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Un dialogo con Francesco Forleo

Francesco Forleo

Comparare un cervello umano e un cervello artificiale, che, evoluto fin che si vuole, è pur sempre una macchina, è come parlare dell’occhio umano e della macchina fotografica. Occhio umano e macchina fotografica, una volta sorpreso, focalizzato e catturato un certo istante, producono entrambi la stessa cosa, vale a dire un’immagine. Il primo trasforma gli stimoli sensoriali in un codice di segnali nervosi che costituiscono l’alfabeto usato dal nostro cervello per la ricostruzione della realtà del mondo esterno; la macchina, pur rendendoci un oggetto ad altissima definizione, si limita a trasformare gli oggetti fissati dall’obiettivo in un’immagine statica, che testimonia un attimo irripetibile e cristallizzato, sottratto all’evoluzione del soggetto o dell’elemento effigiato, alle trasformazioni dovute al passare di quell’istante temporale rilevato dalla fotocamera. Attimo, quindi, altamente sovrainterpretabile, perché nel caso dell’immagine fotografica siamo noi, gli osservatori, ad assegnare al soggetto effigiato stati d’animo magari del tutto estranei alla trama vissuta dell’osservato.

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