Stanotte ho sognato le dita delle mani di mio padre che scavavano lentamente la superficie del tavolo e più scavavano nel legno più toccavano il cielo.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 16 novembre 2022
lunedì 28 giugno 2021
la metafora dell'impaginatore
Un’intera mattinata se n’è andata
per impaginare Venere il pianeta
che per uno strano scherzo del programma
offuscava il cielo alle sue spalle
col suo filtro d’amore. Così
più davo spazio a Venere
e meno si accendeva il cielo e se davo
spazio al cielo mi si spegneva Venere.
Alla fine ho mandato a fottersi il pianeta
e l’ho ridotto a un puntino scalciato
in fondo alla pagina.
Ho pensato che forse è tutta una metafora
non so bene di cosa
ma credo che valga un po’ l’adagio
che non c’è spazio a sufficienza per tutti
nemmeno nello spazio siderale.
Per avere un po’ di luce
in questo cielo c’è bisogno che
ne muoia prima un altro. Ed è meglio
molto meglio che sia il tuo.
per impaginare Venere il pianeta
che per uno strano scherzo del programma
offuscava il cielo alle sue spalle
col suo filtro d’amore. Così
più davo spazio a Venere
e meno si accendeva il cielo e se davo
spazio al cielo mi si spegneva Venere.
Alla fine ho mandato a fottersi il pianeta
e l’ho ridotto a un puntino scalciato
in fondo alla pagina.
Ho pensato che forse è tutta una metafora
non so bene di cosa
ma credo che valga un po’ l’adagio
che non c’è spazio a sufficienza per tutti
nemmeno nello spazio siderale.
Per avere un po’ di luce
in questo cielo c’è bisogno che
ne muoia prima un altro. Ed è meglio
molto meglio che sia il tuo.
domenica 27 ottobre 2019
è il cielo, al di sopra dei tetti
È il cielo, al di sopra dei tetti,
così blu, così calmo.
Un albero, al di sopra dei tetti,
culla le sue palme.
La campana, nel cielo che vediamo
rintocca dolcemente.
Un uccello, sull’albero vediamo
cantare il suo lamento.
Dio mio, Dio mio, quella è la vita
semplice e tranquilla.
Viene dalla cittÃ
questo mormorio.
– Che hai fatto
tu che piangi senza fine
di’, che hai fatto
della tua giovinezza?
(Paul Verlaine, Sagesse, 1881)
così blu, così calmo.
Un albero, al di sopra dei tetti,
culla le sue palme.
La campana, nel cielo che vediamo
rintocca dolcemente.
Un uccello, sull’albero vediamo
cantare il suo lamento.
Dio mio, Dio mio, quella è la vita
semplice e tranquilla.
Viene dalla cittÃ
questo mormorio.
– Che hai fatto
tu che piangi senza fine
di’, che hai fatto
della tua giovinezza?
(Paul Verlaine, Sagesse, 1881)
giovedì 13 dicembre 2018
bucolica
So che le recensioni sono necessarie a tutti, ma proprio per questo i critici letterari che occupano il poco spazio sui giornali esclusimante per scrivere di quanto è bello l'ultimo titolo Adelphi (prendo un editore serio a caso), mi fanno un po' l'effetto bucolico del pastorello che, trascurando il gregge, di fronte alla vastità dei cielo esclama "Che meraviglia!". Ci vuol ben poco a decantare una realtà editoriale solida e di qualità riconosciuta, la differenza la farebbe ricordarsi ogni tanto di guardare in basso.
giovedì 25 agosto 2016
sogno della lucciola
C’è chi ambisce a esplodere nel mondo. A me basterebbe implodere nella mia stanzetta, e restarmene lì tranquilla, senza mondo, senza più preoccupazioni. Lavoro, dunque, alla mia scomparsa, al mio lento spegnimento. Mi vedo come una lucciola stanca, che si aggrappa a una foglia sotto un cielo abissale.
mercoledì 20 luglio 2016
giovedì 23 aprile 2015
gratitudine
Mi sono fissato in un uccello sul filo
lui alto e muto sul filo
e io qui sotto sprofondato in basso
annegato che fissavo lui in tutto quel cielo
senza fine. L’uccello era rossastro
di dolore gli occhi anch’essi rossi
e senza pianto. Ma io quaggiù mi confondevo
coi corpi dei miei gatti smossi
dalla fame insoddisfatta di lui
che tutt’intorno ai miei piedi li agitava.
