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venerdì 18 agosto 2017

Liquori e rosoli

Lo so, sembra strano parlare, in pieno agosto, di un liquore più adatto ad essere consumato sulle piste da sci che sotto l'ombrellone, tuttavia la giornata odierna è dedicata dal Calendario del cibo italiano ai liquori di fabbricazione casalinga ed il simil-Vov non poteva mancare. Un liquore energizzante che dà il suo meglio consumato caldo e che, appunto, ha riscaldato generazioni di sciatori.
La ricetta è quella di Ada Boni, solo leggermente attualizzata nel quantificare i volumi (lei parla di "bicchieri") e nella sostituzione della vanillina con la vainiglia.

Liquore Vov

Uova                  4
Latte                  400 ml
Zucchero           200 + 200 g
Alcool              100 ml
Marsala            100 ml
Vainiglia          1 bacca

Montare i tuorli con 200 g di zucchero fino a che diventano una massa bianca e spumosa. Far bollire il latte con il resto dello zucchero e i semini della bacca di vainiglia (io ho usato lo zucchero che tengo in un barattolo con le bacche "usate") e versarlo a filo sulle uova, continuando a montare. Quando si sarà intiepidito, aggiungere l'alcool ed il marsala. Imbottigliare. Agitare prima di servire.




venerdì 17 giugno 2016

Il nocciolo della questione


Anche quest'anno, faticosamente corteggiando un fruttivendolo esoso e poco simpatico, sono riuscita a procurarmi delle amarene, per preparare le amarene sciroppate. Si tratta di una preparazione che cerco di fare ogni anno, perché non c'è paragone tra le amarene fatte in questo modo e quelle che si trovano in vendita. Certo è un po' laboriosa, specie la fase dello snocciolamento. E, allora, perché non sfruttare al meglio il tempo dedicato a questa operazione, utilizzando i noccioli, anziché gettarli? 
Un uso non alimentare dei noccioli consiste nel ripulirli molto bene, farli asciugare e metterli in un sacchetto, che, scaldato al microonde e poggiato sulla parte interessata, serve a dar sollievo ai dolori articolari.
Oppure, si possono usare per preparare un liquore casalingo, ottimo sia per essere sorseggiato che per essere utilizzato nei dolci. La preparazione è molto semplice.

Rosolio di amarene

Amarene                                       1 k
Alcool                                           500 ml
Zucchero                                       500 g
Acqua                                           500 ml

Snocciolare le amarene (ma anche le ciliegie vanno bene) e mettere i noccioli in un barattolo, insieme ad una decina di frutti interi. Versare nel barattolo l'alcool, chiudere e lasciare in infusione per 45 giorni, scuotendo, di tanto in tanto, il barattolo.
Trascorsi i 45 giorni, filtrare l'alcool ed aggiungerlo ad uno sciroppo preparato sciogliendo sul fuoco lo zucchero nell'acqua. Bisogna solo avere l'accortezza di aspettare che lo sciroppo sia quasi completamente freddo, prima di aggiungere l'alcool.


Questi sono i noccioli e le amarene, appena messi nell'alcool. Per la foto del "prodotto finito", ci si rivede a fine luglio.

mercoledì 20 gennaio 2016

Un agrume dimenticato

La limetta è un agrume che, ormai, conoscono 
in pochi: quasi nessuno la coltiva più, perché non ha mercato. Io, invece, la conosco molto bene sin da bambina, quando aspettavo, come fosse la Befana, i pacchi che la mia zia preferita spediva dalla Calabria. Dentro, tante cose buone: soppressate, sardella, funghi della Sila sottolio, crocette di fichi cotti nel mosto e limette, o, come le chiamano laggiù, limoncelle. All'epoca, non ci crederete, ma le clementine non esistevano e le limette rappresentavano, per me, una piacevole e profumatissima alternativa ad arance e mandarini.
Ecco, lo scopo di questo mio post è di far conoscere, nell'ambito della Settimana degli Agrumi, indetta dall'Associazione Food Blogger Italiani (AIFB) e di cui è Ambasciatrice Aurelia Bartoletti, proprio questo frutto dimenticato. Perché, sempre di più, l'essere un food blogger significa, o dovrebbe significare, conoscere, esplorare e approfondire tutti quegli aspetti che fanno cultura del cibo.
Ecco, quindi, una "scheda" illustrativa della limetta, seguita dalla ricetta del liquore che si può preparare con le sue bucce, inconsueta alternativa al "solito" limoncello.


