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venerdì 17 gennaio 2025

Conclave (2024)

Conclave, diretto dal regista Edward Berger e tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris, è stato l'ultimo film visto al cinema nel 2024.


Trama: dopo la morte del papa, il decano Lawrence si ritrova a dover presiedere all'elezione del suo successore, nel corso di un conclave complicato da segreti e alleanze...


Siccome è passata ben più di una settimana dalla visione di Conclave, potrei anche avere delle difficoltà a scrivere un post di lunghezza standard. Benché, infatti, mi fossi recata al cinema con le migliori intenzioni e la speranza di vedere un film eccellente (il cast è di altissimo livello, Conclave ha la bellezza di sei nomination ai Golden Globes), devo riconoscere che l'opera non mi ha lasciato granché. Se dovessi usare un termine per definire Conclave sarebbe "poco incisivo". E pensare che la trama, tratta da un romanzo di Robert Harris che non ho mai letto, solleva domande interessanti e offre un paio di punti di vista interessanti, ma è tutto sussurrato, molto all'acqua di rose. Il film esplora i dubbi etici e religiosi del decano Lawrence, estremamente legato al papa ma allontanatosi progressivamente da quest'ultimo a causa di una crisi di fede. Alla morte del pontefice, Lawrence è costretto a tornare in Vaticano e a guidare l'elezione del suo successore, in un momento assai delicato per la Chiesa: rinnovata dalle idee riformiste del defunto papa, l'istituzione rischierebbe di tornare a un atteggiamento di chiusura qualora vincesse il reazionario cardinale Tedesco, ma tutti gli altri candidati hanno pro e contro che verranno gradualmente esplorati nel corso del film, tra segreti inconfessabili e giochi di alleanze mutevoli. Per quanto mi riguarda, l'aspetto interessante del film è stato proprio scoprire i segreti appena accennati dei porporati, e vedere portata sullo schermo un'istituzione anacronistica e ipocrita. In un mondo che va avanti, la Chiesa si arrocca su rituali che cozzano con la modernità dei peccati di chi vive in seno ad essa, sul senso di superiorità del sesso maschile rispetto a quello femminile, promuovendo idee "rivoluzionarie" ma che, in realtà, cercano di non minare mai la tranquillità, la tradizione conquistata nel corso dei secoli precedenti. Una delle scelte più intelligenti di Conclave è di non dare una dimensione temporale precisa alla vicenda, ambientata probabilmente in un prossimo futuro, e di inserire elementi perturbanti, persino violenti, che rendono un rituale come il conclave ancora più anacronistico, per quanto affascinante, specchio di un rifiuto ad aprirsi completamente al mondo esterno che non riguarda solo l'elezione papale, ma ogni aspetto della Chiesa. Il clero viene infine descritto come una micro comunità che ripropone, al suo interno, tutte le dinamiche che i prelati dovrebbero combattere e aborrire, e che governano le istituzioni laiche, e i dialoghi tra Lawrence e i suoi "colleghi" sembrerebbero più adatti sulle bocche di politici smaliziati. Il risultato è che lo spettatore accoglie e comprende alla perfezione la crisi di fede del protagonista, impossibile da condannare neppure quando sceglie di mandare al diavolo i rituali per tentare di porre rimedio a danni potenzialmente irreparabili.


Inutile dire che Conclave è un film che, più di altri, si regge sugli attori e forse questo è il motivo per cui non l'ho apprezzato tanto quanto hanno fatto gli spettatori americani o inglesi. Impossibilitata, come sempre, a godere al cinema di una versione v.o., ho dovuto accontentarmi di un doppiaggio ben poco ispirato, e a vedere spiccare, all'interno di un cast di signori attori come Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow (mai così sprecato) e Isabella Rossellini (mai così sprecata), il nostrano Sergio Castellitto col suo modo di fare arrogante e verace, immaginandomi i dialoghi in italiano tra lui e Fiennes, inevitabilmente appiattiti dall'adattamento. Mi ha poco convinta anche la fotografia cupa di Stéphane Fontaine, nonostante fosse perfetta per accrescere il senso di claustrofobia e reclusione provato dal decano Lawrence alla chiusura delle imposte che segnano l'inizio del conclave. Nulla da dire, invece, sulla regia, rigorosa ed attenta, sui ricchissimi costumi e sulle scenografie, per non parlare dell'attenzione dedicata agli oggetti di scena come anelli e sigilli, e alla riproposizione quasi certosina di rituali che potrebbero anche non scaldare il cuore di chi, come me, non apprezza granché la Chiesa, ma risultano comunque interessanti e affascinanti. Paradossalmente, il vero punto debole di Conclave è proprio la sceneggiatura, il che, per un film che viene presentato come un thriller religioso e invece risulta abbastanza prevedibile negli snodi (salvo per il finale che mi ha lasciata, effettivamente, a bocca aperta) e non granché incisivo nel sviscerare le questioni legate alla fede, non è proprio un bel biglietto da visita. Il fatto che sia stata candidata ai Golden Globes mi porta a temere per la qualità di ciò che mi toccherà sorbirmi prima degli Oscar ma, a parte ciò, nel caso di eventuale vittoria di Fiennes o della Rossellini, mi riservo il diritto di rettificare il mio tiepido giudizio complessivo dopo aver riguardato Conclave in lingua originale.  


Del regista Edward Berger ho già parlato QUI. Ralph Fiennes (Lawrence), Stanley Tucci (Bellini), John Lithgow (Tremblay), Isabella Rossellini (Sorella Agnes) e Sergio Castellitto (Tedesco) li trovate invece ai rispettivi link.




martedì 9 maggio 2023

Bolla Loves Bruno: Billy Bathgate - A scuola di gangster (1991)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con Billy Bathgate - A scuola di gangster (Billy Bathgate) diretto nel 1991 dal regista Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di  E. L. Doctorow.


Trama: affascinato dalla figura del gangster Dutch Schultz, il giovane Billy riesce ad entrare nelle sue grazie ma scopre che la malavita non è un gioco...


Sono passati quattro mesi dall'ultimo post dedicato a Bruce Willis e questo soltanto a causa della mia pignoleria. Invece di guardare e recensire il più disponibile L'ultimo boy scout mi sono incaponita col film che l'ha preceduto, Billy Bathgate, talmente introvabile tra i vari servizi streaming legali e non che, alla fine, ho dovuto acquistare il DVD usato su EBay per non rimanere bloccata per sempre. Scema io, tra l'altro, visto che lo screentime di Bruce Willis sarà di un quarto d'ora scarso, giusto il tempo di profondersi in uno dei ruoli che più gli si confanno, quello del viveur consumafemmine dal sorriso assassino (Tom Hanks, mi spiace, non sarai d'accordo ma è così), e di pastrugnare un po' con una Nicole Kidman disponibilissima a mostrarsi completamente ignuda. Tolto Bruno dall'equazione, rimane di Billy Bathgate una storia di gangster, come da titolo italiano, e un racconto di formazione che ha come protagonista il giovane Billy, ragazzotto irlandese che, per diventare qualcuno, si fa notare dal gangster ebreo Dutch Schultz, inconsapevolmente arrivato alla fine del suo lungo momento di gloria. Come nei migliori film a tema, la pellicola si concentra sull'ascesa e caduta di un ragazzo affascinato dal mondo della malavita, dipinto all'inizio come fonte di soldi e divertimento ma presto sporcato da sangue, violenza e soprusi, e aggiunge anche la femme fatale Drew Preston per dare un po' di pepe. Quest'ultima nasce come "pupa del gangster" e si evolve in un personaggio leggermente più ambiguo, diventando non solo il fulcro della maturazione sentimentale e sessuale di Billy ma anche l'elemento critico che gli consentirà di aprire gli occhi e cominciare a contestare i metodi del suo boss, pur senza mai sconfinare in un tradimento aperto.