Io non gli ero grato.
lui alto e muto sul filo
e io qui sotto sprofondato in basso
annegato che fissavo lui in tutto quel cielo
senza fine. L’uccello era rossastro
di dolore gli occhi anch’essi rossi
e senza pianto. Ma io quaggiù mi confondevo
coi corpi dei miei gatti smossi
dalla fame insoddisfatta di lui
che tutt’intorno ai miei piedi li agitava.
Io non gli ero grato.
martedì 30 settembre 2014
la montagna
Con Girgenti parliamo di sogni, i miei bagnati, i suoi più raffinati, in quest’aria tropicale. Quali sono, quali sono i tuoi, le chiedo e lei di rimando a me. Nessuno parla eppure i nostri sogni sono palpabili. Il suo di un vecchio amore mal guarito, il mio di una terra senza peso, senza più fatica. Sogni impossibili come rimpianti, feroci a volte, con bocche dentellate dal buio. E io, io le chiedo, io forse non ti basto? Non sei il mio tipo, mi risponde ridendo, ma piuttosto uno specchio, una spalla, un compagno di bevute nascosto fra i miei piedi, poco prima del sonno. Mi sei cara, le dico. Anche tu, mi risponde. Ma qui, lo sai, non c’è spazio per altro che tempo, tempo e sogni, bestemmie, e una parola che regga meglio allo sconforto dei tanti amanti che passano senza mai far rumore. Anch’io sono perduto, Girgenti, ma cerco ancora vie d’uscita verso il cielo. E cosa conta più per ritrovare la strada? L’affetto, mia stella, l’affetto, mi canta Girgenti con la sua voce di donna, l’affetto è la cosa più bella. Guardo dal basso, nascosto fra i suoi piedi, la sua fronte ostinata, l’altissima montagna dei suoi sogni, che ronfa e ribolle di fuoco come l’Etna.
giovedì 28 agosto 2014
messaggio privato
Mi scrive Cinzia, un messaggio privato sulla pagina Fb di Pietre Vive: "Potete cancellare il numero di telefono di mio marito dal vostro diffusore di messaggi sul cielo grazie" Non so che risponderle, intanto non conosco suo marito, ma soprattutto che caspita è un diffusore di messaggi sul cielo?
lunedì 7 luglio 2014
cosa toccano gli occhi
Il mondo morirÃ
quando io non vedrò più.
Cosa toccano i miei occhi
lo porto con me.
Questo cielo
che potrebbe spezzarsi
sotto il peso delle Stelle.
(Ruxandra Niculescu)
quando io non vedrò più.
Cosa toccano i miei occhi
lo porto con me.
Questo cielo
che potrebbe spezzarsi
sotto il peso delle Stelle.
(Ruxandra Niculescu)
lunedì 16 giugno 2014
la canzone del giovane zingaro
Guarda: sotto l’arco celeste
passeggia libera la Luna;
su tutta la natura al suo passaggio
riversa il suo splendore.
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
ama uno solo, non cambiare!
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
non cambiare, amane uno solo!
(Puskin)
passeggia libera la Luna;
su tutta la natura al suo passaggio
riversa il suo splendore.
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
ama uno solo, non cambiare!
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
non cambiare, amane uno solo!
