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mercoledì 14 febbraio 2018

Tanti baci

Ai tempi della sfida MTC sui baci, io ne preparai ben 8 tipi diversi (qui, qui, qui e qui). Non potevo, quindi, mancare oggi che il Calendario del cibo dedica il giorno di S. Valentino proprio a questi cioccolatini tanto amati. Certo, le idee migliori me le sono già giocate, ma anche questa versione, nella sua semplicità, è risultata molto gradevole, grazie all'aroma del mandarino.

Baci al mandarino

Cioccolato fondente                    200 g
Cioccolato bianco                       100 g
Pasta frolla                                  100 g
Panna da cucina                          40 g
Granella di nocciole                    40 g
Zucchero                                     30 g
Glucosio                                      1 cucchiaino
Mandarini                                    2

Tenere la pasta frolla in frigo, in modo che s'indurisca (io avevo in freezer un avanzo della frolla preparata qui). Grattugiarla con la grattugia a fori larghi e cuocere a 180 gradi il briciolame ottenuto.
Sciogliere a bagnomaria il cioccolato bianco; fuori dal fuoco, aggiungere la panna ed amalgamare. Grattugiare la buccia dei mandarini nel cioccolato e, quando si sarà intiepidito, unire le briciole di frolla. Versare il cioccolato in stampi a semisfera e far raffreddare in frigo.
Mettere lo zucchero ed il glucosio in un pentolino, bagnare con un po' d'acqua e far caramellare. Unire la granella di nocciole e versare il croccante su carta forno, formando tanti mucchietti. Appena il croccante si raffredda abbastanza da poter essere maneggiato, ma non si è ancora completamente indurito, modellare i mucchietti in forma di piccole sfere. Sformare le semisfere di cioccolato, scaldare la base delle palline di croccante, in modo che si sciolga un po' e possa attaccarsi suelle semisfere di cioccolato.
Temperare il cioccolato fondente e, con una forchettina, immergere i cioccolatini, in modo che si rivestano. Adagiare man mano i cioccolatini su carta forno.





martedì 13 febbraio 2018

Torta di carciofi

Avevo già pubblicato belle ricette coi carciofi qui, qui e qui, ma, per la giornata che il Calendario del cibo dedica a questa verdura, volevo preparare qualcosa di nuovo. 
Spulciando il sito de La Cucina Italiana, mi sono imbattuta in questa torta, che, da un lato m'intrigava, dall'altro mi suscitava qualche perplessità per la presenza dello zucchero. Ha prevalso la curiostà, per fortuna, perché è venuta fuori una roba buonissima! Ed il succo di limone riequilibra perfettamente lo zucchero.
Di mio, ho modificato un paio di cose: ho sbollentato i carciofi, perché temevo che, cuocendoli "a secco", rimanessero duri ed ho aggiunto del formaggio, che, non solo ci stava bene, ma, abbinato alla nota dolce evocava, alla lontana, le seadas sarde.
Insomma, se avete voglia di provare qualcosa di diverso dalla solita quiche/torta salata, questa fa per voi!

Torta rovesciata ai carciofi

Carciofi                                  5
Pasta foglia                           1 disco
Caciocavallo fresco               100 g
Pecorino grattugiato              40 g
Zucchero                               30 g
Burro                                     30 g
Limoni                                   2
Uovo                                     1
Semi di sesamo                    1 cucchiaio
Latte o panna                        1 cucchiaio

Mondare i carciofi, lasciando un po' di gambo; tagliarli a metà ed eliminare l'eventuale fieno. Man mano, metterli in una ciotola piena d'acqua, acidulata col succo di un limone. Tuffarli in acqua bollente per 7-8 minuti. Scolarli. Sciogliere sul fuoco il burro e lo zucchero in un tegame di 24 cm, che possa andare anche in forno. Appena lo zucchero accenna a caramellare, disporre nel tegame i carciofi a raggiera, con il lato tagliato rivolto verso il basso. Irrorare col succo del limone rimasto. Mettere i carciofi in forno a 200 gradi per 8-9 minuti. Tirar fuori il tegame e, nel caso i carciofi avessero rilasciato acqua, farla asciugare sul fornello. Quando il tutto si sarà freddato, poggiare sui carciofi fettine di caciocavallo e spolverare con il pecorino. Adagiare sulla verdura un disco di sfoglia, avendo cura di rincalzarlo torno torno. Battere l'uovo con il latte o la panna e spennellare la sfoglia. Distribuirci sopra i semi di sesamo ed infornare a 180 gradi fino a doratura (circa 15 minuti).
(La foto, al solito mio, non rende. In particolare, il bordo sembra bruciacchiato, ma vi assicuro che non lo era).





lunedì 18 dicembre 2017

Pandoro al cioccolato

Sarà che io frequento virtualmente un sacco di persone appassionate di cucina, sta di fatto che mi sembra che, in questo periodo, stiano tutti con le mani in pasta. Che si tratti di semplici biscotti o di lievitati complessi, le cucine traboccano come non mai di farine, canditi, cioccolato ecc.
I più ardimentosi si cimentano con pandori e panettoni ed è proprio al pandoro che è dedicata la giornata odierna del Calendario del cibo. Io contribuisco con questo pandoro al cioccolato, nel caso vi venisse voglia di provare una versione un po' diversa di questo classico dolce.