Rispetto ad altri film simili, molti dei quali hanno fatto la storia del Cinema, Billy Bathgate è moscio, non saprei come altro definirlo. Il protagonista, nonostante tutto, resta abbastanza monodimensionale perché non si sporca mai davvero le mani e, fin da subito, viene "elevato" da semplice galoppino a pupilla (non ho sbagliato vocale, capirete perché se guarderete il film) di Schultz, cosa che rende molto meno coinvolgente, per lo spettatore, la sua graduale presa di coscienza. Lo stesso Schultz, costretto a un certo punto a dover fuggire in un paesino dell'Upstate e a promuovere una campagna per comprarsi la stima e l'affetto degli abitanti, non ha il carisma dei modelli a cui guarda e, spesso, fa la figura del povero minchione a cui giova solo la presenza del fidato consigliere Otto Berman, il personaggio migliore del mucchio. La cosa ha dello sconvolgente visto il cast che è stato messo in piedi e considerato che Dustin Hoffman, Nicole Kidman e Steven Hill offrono delle performance molto convincenti; inoltre, Billy Bathgate è stato scritto da Tom Stoppard, lo sceneggiatore del mio adorato Rosencrantz e Guilderstern sono morti, non proprio dall'ultimo degli scappati di casa, quindi è difficile capire cosa non abbia funzionato, a parte la direzione poco incisiva di Robert Benton, forse provato dalle molte difficoltà avute sul set con Dustin Hoffman. Per chi, come me, adora però scovare volti amati in film precedenti alla loro consacrazione, Billy Bathgate è un piccolo tesoro in quanto, oltre a Bruce Willis, regala comparsate di Steve Buscemi (che, come mi faceva notare il Bolluomo, all'epoca somigliava tantissimo a Bill Skarsgard), Frances Conroy e Stanley Tucci, quindi non è stato proprio tempo perso guardarlo!


Di Dustin Hoffman (Dutch Schultz), Nicole Kidman (Drew Preston), Bruce Willis (Bo Weinberg), Steve Buscemi (Irving), Stanley Tucci (Lucky Luciano), Mike Starr (Julie Martin), Frances Conroy (Mary Behan), Kevin Corrigan (Arnold) e Xander Berkeley (Harvey Preston) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Benton è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Kramer contro Kramer e Le stagioni del cuore. Anche sceneggiatore, produttore, attore e scenografo, ha 91 anni.


Loren Dean
interpreta Billy Bathgate. Americano, ha partecipato a film come Apollo 13, Gattaca - La porta dell'universo, Nemico pubblico, Mumford, Space Cowboys, Il corriere - The Mule e serie quali Numb3rs, Bones, CSI - Scena del crimine e Grey's Anatomy. Ha 54 anni.


Curiosità: Moira Kelly, che nel film Fuoco cammina con me ha sostituito Lara Flynn Boyle nei panni di Donna Hayward, interpreta la ragazza di Billy. Se il film vi fosse piaciuto potete recuperare Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e Bronx, male non fa mai! ENJOY!




venerdì 28 gennaio 2022

The King's Man - Le origini (2021)

E' stato un miracolo che lo tenessero tre settimane al multisala, quindi ho dovuto onorarlo battendo la sfiga e correndo a vedere The King's Man - Le origini (The King's Man) diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Matthew Vaughn.


Trama: alla vigilia della prima guerra mondiale, un'organizzazione segreta trama per seminare il caos e sta al pacifista Duca di Oxford, assieme a un pugno di fedeli alleati, evitare che la situazione precipiti ancora di più...


The King's Man
era uno dei film che attendevo con più ansia, perché ADORO la zamarrissima saga creata dal regista Matthew Vaughn partendo da un fumetto di Mark Millar che nemmeno ho mai letto (e, onestamente, non ci tengo a farlo). Kingsman - Secret Service era un action sboccato e pieno di momenti WTF ma anche genuinamente esaltanti e, nonostante Il cerchio d'oro fosse decisamente inferiore, ho voluto molto bene anche a quello; davanti a un trailer che mi metteva davanti un Rasputin folle fino al midollo e brutto come il peccato non ho avuto altra scelta che mettermi in paziente attesa anche del prequel, sebbene non ci fossero né Colin Firth Taron Egerton, e per quanto mi riguarda sono stata ripagata, perché con tutti i suoi difetti The King's Man si è rivelato divertente, caciarone ed esaltante quanto i suoi predecessori. L'idea, come immaginate, è quella di rivelare come sono nati i Kingsman partendo dai pochi indizi disseminati nel corso dei primi due film, e in questo caso i realizzatori hanno optato per un esempio di "fantastoria" che mescola eventi realmente accaduti (l'omicidio del duca Ferdinando, lo scoppio della prima guerra mondiale, il messaggio inviato al Messico dalla Germania) e personaggi realmente esistiti ad elementi di pura finzione destinati ad influenzarli. Fin dall'inizio, il Duca di Oxford interpretato da un magnetico Ralph Fiennes si propone come uomo d'altri tempi, elegante e onorevole, che sceglie di utilizzare una ricchezza nata col sangue e la sofferenza di altri per aiutare i più sfortunati, a mo' di compensazione; ad affiancarlo e "contrastarne" il pacifismo c'è il figlio, ancora giovane e quindi impossibilitato a capire cosa significhi immolarsi per la patria ed entrare in guerra, vittima di una concezione di "disonore" e "codardia" inculcata da chi ovviamente ha bisogno che la gente combatta per una causa. Oltre a fare da sfondo a una storia più grande e complessa, lo scontro generazionale tra i due diventa il cuore della futura fondazione dei Kingsman, cristallizzandosi in un momento decisamente inaspettato in cui, come sempre, Matthew Vaughn ribalta tutte le regole del genere lasciando lo spettatore con un palmo di naso dopo una sequenza così eroica e piena di "sentimento" da fare invidia a Spielberg. Ma non spoileriamo.


L'idea che offre The King's Man è quella di un'opera ad ampio respiro; si vede che Vaughn aveva voglia di sbragare, sia a livello di location che di sequenze eleganti, e anche i folli combattimenti dal montaggio serrato che hanno fatto la fortuna dei due film precedenti qui vengono centellinati, in favore di atmosfere più da film di avventura, à la Indiana Jones quasi, o à la James Bond ma senza gadget né inseguimenti in auto. Onestamente, questo cambio di rotta non mi è dispiaciuto, così come la maggiore "serietà" offerta dalla presenza di Ralph Fiennes a discapito di un protagonista più giovane e scavezzacollo, ma per gli amanti del "vecchio" Kingsman e dei suoi personaggi sopra le righe c'è la creatura migliore del film. No, non intendo Rasputin, ché altrimenti Mirco non mi rivolgerebbe più la parola, ma il capronetto protagonista della scena più apprezzata dal Bolluomo. POI c'è Rhys Ifans col suo Rasputin, che purtroppo mangia la scena a tutti, buoni o cattivi che siano, e sì che come cast The King's Man è messo più che benissimo. Ifans danza, gigioneggia, seduce, combatte come un derviscio e disgusta in una sequenza che è già il mio scult del 2022 e di cui vorrei assolutamente vedere il backstage per capire come diamine hanno fatto Fiennes ed Ifans a rimanere seri anche solo per un istante. Purtroppo, a rimetterci davanti a tanta meravigliosa esagerazione sono personaggi dalle altissime potenzialità ma un po' sciapi come la Polly di Gemma Arterton e il Shola di Djimon Hounsou (il figlio di Orlando Oxford, ahilui, è davvero privo di ogni speranza di essere interessante, invece), quanto a Daniel Bruhl ormai si è cucito addosso il personaggio di Barone Zemo e devo dire che gli calza benissimo, anche se vorrei tornare a vederlo in altri ruoli visto che è sempre stato un ottimo attore. Quindi, per concludere, come potete immaginare, aspetto con ansia il terzo capitolo cronologico della saga, che dovrebbe cominciare le riprese quest'anno, perché a mio avviso l'universo di Kingsman ha ancora molto da offrire!


