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martedì 5 febbraio 2013
Cassatelle di Sant'Agata (Minnuzzi ri Sant'Ajita)
Ormai anche i muri sanno che sono milanese, ma orgogliosa delle mie origini siculo/pugliesi.
In termini culinari significa avere un bacino esagerato di ricette della tradizione da cui attingere a cui si aggiungono quelle rivisitate.
E io amo particolarmente la tradizione, soprattutto perché quasi sempre si accompagna ad una storia familiare o popolare.
Così in questi giorni mi sono trovata a dover scegliere tra due ricorrenze religiose vicine, abbinate a due diverse tradizioni culinarie.
La prima era la milanesissima tradizione del panettone da mangiare il giorno di San Biagio (il 03 febbraio).
Si narra infatti che nel VI secolo d.C. una mamma portò a San Biagio, all'epoca un vescovo guaritore, il figlio che stava morendo a causa di una lisca infilata in gola. San Biagio gli diede da mangiare un pezzo di pane che rimosse la spina salvando il ragazzo.
Così è tradizione conservare il panettone, che da Natale è sicuramente seccato un po', per mangiarlo come prima cosa il 3 febbraio perché «se benedis la gola e él nas» (protegge gola e naso).
L'idea era quella di rivisitare il panettone, creando un altro dolce, o con qualcosa di salato che ultimamente va parecchio di moda! Però da ingorda quale sono, a Natale il panettone ci è arrivato per miracolo... e, a differenza degli anni passati, a feste finite, nei supermercati i panettoni erano spariti.
Così, con buona pace di San Biagio ho onorato la tradizione siciliana, anzi per essere precisi, catanese, legata a Sant'Agata.
E anche qui, c'è una storia dietro.
Riporto la sintesi direttamente da Wikipedia:
"La giovane Agata visse nel III secolo. Esponente di una famiglia patrizia catanese, sin da giovane consacrò la sua vita alla religione cristiana. Venne notata dal governatore romano Quinziano che decise di volerla per sé. Al rifiuto di Agata, la perseguitò in quanto cristiana e, perdurando il rifiuto della giovane, la fece martirizzare e mettere a morte il pomeriggio del 5 febbraio 251. Subito dopo la morte cominciò ad essere venerata da gran parte della popolazione anche di religione pagana. Da qui si sviluppò il culto di Agata che si diffuse anche fuori dalla Sicilia e ben presto il Papa la elevò alla gloria degli altari."
La storia purtroppo non è assolutamente anacronistica, anzi. Il malcostume delle violenze subite dalle donne che rifiutano un uomo (per le ragioni più disparate, ma tutte legittime!) è tristemente attuale. Cambiano i rituali, ma la storia si ripete.
Nel caso di Sant'Agata, la violenza perpetrata ai suoi danni fu quella di amputarle i seni prima di ucciderla.
Così, sia per festeggiarla nel giorno del suo martirio (il 5 febbraio, anche se la festa a Catania comincia dal 3) che per assicurarsi la protezione della Santa al proprio seno, si producono e consumano, rigorosamente in coppie, i Minni di Sant'Ajita.
Vengono anche chiamate Cassatelle di Sant'Agata o Minni di Vergini.
Le mie origini sono messinesi quindi questo dolce non fa parte della tradizione della mia famiglia, ma essendo io appassionata di quello che succede in tutta la Sicilia ho voluto provarle.
Lo spunto mi è arrivato dalla lettura (ormai diversi mesi fa) del libro bellissimo "Il conto delle minne" di Giuseppina Torregrossa (da cui ho tratto la ricetta), la cui storia ruota intorno a questo dolce. Vi consiglio di leggerlo e a breve vi lascerò qui il link alla mia personalissima recensione.
Ingredienti per 12 minnuzze:
Per la pasta frolla:
600 gr farina
120 gr strutto (io ho usato il burro e ho dovuto quasi raddoppiare le dosi)
150 gr zucchero a velo
aroma di vaniglia (io ho usato la vanillina)
2 uova
Tagliare lo strutto a dadini e lavorarlo tra le dita insieme alla farina.
Quando i due ingredienti saranno ben amalgamati aggiungere lo zucchero a velo, incorporare le uova e la vaniglia. Impastare velocemente. Quando il composto avrà una consistenza soffice ed elastica, da poterci affondare le dita come in un seno voluttuoso (notare la poesia nelle parole di Giuseppina Torregrossa), coprire con una mappina e lasciare riposare.