Pandoro al cioccolato

Poolish
Farina W 360-380                 50 g
Acqua                                    50 g
Lievito di birra                       5 g

Biga
Farina W 360-380                 50 g
Acqua                                    25 g
Lievito di birra                       6 g

Impasto
Farina W 360-380                  260 g
Cacao amaro                          40 g
Zucchero                                130 g
Acqua                                     60 g
Panna fresca                           30 g
Tuorli                                      110 g (circa 6)
Burro bavarese                       200 g
Bacca di vaniglia                    1
Sale                                         6 g


Ore 17: impastare gli ingredienti per il poolish e metterli a temperatura ambiente in un recipiente ben chiuso.
Ore 18: impastare gli ingredienti per la biga, avvolgere l'impasto nella pellicola e lasciare a temperatura ambiente.


Ore 19,30: Mettere sia il poolish che la biga nella ciotola della planetaria con un po' di farina ed iniziare ad impastare con la frusta K. Aggiungere un po' alla volta l'acqua e i tuorli, alternandoli con la farina mescolata allo zucchero e al cacao, avendo cura di non aggiungere altri liquidi se quelli inseriti in precedenza non sono stati assorbiti e l'impasto non è incordato. Aggiungere gradualmente la panna, aspettando sempre la ripresa dell'incordatura, prima di aggiungerne altra. Aggiungere il sale. Sostituire la frusta K con il gancio ed aggiungere, sempre un po' alla volta il burro freddo di frigorifero. Controllare, di tanto in tanto, che la temperatura dell'impasto non superi i 24 gradi. Ribadisco: è FONDAMENTALE inserire gli ingredienti liquidi gradatamente ed aspettare che l'impasto riprenda l'incordatura, prima di aggiungerne ancora. Nel caso l'impasto stentasse un po' a prendere corda, ribaltarlo nella ciotola, impastare e ribaltare ancora. Ripetere più volte, se necessario, in modo che l'impasto si asciughi bene. Io ho impiegato un'ora e mezza per completare l'impasto, quindi ricordarsi che, in queste preparazioni, la pazienza è forse l'ingrediente più importante. Alla fine, si dovrà ottenere un impasto lucido ed elastico, che, se tirato, non si spezza.


Rovesciare l'impasto sulla spianatoia, dargli un giro di pieghe del secondo tipo, rimettere l'impasto nella ciotola, sigillare con pellicola e lasciare a temperatura ambiente per tutta la notte.
Il mattino dopo, tirar fuori l'impasto dalla ciotola, dargli ancora un giro di pieghe e prillarlo sulla spianatoia, per serrare l'incordatura. Metterlo nello stampo, sigillare con pellicola e porre a lievitare nel forno spento, con la luce accesa, fino a che sarà arrivato al bordo dello stampo. 
Infornare in modalità statico a 160 per 50 minuti. Dopo 10-15 minuti, se la superficie dovesse iniziare a colorirsi troppo, coprire con un foglio di alluminio. A fine cottura, controllare che la temperatura al cuore abbia raggiunto i 94 gradi. Una volta freddo, sformarlo e, volendo, glassarlo con la glassa pinguino.

NOTE: ho ottenuto quasi 1 k d'impasto, troppo per il mio stampo della capienza di 2,5 l, per cui ho separato 800 g d'impasto, che ho messo nello stampo per pandoro, mentre l'impasto rimanente l'ho diviso tra due stampini più piccoli. 

Ho messo l'impasto nello stampo alle 8 e l'ho infornato alle 13,30.