Del regista e co-sceneggiatore Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Ralph Fiennes (Orlando Oxford), Djimon Hounsou (Shola), Matthew Goode (Morton), Charles Dance (Kitchener), Gemma Arterton (Polly), Rhys Ifans (Grigori Rasputin), Daniel Brühl (Erik Jan Hanussen), Tom Hollander (Re Giorgio / Kaiser Guglielmo/ Zar Nicola), Aaron Taylor-Johnson (Archie Reid) e Stanley Tucci (Ambasciatore americano) li trovate invece ai rispettivi link.


Essendo un prequel, The King's Man - Le origini si può vedere anche da solo, ma perché perdervi i divertentissimi Kingsman: Secret Service e Kingsman: Il cerchio d'oro? ENJOY!

mercoledì 15 maggio 2019

The Silence (2019)

Tornata dalle ferie mi sono trovata un attimo bloccata con la "programmazione" delle visioni ed è quindi subentrata Netflix che consigliava The Silence, diretto dal regista Jon R. Leonetti e tratto dal romanzo omonimo di Tim Lebbon.



Trama: degli uccelli preistorici cominciano ad attaccare le città d'America. L'unico modo per sopravvivere alla calamità è rimanere in perfetto silenzio, come scopriranno ben presto Ally, divenuta sorda a seguito di un incidente, e la sua famiglia.


SPOILER: fossi in voi non mi affezionerei troppo al cane. 
Su Imdb, sito dal quale recupero solitamente dati e curiosità, si sottolinea che il romanzo dal quale è tratto The Silence è precedente alla realizzazione di A Quiet Place: Un posto tranquillo, e che il cammino di entrambe le pellicole è cominciato nel 2017, con la differenza che il film di John Krasinski è stato distribuito al cinema mentre The Silence è rimasto nel limbo finché Netflix non lo ha recuperato. A questo punto mi domando se la famosissima piattaforma digitale non stia diventando una sorta di cassonetto della serie B perché guardando The Silence ho avuto la stessa impressione provata davanti alla visione di quei film catastrofici televisivi che andavano di moda negli anni '90 oppure di uno di quei mockbuster della Asylum, con la differenza che qui i pochi effetti speciali non sono sgradevoli e si può vantare la presenza di un paio di attori famosi. Ma se cercate qualcosa di più da The Silence cascate davvero male. Anzi, a chi già avesse trovato Bird Box trito e derivativo sconsiglierei la visione del film di Leonetti perché The Silence è prevedibile dall'inizio alla fine e segue il pattern tipico di questo genere di pellicole in cui un'apocalisse "animale" distrugge gli USA. Diciamo che, se era plausibile l'annientamento della razza umana per mano di esseri invisibili che spingono al suicidio, lo è meno l'idea che un branco di uccelli preistorici nascosti in una caverna riesca nel giro di una settimana a moltiplicarsi e costringere i pochi sopravvissuti a cercare rifugio in luoghi dal clima artico, visto che 'ste bestie devono deporre le uova e aspettare che si schiudano prima di raggiungere numeri così grandi. Ma così è, non questioniamo. The Silence ci introduce così alla vita felice di Ally e della sua famiglia, tutti esperti in linguaggio dei segni e lettura del labiale perché la ragazzina è sorda. E, guarda un po', come da titolo, il trucco per rimanere vivi in presenza delle mordaci bestiole preistoriche è stare in completo silenzio. Siccome per i protagonisti sarebbe quindi stato troppo facile sopravvivere, gli sceneggiatori a un certo punto infilano anche culti religiosi composti da matti, ché si sa come l'animale peggiore di tutti sia sempre l'uomo.


Di The Silence ho apprezzato, oltre a un paio di momenti di ovvia tensione (per quanto tu possa girare un film derivativo e banale, comunque l'idea di avere sospeso sul capo come una spada di Damocle un essere carnivoro acquattato nel buio e pronto a mangiarti al minimo rumore un po' di ansia la mette), l'allegra malvagità della famigliola felice, che a un certo punto condanna a morte una signora per pura stupidità prima di insediarlesi in casa, il barbatrucco usato dal culto di matti per stanare Ally e gli altri dalla suddetta abitazione e infine il modo assai funzionale in cui viene sfruttata l'unica vera tragedia del film. Stanley Tucci è sempre un gran signore, anche se cosa ci faccia in una pellicola simile probabilmente non lo sa nemmeno lui (un po' come John Malkovich non sapeva che stava facendo in Velvet Buzzsaw, o perlomeno voglio sperare che sia così) e Kiernan Shipka ha una faccetta così carina che è impossibile volerle male anche se siamo ben distanti dall'ispirata interpretazione di chi sordo lo è davvero, come la splendida Millicent Simmonds, per il resto The Silence è un film privo di pregi evidenti e molto facilone. Tanto per dirne una, l'umanità sarà anche condannata, e morire che due missili ben assestati o ancor meglio un bel plotone di Navy Seals o simili possa fare piazza pulita degli animali preistorici, ma a patto di avere la corrente per ricaricare tablet e cellulari questi orpelli del Demonio funzionano, con tanto di rete per mandarsi comodamente messaggi via chat. Altrimenti, la nostra dose di teen romance come l'avremmo avuta? Meh. Insomma, The Silence non è così brutto da meritare ignominia perpetua, come un Cell qualsiasi, ma come accade alla maggior parte degli originali Netflix è maledettamente insipido e lo dimostra il fatto, poi lo giuro smetto di fare paragoni con A Quiet Place, che un film simile è incapace persino di sfruttare l'unica cosa che avrebbe messo davvero angoscia: il silenzio.


Del regista John R. Leonetti ho già parlato QUI. Stanley Tucci (Hugh Andrews) e Miranda Otto (Kelly Andrews) li trovate invece ai rispettivi link.

Kiernan Shipka interpreta Ally Andrews. Americana, ha partecipato a serie come Monk, Heroes, Non fidarti della str**** dell'interno 23, Feud e Le terrificanti avventure di Sabrina, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Quando c'era Marnie, American Dad! e I Griffin. Ha 20 anni e due film in uscita.


Se The Silence vi fosse piaciuto recuperate il ben più riuscito A Quiet Place - Un posto tranquillo e aggiungete Bird Box e The Mist. ENJOY!

mercoledì 12 luglio 2017

Monkey Shines - Esperimento nel terrore (1988)

Siccome questa è la settimana delle scimmie, oggi si torna nei tanto amati anni '80, nella fattispecie al 1988, quando George Romero dirigeva e sceneggiava Monkey Shines - Esperimento nel terrore (Monkey Shines), partendo dal racconto omonimo di Michael Stewart.


