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mercoledì 24 luglio 2019

processo

Stanotte ho sognato di parlare con tutte le mie poesie che ad una ad una mi facevano il processo, rimproverandomi di essere un artigiano maldestro e che con un pizzico di amore in più avrei potuto farle più belle.

mercoledì 13 febbraio 2019

chapeau

Stasera ho sentito che Berlusconi ha subito in circa trent’anni che fa politca 88 processi, molti dei quali costruiti sulle sue vicende “private” al solo scopo di affondarlo, “porcate” le ha appropriatamente chiamate. Più o meno per lo stesso lasso di tempo, 33 ne ha subiti Pasolini, ben 55 di meno. Berlusconi 1 - Pasolini 0.

lunedì 19 ottobre 2015

il peso inutile delle parole

Mi accorgo adesso che di tutta questa storia del processo a Erri De Luca, erano sbagliate le premesse, fin nell'hashtag #‎iostoconerri. Ma perché? Erri De Luca è processato per le sue parole, e finora l'unico a usare la definizione più giusta, parola contraria, è stato proprio lui. Noi pensavamo al personaggio, allo scrittore o all'eroe. Erri De Luca si chiede se questo è il primo processo di una nuova Italia o l'ultimo processo di una vecchia Italia. Gli rispondo io, che comunque vada, è il solito processo di una vecchia Italia in cui noi, difensori del giusto, che tanto vituperiamo i giudici, siamo come loro, uguali a loro. I giudici lo condannano perché quelle parole le ha pronunciate un VIP, una persona importante, che dunque ha un peso diverso dal nostro. Noi, che lo difendiamo, lo difendiamo per gli stessi identici motivi, non per il principio che la parola è sacra, ma perché a pronunciarla è stato proprio De Luca col suo peso. L'dentico processo, a un'altra persona, a Pinco Pallino che sia, così come non avrebbe sortito lo stesso effetto per i giudici, non lo avrebbe sortito nemmeno per noi. In tutto questo De Luca, comunque vada, vince, ma la parola contraria perde, al di là di ogni sua possibile manifestazione, perché il suo peso contrario è proporzionale alla nostra omologazione.

Ore 13.00
Assolto perché il fatto non sussiste.
Pensa te, quanto tempo abbiamo perso, dietro a un fatto che "non sussiste".

sabato 17 ottobre 2015

ambizioni

Fra due giorni si decide di Erri De Luca. E, per quanto siamo tutti un po' tuttologi sul potere, non è un processo da sottovalutare, almeno per chi ambisca a dire la sua senza censure. Intanto, stamattina, rileggevo La parola contraria e ho pensato che, comunque vada, lui sarà contento. Se lo assolvono ha vinto la sua (giusta) battaglia e se lo arrestano potrà includersi fra i martiri della resistenza. Ci sono scrittori che si accontentano di stare seduti a casa a mettere insieme parole, costruirci storie, e altri che hanno bisogno di intervenire sulla storia, cercare lo scontro per fare della parola azione. Erri De Luca, come scrittore, almeno per i miei gusti, ha girato troppo intorno alle parole (soprattutto nei romanzi, che spesso utilizzano la stile della prosa poetica e baroccheggiante che tanto piace agli italiani a cui la poesia, a parole, fa venire il mal di testa). Ma in La parola contraria De Luca ammette come ha sempre ambito a annoverarsi in quest'ultima categoria, da Orwell a Pasolini. Lui in questo processo vince perché non solo è dalla parte (giusta) degli sconfitti, dà voce agli esclusi dalle logiche disumane del potere, ma anche, al livello più alto della pura ambizione artistica, perché dà un senso alla propria scrittura e alla propria storia proprio attraverso gli esclusi.

mercoledì 4 giugno 2014

tre poesie di erri de luca

TESSERA

Il nome che porto come lo zaino del contrabbandiere
è di uno zio, lui Harry, Erri io.
Nell’estate del sessantasei volevo diventare
il legno di faggio di una sedia a sdraio
dove posava il corpo illuminato a gocce la ragazza.
Sono stato il due di spade e il niente di denari,
operaio salariato e anche gratuito.
Sono stato un lardo di malaria,
dieci chili deposti a scolare su branda,
un odore di gomma nelle ascelle,
sette gradi di là dell’equatore e quarantuno in corpo.
Lì denunciai un serpente verde sotto una pietra,
l’hanno ucciso. Non ho avuto figli.
Per complimento una donna mi ha detto: che bel sangue ti esce.
Era rosso, rissoso, con le bollicine, ubriacato di ossigeno.
Amo il la minore in musica, lo strapiombo in parete.
Di tutta la macchina d’amore ho preferito i baci,
il primo, quello dopo, qualche altro non contato.
Molti amici in prigioni e negli esili
scontano il Novecento anche per me.
Nell’orecchio è rimasto qualche sparo vicino.
Alla mano basta una sera per dimenticare,
al resto di me no.


DA NOI

Da noi non si pronuncia l’ultima vocale,
le parole restano sospese.
L’inverno è viern, il resto è la stagione.
Prima e dopo sono primm’ e dopp’,
hanno più carne e ossa del presente, che è solamente:
mò.
L’ammor’ nuosto è piu tosto di amore,
più svergognata ‘a famm’ della fame,
i soldi sono ‘e sord’, il soldato ‘ o surdat’,
più sordo che assoldato.
Da noi il “c’è” non c’è, però ci sta.
Nessuno ha, però ci sta chi tiene.
Da noi non piove: chiove. La pioggia non infradicia
ma ‘nfràceta’, marcisce.
Il sangue è ‘o sang’ e vale meno di un bicchiere
d’acqua.
Da noi se devi andartene, fai che sei già partito,
pure prima di adesso, primm’ ‘e mò.
Teniamo il verbo più veloce del mondo, andare: i’.
Se te ne devi andare, t’n’ ia i’.


IO TE VURRIA VASA’

“Io te vurrìa vasa’”, sospira la canzone
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’,
come la gola al canto come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’.
“Io te vurrìa vasa’”, insiste la canzone
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare
io te vurrìa manca’,
più del fiato in salita
più di neve a Natale
di benda su ferita
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei mancare,
io te vurrìa manca’.