Per il ripieno:
500 gr ricotta di pecora100gr di canditi di zucca, cedro, arancia (io non li ho messi)
100 gr gocce di cioccolato
80 gr zucchero
Lavorare lo zucchero e la ricotta sino ad ottenere una crema liscia e senza grumi. Unire i canditi e il cioccolato.
Lasciare riposare in frigorifero per un'ora circa.
Per la glassa:
350 gr zucchero a velo
2 cucchiai succo di limone
2 albumi (mi raccomando, pastorizzati!!!!!!!)
Montare parzialmente gli albumi con un pizzico di sale. Aggiungere lo zucchero, il succo di limone e continuare a mescolare fino ad ottenere una crema bianca, lucida, spumosa.
*Le cassatelle di Sant'Agata vengono fatte anche con delle varianti:
- il Pan di Spagna bagnato nel rosolio al posto della pasta frolla;
- il biancomangiare al posto della ricotta.
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martedì 12 giugno 2012
Caponata (alleggerita)
Ve l'ho mai detto che ho origini siciliane? Credo almeno un centinaio di volte, ma ripeterlo non fa male! Che poi dire "origini" mi sembra veramente riduttivo.
Sono nata e cresciuta a Milano, sono felice e orgogliosa di essere milanese e credo che non vivrò mai da nessun'altra parte. Però nelle mie vene scorre anche sangue siculo (ereditato da mia mamma) e pugliese (ereditato da mio papà) e queste due componenti hanno giocato un ruolo fondamentale nella mia vita e continuano ad influenzare il mio modo di pensare e di essere.
Insomma, sono l'esempio vivente dell'Unità d'Italia... :-)
E in tavola questo mio miscuglio di origini è una vera manna dal cielo... Se fossi stata una milanese purosangue da generazioni mi sarei persa un'enormità di leccornie. Vale a dire che avrei potuto scoprirle nel tempo, ma non avrebbero fatto parte del mio DNA... Sono cresciuta a risotto alla milanese e cotoletta, ma anche e soprattutto a pasta al forno alla messinese e polpette al sugo alla pugliese. Che libidine!
Oggi vi parlo di un altro classico della cucina siciliana, la caponata.
Esistono diverse versioni di questo piatto, ognuna tipica di una zona della Sicilia e che differiscono poco una dall'altra.
La mia ovviamente è la versione messinese, rivisitata da me...
Si tratta di un mix di verdure (patate, zucchine, melanzane, e altri ingredienti) da leccarsi i baffi e a prova di bambino schizzinoso (esattamente come ero io da piccola... e ancora adesso per certi versi!).
Il nome Caponata deriva dal fatto che originariamente il protagonista di questa ricetta era il pesce capone, poi nel tempo per motivi di risparmio, è stato sostituito dalle più economiche melanzane.
E' un contorno? Sì, ma è talmente buona che non potrete fare a meno di ripulire la padella, accompagnando il tutto con un chilo di pane... e a quel punto diventa un piatto unico... sì, l'unico piatto della giornata... (se vi interessa non tanto la prova costume, ma proprio entrarci in un costume!).
Ovviamente, parlando di verdure a qualcuno verrà in mente che si tratta quindi di una bella preparazione estiva e dietetica! Nooooo! Niente di più sbagliato! Non credo esista una sola ricetta dietetica nella storia della cucina siciliana e questa non è da meno. Non tanto per gli ingredienti, quanto per la cottura.
Cominciamo con un paio di precisazioni.
Partiamo dal titolo. L'ho chiamata Caponata "alleggerita" perchè, come dicevo qualche riga più su, è una versione rivisitata da me. Dove il verbo "rivisitare" equivale a "togliere" più che ad "aggiungere"!
Purtroppo spesso sono costretta a modificare i piatti in funzione delle mie intolleranze alimentari o delle cose che mi risultano indigeste. E infatti ho dovuto fare a meno dei peperoni che invece fanno parte di diritto di questa preparazione. Il problema è che anche solo un microscopico residuo di peperone mi rallenta la digestione di secoli... quindi evito il problema alla radice!
Altro elemento di cui faccio a meno sono i capperi, ma semplicemente perchè non mi piacciono.
Seconda precisazione: sì, sono sempre io, quella che qualche post fa annunciava tutta felice di aver trovato nella Canon Eos 600D una nuova e fedele amica, anche se da queste foto non si direbbe! E per forza, ho applicato un watermark con una data fasulla, perchè le foto sono precedenti... ve l'ho detto che sono ancora nella fase studio e che comunque ho un archivio da smaltire!