Trama: rimasto paralizzato in un incidente stradale, Allan tenta il suicidio. L'amico scienziato Geoffrey decide quindi di fare addestrare Ella, una delle scimmiette del suo laboratorio, affinché l'animaletto gli tenga compagnia e soprattutto per poter continuare indisturbato i suoi esperimenti sull'intelligenza dei primati. Il legame tra Ella e Allan prende tuttavia una strana e pericolosa piega...



In quanto gibbonetto egli stesso, il Bolluomo alias Mirco ha una passione per i primati così ho biecamente scelto di sfruttare questo suo debole per invogliarlo alla visione di Monkey Shines. Ricordavo vagamente questo film dai tempi in cui passava spesso in televisione e, da bambina, mi capitava di guardarlo rimanendo ogni volta delusa perché speravo si trattasse invece di Link, horror inglese del 1986 un po' più violento e meno psicologico, avente per protagonista un orango invece di una scimmietta cappuccino. Presto o tardi parlerò anche di Link in quanto, se mi passate la battuta, la scimmia di riguardarlo mi è rimasta ma oggi è il caso di spendere due parole su questo strano "esperimento" di George Romero, probabilmente uno dei suoi film meno riusciti anche a causa delle pesanti ingerenze degli studios (non è un caso che, dopo Monkey Shines, il regista sia tornato al cinema indipendente). A distanza di trent'anni e anche visto con un'ottica più adulta, purtroppo Monkey Shines continua a non entusiasmarmi: troppo poco horror, troppo poco thriller, troppo televisivo e, soprattutto, troppo carina la scimmietta protagonista, un esserino tenerino che non fa paura neppure quando mostra i dentini col musetto arrabbiatusso. Alé, scrivo come una demente ma Ella è davvero deliziosa, al punto che viene spontaneo emettere gridolini estatici anche quando la bestiola compie le peggiori nefandezze e perdonarle tutto. D'altronde, qui la critica Romeriana non è rivolta all'animale, quanto all'uomo che cerca di sovvertire la natura per i suoi propositi, senza pensare che la Creazione, se provocata, sa reagire nei modi peggiori; ancora, nel film si parla di emozioni grezze e primordiali che neppure delle iniezioni di cellule cerebrali possono placare, anzi, al limite tra uomo e animale si viene a creare un legame empatico/psichico che cancella i confini tra le due nature con risultati devastanti... o meglio, avrebbero potuto essere devastanti ma la verità è che Monkey Shines si concentra molto sul melodramma, su diatribe tra dottori e scienziati dai metodi ugualmente detestabili e infine su improbabili storie d'amore che spezzano l'azione e annacquano la tensione claustrofobica che dovrebbe derivare dalle condizioni del protagonista, paralitico costretto a sottostare ai voleri di una creatura imprevedibile (tensione resa mille volte meglio da Rob Reiner con Misery non deve morire, per esempio).


La mancanza di ritmo è un po' la croce di questo Monkey Shines il quale, ridotto nel metraggio e magari privo del finale posticcio voluto dagli studios, avrebbe potuto assurgere al rango di cult, anche perché Romero inanella una crudeltà dietro l'altra, prendendo in giro lo spettatore e lo stesso protagonista con quella "giornata perfetta" girata all'inizio prima di gettargli addosso una sequela ininterrotta di sfighe assortite. A pensarci, l'unica cosa "vera" o, meglio, l'unico personaggio bello dentro e fuori è la dolce Melanie interpretata da Kate McNeil perché, per il resto, tutto ciò che circonda Allan dopo l'incidente mostra un'inquietante doppia natura, come a dire che la tragedia è riuscita a tirare fuori tutto il marcio di una vita apparentemente perfetta: amici ambigui e pericolosi, fidanzate fedifraghe, medici incompetenti, madri ossessive, infermiere psicopatiche e, ovviamente, un odio furibondo per tutto ciò che è toccato in sorte al protagonista, amplificato dalla natura selvaggia della piccola Ella. Purtroppo, tutto ciò viene portato sullo schermo da Romero con uno stile insolitamente piatto, quasi svogliato, che non impedisce al regista di confezionare un paio di scene interessanti e particolari (l'amplesso tra Allan e Melanie, allo stesso tempo naturale e "complicato", rimane più impresso dell'atroce e gratuito omaggio al chestburster di Alien) ma, in definitiva, passa e lascia davvero poco, sia in termini di inquietudine che di bellezza visiva. Probabilmente, alla fine della visione di Monkey Shines ricorderete con orrore soltanto un giovane Stanley Tucci particolarmente viscido e sarete colpiti dall'insana voglia di tenere in casa una scimmietta cappuccina, magari una capace di mettere su un po' di musica e abbracciarvi nei momenti di sconforto. Oppure di trovarvi un ragazzo/a gibbonetto, vedete un po' voi.


Del regista e co-sceneggiatore George Romero ho già parlato QUI. Stephen Root (Dean Burbage) e Stanley Tucci (Dr. John Wiseman) li trovate invece ai rispettivi link.

Jason Beghe interpreta Allan Mann. Americano, ha partecipato a film come Thelma & Louise, Soldato Jane, X-Files - Il film, Chiamata senza risposta, X-Men - L'inizio e a serie quali La signora in giallo, L'ispettore Tibbs, X-Files, Melrose Place, Dharma & Greg, CSI - Scena del crimine, CSI: NY, Numb3rs, Criminal Minds, Ghost Whisperer, Medium e soprattutto Chicago Med, Chicago Fire, Chicago Justice e Chicago P.D.. Ha 57 anni e un film in uscita.


John Pankow interpreta Geoffrey Fisher. Americano, ha partecipato a film come Miriam si sveglia a mezzanotte, Rambo 2 - La vendetta, Il segreto del mio successo, Miracolo sull'8a strada, Talk Radio e a serie quali Miami Vice, Innamorati pazzi e Ally McBeal. Ha 63 anni e due film in uscita.


Joyce Van Patten interpreta Dorothy Mann. Americana, ha partecipato a film come Appuntamento al buio, Io & Marley, Un weekend da bamboccioni, This Must Be the Place e a serie quali Ai confini della realtà, Perry Mason, Tre nipoti e un maggiordomo, Colombo, ... e vissero infelici per sempre, I Soprano e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 73 anni.


Se Monkey Shines - Esperimento nel terrore vi fosse piaciuto recuperate Link... io spero di farlo presto! ENJOY!

domenica 19 marzo 2017

La bella e la bestia (2017)

Non ce l'ho fatta ad aspettare. Con un misto di attesa e presagi di sventura, venerdì sono corsa a vedere La bella e la bestia (Beauty and the Beast), versione live action dell'omonimo capolavoro Disney diretto dal regista Bill Condon. E com'è quindi 'sto ennesimo remake?


Trama: Belle, atipica ragazza francese, finisce in un castello abitato da una Bestia e dai suoi servi, tutti trasformati in oggetti semoventi da una maledizione. Solo se la Bestia, un tempo principe viziato e crudele, riuscirà ad amare e ad essere riamato a sua volta la maledizione scomparirà ma il tempo stringe...


