Château- branlant
“Ah ah! – disait le grillon
en se grattant le bourrion
avec une corde de violon”
“Bébé s’amuse”
(Canton Vaud)
Il tempo
Il tempo, un lupo, mangia
le foglie, forma di parola
limpida cicatrice avvampata
in cima agli occhi
Si muove dentro
uno spazio immobile
il tempo, la rovina dell’idea
come tutto s’accartoccia sulla soglia
e ognuno prende commiato, indenne
Udire, passi, l’atto alchemico
trapassa di radura in radura
fino alla città-diamante
pietrificata nel giro della frase
Mangiare, beatitudine
sommersa di favori
concessi alla divinità che siamo
sappiamo anche il nome
della luce che cambia, idolo
voga nel sorriso controcorrente
Una sottile carie
Hai offerto sacrifici al dio
dell’ambiguità, sofferenza
volta a più segreti destini
fino all’inganno dei risarcimenti
Poi, hai afferrato il pugno degli altri
e l’hai gettato nel fuoco: qui, ora
giace inerte il possibile
e ogni cosa invita alla condivisione
Una sottile carie insinua
il necessario pretesto
e si esibisce, ventaglio di ragioni
a monti e valli, ricolmi comportamenti
dotati di capo, coda, senso, termine
Diffusione
Diffusione, hai detto
giustizia intima dovunque
e mancanza di pegno, di cuore
questo solo risponde
a tanta fede vile
come vile è la risposta
Il fondo si trascina
sempre più esile fuoco
di senno, sempre più
impossibile l’azzardo del gesto
l’opinione gridata vicino
al vero tanto da mimarne
l’araldica virtù
Domani, hai detto, vedremo
chi sarà e non sarà
qui, ora: è già un enigma
non esige disvelamento
per la pietà di desiderare
l’occultazione del vuoto
Luogo: amore della casa
Dicono che tutto traballa
dopo qualche tempo che si abita
le quattro mura si asciugano
e inteneriscono gli occhi
i colori fatti più tenui
dalla coscienza di durare ancora
Dicono che dentro la casa
i gesti si ripetono per valere
qualcosa in più oltre la semplice
manipolazione delle cose
alla fine ci si sente
seminati attorno
dai giorni accumulati nel paniere
per il nutrimento delle tarme
golose dell’essere che ci veste
Dicono che l’amore della casa
ha forza di radice
non conosce rassegnazione
e affonda nella terra
quanto più vicino
è il suo cuore oscuro
Nella seta del pozzo
Ah brivido d’assenzio
nella seta del pozzo
lentissima una corda, trarne
l’odio d’acqua in estate
Immergevi, tu, la luna
sognando nella sabbia meridiana
la penitenza della sete
Immense foglie di vite
potavano incanti
con lingua ginevrina
l’almanacco del valligiano
decretava che fare
agli snodi stagionali
Fienagione delle idee in autunno
quando sei troppo giovane ancora
per panificare il cumulo dei detriti
ma non sei più abbastanza giovane
per maturare al calore della sosta
Il resto della casa
Il resto della casa è in fiamme
forestieri occupano le stanze
affittate dalla disattenzione
al desiderio di stabilità
crolla il muretto disegnato
attorno alla sabbia, malinconica
passa seminando segni
la polvere, invidia la ruota
della carriola immobile
da anni accanto al pollaio
La mia casa è uno strano pendolo
corre avanti e indietro
con identica avventatezza
s’illumina del sogno
di un giardino che non avrà mai
naviga a ritroso
mentre scruta l’orizzonte
dei figli che verranno
Il nonno
Compiute tracce, sintassi incenerite
nel camino quieto della castagna
il nonno racconta qualcosa
che ha già raccontato, forse
tu ascolti, forse qualcosa
non è nemmeno accaduto, ma
è stato raccontato nel riccio
di poche parole, questo è accaduto
Compiutezza di chi sorveglia
l’avventura nel segno delle mani
e gli occhi altrove
sulla piastra della stufa
dentro la pentola d’acqua
bollente, poi tiepida, ridono
gli anni mentre tu dimentichi
di avere già raccontato qualcosa
a proposito di un tetto che crollava
una cornice alla tomba prestigiosa del vicino
un arabesco di ottone al cancello
di gente che continua ogni giorno a morire
e non sei stato tu nemmeno a lavorare
il superfluo, sei stato sempre
al centro, il cuore della stagione
che ci precede tutti
Già allora
Già allora la mia casa era più bassa
degli alberi di mele
che poi sono morti con lo schianto
delle stelle nell’occhio di Dio
quando distribuisce il bene e il male
ai suoi giardini d’antan
Già allora la mia casa non trovava
una giusta rilegatura
e di stagione in stagione
voltava il dorso al sole
sperando di non perdere fogli
con parole o parole senza fogli
quando mancava l’aria, sempre più spesso
Già allora il mio tu faceva ombra
al niente che compone
il carattere di uno sciocco
privo di quel santo sterco
che il nonno pigiava nel grande buco pigro
quando l’inverno era vicino all’assurdo
Nell’angolo dell’Eden
Come sei fitta di radici
nel risentimento arcaico
verso l’ombra puntigliosa degli altri
che s’affollano alla luce del sole
sul prato tambureggiato dai figli
che non meritano la gioia del ciliegio
A primavera, quest’anno, mille bruchi
assaliranno il corpo dell’albicocco
nell’angolo dell’Eden dietro il cancelletto
rotto da una spallata della capra
nel quadro che tutti da allora ci rappresenta
Dio è sceso una volta
pulendo le suole sulla veranda
quel poco di luce offuscata
poi dalla polvere melagrana
del mio sacrificio
Il gatto fu ucciso per forza
c’erano troppe bocche da sfamare
nell’aperto della gabbia
Dimenticare
Ah il piacere di dire
finalmente il dire-piacere
tornare d’un tratto all’evento
da cui tutto è partito
e dire, dire il già detto
mai detto una volta per tutte
Far conto che non sei più
che una manciata di parole
pubblicate nella malinconia
dall’aria di un vecchio
respirata insieme al calendario
e ai consigli sul modo migliore
di utilizzare le stagioni
Dimenticare, dimenticarsi
il mondo è una parola
ormai casa in rovina
per i secoli dei secoli
luogo dell’esercizio
numero d’attesa
al varco del sonno
dove ti raggiungo, vi conduco
soffermàti nel buio dell’ultima
meta, in forma di canto
Questa è la perfezione
restare dove il bene è dimora
nella casa passata al vaglio
della più severa memoria
Tanti piccoli animali
offrono una decorosa militanza
alle necessità del divenire
altro dalla conoscenza del seme
I frutti sono maturati
nelle mani del ciliegio
l’ombra sul ciglio
dove la strada saliva
insieme alle due Marie
dopo il mercato
I bachi volano, oggi, non resta
che una foto del gelso morsicato
pazientemente dalla farfalla
quando ancora non sapeva d’ali
Questa è la discreta perfezione
non detta poiché non si può dire
far parola è già inganno d’atleta
che solleva le montagne
con l’immaginazione del cuore
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“Château-branlant” è la prima parte
della raccolta inedita “Luogo”,
che comparirà a breve in Quaderni di Rebstein,
XLIX, Novembre 2013.
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arte vera tutta!
grazie!
gb
“e dire, dire il già detto
mai detto una volta per tutte”