se un bel giorno costoro non credono più — magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni — ecco che riscoprono quel ‘nulla’ che per altri è stato sempre, invece, così naturale.

[Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Mondadori 2005, pag. 422]

lunedì 23 marzo 2015

il pescatore selvaggio

Solitario, in piedi sulla sua piroga, un pescatore selvaggio di un’isola della Sonda ha visto l’Oceano Pacifico che si è prosciugato attorno a lui e tutto è diventato sabbia e immobilità.

[Tonino Guerra, Polvere di sole, Bompiani]

domenica 11 gennaio 2015

il buio l’amore la tosse e lo scolo

è tutta qui la nostra vita – mi ripete
Girgenti provata
immobile a letto con un libro – non altro
che un esame un altro ancora e poi
la notte – la notte
e poi più nulla. Non scappi – mi ripete.

Eppure – mio cactus – passa qui la bottiglia
ti mostrerò un modo
di confondere le tracce nella nebbia
dei suffumigi avernali.

Ciò detto – le sue ali fortissimo
un passero si sentì agitare.

lunedì 29 dicembre 2014

noir

Mi sono perso nella neve che cadeva in cucina.
Era la neve della nostra morte silenziosa e perfetta.
Mia madre cuoceva una torta che nessun ospite
avrebbe più gustato. Maigret il commissario indagava
le tracce sulla neve di un passaggio mai avvenuto.
Chiedeva a testimoni di noi che ci avessero mai
saputi vivi in tutto quel buio avernale.

mercoledì 21 maggio 2014

l'osservazione dei volatili

Mi manca, forse, lo sguardo dei volatili girato sull’antenna più alta dei palazzi, lunghissimo come un periscopio sul mondo, sollevato oltre questa cappa d’ansia e di rimproveri, di attese. Mi manca quel volo che sovrasti con distacco il mondo e i suoi problemi, le consegne, e con disprezzo lo sommerga di escrementi, le sue bombe d’espressione. Oppure, alla fine, il riposo degli insetti sul muro, senza rimpianti o rimorsi per le occasioni perdute, ma paghi sul lago bianco, opaco, verticale, che non riflette più cielo. Indifferenti ai loro impegni e concentrati pigramente sul nulla.

lunedì 10 febbraio 2014

metamorfosi

Faina o civetta del buio
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.

venerdì 18 ottobre 2013

una giornata

perduta nell'attesa di qualcosa ancora una.
Niente capita per caso
ma non essendoci più il caso a governare
– per mia scelta – la mia vita squilibrata
niente capita più e basta.

martedì 9 aprile 2013

nulla m'importa e tutto...

Nulla m’importa e tutto
nulla la parola che più sento
nelle ossa nel centro esatto
dello stomaco un vuoto
e sempre l’affanno del da farsi.

mercoledì 13 febbraio 2013

di taglio e cucito

Di Vittorio Sereni quest’anno ricorre il centenario della nascita. Ero in dubbio se fare un post o meno sulla ricorrenza, anche perché Sereni di me non ha proprio bisogno. La sua fondamentale seppur discreta presenza nel panorama poetico italiano è certa, e il suo libro più bello, Gli strumenti Umani, oltre a essere opera perfetta e ancora stimolante, modernissima, è stato talmente rivoluzionario da potersi considerare chiave di volta di tutta la poesia del secondo ‘900 (ma anche il secondo Montale, quello di Satura, sarebbe impossibile senza Sereni). Nonostante questo Sereni è poco conosciuto, forse perché il suo verso, per quanto apparentemente facile, non sempre lo è davvero; o forse perché il suo personaggio è meno istrionico di altri.
Così, senza voler troppo aggiungere (alimentando chiacchiere inutili su chi non ne voleva affatto), ho pensato che almeno un paio di poesie sue dovevo pubblicarle. Magari poesie un pizzico meno famose di altre che potete tranquillamente trovare in giro. Ho scelto così tre poesie “casalinghe” dal suo ultimo e quarto libro, Stella Variabile, a cui sono particolarmente legato perché regalatomi per un mio compleanno. La prima è tipicamente sereniana nel trascendere l’episodio comune (il trasferimento in una nuova casa) per una riflessione più ampia sulla morte da parte del poeta ormai anziano. La seconda è ancora più inquietante, il quadretto famigliare di un litigio con la nipotina che si trasforma in una visione sulla fatalità della storia nei campi di concentramento. La terza, dedicata alla vecchia moglie, è semplicemente commovente. Sono le poesie di un uomo che si avvia lentamente alla fine, ma con la forza di guardarsi ancora intorno con sguardo lucido e cuore aperto.
Stella Variabile è, per certi versi, un libro imperfetto, non tutte le poesie sono all’altezza del poeta Sereni, eppure tutte raccontano la storia dell’uomo Sereni, e in fondo anche questa è una rivoluzione della sua scrittura: il considerare ogni momento, ogni più modesto particolare, degno di essere vissuto e raccontato, per il semplice motivo di considerare la vita (di chiunque, persino in tanto nulla) il dono più prezioso di tutti.


QUEI TUOI PENSIERI DI CALAMITÀ 

e catastrofe
nella casa dove sei
venuto a stare, già
abitata
dall’idea di essere qui per morirci
venuto
– e questi che ti sorridono amici
questa volta sicuramente
stai morendo lo sanno e perciò
ti sorridono.


SARÀ LA NOIA

dei giorni lunghi e torridi
ma oggi la piccola
Laura è fastidiosa proprio.
Smettila – dico – se no...
con repressa ferocia
torcendole piano il braccino.
Non mi fai male non mi fai
male, mi sfida in cantilena
guardandomi da sotto in su
petulante ma già
in punta di lagrime,
non piango nemmeno vedi.

Vedo. Ma è l’angelo
nero dello sterminio
quello che adesso vedo
lucente nelle sue bardature
di morte
e a lui rivolto in estasi
il bambinetto ebreo
invitandolo al gioco
del massacro.


DI TAGLIO E CUCITO

                            Il giocattolo,
pecora o agnello che rappezzi
per ingiunzione della piccola,
di testa forte più di quanto non dica
il suo genere ovino
è in famiglia con te. Il tuo profilo
caparbio a ricucire il giocattolo
e quella testa forte: paziente
nell’impazienza – il tuo cipiglio
che pure non molla la presa
sulla mia vita che va per farfalle
e per baratri… Per ogni
graffio un rammendo, per ogni sbrego
una toppa.
                Quanto vale
il lavoro di una
rammendatrice, quanto
la tua vita?