Non starò a parlare della storia de La Bella e la Bestia, in quanto il film di Bill Condon ne è una riproposta fedelissima con pochissime aggiunte irrilevanti alla comprensione della trama, qualche variante poco fastidiosa e un paio di canzoni in più: se volete una disamina completa del più bel film d'animazione mai realizzato dalla Disney la trovate QUI. Allo stesso modo, non starò a sottolineare come La bella e la bestia originale sia un capolavoro che questo live action non solo non supera (era palese e scontato) ma neppure raggiunge, anche se vorrei puntualizzare come le espressioni e i movimenti della  Belle animata nei tre momenti chiave della pellicola (quando viene imprigionata dalla Bestia, quando è indecisa se lasciarlo al suo destino e quando sul finale si rende conto di amarlo) e, soprattutto, gli incredibili tocchi horror gotici di cui il film del 1991 è zeppo qui se li sono proprio sognati, privando la pellicola di gran parte del suo fascino. Fissate queste premesse, posso però solennemente dire che La bella e la bestia di Bill Condon è un gran bel film, più che altro è un gran bell'omaggio alla pellicola originale e in particolare alla sua anima musical, perfettamente rispettata. Molti hanno giustamente parlato di film inutile, ché qui non si parla di reinterpretazione quanto piuttosto di una riproposta quasi filologica di dialoghi, melodie (se ne può parlare, ché lo score dell'originale in determinati momenti topici era fenomenale, qui un po' meno), numeri musicali e persino inquadrature, con alcune sequenze prese pari pari dal film di Trousdale e Wise, quindi perché guardare questo quando esiste l'originale? Verissimo, per carità, questa è in effetti una domanda alla quale non so rispondere ma, al di là degli obiettivi prettamente economici della Disney, forse la scelta di un non fan tra l'uno e l'altro film dipende semplicemente dal gusto personale: c'è chi non ama l'animazione e chi magari preferisce un connubio di attori veri e personaggi creati in CGI per godersi la storia di Belle e la Bestia, chissà. Sta di fatto che in molti, me compresa, hanno applaudito alla fine de La bella e la bestia ed è lo stesso applauso che mi è scattato in automatico quando ero andata a vedere il musical originale a Milano, scaturito dalla sensazione di avere davanti un opera nuova che rispetta ciò che ho tanto amato e lo ripropone attraverso un mezzo diverso e magari più spettacolare e congeniale ad alcuni spettatori.


Spettacolare è infatti la definizione che calza meglio al nuovo La bella e la bestia, non a caso quasi un musical in tutto e per tutto. A differenza del ridondante, fastidiosissimo Cenerentola di Branagh, qui scenografi, costumisti e responsabili degli effetti speciali hanno dato il bianco: dalla creazione del vertiginoso castello della Bestia, agli splendidi abiti di Belle (lasciamo perdere l'iconico abito giallo/oro, che mi si è serrato lo stomaco per l'invidia al pensiero di come debba essersi sentita Emma Watson ad indossarlo, in generale è proprio la rivisitazione degli abiti "normali" di Belle ad essere splendida, arricchita da un gusto francese e bohemien tutto particolare), dalla stanza rococò dove viene rinchiusa Belle alla ricostruzione della taverna di Gaston, tutto è realizzato in maniera talmente ricca e allo stesso tempo "familiare" da far venire la pelle d'oca. Se vogliamo parlare dei numeri musicali, alla già citata canzone di Gaston mi sono trattenuta dal saltare sulla poltrona e mettermi a ballare, durante la sequenza del ballo la Bestia si profonde in un movimento talmente sensuale che ho pensato "ce n'è!", mentre il numero di Stia con noi è animato talmente bene che basterebbe anche solo quello per compensare il prezzo dell'inutile (e sottolineo inutile) 3D e aggiungo che fortunatamente tutte le creature generate al computer sono ben diverse dall'orripilio mostrato nei trailer e ben distanti dalle tremebonde lucertole di Cenerentola o le fatine di Maleficent (tolto che Mrs Bric con quegli occhietti inquietanti non mi è proprio piaciuta ma de gustibus). Favolosa anche la svolta gay di LeTont, una carta giocata quasi come inside joke eppure senza essere portata all'eccesso né coperta di ridicolo: il personaggio si distacca anzi dal ruolo di "scemo" mostrato nell'originale film Disney per diventare una specie di "coscienza" che Gaston tuttavia rifiuta, un diverso che non riesce a sostenere ciecamente il suo amato quando le azioni di quest'ultimo diventano troppo immorali anche per lui e vanno ad infrangere l'illusoria perfezione dell'apparenza del rozzo Capitano.


Detto questo, difetti ce ne sono, per carità. Non ho apprezzato la reiterazione di alcune cose, come per esempio la ricomparsa della fata sul finale (quasi un ripensamento di quest'ultima mentre invece nell'originale Disney i tempi della maledizione venivano rispettati), né le sgradevoli giustificazioni della natura viziata del Principe oppure il racconto della madre di Belle, evocato tra l'altro da una specie di teletrasporto magico a dir poco ridicolo, oltre che affatto funzionale ai fini della trama, e purtroppo le atmosfere horror del confronto tra la Bestia e Gaston (soprattutto il progressivo scambio di ruoli tra i due, che vede sul finale un Gaston mostruoso e una Bestia umanissima nel suo rassegnato dolore) sono andate completamente perdute, cosa gravissima. Passando all'adattamento italiano, ho trovato quello delle canzoni oltre il terrificante e solo la mia capacità di sostituire mentalmente ai testi nuovi quelli che adoro fin dall'età di 10 anni, chiudendo mente ed orecchie al nuovo abominio, mi ha salvata dall'orrore, nonostante qualche bestemmia sia comunque volata, non lo nego: la differenza tra i due adattamenti è impietosa e se è vero che quello attuale è più vicino all'inglese, ci sono momenti in cui la metrica non riesce a rispettare la melodia e il ritmo, senza contare che quello del 1991 era molto più delicato, adulto e fantasioso. Anche la voce nuova della Bestia fa accapponare la pelle ma fortunatamente la nuova canzone cantata dal personaggio, Evermore, è splendida sia in italiano che in inglese e nella nostra lingua ricorda molto i pezzi più belli ed intensi di Notre Dame De Paris, cosa che ha contribuito a rendermela ancora più gradita. L'unico difetto che non ho riscontrato è l'interpretazione di Emma Watson: credevo l'avrei odiata ma non è stato così e, nonostante il migliore del cast sia Luke Evans col suo favoloso Gaston (pur senza petto villoso), questa nuova Belle dallo sguardo fiero e volitivo mi è piaciuta davvero molto, soprattutto quando dimentica di rimettersi a posto la gonna e va in giro mostrando i mutandoni della nonna. Degna figlia di un inventore folle e smemorato! Quindi, in soldoni, La bella e la bestia del 1991 tutta la vita ma anche quello nuovo merita lodi e carezze invece di sputi ed ignominia.


 Di Emma Watson (Belle), Luke Evans (Gaston), Ewan McGregor (Lumière), Ian McKellen (Tokins), Emma Thompson (Mrs. Bric) e Stanley Tucci (Maestro Cadenza) ho già parlato ai rispettivi link.

Bill Condon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come L'inferno nello specchio (Candyman 2), Demoni e dei, The Twilight Saga - Breaking Dawn parte I e II e Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto. Anche sceneggiatore (ha vinto l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale di Uomini e dei), produttore e attore, ha 62 anni.


Dan Stevens interpreta Bestia. Inglese, favoloso David Haller in Legion, ha partecipato anche alla serie Downton Abbey. Anche produttore, ha 35 anni e cinque film in uscita.