(Puskin)
lunedì 31 marzo 2014
paralisi
Mio nonno – paralisi
Mio zio – paralisi
Mio cugino – paralisi
........paralisi
Certamente – sofferenza
Spiacente – ma non ti amo
Sensazione – di sgomento
........paralisi
I commandos – sono superiori
Gli ufo – sentono bruciore al cervello
........paralisi
Lo spazio – è stellato – nel cielo blu
nel cielo pieno – che è fenomeno – della natura
Venere – si vede appena
Guerra di paralisi – anche su Marte
Però c’è una cosa – che è bella
che tutti – pregano Dio
(Pino Simone, poesia inedita)
Mio zio – paralisi
Mio cugino – paralisi
........paralisi
Certamente – sofferenza
Spiacente – ma non ti amo
Sensazione – di sgomento
........paralisi
I commandos – sono superiori
Gli ufo – sentono bruciore al cervello
........paralisi
Lo spazio – è stellato – nel cielo blu
nel cielo pieno – che è fenomeno – della natura
Venere – si vede appena
Guerra di paralisi – anche su Marte
Però c’è una cosa – che è bella
che tutti – pregano Dio
(Pino Simone, poesia inedita)
mercoledì 5 marzo 2014
albergo
Il nostro albergo ha tre stanze
dove a turno passa il cameriere
per aprirle e liberare il cuore.
Ci si incontra durante l’ora d’aria
in giardino o sul balcone sognando
ancor prima del sonno solitario.
Dormiamo a lungo estranei al nostro letto
avventurosi ottocenteschi fermi qui
da secoli o persi nel gran tour
dei sentimenti alla ricerca dell’altro.
E quelli che a volte crediamo
appuntamenti mancati non sono
che lo scorrere sghembo del tempo
che confonde gli orari del rientro
col cielo che ci unisca ancora un poco
io te e noi due.
dove a turno passa il cameriere
per aprirle e liberare il cuore.
Ci si incontra durante l’ora d’aria
in giardino o sul balcone sognando
ancor prima del sonno solitario.
Dormiamo a lungo estranei al nostro letto
avventurosi ottocenteschi fermi qui
da secoli o persi nel gran tour
dei sentimenti alla ricerca dell’altro.
E quelli che a volte crediamo
appuntamenti mancati non sono
che lo scorrere sghembo del tempo
che confonde gli orari del rientro
col cielo che ci unisca ancora un poco
io te e noi due.
martedì 4 marzo 2014
galateo per baciatori
Un sogno noto ci vede stretti su un divano
e pronti a un volo che sovrasti il cielo
nei tuoi baci fatti d’aria, attese e piccole rincorse
nei miei non educati e carichi di vita
d’ansia di tempo che divide
da te che sei la fonte ritrovata e per un bacio
tornerei per sempre cosa mai
io sono stato: un ragazzo che non sa non crede
ma percepisce unicamente il mondo
nel tuo tocco, sulle labbra, ti chiede:
insegnami. E tu: rimani.
e pronti a un volo che sovrasti il cielo
nei tuoi baci fatti d’aria, attese e piccole rincorse
nei miei non educati e carichi di vita
d’ansia di tempo che divide
da te che sei la fonte ritrovata e per un bacio
tornerei per sempre cosa mai
io sono stato: un ragazzo che non sa non crede
ma percepisce unicamente il mondo
nel tuo tocco, sulle labbra, ti chiede:
insegnami. E tu: rimani.
mercoledì 5 febbraio 2014
addio a siena 3. due amori senesi
Gli amori dei poeti sono storie – raccontano –
non credono a un per sempre che sia eterno
non durano più a lungo che nei versi.
“Se sapessi come sento Siena tutta tua!
Ti respiravo nelle strade ed ero disperato.”
Lo scrive Montale alla sua Clizia.
Non c’è scampo alla distanza
eppure c’è una nicchia per chiunque
se ci credi in cui salvarsi
lascia illesi i ricordi le emozioni
persino della voce vibrazioni
che tremano nei nostri giuramenti
dai piedi della torre indifferente altissima se non
per i piccioni. A ognuno il suo rifugio
secondo le sue ali. Pensa il nostro
è ancora lì nella sala
del Mappamondo al tempo in cui
Simone si arrampicava ogni mattina
su impalcature traballanti di pittore
a dipingere più in alto
delle stesse finestre una città vertiginosa
conquistata sul vuoto
il cielo blu reale o cobalto
surreale e perfettissimo di un mondo
tutto nostro in cui nasconderci
e tracciare nuove rotte e chiavistelli
per le porte che mai aprimmo.
