I maghi del terrore

I maghi del terrore

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Nel pieno del suo ciclo tratto da Edgar Allan Poe, Roger Corman nel 1963 si diverte a realizzare I maghi del terrore, liberissima rilettura della poesia Il corvo che chiama a raccolta le tre icone Vincent Price, Peter Lorre e Boris Karloff per virare insieme ogni cupezza verso il farsesco e la consapevole (auto)parodia. Il risultato è una brillante commedia d’ambientazione orrorifica ricca di improvvisazioni e di inventiva, scritta dal fedele Richard Matheson e girata in pochi giorni a bassi costi e ad altissimo artigianato.

Quoth the Raven “Nevermore”

Il mago Erasmus Craven, che ha da poco abbandonato la Confraternita degli Stregoni dopo la morte della moglie Lenore, riceve la visita di uno scostumato corvo parlante che dice di essere il mago Adolphus Bedlo. Dopo diverse insistenze e un tentativo di trasformazione riuscito a metà, Craven riesce a riportare Bedlo al suo aspetto umano, invertendo l’incantesimo fatto dal malvagio Dottor Scarabus storico rivale della famiglia Craven. Quando Bedlo gli dice di aver visto una donna molto somigliante a Lenore in compagnia del Dottore, Craven decide di accompagnarlo al castello di Scarabus, che li spiazzerà accogliendoli con una cordialità del tutto inaspettata. Durante la notte, tuttavia, gli inganni saranno destinati a rivelarsi e la resa dei conti sarà inevitabile, in uno scontro pronto a inasprirsi fino a una battaglia all’ultimo sortilegio. [sinossi]

«Tutti i film venivano venduti come horror, ma la comicità si insinuava sempre più al loro interno, forse perché ci piaceva e aggiungeva interesse, e anche perché era un modo per variare la serie, perché verso la fine cominciavo ad avere la sensazione che ci stessimo ripetendo», rispondeva nel 1984 lo stesso Roger Corman a precisa domanda dello storico del cinema americano David Del Valle, che gli chiedeva da dove nascesse la scelta di inserire elementi comici nella sua serie di sette liberi(ssimi) adattamenti (più l’ottavo lovecraftiano La città dei mostri, e qualcuno considera come nono “apocrifo” La maschera di cera, non tratto ma così evidentemente ispirato dal fondamentale scrittore ottocentesco da fare parte del medesimo immaginario) dedicati all’horror di Edgar Allan Poe. Di certo «Vincent (Price) era in grado di infondere un’atmosfera di orrore raffinata e civile, con un tocco di umorismo che abbiamo iniziato a sviluppare un po’ di più in ogni film, ed è stato un processo graduale, in cui non ricordo di chi fosse l’idea di lavorarci. C’erano piccoli accenni a questa idea che si insinuava gradualmente e credo che sia realmente iniziata con I racconti del terrore, dove uno dei tre episodi – penso che lì fosse un’idea di Dick (Matheson, fedele sceneggiatore) – The Black Cat, era in parte una commedia. Da lì siamo passati a I maghi del terrore, dove l’intero film era una commedia horror» (David Del Valle, Roger Corman: Better to Be on the Set than in the Office, in Films and Filming n.362, pag.16 e seguenti). È per questo che basta la prima sequenza a The Raven – questo il titolo originale che riprende esattamente quello della celebre e omonima poesia di Poe a cui I maghi del terrore (più o meno da lontano) si ispira, Il corvo – per fare sin da subito dei suoi intenti farseschi e parodistici una chiara ed evidente dichiarazione programmatica, con quel telescopio installato come un ostacolo nella stanza del mago Erasmus Craven che diventa per Vincent Price il perfetto sparring partner di un siparietto slapstick, da scontrare più volte prendendo altrettante capocciate. Un crescendo di goffaggine e di ironia nel quale l’arrivo del corvo, che come in Poe busserà alla finestra per entrare nella disperazione di un uomo vedovo ma che immediatamente si rivelerà tutt’altra cosa, portando personaggi e narrazione del film verso lidi ben distanti dai ripetuti «Nevermore» del testo originale, funge come cornice e punto di innesco di una vicenda sostanzialmente inedita, in cui Corman chiama a raccolta i maggiori mostri sacri dell’horror cinematografico (oltre al “solito” Price, Peter Lorre e soprattutto Frankenstein Boris Karloff, ormai anziano e limitato nei movimenti da un precario stato di salute ma di una caratura attoriale ancora in grado di rubare la scena a tutti, affiancati dalla proto-scream queen Hazel Court e da un giovanissimo Jack Nicholson al cui sguardo che diventa folle verrà affidata quella che è probabilmente la sequenza in assoluto più memorabile de I maghi del terrore) per giocare insieme al cinema, alla commistione di generi e di immaginari, ai repentini cambi di registro e alle doti di improvvisazione degli attori. Ad una aperta caricatura che non vuole in alcun modo decostruire il mito (dei divi protagonisti, di Edgar Allan Poe, del lavoro per riscriverlo sullo schermo), ma che anzi in qualche modo lo amplia e lo completa smontandone i meccanismi per riportarli a nuova vita, proprio come nei successivi e ultimi due episodi della serie, La maschera della morte rossa e La tomba di Ligeia, entrambi del ’64, Corman proseguirà nelle variazioni stilistiche e di genere virando il gotico rispettivamente verso il grottesco e la storia d’amore.