Kevin Kline interpreta Maurice. Americano, lo ricordo per film come La scelta di Sophie, Il grande freddo, Un pesce di nome Wanda (che gli è valso l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista), Bolle di sapone, Charlot - Chaplin, Creature selvagge, Tempesta di ghiaccio, In & Out, Sogno di una notte di mezza estate e Wild Wild West; inoltre, ha prestato la voce per film come Il gobbo di Notre Dame. Anche regista, ha 70 anni.


Gugu Mbatha-Raw interpreta Spolverina. Inglese, ha partecipato a film come Free State of Jones, Miss Sloane e a serie quali Doctor Who e Black Mirror. Ha 34 anni e quattro film in uscita.


Josh Gad, che interpreta LeTont, è la voce originale del pupazzo Olaf di Frozen. A Ryan Gosling era stato offerto il ruolo della Bestia ma ha rifiutato per partecipare a La La Land; Emma Watson ha invece fatto il contrario, preferendo essere Belle invece di recitare nel film di Chazelle. Ian McKellen è invece ritornato sui suoi passi visto che, nel 1991, aveva rinunciato a doppiare Tokins. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate La bella e la bestia originale e al massimo anche quello di Christophe Gans. ENJOY!

domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight (2015)

La Notte degli Oscar si avvicina e io sono indietrissimo coi recuperi. Pazienza, l'anno prossimo mi organizzerò meglio. Nel frattempo, oggi parlerò de Il caso Spotlight (Spotlight), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom McCarthy, candidato a sei Premi Oscar (Miglior Film, Mark Ruffalo Miglior Attore Non Protagonista, Rachel McAdams Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio).


Trama: Nel 2001 il nuovo direttore del Boston Globe decide di affidare alla squadra giornalistica denominata Spotlight un'indagine riguardante la presenza di preti pedofili all'interno della comunità. La verità che i giornalisti porteranno alla luce sarà sconvolgente...


Mentre nel 2001 il mondo intero piangeva giustamente le vittime degli attentati dell'11 settembre, un gruppo di giornalisti di Boston aveva il suo bel daffare per comprovare una vicenda altrettanto sconvolgente e meritevole di attenzione internazionale. Personalmente mi sono sempre chiesta cosa spinga un prete ad andare consapevolmente contro tutto ciò che gli è stato insegnato e contro la morale cristiana di cui dovrebbe farsi paladino e a mettere le mani addosso a dei ragazzini ma la cosa che più mi turba è il fatto che spesso e volentieri queste storie di abusi vengono alla luce e i responsabili vengono semplicemente spostati in un'altra parrocchia col beneplacito di vescovi e alti prelati, come se nascondere la spazzatura sotto il tappeto bastasse a cancellare un crimine (perché di questo parliamo) così atroce e squallido. Evidentemente le stesse domande se le sono poste all'epoca i giornalisti della Spotlight i quali, nel 2001, hanno scelto di combattere contro il muro di omertà e lo strapotere della Chiesa all'interno di una comunità fortemente cattolica come quella di Boston e di portare questa vicenda alla luce, scoperchiando così un vaso di Pandora che ha visto coinvolti almeno una novantina di preti e uno sterminato numero di vittime. Non uno, gente. NOVANTA. SACERDOTI. Ne sarebbero bastati anche solo venti (ma anche solo due!) per andare a dar fuoco al Cardinale Law, Arcivescovo di Boston, colui che sapeva e non ha fatto nulla per anni, sfruttando l'influenza della Chiesa, i soldi, le marchette, il terrore superstizioso della gente ignorante, il desiderio di non creare scandali dei vertici della società bostoniana e uno stuolo di avvocati compiacenti per mettere tutto a tacere e continuare a fare la bella vita. Invece sono arrivati quelli della Spotlight a rompergli giustamente le uova nel paniere, raccogliendo con coraggio prove, testimonianze e quant'altro abbia permesso al Boston Globe di mettere in piazza i panni sporchi della Chiesa ridando un minimo di orgoglio alle vittime di questi abusi... ma se credete che Il caso Spotlight racconti una storia a lieto fine cascate male perché la monnezza di Boston ce la siamo beccata noi, col Cardinale Law che è diventato uno dei membri di spicco della curia ROMANA. Quanta gioia.


Il caso Spotlight racconta questa storia orribile con uno stile asciutto capace di rendere il tutto ancora più surreale. La sceneggiatura di Tom McCarthy e Josh Singer si limita a raccontare i fatti, senza edulcorarli ed enfatizzando quelli salienti, con l'unica concessione di "sentimentalismo" ad un momento topico come quello dell'attentato dell'11 settembre; le personalità dei componenti della squadra Spotlight e dei loro colleghi si evincono da pochissimi squarci di vita privata e soprattutto dal modo in cui ognuno di loro si getta a capofitto nell'indagine, ciascuno seguendo le proprie inclinazioni e le convinzioni, spesso soffrendo non solo per le vittime ma anche per il modo in cui il loro Credo religioso è stato brutalmente scosso. La parte più angosciante del film, ovviamente, è la ricorstruzione delle interviste fatte non solo alle vittime di abusi sessuali ma anche ai pochi prelati che hanno accettato di raccontare la loro versione dei fatti oppure a chi, come uno dei direttori della Boston College High School, ha consigliato ai giornalisti di farsi i fatti propri ed evitare di sconvolgere la società Bostoniana, come se l'ignoranza dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia potesse servire a qualcosa. In tutto questo, gli attori coinvolti hanno fatto un lavoro egregio nel riportare sullo schermo le forti personalità di questi giornalisti pronti a tutto; l'interpretazione di Mark Ruffalo è molto potente e merita la nomination all'Oscar (anche se il mio cuore batte tuttora per Stallone o Rylance), anche perché Mike Rezendes è stato il giornalista più coinvolto all'interno della vicenda e tuttora lavora alla Spotlight, e anche Michael Keaton e Liev Schreiber, impegnati in ruoli stranamente sobri ma fondamentali all'interno del film, mi sono piaciuti molto, mentre Stanley Tucci come al solito si mangia il resto del cast in virtù del suo carisma. Non ho capito molto invece la nomination di Rachel McAdams, brava ma non eccelsa e, purtroppo per lei, "messa in ombra" dalle performance del cast maschile. Al di là delle nomination Il caso Spotlight è comunque un film duro, necessario, che merita assolutamente una visione; ne uscirete sconvolti ed arrabbiati ma a mio avviso ne sarà valsa la pena, se non altro per aprire un po' gli occhi su un fenomeno preoccupante che non è limitato solo all'area di Boston e che meriterebbe una dura presa di posizione da parte di chi dovrebbe tutelare i deboli, non approfittarsene. Cristo, che nervoso.


Di Mark Ruffalo (Mike Rezendes), Michael Keaton (Walter "Robby" Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian) e Billy Crudup (Eric Macleish) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom McCarthy (vero nome Thomas Joseph McCarthy) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The Station Agent, L'ospite inatteso e Mosse vincenti. Anche attore e produttore, ha 50 anni.