                           (foto dal web)

Nome scientifico: Citrus limetta

Nome comune: limetta dolce (per distinguerla dal lime, che è aspro)
Le limette sono agrumi derivati da innesti, ma è passato così tanto tempo dalla ibridazione da esser diventate dei frutti con caratteri stabili.
Nel bacino del Mediterraneo, esistono, principalmente, due varietà di limette dolci: la limetta dolce di Palestina (Citrus limettoides) e la limetta dolce di Roma (Citrus limetta Pursha), detta anche limoncella.
In Marocco è coltivata la limonette de Marrakech, che ha caratteristiche simili alla limetta romana, da cui tuttavia differisce per l’acidità della polpa dei frutti e per la colorazione rossa dei germogli.
In Italia, è coltivata essenzialmente la limetta dolce di Roma, che si ritiene sia derivata da un incrocio tra lime e arancio o tra lime e chinotto.
Questo agrume forma alberelli che non superano gli 8 m di altezza. Le foglie hanno forma ovale, con apice appuntito e lunghe spine all’ascella delle foglie.
I fiori sono prodotti, ininterrottamente, dalla primavera all’autunno. I frutti sono tondeggianti e leggermente schiacciati ai poli. Al polo opposto al picciolo, si trova un’escrescenza, chiamata umbone e il nome francese di questo agrume – mamelon, che significa anche capezzolo- si riferisce proprio a questa caratteristica del frutto.
I frutti, solitamente, non contengono semi e la propagazione avviene per talea.
I frutti non sono molto saporiti e le piante vengono coltivate o per il profumatissimo olio essenziale contenuto nella buccia dei frutti, o come porta innesti o come piante ornamentali.

Liquore di limette

Limette                            10

Acqua                              800 ml

Zucchero                         800 g

Alcool a 95 gradi             800 ml


Sbucciare le limette, avendo cura di eliminare la parte bianca (albedine). Mettere le bucce in un barattolo e coprirle con l'alcool. Lasciarle in infusione per due settimane. Trascorso questo tempo, preparare un sciroppo a caldo con acqua e zucchero. Far raffreddare lo sciroppo e aggiungerlo all'alcool filtrato.






martedì 13 maggio 2014

All'ombra del vulcano

Verrebbe da chiedersi come mai, da millenni, tanti essere umani abbiano scelto di vivere sotto un terribile vulcano - lo "sterminator Vesevo", come lo chiama Leopardi - che, periodicamente, si risveglia, causando devastazioni epocali. 
Il motivo va senz'altro ricercato nel fatto che il terreno vulcanico è ricco di sali minerali, in particolare il potassio, caratteristica questa che, unita alla mitezza del clima, rende l'area vesuviana un luogo ideale per le coltivazioni. E molte sono le eccellenze agro-alimentari che, da sempre, rappresentano il fiore all'occhiello della "Campania felix". 
Ahimè, oggi, la nostra terra porta (tra gli altri...) il marchio infamante di "terra dei fuochi" e, di conseguenza, la superficialità ed il sensazionalismo giornalistico rischiano di portare l'opinione opubblica a fare di tutta un'erba un fascio, penalizzando quanto di buono, nonostante tutto, c'è in questa regione.
Quando ho appreso che l' MTC sul quinto quarto era stato vinto da Antonietta, una campana come me e che la sua scelta circa la ricetta da proporre per la nuova sfida era caduta sul babà, un dolce che, pure non essendo nato qui, si è così profondamente radicato da rappresentare l'identità napoletana tanto quanto la pizza o Posillipo, ho pensato che una sua rivisitazione dovesse necessariamente passare per un omaggio ai prodotti tipici della mia terra. 
E, senza alcuna esitazione, la mia scelta è caduta sulla albicocca vesuviana, una varietà citata per la prima volta da Giambattista Porta, nel suo libro "Suae Villae Pomarium" del 1583. Si tratta di una albicocca dolce e succosa, riconoscibile per la sfumatura rosata, che si accompagna al giallo- aranciato della colorazione di fondo e per la quale è in corso la richiesta di assegnazione della denominazione IGP. Il nome dialettale - crisommola - viene dal greco "chrisòs", che significa oro, un chiaro riferimento sia alla colorazione che alla preziosità del frutto.