martedì 12 dicembre 2017

Pan e sapa

I pan dolci si ritrovano in tante regioni d'Italia. La cosa non stupisce: quando il dolce era una presenza sporadica sulla tavola, bastava aggiungere un po' di miele o mosto cotto e frutta secca all'impasto del pane quotidiano ed ecco il dolce per la festa. Il più celebre di questi pani è, ovviamente, il panettone, che, in origine, era sicuramente una preparazione meno raffinata della versione odierna, ma, come dicevo, anche in altre tradizioni è possibile ritrovarli.
Oggi, il Calendario del cibo italiano propone proprio una carrellata di questi pani, forse ingiustamente misconosciuti.
Per quanto mi riguarda, ho scelto di fare un pane tipico della mia amatissima Sardegna: il pan e sapa (o saba), che altro non è che un pane impastato con del mosto cotto e arricchito con frutta secca.
In rete, girano molte ricette, ma io scelto di seguire quella di Roberto Murgia, fonte autorevolissima per tutto quello che riguarda la tradizione gastronomica sarda. E' stato un parto trigemino, perché ho iniziato il venerdì con i rinfreschi del lievito madre ed ho sfornato il mio pane il martedì successivo. Col senno di poi, mi sento di dire che, forse, anche le versioni più "moderne", con lievito di birra, hanno una loro ragion d'essere.
Per quanto riguarda l'aromatizzazione, ho sbucciato due arance, ho eliminato la parte bianca della buccia e l'ho messa in forno a 70 gradi per quasi 3 ore. Una volta ottenute le bucce disidratate, le ho frullate insieme alle altre spezie, ottenendo un meraviglioso mix aromatico che mi ha profumato la cucina per tutto il giorno.
Riporto integralmente la ricetta di Roberto Murgia. Io ho fatto un terzo delle dosi da lui indicate. 

Pan e sapa

450 gr di farina di semola rimacinata
250 di farina 00
200 gr di lievito madre in forza
10 gr di lievito di birra
500 ml di sapa 
15 gr di scorza di arancia secca tritata
4 gr di cannella in polvere
1 gr di chiodi di garofano in polvere
3 gr di anice stellato in polvere
1 gr di cardamomo in polvere (mia aggiunta)
200 gr di uvetta (io ho usato uvetta bionda)
150 gr di mandorle
25 gr di pinoli
50 gr di nocciole
80 gr di noci
Per la finitura:
200 gr di mandorle (circa)
200 ml di sapa (circa)
Diavoletti colorati e argento

Procedimento:
Versate il lievito madre nella ciotola e un poco di sapa precedentemente intiepidita. Fate sciogliere e aggiungete la farina (250 gr di farina 00 e 250 gr di fiore) alla quale avrete aggiunto tutte le spezie. Impastate inserendo gradatamente la sapa (non tutta) fino ad ottenere un impasto elastico ma molto sodo. Raccogliete a palla e coprite con la pellicola trasparente. Lasciate lievitare per 14 ore circa al caldo (28° C).
Superate le ore di lievitazione sciogliete il lievito di birra in pochissima sapa intiepidita. Aggiungetela all'impasto precedente e amalgamate per bene. Aggiungete 200 gr farina fiore e continuate ad impastare con la sapa avanzata dai 500 ml. Dovrete ottenere in impasto elastico e molto sodo. Quando l'impasto sarà elastico iniziate ad aggiungere a più riprese la frutta secca e amalgamate bene. Raccogliete a palla e lasciate lievitare nella ciotola coperta con la pellicola in ambiente caldo (28°C) per altre 14 ore circa.
Superate le ore di lievitazione versate l'impasto su un piano e dividetelo in pezzi . Io ho diviso l'impasto in panetti da 240 gr ciascuno. Lavorate leggermente ogni pezzo di pasta e formate a sfera.
Le forme tipiche del pane di sapa sono: tonda, cuore, corona, rombo, rettangolo. Scegliete tra queste forme e sistemate i panetti in teglie foderate di carta da forno.
Una volta pronte le forme decorate inserendo le mandorle (precedentemente divise a metà) su tutta la superficie. Coprite con un telo di cellophane o pellicola facendo in modo che il telo non tocchi i pani. Coprite con un plaid e tenete al caldo a lievitare per altre 16-18 ore circa.
Infornate in forno statico preriscaldato a 180°C per 50 minuti o 1 ora.
Sfornate e lasciate intiepidire leggermente. Bagnate completamente i pani nella sapa e adagiateli su carta da forno. Ripetete la glassatura 2-3 volte. Completate decorando con diavoletti colorati e argento.  Lasciate asciugare 12 ore e confezionate con carta stagnola o pellicola.



