La Biblioteca di RebStein
XCIV. Dicembre 2024

Giuseppe Zuccarino
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Da un’arte all’altra
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La Biblioteca di RebStein
XCIV. Dicembre 2024

Giuseppe Zuccarino
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Da un’arte all’altra
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La Biblioteca di RebStein
XCII. Dicembre 2024

Giuseppe Zuccarino
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Note al palinsesto
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La Biblioteca di RebStein
XC. Settembre 2024

AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)
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Immagini durevoli, immagini fuggevoli.
Un seminario su Georges Didi-Huberman
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Giuseppe Zuccarino
La carne dell’immagine
1. L’ammirevole racconto di Balzac Le chef-d’œuvre inconnu ha avuto una gestazione complessa, essendo passato attraverso tre diverse stesure. Appare una prima volta nella rivista «L’Artiste» nel 1831; la seconda versione, con modifiche al testo, viene pubblicata lo stesso anno nella raccolta Romans et contes philosophiques, mentre la terza, molto ampliata, si legge in Études philosophiques nel 1837, come pure nell’omonima sezione della Comédie humaine nel 18451. Nel racconto agiscono sia personaggi storicamente esistiti – gli artisti François Porbus (si tratta del fiammingo Frans Pourbus il Giovane) e Nicolas Poussin –, sia personaggi di fantasia, come il pittore Frenhofer, cui spetta il ruolo di maggior rilievo.
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Giuseppe Zuccarino
Essere Dianus, essere Oreste
1. Non di rado i libri di Georges Bataille presentano un carattere composito, mescolando vari stili e generi di scrittura, ma ciò accade in maniera particolarmente accentuata in un volume apparso nel 1962, L’impossible1. Esso infatti comprende parti narrative, poetiche e riflessive. Non si tratta di un’opera nuova, dato che la sua prima edizione era apparsa nel 1947, col titolo La haine de la poésie2. Allora, però, la disposizione dei testi era diversa da quella definitiva, in quanto la sezione L’Orestie precedeva Histoire de rats e Dianus, mentre nell’edizione del 1962 viene posta al termine. Può essere interessante ricordare che nel 1947 Bataille attribuiva a se stesso soltanto L’Orestie, mentre fingeva di essere l’editore e non l’autore delle altre due parti. Scriveva infatti nell’avvertenza iniziale: «Sulla pubblicazione, in uno stesso libro, di poesie e di una contestazione della poesia, del diario di un morto e degli appunti di un mio amico prelato, avrei difficoltà a fornire spiegazioni. Questo genere di capricci non è tuttavia senza esempio, e vorrei dire qui che, se devo giudicare in base alla mia esperienza, essi possono anche esprimere l’inevitabile»3.
Continua a leggere L’impossibileIl libro comprende cinque dittici, ossia coppie di saggi, relativi ad altrettanti filosofi: Benjamin, Deleuze, Foucault, Agamben, Didi-Huberman. L’indagine verte in particolare sul rapporto che essi hanno instaurato con la letteratura e le arti visive. Per quanto riguarda quest’ultimo campo, vediamo Benjamin ispirato da un quadro di Klee, Foucault affascinato dalle opere di Manet, Didi-Huberman alle prese con una scultura di Giacometti. Ma i testi letterari non sono meno attrattivi per i filosofi: ecco dunque Deleuze che, assieme a Guattari, legge le opere di Kafka, Foucault che indaga su quelle di Brisset, Agamben che interroga gli scritti di Mallarmé. Più in generale, a essere in causa è il nesso tra linguaggio filosofico e immagini (intese sia come opere d’arte visiva, sia come figure evocate solo tramite le parole). Ad accomunare i pensatori in questione, infatti, c’è l’idea che la filosofia non costituisca un ambito separato, chiuso su se stesso, ma sia parte integrante di una cultura e di una storia ben più vaste e multiformi.
Giuseppe Zuccarino, Dittici.
Filosofi tra parole e immagini,
Sesto San Giovanni (MI), Mimesis,
“Eterotopie”, 2023.
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La Biblioteca di RebStein
LXXXVII. Settembre 2023
AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)
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Un seminario su Jacques Derrida
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Giuseppe Zuccarino
1. Nel 1973-74, Jacques Derrida tiene all’École normale supérieure di Parigi un seminario dal titolo L’Art (Kant). Da una serie di estratti da questo ciclo di lezioni è composto il saggio Parergon, che dopo una prima pubblicazione parziale in rivista nel 1974 è apparso, ampliato, nel libro derridiano La vérité en peinture1. Per evidenziare anche visivamente la natura frammentaria dei passi proposti, ognuno di essi inizia con la lettera minuscola e si conclude senza il punto. Inoltre, a separare un brano dall’altro, compare uno spazio vuoto delimitato da tratti angolari, in modo da suggerire il «bianco della cornice con gli angoli aperti»2. Sarebbe ingenuo chi scorgesse in ciò una trovata eccentrica da parte di Derrida, il quale invece si è sempre impegnato a ripensare la scrittura in tutti i sensi e le forme, compresi gli effetti di impaginazione. In certi casi tali effetti risultano immediatamente percepibili, in altri meno: «Ci sono dei testi in cui credo di dovermi impegnare in questa messa in spazio visibile con molti bianchi […]. Ma talvolta la spazializzazione è inappariscente, cioè si impone in maniera quasi invisibile attraverso la scrittura più lineare»3. Inoltre Parergon è accompagnato da illustrazioni in bianco e nero, che riproducono dipinti o disegni riferibili agli argomenti trattati nel corso del saggio.
Continua a leggere Kant in frammentiGiuseppe Zuccarino, Linguaggio e follia
Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, “I libri dell’arca”, 2023
In questo libro, l’approccio al tema «linguaggio e follia» avviene più sul piano della critica letteraria che su quello psicologico o psichiatrico, per quanto venga presa in considerazione anche la storia clinica degli scrittori studiati. In effetti, ciò che davvero li accomuna è il nesso che, nelle loro opere, si instaura tra la follia e la materialità del linguaggio. Basti pensare alle strane invenzioni narrative di Roussel (originate in realtà da segreti giochi verbali), ai microgrammi di Walser, alle glossolalie di Artaud, ai testi anagrammatici di Zürn, al passaggio dalle parole inglesi a quelle straniere in Wolfson. Un caso a parte è costituito da Queneau, considerato qui in quanto autore di un’importante antologia dei «pazzi letterari» ottocenteschi: individui palesemente affetti da turbe mentali, che sono però riusciti a pubblicare libri in cui espongono le loro bizzarre teorie. Anche se non si tratta certo di equiparare o confondere creatività artistica e follia, la lettura dei vari scrittori presi in esame ci aiuta a riflettere sul fatto che il disagio esistenziale non ha impedito ad essi di raggiungere notevoli risultati sul piano letterario. Come faceva notare Georges Bataille, evocando esempi forse ancor più illustri, «ciò che lega essenzialmente l’arte alla sragione (alla “patologia mentale”) è che entrambe ci restituiscono alla potenza dell’istante, e che la sragione, essendo il pericolo corso dall’arte, non ne è soltanto una contropartita mancata, ma anche il segno di un rigore e di una necessità decisivi. Da qui il senso intimo, opprimente, di smisurata vittoria che c’è nella follia di Hölderlin, di Van Gogh o di Nietzsche».
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