“Presto ti mando l’amuleto
una nuova poesia
e una lettera lunghissima” è Montale
che piange contro il tempo
malfattore che rosicchia le sue lettere
avvelena le fonti della storia e toglie
corpo a Clizia. Offre i suoi
scongiuri come talismani. Ne capimmo
noi presto l’importanza
e tu infatti poi mi regalasti
fermo il tuo orologio da portare
sempre in tasca. “Non lo voglio
– mi scrivevi – il tempo
senza te sarà vuoto sarà vuota Siena
come un letto senza baci.”
Ti regalo io un ombrello per salvarci
a te creatura d’acqua per difenderci dal cielo
dalla pioggia che rattrista
il nostro ultimo saluto quando
meno illesa a goccia a goccia che partivo
dalla strada mi gridavi “vai solo! vai solo!”
per due volte e già sembrava un’eco
nel tempo nella storia che racconto.
“Forgive my prose. Quando
come ci rivedremo?” chiude Montale
il suo carteggio irrisolto con Clizia.
non credono a un per sempre che sia eterno
non durano più a lungo che nei versi.
“Se sapessi come sento Siena tutta tua!
Ti respiravo nelle strade ed ero disperato.”
Lo scrive Montale alla sua Clizia.
Non c’è scampo alla distanza
eppure c’è una nicchia per chiunque
se ci credi in cui salvarsi
lascia illesi i ricordi le emozioni
persino della voce vibrazioni
che tremano nei nostri giuramenti
dai piedi della torre indifferente altissima se non
per i piccioni. A ognuno il suo rifugio
secondo le sue ali. Pensa il nostro
è ancora lì nella sala
del Mappamondo al tempo in cui
Simone si arrampicava ogni mattina
su impalcature traballanti di pittore
a dipingere più in alto
delle stesse finestre una città vertiginosa
conquistata sul vuoto
il cielo blu reale o cobalto
surreale e perfettissimo di un mondo
tutto nostro in cui nasconderci
e tracciare nuove rotte e chiavistelli
per le porte che mai aprimmo.
“Presto ti mando l’amuleto
una nuova poesia
e una lettera lunghissima” è Montale
che piange contro il tempo
malfattore che rosicchia le sue lettere
avvelena le fonti della storia e toglie
corpo a Clizia. Offre i suoi
scongiuri come talismani. Ne capimmo
noi presto l’importanza
e tu infatti poi mi regalasti
fermo il tuo orologio da portare
sempre in tasca. “Non lo voglio
– mi scrivevi – il tempo
senza te sarà vuoto sarà vuota Siena
come un letto senza baci.”
Ti regalo io un ombrello per salvarci
a te creatura d’acqua per difenderci dal cielo
dalla pioggia che rattrista
il nostro ultimo saluto quando
meno illesa a goccia a goccia che partivo
dalla strada mi gridavi “vai solo! vai solo!”
per due volte e già sembrava un’eco
nel tempo nella storia che racconto.
“Forgive my prose. Quando
come ci rivedremo?” chiude Montale
il suo carteggio irrisolto con Clizia.
martedì 28 gennaio 2014
così
Nel freddo più freddo di gennaio
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.
lunedì 20 gennaio 2014
l'estinzione delle anguille
La vita è cosa assurda la vita è senza scampo se
legato all’albero maestro
ti ho persa dietro un paravento
da cantiere. Io lo credevo – sciocco –
cielo profondissimo e notturno
invece camuffava impalcature
il tuo cuore anch’esso di ferraglia
sublime e sordo pure qui
che avanza la tempesta
che il vento scuote nelle ossa il telo azzurro e pare
un mare che si gonfia esplode
un finto mare per anguille senza voce
senza affetto
senza più un biglietto nel diluvio
per persone sole ormai
vedove di marinai
neppure di poeti che ne cantino la morte a lungo
e controvoglia.
legato all’albero maestro
ti ho persa dietro un paravento
da cantiere. Io lo credevo – sciocco –
cielo profondissimo e notturno
invece camuffava impalcature
il tuo cuore anch’esso di ferraglia
sublime e sordo pure qui
che avanza la tempesta
che il vento scuote nelle ossa il telo azzurro e pare
un mare che si gonfia esplode
un finto mare per anguille senza voce
senza affetto
senza più un biglietto nel diluvio
per persone sole ormai
vedove di marinai
neppure di poeti che ne cantino la morte a lungo
e controvoglia.
domenica 5 gennaio 2014
la successione dei sentimenti...