venerdì 17 novembre 2017

Arancini alla genovese

La genovese è il sugo che, canonicamente, si alternava al ragù suelle tavole domenicali delle famiglie napoletane. Entrambe le preparazioni richiedono cotture lunghissime e sveglie antelucane (questo quando non esisteva la slow cooker), ma, in un colpo solo, si ottengono sia il condimento per la pasta che la carne per il secondo.
Come molti già sapranno, a dispetto del nome, questo sugo a Genova è sconosciuto. Una possibile spiegazione della sua origine ce la fornisce Jeanne Carola Francesconi, l'autrice de "La Cucina Napoletana": 
Nel Seicento esistevano a Napoli parecchi trattori genovesi stabilitisi nella nostra città, i quali, ottimi cuochi, usavano cucinare la carne in quel modo particolare che poi da loro ha preso il nome. Senonché, consultando il Crisci e il Corrado, fino al Cavalcanti incluso, troviamo che la denominazione "genovese" indicava quel sugo semplice e di color chiaro che noi chiamiamo "glassa". Si deve perciò ritenere che l'aggiunta del salame e di abbondanti cipolle si sia avuta solo verso la fine dell' Ottocento"
La Francesconi parla di salame, ma, a casa mia, quando si faceva la genovese il salame non c'era. Entrava, invece, in gioco, quando si faceva la genovese "finta", una versione più povera, in cui la carne viene sostituita appunto dal salame. Ma, si sa, non c'è nulla di più opinabile di una ricetta "tradizionale". A meno che non esistano disciplinari registrati, come avviene, ad esempio, per il tortellino bolognese, le ricette della tradizione conoscono innumerevoli varianti che, fatta salva un'impostazione generale, differiscono quasi da famiglia a famiglia. E, ovviamente, ognuno è disposto a difendere a spada tratta la "sua" versione, come la migliore e l'unica autentica. Io non sono così talebana e mi limito a dire: a casa mia, si fa così.
Per la giornata che il Calendario del cibo dedica alla genovese, propongo i miei arancini.

Arancini alla genovese

Per la genovese

Cappello del prete                400 g.
Cipolla                                  700 g.
Olio evo                                1/2 bicchiere
Vino rosso                             1 bicchiere
Sale

In una casseruola, rosolare la carne nell'olio, quando si sarà dorata da tutti i lati, toglierla dalla pentola e metterci le cipolle tritate. Farle rosolare a fuoco lento per un'ora, sfumando, di tanto in tanto, con un po' di vino. Trascorso questo tempo, rimettere nella casseruola la carne e proseguire la cottura per almeno altre due ore, continuando a bagnare col vino.

Per gli arancini

Riso Roma                         300 g.
Brodo di carne                   700 ml.
Burro                                  20 g.
Parmigiano                         20 g.
Provola affumicata             100 g.
Pane grattugiato                  4 tbs
Olio evo
Sale

Portare ad ebollizione il brodo e versarci il riso. Cuocere molto al dente. Mettere la pentola nel lavello riempito di acqua fredda, in modo che il riso si raffreddi velocemente e smetta di cuocere. 
Una volta freddo, mettere un po' di riso nell'incavo della mano, aggiungere po' di sugo alla genovese e qualche dadino di provola (il latticino, non il formaggio). Chiudere l'arancino e rotolarlo per dargli una bella forma rotonda. Immergere l'arancino nella lega (vedi più sotto), in modo che se ne rivesta perfettamente; sgocciolarlo molto accuratamente e rotolarlo nel pan grattato. Friggere in olio abbondante, fino a doratura



Per la lega

Farina                                200 g.
Acqua                                400 ml.


Sale



martedì 14 novembre 2017

Vellutatamente

Era da tempo che volevo sperimentare la cottura confit, desiderio che si era rafforzato nel momento in cui mi sono ritrovata propietaria di una slow cooker. Si, perché questo tipo di pentola mi sembrava (e lo è!) perfetta per questa modalità di cottura, grazie alla sua capacità di mantenere con costanza una bassa temperatura.
L'occasione per mettere in pratica me l'ha fornita il Calendario del cibo. Se volete sapere tutto su besciamella, vellutate e tutte le salse che da queste derivano, vi consiglio vivamente di leggere l'articolo pubblicato sul sito del Calendario.

Coda di rospo in oliocottura su vellutata di piselli

Coda di rospo                           700 g
Olio evo                                   1 l + 1 cucchiaio
Brodo di verdura                      200 ml
Piselli                                        200 g
Speck                                       60 g
Burro                                        10 g
Farina                                       10 g
Sale
Zucchero                                  1 cucchiaio