Ha una stagione breve (da metà giugno a fine luglio) e, per questo motivo, quando è il periodo, oltre a mangiarle così come sono, cerco di "intrappolarne" il profumo ed il sapore, facendone sia marmellate che gelatina, come descritto qui. In più, l'anno scorso, ho fatto anche il liquore di albicocche (preveggenza? lungimiranza?) e mi son conservata un bel po' delle mandorle amare contenute nei noccioli di albicocche, per utilizzarle nei dolci. Insomma, mi sembrava di avere proprio tutto il necessario per realizzare l'idea che stava prendendo forma nella mia testa. Per di più, si trattava di ingredienti totalmente autoprodotti.








Babà alle albicocche e mandorle

Per la ricetta del babà, rimando a quella impeccabile di Antonietta. Io ho usato il lievito di birra e la planetaria, ma l'ultimo impasto ho finito di lavorarlo sulla spianatoia, col metodo dello "stretch and fold". Non ho fatto un babà unico, anche se i miei stampi sono un po' grandini per essere definiti "monoporzione"...

Per il latte di mandorla

Mandorle pelate              250 g
Mandorle amare              2

La sera prima, tritare grossolanamente le mandorle, metterle in un contenitore e coprirle con 300 ml di acqua. Tenere al fresco tutta la notte.
Il giorno dopo, mettere un imbuto sopra il bicchiere del frullatore ad immersione, rivestirlo con una pezzuola bianca mai lavata con detersivi e versarvi le mandorle con il loro liquido. Lasciare il tutto a percolare per un paio d'ore, trascorse le quali, strizzare bene la pezzuola, in modo da estrarre tutto il liquido. Le mandorle tritate non vanno gettate: anche se avranno perso un po' del loro sapore, una volta tostate, possono essere ancora riciclate, magari per fare un croccante.

Per la crema alle mandorle

Latte di mandorla              250 ml
Tuorlo                               1
Farina 00                           20 g
Zucchero                           130 g

Mettere in un pentolino il latte di mandorla con lo zucchero. Aggiungere la farina ed il tuorlo, che, però, non andranno versati direttamente nel liquido, ma stemperati attraverso le maglie di un colino parzialmente immerso nel latte di mandorla . Mettere il pentolino su fiamma bassa e, sempre mescolando, cuocere fino a che la crema si addensa.

Per la bagna

Acqua                                  500 ml
Zucchero                              200 g
Liquore di albicocche          150 ml
Arancia

Preparare un sciroppo con l'acqua e lo zucchero, aromatizzandolo con la buccia d'arancia. Una volta freddo, aggiungere il liquore. Utilizzare questa bagna per inzuppare i babà ancora caldi, immergendoveli dentro e rigirandoli, in modo che si impregnino bene. Tirarli fuori e strizzarli delicatamente, in modo da eliminare l'eccesso di bagna.
Sciogliere a caldo qualche cucchiaio di gelatina di albicocche con un po' d'acqua ed spennellare i babà per lucidarli. Servire accompagnando con la crema.










lunedì 10 dicembre 2012

Brrrrr....