Nella versione originale del film il personaggio di Richard Sipe, del quale si sente solo la voce al telefono e che non è neppure nominato nei credits, è "interpretato" (o per meglio dire doppiato) dall'attore Richard Jenkins. Per quanto riguarda il "fantacast", Matt Damon era stato preso in considerazione per il ruolo di Mike Rezendes mentre Margot Robbie ha rifiutato quello di Sacha Pfeiffer per stanchezza da superlavoro. Detto questo, se Il caso Spolight vi fosse piaciuto recuperate Quinto potere, Tutti gli uomini del presidente, JFK - Un caso ancora aperto, Il verdetto, Good Night, and Good Luck e L'inventore di favole. ENJOY!

mercoledì 20 gennaio 2016

Le regole del caos (2014)

La maratona di giovedì scorso mi ha portata a vedere anche Le regole del caos (A Litte Chaos), diretto e co-sceneggiato da Alan Rickman nel 2014.


Trama: Re Luigi XIV commissiona al famoso progettatore di gardini André Le Notre i lavori per la nuova reggia di Versailles. Quest’ultimo rimane folgorato dalle idee intraprendenti di Madame De Barra, che viene coinvolta attivamente nei lavori…


Probabilmente sapete quanto ami la storia francese del periodo della Rivoluzione e quanto, di conseguenza, mi affascinino anche i secoli immediatamente precedenti o successivi nonché tutto ciò che riguarda luoghi “topici” come la reggia di Versailles. Le regole del caos, per quanto viziato da un’incredibile inesattezza storica, ha solleticato inevitabilmente queste mie passioni e mi ha spinta ad un gradito ripasso di tutte le storie dinastiche legate alla monarchia Francese, ramificate in un’infinita serie di figli illegittimi, dipartite premature, incroci di nazionalità e quant’altro, quindi in tal senso mi è piaciuto molto. Dall’altra parte però si tratta di una pellicola abbastanza banalotta per quel che riguarda la trama, con una protagonista emancipata e tuttavia propensa a viversi una telefonatissima storia d’amore col belloccio (moscio ma pur sempre belloccetto) di turno, stufo di venire cornificato dalla moglie vecchia, brutta, insensibile e pure vajassa. Madame De Barra è una donna intraprendente e dalle idee rivoluzionarie, ferma sostenitrice del “pizzico di caos” necessario anche nell'ambito dei progetti più regolari; la sua presenza all’interno della Corte desta scandalo ed ammirazione in egual modo in quanto non derivante da uno status nobiliare, bensì dai meriti acquisiti col duro lavoro e la bravura nell'eseguirlo. Madame De Barra è quindi il “canonico” elemento di caos che si può trovare spesso nelle opere in costume come questa e, come tale, affronta tutta una serie di esperienze positive e negative in grado di caratterizzarlo maggiormente e renderlo unico agli occhi dello spettatore, come per esempio l’incontro inaspettato con un Re “in borghese”, la quasi disfatta per mano di un’antagonista invidiosa, l’iniziale diffidenza dei colleghi uomini, il progressivo innamoramento del suo superiore, ecc. ecc. Per quel che riguarda la trama, dunque, non c’è nulla di particolarmente esaltante all’interno de Le regole del Caos, salvo un paio di momenti commoventi legati non tanto al tragico passato della protagonista, quanto alla triste (benché privilegiata) posizione delle dame a Corte, alle quali veniva fatto divieto di parlare di esperienze strazianti come la morte dei figli così da preservare l’atmosfera “solare” voluta dal Sovrano.


Alan Rickman, da parte sua, pare trovarsi molto a suo agio negli ambienti ricchi e raffinati della Corte ed azzecca un paio di sequenze di incredibile bellezza girate all’interno degli elegantissimi e colorati giardini (la fotografia di Le regole del caos è soprattutto molto bella); eppure, mancano quella sensibilità e quel minimalismo quasi intimista che tanto avevo apprezzato ne L’ospite d’inverno, tanto che la personalità del regista non solo non traspare dalla trama, ma neppure dalle immagini da lui girate né dall’interpretazione di Luigi XIV, priva della forza necessaria per renderlo carismatico quanto avrebbe dovuto. L’idea generale data da Le regole del caos è che, a dispetto del titolo, sia un compitino gradevole ed elegante ma privo di mordente in quanto anche troppo codificato e quest’impressione viene ulteriormente avvallata dal lavoro degli attori coinvolti. La Winslet, con la sua bellezza “terrena” ed imperfetta, è l’ideale per incarnare la temprata Madame De Barra, sia nei suoi aspetti più mascolini che in quelli prettamente femminili, eppure l’attrice non riesce a toccare l’animo dello spettatore neppure durante i momenti più drammatici della pellicola; d’altra parte il coprotagonista maschile, Matthias Schoenaerts, è talmente mollo ed insipido che la Winslet riuscirebbe a rubargli la scena anche solo spazzolandosi via la polvere dal vestito. Ad inghiottire tutto e tutti col suo carisma, però, è Stanley Tucci nei panni del Principe D’Orleans, il vero “caos” della pellicola nonostante la breve durata della sua permanenza sullo schermo, ahimé. Per quel che vale, comunque, Le regole del caos è un gradevole film in costume che piacerà molto agli amanti di un certo tipo di cinema romantico e sognatore, quindi non mi sento di sconsigliarlo del tutto, sebbene avrei preferito congedarmi da Alan Rickman con qualcosa di molto più travolgente!!


Del regista e co-sceneggiatore Alan Rickman, che interpreta anche Luigi XIV, ho già parlato QUI. Kate Winslet (Sabine De Barra), Stanley Tucci (Il duca d'Orleans) e Phyllida Law (Suzanne) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthias Schoenaerts interpreta André Le Notre. Belga, ha partecipato a film come La meute, Un sapore di ruggine e ossa e The Danish Girl. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 39 anni e un film in uscita.


La bimba che si vede sedere da sola durante le scene ambientate al Louvre è Mia, figlia di Kate Winslet, all'epoca delle riprese incinta di un altro figlio. Per quel che riguarda il personaggio della Winslet, Sabine De Barra non è mai esistita mentre Le Notre sì ed è colui che ha progettato anche gli Champs-Elysées; il vero André Le Nôtre tra l'altro era più vecchio di Luigi XIV di 25 anni e, ai tempi in cui è ambientato il film, ne aveva 70, di cui più di 20 già passati a lavorare ai giardini di Versailles. Detto questo, se Le regole del caos vi fosse piaciuto recuperate Ragione e sentimento, L'intrigo della collana ed Orgoglio e pregiudizio. ENJOY!


domenica 30 marzo 2014

Captain America - Il primo vendicatore (2011)

Siccome il divino Leo Ortolani nel suo blog ha magnificato le lodi di Captain America – The Winter Soldier e siccome c’è già la fila di amici che mi chiedono “Andiamo?”, per ogni evenienza ho recuperato Captain America – Il primo vendicatore (Captain America: The First Avenger), diretto nel 2011 dal regista Joe Johnston e all’epoca pesantemente snobbato dalla sottoscritta.