Prendere la coda di rospo e metterla in una pirofila, ricoprendola con due cucchiai di sale grosso ed uno di zucchero. Coprire e tenere in frigo per un paio d'ore. Questo procedimento serve a tirar fuori parte dell'acqua contenuta nel pesce, evitando che venga rilasciata in cottura, abbassando così la temperatura dell'olio.
Scaldare in una pentola il cucchiaio d'olio e cuocervi i piselli, tenendone da parte qualcuno crudo per decorare il piatto. Una volta cotti, frullarli, in modo da ottenere una crema omogenea.
Mettere in una pentola il burro e la farina e cuocerli a fuoco lento, formando un roux. Aggiungere, poco alla volta metà del brodo vegetale caldo. Unire il passato di piselli ed il resto del brodo. Salare. Se la vellutata risultasse non troppo liscia, qualche colpo di minipimer risolverà il problema.
Versare l'olio nella slow cooker, posizionare  su high e lasciarlo riscaldare per 40 minuti. Trascorso questo tempo, immergere la coda di rospo (dopo averla ripulita della salamoia ed asciugata per bene con carta da cucina) e cuocerla su high per 10 minuti e, poi, su low per 30. Controllare con un termometro che la temperatura del pesce, al cuore, raggiunga i 70 gradi. Sgocciolare la coda di rospo, separare i due filetti e tagliarli a bocconcini di un paio di cm. Avolgere ogni pezzo di pesce nello speck e rosolarli brevemente in una padella calda. Non salare assolutamente il pesce. Versare la vellutata di piselli nei piatti, poggiarvi i bocconcini di pescatrice, decorare con qualche pisello crudo e servire.










giovedì 9 novembre 2017

Amatissime pappardelle

La mia partecipazione al Calendario del cibo è fortemente condizionata dai gusti difficili del consorte. Del resto, essendo lui il mio unico commensale, devo necessariamente scegliere di contribuire con piatti che gli piacciano. Oggi, mi/gli va di lusso, perché la pasta all'uovo è amatissima da mio marito, e le pappardelle più di ogni altro formato. 

Pappardelle con porcini e fonduta (x 2)

Pappardelle                              200 g
Funghi porcini                         250 g
Latte                                        100 ml
Fontina                                    70 g
Parmigiano                              1 cucchiaio
Olio evo                                  1 cucchiaio
Burro                                       1 noce
Aglio                                       1/2 spicchio
Sale 

Tagliare la fontina a cubetti, metterli in una ciotolina, coprirli con il latte e lasciarli in ammollo per un paio d'ore.
Mondare i funghi, tagliarli a fettine  e cuocerli in un largo tegame nel cucchiaio d'olio, in cui si sarò fatto imbiondire l'aglio.
Mettere i cubetti di formaggio in un pentolino insieme a metà del latte dell'ammollo; cuocere a bagnomaria, girando con una piccola frusta, finché il formaggio si sarà sciolto. A questo punto, aggiungere il burro, il parmigiano  e tenere in caldo.
Lessare le pappardelle in acqua bollente salata. Con delle pinze, tirar fuori la pasta dall'acqua e metterla nel tegame con i funghi. Aggiungere la fonduta e saltare la pasta, in modo che i condimenti si distribuiscano bene.
                            



lunedì 6 novembre 2017

Le pere di una volta

Non vorrei ritrovarmi a fare discorsi da autobus o sembrare una laudatrix temporis acti, ma perché le pere non sanno più di niente?? Lo so che la stessa cosa si potrebbe dire anche di altri frutti, ma mentre mi capita ancora di mangiare di tanto in tanto una pesca, una mela o un'albicocca degne di questo nome, non so più quanti anni siano passati dall'ultima volta in cui ho mangiato una pera dolce e saporita. Inoltre, sembrano passare dallo stadio "dura e legnosa" al disfacimento, senza attraversare la fase "matura al punto giusto". In pratica, ormai le compro solo quando devo impiegarle in un dolce. Ed è quello che ho fatto anche questa volta, per contribuire alla giornata che il Calendario del cibo dedica a questo frutto, nella speranza che, prima o poi, si possa tornare a gustare una pera come quelle che mangiavo da ragazza.
La ricetta l'ho presa da qui, peccato che la ricetta abbia una grossa lacuna: negli ingredienti non è indicata la quantità di farina, per cui sono andata a controllare altre ricette di plum cake e mi sono ricavata le giuste proporzioni tra farina, uova e burro.
Dovessi rifarlo, credo che cuocerei per qualche minuto le pere in uno sciroppo di vino rosso e zucchero.

Plum cake pere e cioccolato al vino rosso

Farina 00                               300 g
Burro a t.a.                            150 g
Zucchero a velo                    110 g
Uova                                      3
Vino                                       30 ml
Gocce di cioccolato               40 g
Pere                                       3
Cacao                                    15 g
Zucchero di canna                 1 cucchiaino
Lievito                                    3 g
Cannella
Estratto di vaniglia

Montare con le fruste il burro con lo zucchero e qualche goccia di estratto di vaniglia. Aggiungere le uova, una alla volta. Setacciare la farina con il cacao, il lievito e la cannella. Aggiungere gradatamente le polveri alla montata di burro, lavorando con una spatola. Unire il vino, le gocce di cioccolato e due pere sbucciate e tagliate a dadini. Imburrare ed infarinare uno stampo da plum cake (21x12x8) e versarci il composto. Sbucciare la pera rimasta, tagliarla a metà, rimuovere il torsolo ed affondare le due metà nell'impasto. Cuocere a 160 gradi per un'ora. Dieci minuti prima del termine della cottura, spolverizzare le mezze per con un cucchiaino di zucchero di canna.