La successione dei sentimenti
è pura convenzione
io non posso lunedì amare
e martedì disperare.
Un amore val nulla
se è così maldisposto.
Ti amo
ma oggi sono molto molto triste.
Pensami, biscia del cielo dentro il fuoco d’agosto.
(Roberto Roversi)
è pura convenzione
io non posso lunedì amare
e martedì disperare.
Un amore val nulla
se è così maldisposto.
Ti amo
ma oggi sono molto molto triste.
Pensami, biscia del cielo dentro il fuoco d’agosto.
(Roberto Roversi)
giovedì 26 dicembre 2013
tigri
per Erik Lemke (1979-2012)
1.
Un colibrì vola dentro una finestra
che assomiglia al cielo. Tutto qui attorno
assomiglia al cielo. Il cielo sembra una tigre striata.
Chiamano questo tipo di nube
qualcosa. Conosco qualcuno
che sa delle nuvole. Posso
scoprirne il nome. Tutto qui attorno
ha un nome.
2.
Il colibrì cadde sulla veranda. Mio marito lo raccolse.
– Cosa si sente ad averlo in mano?
– Niente. Non ho sentito niente.
– Dov’è ora?
– Andato.
– Morto?
– Non morto. Volato via. È scomparso ed è scomparso ancora.
3.
Ti dirò una sciocchezza. Un colibrì volò dentro una finestra...
Ti dirò un’altra sciocchezza. Tradimento,
una volta eravamo amici.
4.
Nei sogni l’uccello
pesa di più, così puoi sentirlo
quando lo raccogli. Così
quando muore sembra
qualcosa di realmente accaduto.
È una parola
legata
attorno alla tua mano e un segnale
sulla strada spogliata.
Una stella di poliestere su una stecca di plastica
legata al segnale.
Asfalto. Palo. Le grinze tese
di una stella grassa.
Piena.
Risplende.
Ci sarà una festa
qui attorno da qualche parte.
L’uccello non pesa niente aspetta da nessuna parte.
Il cielo assomiglia a una finestra e lui ci vola dentro.
(Melissa Ginsburg)
domenica 22 dicembre 2013
rassegna mattutina
Faccio la mia rassegna dei blog, come ogni mattina. Passo dal blog di Marco Bertoli (Jazz nel Pomeriggio) e faccio partire il brano qui sotto, splendido, di John Medeski. Poi un giro su Le Parole e le Cose, dove hanno pubblicato una nuova traduzione (a cura di Manuela Alessandra Poggi) di Heiner Müller, fra i miei poeti preferiti. Leggo le poesie con la musica di sottofondo, sono malato, ho poca fiducia nell'umanità e nel futuro. Questo è il mio umore oggi e il cielo non cambia. Non cambia mai la natura umana.
SGUARDO ESTRANEO: CONGEDO DA BERLINO
Dalla mia cella davanti al foglio vuoto
In testa un dramma per nessun pubblico
Sono sordi i vincitori i vinti muti
Uno sguardo estraneo su una città estranea
Giallogrigie le nubi passano alla finestra
Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino
Heiner Müller 14.12.1994
SGUARDO ESTRANEO: CONGEDO DA BERLINO
Dalla mia cella davanti al foglio vuoto
In testa un dramma per nessun pubblico
Sono sordi i vincitori i vinti muti
Uno sguardo estraneo su una città estranea
Giallogrigie le nubi passano alla finestra
Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino
Heiner Müller 14.12.1994
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