Trama: Steve Rogers è un ragazzo che, a causa del fisico a dir poco sottosviluppato, non riesce ad arruolarsi nell’esercito per andare a combattere al fronte durante la seconda guerra mondiale. Un giorno però uno scienziato lo seleziona per testare un siero in grado di rendere le persone dei supersoldati ed ecco nascere Capitan America, l’ultimo baluardo contro i piani del folle nazista Teschio Rosso…


Poteva andare peggio. Captain America non mi ha entusiasmata come hanno fatto Iron Man o The Avengers ma pensavo mi sarei trovata davanti un’insopportabile e cosmica camurrìa, invece alla fine la pellicola è un action abbastanza dignitoso con gli ovvi limiti che il genere comporta. La cosa buona, innanzitutto, è che l’abbondanza di umorismo (che sarebbe fuori luogo per il personaggio Capitan America tanto quanto lo è stata per Thor) tipica dei film Marvel è stata limitata a qualche battuta di spirito qui e là e poi anche la trama è molto semplice e lineare, priva di spiegoni e con pochi personaggi chiave, così che anche i neofiti possano approcciarsi alla pellicola senza maledirne i realizzatori. D’altronde Captain America – Il primo vendicatore doveva innanzitutto presentare il protagonista in modo chiaro ed immediato e, secondariamente, fare da apripista a The Avengers, quindi non credo si potesse fare diversamente e il risultato è un film raccontato come un lungo flashback che spiega chi sia il fantomatico capitano, cosa l'abbia spinto a fregiarsi di un nome così altisonante e, soprattutto, perché diamine lo ritroveremo negli Avengers quando le sue vicende risalgono all'epoca della seconda guerra mondiale. A proposito del periodo storico, forse è proprio quest'ambientazione vintage che rende Captain America un po' diverso dai soliti cinecomic; è vero che le armi tecnologiche del Teschio Rosso si sprecano e che qualche laser andava messo oppure gli adolescenti sarebbero usciti dal cinema, tuttavia per buona parte della pellicola le atmosfere sono quelle di un film di guerra ed è molto divertente vedere questo patriota sbeffeggiato e utilizzato a mo' di mascotte per la bieca propaganda dell'industria bellica. Anzi, considerata la comprensibile antipatia che si porta dietro Steve Rogers, un ometto patriottico, coraggioso, retto, probo, giusto, noioso, petulante, per dirla con le parole del Doc Manhattan un "precisino della fungia", che diventa un supereroe mantenendo queste caratteristiche fatali, vederlo perculato mentre è avvolto nella bandiera americana è praticamente il punto più alto, intelligente e pregevole del film. Il resto, alla fine, sa tanto di già visto in mille altre pellicole simili.


Per quel che riguarda attori e realizzazione, Chris Evans è un blocco di tufo. Già per quel poco che conosco il Capitan America del fumetto mi era parso che il personaggio avesse effettivamente la varietà emotiva di un gatto di marmo ma perlomeno è un omone che ispira rispetto: Evans ispira il ceffone con annesso lo "Svegliati!!! Santoddio!", ma questo l'avevo già capito guardando The Avengers. I comprimari sono un po' meglio, sempre nei limiti di quello che la trama può offrire, e sono vivacizzati dalla bravura di grandi attori o caratteristi come Tommy Lee Jones e Stanley Tucci, mentre quel povero cristo di Hugo Weaving, come al solito nascosto per buona parte del film da un trucco che lo rende irriconoscibile, è costretto in un malvagio talmente da operetta che gli mancano solo le pantomime alla Raul Cremona. Toby Jones ne esce meglio, perlomeno è più verosimile e "naturale" per azioni ed intenzioni, tuttavia Arnim Zola lo ricordavo assai simile al Kraang delle Tartarughe Ninja, un megafaccione infilato in un robot, non un ometto grassottello e basso che passa il tempo a sospirare e fuggire maledicendo il giorno in cui ha incontrato il Teschio Rosso. A dirigere questi attori di qualità altalenante c'è Joe Johnston che, a differenza degli sbulacconi Branagh, Favreau (che originariamente avrebbe dovuto dirigere Captain America, non Iron Man) e Whedon (che, tra l'altro, ha rimaneggiato un po' lo script del film) parrebbe quasi trattenersi e preferire un approccio classico, centellinando sia le scene d'azione che gli effetti speciali, proprio come se si trovasse tra le mani un film d'altri tempi. Personalmente avrei spinto un po' più l'accelleratore sulla tamarreide, nel senso che nelle mani di un Vuorensola o uno Snyder molto probabilmente l'Hydra, il Teschio Rosso e tutti i loro mezzi si sarebbero incupiti e "infighiti" parecchio, così come l'atmosfera dell'intera pellicola e, molto probabilmente, Captain America sarebbe risultato un film da ricordare e non solo un mero riempitivo pre-Avengers. Comunque, per una serata ignorante tra amici ci sta, l'importante è non essere fan del fumetto perché temo si rischi il diludendo massimo.

 
Del regista Joe Johnston ho già parlato qui. Chris Evans (Steve Rogers/Capitan America), Tommy Lee Jones (Colonnello Chester Phillips), Hugo Weaving (Johann Schmidt/Teschio Rosso), Dominic Cooper (Howard Stark), Richard Armitage (Heinz Kruger), Stanley Tucci (Dr. Abraham Erskine), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Toby Jones (Dr. Arnim Zola), Neal McDonough (Timothy "Dum Dum" Dugan) e Natalie Dormer (Soldato Lorraine) li trovate invece ai rispettivi link.

Hayley Atwell interpreta Peggy Carter (ruolo che riprenderà anche in Captain America: The Winter Soldier). Inglese, ha partecipato a film come La duchessa e a serie come I pilastri della Terra e Black Mirror. Ha 32 anni e un film in uscita, Cenerentola di Kenneth Branagh!!


Sebastian Stan interpreta James Buchanan “Bucky” Barnes (ruolo che riprenderà anche in Captain America: The Winter Soldier). Romeno, lo ricordo per essere stato il Cappellaio Matto della serie Once Upon A Time, inoltre ha partecipato a film come Il cigno nero e ad altri telefilm come Gossip Girl. Ha 32 anni.


Immancabile come sempre il cameo di Stan Lee nei panni di un generale mentre sono saltati quello di Scarlett Johansson come Vedova Nera e ovviamente quelli di Hugh Jackman e Ian McKellen nei panni di Logan ed Erik Lehnsherr, sempre per quei problemi di diritti che dividono da anni l'universo cinematografico Marvel in tre realtà ben distinte ed impermeabili. Sono rimasti fuori anche Sam Worthington, Will Smith, Channing Tatum, Mike Vogel, Jensen Ackles, Kellan Lutz, Ryan Phillippe ed Alexander Skarsgård, tutti contattati, a diversi stadi di produzione, per interpretare il protagonista (anche Sebastian Stan era tra i candidati ma è alla fine gli è stato assegnato il ruolo di Bucky), mentre per quel che riguarda Peggy Carter sono rimaste fuori sia Gemma Arterton che Keira Knightley. Captain America - Il primo vendicatore, inoltre, non è stato il primo film girato su Cap: nel 1944 c'è stata la serie Captain America, 15 episodi che potete trovare tranquillamente in rete, nel 1979 sono arrivati il film TV Captain America e il suo seguito, Captain America II: Death Too Soon e infine nel 1990 Capitan America, distribuito anche in Italia. Se volete scavare nel vintage potete recuperare questi titoli altrimenti, se preferite invece cose un po' più moderne, sappiate che nel Blu Ray di Iron Man 3 è contenuto un corto dal titolo Agent Carter, ambientato un anno dopo gli eventi di Captain America - Il primo vendicatore ed interamente incentrato su Peggy Carter, Dum Dum Dugan e Howard Stark, con gli stessi attori coinvolti. Altrimenti, nell'attesa che escano Captain America: The Winter Soldier, Guardians of the Galaxy, Avengers: Age of Ultron e gli ancor lontanissimi Ant-Man, Captain America 3 Thor 3, se il film vi fosse piaciuto recuperate Iron Man, Iron Man 2, Iron Man 3, Thor, Thor: The Dark World e The Avengers. ENJOY!

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