mercoledì 25 ottobre 2017

Pasta alla chitarra

Della mia amica Giusy avevo già avuto occasione di parlare qui. Viviamo lontane, quindi non capita di vedersi molto spesso, tuttavia, quando vado a Milano, se i rispettivi impegni ce lo permettono, cerchiamo d'incontrarci per aggiornarci un po' sulle nostre vite. L'ultima volta che ci siamo viste, Giusy mi ha fatto un bellissimo regalo: una chitarra per fare la pasta! A dire il vero, ne sono stata contenta, ma, al tempo stesso, un po' intimorita, tant'è che non mi decidevo ad usarla, temendo di fare disastri. C'è voluto il Calendario del cibo e la Giornata mondiale della pasta per farmi superare i miei timori. Timori che si sono rivelati assolutamente infondati, visto che usare quell'attrezzo è facile e pure molto divertente!
Ho scelto di fare un piatto della tradizione abruzzese: la pasta alla chitarra con ragù di agnello. E non mi stanco di ringraziare il mio impareggiabile macellaio, che mi ha procurato la carne di agnello, in un periodo dell'anno in cui non è facile reperirla.

Pasta alla chitarra con ragù di agnello

Per la pasta

Semola di grano duro                  200 g
Uova                                            2

Impastare la semola con le uova, formare una palla, avolgerla nella pellicola e farla riposare per una mezz'ora. Stendere la pasta col matterello ( la mia, forse, doveva essere un tantino più sottile, ma poco male). Spolverizzare da entrambi i lati la sfoglia così ottenuta con un po' di semola, poggiarla sulla chitarra e passarci sopra il matterello, esercitando una leggera pressione.


Stendere la pasta ad asciugare



Per il ragù

Carne d'agnello macinata           300 g
Passata di pomodoro                  700 g
Cipolla                                         1
Carota                                         1
Sedano                                        1 gambo
Olio                                              2 cucchiai
Vino rosso                                   1/2 bicchiere

Rosolare la carne in un cucchiaio d'olio e metterla da parte. Nella stessa pentola, rosolare con l'altro olio le verdure tagliate a piccoli dadini (mirepoix), sfumando con un po' di vino. Quando le verdure saranno ben rosolate, aggiungere la carne, sfumare col resto del vino, salare ed unire la passata di pomodoro. Cuocere per 3 ore, a fuoco lento. Io ho usato la slow cooker: dopo aver rosolato carne e verdure, le messe nella sc, ho aggiunto la passta di pomodoro ed ho cotto su high per 7 ore.






venerdì 20 ottobre 2017

Al forno è meglio

La pasta al forno risolve: è versatile, si può preparare in anticipo, è perfetta per quando si hanno ospiti e, last but not least, piace a tutti. E non c'è praticamente regione d'Italia che non abbia una sua ricetta tradizionale per questo piatto. Poteva quindi mancare nel Calendario del cibo? Ovviamente, no.
In vacanza, la preparo spesso, sia quella bianca con besciamella, che quella rossa, sovente arricchita dalle melanzane, perché siamo in tanti ed una bella teglia formato extra large di pasta al forno (talvolta due...) accontenta tutti ed aspetta anche qualche eventuale ritardatario.
Questa volta, però, ne ho preparato una versione che utilizza una verdura che amo molto: la zucchina. Come formato di pasta, ho usato i mezzanelli, detti così perché hanno un diametro intermedio tra i bucatini e gli ziti.

Pasta al forno con zucchine e besciamella (x 4)

Mezzanelli                         400 g
Zucchine                            250 g
Latte                                  200 g
Fior di latte                        250 g
Farina                                20 g
Burro                                 30 g + una noce
Olio                                   1 cucchiaio
Parmigiano                        1 cucchiaio
Aglio                                  1 spicchio
Basilico
Pan grattato
Sale 
Pepe bianco

Rosolare l'aglio nell'olio e aggiungerci le zucchine tagliate a rondelle. Aggiungere un cucchiaino di dado Bimby (facoltativo). Una volta cotte, frullarle  con 3-4 foglie di basilico.
Con il burro e la farina, prepare un roux; versarci sopra, in 3 riprese, il latte caldo, mescolando sempre con una frusta. Unire la crema di zucchine alla besciamella. Pepare.
Lessare la pasta in acqua bollente salata e scolarla molto, molto al dente. Cosa ho detto: al dente? Di più. Perché la pasta continua a cuocere e scolarla quasi cruda è fondamentale per non ritrovarsi un mappazzone. Condire la pasta con il parmigiano e con la crema di zucchine e besciamella, tenendone da parte un paio di cucchiai. Imburrare una pirofila e spolverizzarla col pan grattato. Fare un primo strato di pasta, distribuirci sopra il fior di latte a dadini e completare con il resto della pasta. Nappare con la crema tenuta da parte, spolverizzare con altro pan grattato ed infiocchettare col burro.
Infornare a 180 gradi, fino a gratinatura.