Prima di tutto c’è la magia, al centro de I maghi del terrore. Quella, come è ovvio sin dal titolo, ora stupefacente e ora semplicemente disastrosa dei tre stregoni protagonisti, ma anche e forse soprattutto quella di un cinema popolare apertamente illusionista, capace di intrattenere e di far sospendere l’incredulità anche quando ai sontuosi interni di un castello si alternano un fondale o un incendio palesemente finti. Un cinema capace di inventarsi quello che non c’è e di mostrarlo fra trucchi visivi e matte painting, un cinema capace di sopperire a (quasi) ogni possibile limite tecnico, di tempo e di budget attraverso la scelta delle ottiche, dei punti di vista e delle illuminazioni, fino al puro artigianato (sarebbe esercizio inutile cercare di stabilire in merito una primogenitura fra Roger Corman e Mario Bava, ma di certo è piuttosto evidente un apparentamento fra i due registi ai due lati dell’Oceano) dell’effetto speciale dipinto direttamente sulla pellicola. Un cinema realizzato in tempi rapidissimi (questa volta un paio di settimane di riprese, riuscendo pure a ritagliarsi due giorni finali in cui riutilizzare il set per girare al volo La maschera di cera) e rigorosamente a bassissimo costo (se possibile ancora più basso del solito, essendo andato quasi tutto il risicatissimo budget negli emolumenti del cast), nel quale la magia sta nella continua inventiva e nella consapevolezza assoluta nel mezzo, e nella capacità di trovare sempre la soluzione di messa in scena più giusta e funzionale per portare avanti tanto la produzione quanto la narrazione. Si pensi in tal senso alla necessità di venire incontro alle esigenze fisiche degli attori, con il personaggio di Karloff scritto su misura per farglielo recitare per la maggior parte da seduto compresa la resa dei conti finale, e quando necessariamente in piedi costruendo quasi sempre le inquadrature in modo che qualcuno appena fuori campo lo potesse sorreggere. Oppure si pensi alla ben precisa scelta economica ma non solo, in un film di riscritture e radicali variazioni sul tema, di riutilizzare in un nuovo contesto e di nuovo perfettamente funzionanti elementi già presenti nei lavori precedenti, dai titoli di testa su cui scorrono le stesse macchie di colore e di vernice che già due anni prima aprivano Il pozzo e il pendolo, questa volta sovrapposte alla silhouette del corvo mentre la voce fuori campo di Vincent Price declama l’incipit della poesia di Edgar Allan Poe, fino agli interni del castello in fiamme del prefinale ripresi e riutilizzati dal footage de I vivi e i morti (ovvero House of Usher), che nel ‘60 era stato il primo film del ciclo. Il resto lo fanno le ripetute e fulminanti battute improvvisate da Peter Lorre (che secondo quanto tramandato era l’unico che non aveva studiato a memoria il copione ma forse era quello che più di tutti ne aveva colto e compreso il senso, fra il sostanziale fastidio del professionalissimo e iper-preparato Karloff e il gran divertimento di Price al contrario ben felice di seguirlo nell’estro del momento), così come lo fa la compassata ironia british-style dei due co-protagonisti abilmente messi di fronte alle sregolate scoscumatezze del suo meravigliosamente improbabile personaggio. Contrapposti come il Bene e il Male fra un’assurda pozione e due (in)aspettate e improvvise possessioni “da remoto”, due cadaveri tumulati in casa (magari senza rendersi conto per due anni di come l’amata moglie sulla quale tante lacrime si sono versate fosse in realtà fuggita con la propria nemesi) e una tempesta di fulmini a doppio controllo, la già accennata e strepitosa folle corsa in calesse di Jack Nicholson e le nuove (in realtà decisive) trasformazioni ornitologiche con cui ribaltare ancora una volta la situazione quando tutti i possibili piani sembrano essere clamorosamente falliti. Fino allo spettacolare, clownesco, scontro finale fra maghi, per curiosa coincidenza perfettamente coevo a quello fra Merlino e Maga Magò nel disneyano La spada nella roccia, che fra sedie volanti, sabbie mobili in salotto e onde energetiche ante-litteram accompagna verso il suo unico possibile epilogo una fiaba assurda e farsesca, magari per certi versi anomala nella filmografia per lo più gotica di Corman, eppure destinata nel giro di poche settimane a incassare oltre quattro volte il suo budget di produzione decretando l’ennesimo straordinario successo commerciale del regista. Compresa evidentemente sin da subito per quello che voleva essere: una variazione sul tema di Poe che vuole divertire anziché inquietare, e che dalla prima all’ultima sequenza mantiene la sua promessa senza alcun tipo di cedimento, e anzi forte di una costante invenzione e di una lucidissima (auto)ironia.

Info
Un trailer de I maghi del terrore.

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