Tanti, ahimè tantissimi, anni fa, fresca di laurea, non sapendo se sarei riuscita a coronare il mio sogno di diventare ricercatrice, coltivavo un piano B, frequentando la scuola di specializzazione in Analisi chimico-cliniche, presso l'università di Camerino. Tutti venerdì, partivo da Napoli alle 8 del mattino, arrivavo a Roma, dove riuscivo a prendere un altro treno solo grazie al fatto che questo partiva sempre in ritardo, arrivavo a Foligno e lì prendevo la corriera che, dopo "appena" 8 ore totali di viaggio, mi portava a Camerino, giusto in tempo per l'inizio delle lezioni, lezioni che proseguivano il sabato mattina. A quel punto, avevo già iniziato a tampinare i miei colleghi, che venivano un po' da tutta Italia, per strappare un passaggio, che mi portasse in un punto dove mio marito, allora fidanzato, potesse venirmi prendere. Concordavamo appuntamenti improbabili: una volta a L'Aquila, una volta in un autogrill sull'autostrada, una volta a Caserta, una volta a Sulmona. E tenete presente che, all'epoca, ovviamente, non esistevano i cellulari, ciò nonostante, siamo sempre riusciti, in un modo o in un altro a trovarci. Lo scopo di tutta questa complicazione era incontrarci per poi passare quello che restava del week end sulla neve. La meta sciistica classica, per i napoletani, è Roccaraso, ma noi, giovani e squattrinati com'eravamo, avevamo affittato un vecchia (ma proprio vecchia!) casa a Roccacinquemiglia, a 5 km da Roccaraso. Ma il vero problema di quella casa non era l'ubicazione, bensì il fatto che fosse priva di riscaldamento, il che, d'inverno e in montagna, creava qualche problema. Certo avevamo delle stufe ed anche un caminetto (che non siamo mai, mai stati capaci di accendere!), ma servivano a poco: si gelava... A dire il vero, dopo qualche settimana, scoprimmo anche che, in cucina, c'era una finestrella in alto, cui mancava un vetro, ma, anche quando fu posto rimedio a questa "falla", la situazione cambiò poco: si continuava a gelare. Come siamo sopravvissuti? Devo confessarlo: dandoci all'alcool. Già allora la mia passione per la cucina era forte e, da poco, avevo ereditato una vecchia copia del "Talismano della felicità" di Ada Boni, dove avevo trovato la ricetta per fare in casa il Vov, liquore che, bevuto caldo, ha tonificato generazioni di sciatori infreddoliti. E, quindi, prima di partire, preparavo il Vov. Certo, pensando alle quantità di alcool che i nostri ragazzi sono, purtroppo, capaci di ingurgitare, mi viene da sorridere ricordando noi che "ci davamo all'alcool" con un  liquore degno del salotto dell' amica di Nonna Speranza di gozzaniana memoria...Non so nemmeno più se il Vov sia ancora di moda sulle piste da sci, ma questo freddo improvviso me l'ha fatto tornare alla mente e mi ha fatto venir voglia di rifarlo. Senza contare che può essere un'idea da aggiungere ad un cesto natalizio.
La ricetta è quella di Ada Boni, solo leggermente attualizzata nel quantificare i volumi (lei parla di "bicchieri") e nella sostituzione della vanillina con la vainiglia.

Liquore Vov

Uova                  4
Latte                  400 ml
Zucchero           200 + 200 g
Alcool              100 ml
Marsala            100 ml
Vainiglia          1 bacca

Montare i tuorli con 200 g di zucchero fino a che diventano una massa bianca e spumosa. Far bollire il latte con il resto dello zucchero e i semini della bacca di vainiglia (io ho usato lo zucchero che tengo in un barattolo con le bacche "usate") e versarlo a filo sulle uova, continuando a montare. Quando si sarà intiepidito, aggiungere l'alcool ed il marsala. Imbottigliare. Agitare prima di servire.