lunedì 16 ottobre 2017

Il profumo del pane

Il pane è un alimento meraviglioso: acqua, farina, lievito (talvolta nemmeno quello), pochissimi ingredienti che, tuttavia, danno luogo ad una molteplicità quasi infinita di pani diversi. E' una cosa che mi affascina! E panificare mi piace tantissimo: mi piace "avere le mani in pasta", mi piace vederlo lievitare, adoro il profumo che si spande per la casa, quando è in forno. 
Non sono la sola: l'arte bianca ha un sacco di seguaci, persino oggi che, ci dicono le statistiche, di pane se ne consuma sempre meno, vuoi per il diffondersi di intolleranze vere o presunte, vuoi per la crescente demonizzazione dei carboidrati. 
Ma, nonostante tutto, credo che persino i più ligi osservanti di regimi alimentari no-carb o gluten-free non possano non riconoscere la bontà di questo alimento. Tant'è che i celiaci cercano in tutti i modi di di ricrearlo con le farine loro consentite.
Oggi è la giornata mondiale dedicata al pane ed il Calendario del cibo si unisce a questa celebrazione planetaria.
Il mio contributo è un pane che ho trovato sul blog della mia Maestra di lievitati, Paoletta. E' proprio il tipo di pane che piace a me: ben alveolato e con una crosta bella croccante. E' vero, ci vuole un po' di tempo per farlo, ma sono essenzialmente tempi di lievitazione e maturazione, basta programmarsi adeguatamente per avere un ottimo pane con poca fatica. 
Riporto la ricetta di Paoletta integralmente, io ho solo aumentato un po' il sale.

Pane di Paoletta

ore 22 biga:
250 gr di farina W330/350
2,5 gr di ldb
113 gr di acqua
da tenere circa 20 h a 18° (prima dell'uso pelarla dalle croste esterne e prelevarne 300 gr)

ore 18-19 del giorno dopo:
- sciogli, per una ventina di secondi, i 300 gr di biga (non del tutto, fino a che l'acqua è molto lattiginosa e fa la schiuma) in 250 gr di acqua.
- aggiungi 10 gr di ldb, fai sciogliere qualche secondo, poi inserisci 300 gr di farina di tipo 1.
- quando l'impasto inizia a legare, versa 15 gr di sale.
- incorda fino al primissimo velo.
- fai lievitare al caldo 40'.
- fai le pieghe di tipo 1.
- metti in ciotola, copri, poi frigo fino al mattino dopo.
- il mattino dopo fai acclimatare circa 1 h.
- poi forma, vedi qui la formatura che uso io) e chiudi nel canovaccio o metti nel cestino, con la chiusura sopra.
- attendi che sia pronto da infornare: il pane è pronto quando facendo delle fossette laterali, queste tornano indietro lentamente ma lasciando una leggera impronta.
- capovolgilo su una paletta infarinata.
- fai un bel taglio.
- inforna subito a 250° sulla tacca in basso per 10' dove avrai posizionato almeno 1 h prima una pietra o una leccarda da forno capovolta.
- abbassa la t. a 230 per altri 10'.
- sposta nella tacca al centro a 200° per 20'.
- termina la cottura gli ultimi 5/10' a fessura e grill acceso per una bella crosta







domenica 8 ottobre 2017

Sbagliando s'impara

Una cosa che lascia sempre tutti increduli è il fatto che io non beva caffè. Ma come? Una napoletana che non ama il caffè?? Ebbene si e non suono nemmeno il mandolino. 
Tuttavia, il caffè mi piace nei dolci e, dopo aver accarezzato per un attimo l'idea di fare una preparazione salata che avesse tra i suoi ingredienti il caffè, per la giornata che Il Calendario del cibo dedica a questa bevanda così amata, ho optato per dei cioccolatini.
In realtà, sono stata molto in dubbio se pubblicarli o meno, perché, come si vede dalla foto, benché siano belli lucidi, il burro di cacao è affiorato, rendendoli maculati. 
Qualcuno mi ha suggerito di mascherare il difetto spolverizzandoli con del cacao, ma non mi sarebbe sembrato onesto, per cui preferisco pubblicarli così come sono e cogliere l'occasione per farvi partecipi di ciò che ho imparato dal mio errore. Ho usato del cioccolato comprato prima dell'estate e che, quando è arrivato il caldo torrido, ho pensato di proteggere mettendolo in frigo. Sbagliato. A quanto pare, il cioccolato conservato in questo modo assorbe umidità e non va bene per fare cioccolatini, anche se resta utilizzabile per ganache, mousse ecc.
Difficile dare le dosi per questi cioccolatini, almeno per quanto riguarda il caffè, perché io ho usato questo concentrato di caffè, che è piuttosto denso.

In pratica, ho temperato 200 g di cioccolato al 75%, con questo ho rivestito degli stampini a semisfera e ho atteso che solidificassero. Nel frattempo, con circa 100 g di zucchero a velo e l'estratto di caffè ho preparato una cremina densa (della consistenza  della Nutella, per intenderci) e l'ho distribuita nei gusci di cioccolato. Ho chiuso i cioccolatini con altro cioccolato temperato. Ne son venuti 22.





giovedì 5 ottobre 2017

Burrosamente

Sono abbastanza vecchia da ricordare come, negli anni '60 e '70, ci avessero convinti che la margarina fosse più salutare del burro, come se il problema, per le nostre coronarie, fosse l'origine (animale o vegetale) dei condimenti che usavamo e non la composizione degli stessi. Evito di lanciarmi in una disquisizione sui grassi saturi ed insaturi e rimando chi volesse approfondire l'argomento al "solito" Dario Bressanini.
Resta il fatto che, accantonando per un attimo le considerazioni biochimiche e quelle salutistiche, dal punto di vista gastronomico, il burro è insostituibile. Il suo gusto, la sua capacità di veicolare i sapori, di conferire friabilità ad un impasto o consistenza vellutata ad una salsa lo rendono un ingrediente di cui è difficile fare a meno. E merita, quindi, che il Calendario del cibo gli dedichi una giornata.
Pensando a come avrei potuto contribuire, mi sono ricordata di aver sentito, in tv, Maurizio Santin ricordare i suoi giorni parigini presso Gaston Lenotre ed il purè di patate di Robuchon, così ricco di burro da far esclamare al suo amico Andrea Besuschio: "Ma questo qui è pazzo??" Io ricordavo che, addirittura, la quantità di burro eguagliasse quella delle patate, ma, cercando in rete, sembrerebbe che, nel suo libro, Robuchon indichi, per 1 k di patate, 250 g di burro. Eppure, io ricordavo diversamente... Ho quindi optato per una soluzione salomonica, con il peso del burro che fosse la metà di quello delle patate. Ed, effettivamente, la setosità ed il sapore sono risultati straordinari. Certo ne ho fatto poco, perchè si tratta comunque di una preparazione che ci si può concedere semel in anno ed in dosi limitate, onde evitare impennate del colesterolo.

Purè burroso

Patate vecchie                             250 g
Burro bavarese                           125 g
Latte                                            50 g
Sale

Cuocere le patate a vapore, spellarle e passarle ancora calde allo schiacciapatate. Mettere il purè in un pentola e, girando con una frusta, aggiungere il burro ed il latte caldo. Salare.



domenica 1 ottobre 2017

Tutto in un boccone

Poteva mai mancare un mio contributo alla giornata che il Calendario del cibo dedica al finger food? Io che ne preparo a centinaia per i miei buffet? Ovviamente, no. Il problema, casomai, nasceva dal desiderio di fare qualcosa di nuovo mentre mi sembrava di essere a corto di idee. Poi, piano piano, il neurone si è messo in moto e un'immagine ha cominciato a formarsi nella mia mente. Fortuna ha voluto che avessi tutto il necessario in casa e, quindi, mi son messa all'opera senza por tempo in mezzo.
Bè, devo dire che son venuti proprio come me li aspettavo, se non addirittura meglio. Lo stesso, purtroppo, non si può dire delle foto, ma io sono un caso senza speranza...

Pannacotta al Parmigiano (x 30)

Panna fresca                  200 g
Parmigiano                     50 g
Gelatina in fogli              2 g
Bacon                            4 fette
Pasta brisè                     250 g

Portare ad ebollizione la panna e sciogliervi il Parmigiano grattugiato. Aggiungervi il foglio di gelatina ammollato e strizzato. Colare in stampi a semisfera di silicone, da 2,5 cm e far solidificare.
Nel frattempo, stendere la brisè a 3-4 mm di spessore e, con un coppapasta di diametro leggermente superiore alle semisfere di panna cotta, ritagliare dei dischetti e cuocerli in forno a 180 gradi, fino a doratura.
Dalle fette di bacon, ritagliare delle striscioline, metterle in una padella ben calda e farle diventare croccanti. Asciugarle su carta assorbente. Disporre le semisfere sui dischetti di brisè, infilare in ognuna una striscetta di bacon croccante e servire.