Adesso per esempio so che quell'azzurrino di fondo è dato da un cattivo bilanciamento del bianco (applauso!).
Quando inizieranno le foto serie con la reflex creerò un evento su FB!! :-)
Ingredienti (per 4 persone):
4 patate
2 melanzane viola
3 zucchine
1 cipolla (meglio se di Tropea)
10 pomodorini (quando li trovo, io preferisco sempre i datterini)
olive verdi
sedano
olio evo
sale
Procedimento:
Se non avete trovato le melanzane viola, vi toccherà metterle sotto sale per perdere l'amaro e poi strizzarle per bene dopo almeno un'oretta.
Se invece siete stati fortunati, allora potete saltare questo odioso passaggio e cubettare le melanzane.
Tagliate a cubetti anche le zucchine e a spicchi le patate e friggeteli in abbondante olio evo bollente separatamente.
A cottura ultimata scolateli bene dell'olio in eccesso e mettete tutto da parte.
In un'altra padella fate un giro di olio evo e fate appassire a fuoco non troppo vivace la cipolla tagliata a fettine sottili e il sedano a cubetti.
Aggiungete quindi i pomodorini tagliati in due e lasciateli cuocere una decina di minuti a fuoco lento.
Denocciolate le olive verdi, tagliatele in due e, se volete, scottatele due minuti in acqua bollente.
In un piatto da portata mettete le verdure fritte e mescolate cipolle, sedano e pomodorini.
Servite e... godetevela!
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sabato 11 febbraio 2012
Sedanini al pesto di agrumi (dello chef Filippo La Mantia)
Ieri è stata una giornata assurda dal punto di vista climatico.
Di notte aveva nevicato con raffiche di vento fortissimo.
Al mattino aveva smesso di nevicare e almeno cinque centimetri di neve erano di nuovo riusciti a coprire le auto. Per carità, niente in confronto a quello che sta succedendo nel centro Italia, ma io sono assolutamente intollerante alla neve e mi basta anche un centimetro per rovinarmi la giornata.
Di notte aveva nevicato con raffiche di vento fortissimo.
Al mattino aveva smesso di nevicare e almeno cinque centimetri di neve erano di nuovo riusciti a coprire le auto. Per carità, niente in confronto a quello che sta succedendo nel centro Italia, ma io sono assolutamente intollerante alla neve e mi basta anche un centimetro per rovinarmi la giornata.
Fino a mezzogiorno però il freddo era tollerabile. Nel pomeriggio invece è arrivata un'aria gelida allucinante. Vi dico solo che per arrivare dall'angolo della strada al mio portone (neanche 50 metri) mi si è ibernato il naso e la bocca e mi mancava persino il respiro... Non c'è niente da fare, il mio benessere è legato ad una temperatura mai inferiore ai 25 gradi!
Per proiettare la mia mente su qualcosa di più piacevole e anche per non dare l'impressione di essere una che cucina solo dolci, oggi ci trasferiamo direttamente nella mia amata Sicilia. Per rafforzare il potere evocativo che le foto dovrebbero avere, ho piazzato in bella vista una ceramica che raffigura la Trinacria, simbolo della Sicilia. Sono molto affezionata a quel robino lì dal momento che l'ho comprato io stessa l'ultima volta che sono stata in Sicilia in un momento particolare, alla fine della mia stagione lavorativa in un villaggio turistico nei pressi di Messina. E ora campeggia fiero nella mia cucina!
Così oltre ad evocare sapori unici potremo pensare al mare, al caldo, all'estate!!!!
Ma quando arrivi estate???
E siamo in buone mani visto che la ricetta di oggi arriva nientepopodimenoche dal grande chef paleMMitano Filippo La Mantia!!
Non voglio sentir dire che non sapete chi è... se proprio siete ignoranti in materia, correte su Google e provvedete!
Lui è uno chef di quelli che piacciono a me! Di quelli che cucinano cose che ti sfamano e che richiamano senza dubbi la Sicilia.
Inoltre apprezzo il fatto che lui abbia il coraggio di dire che ci sono ingredienti che non gli piacciono e li esclude dalla sua cucina!
A lui succede con aglio e cipolla, a me col pesce principalmente (anche per motivi di salute essendo intollerante) e c'è sempre gente pronta a storcere il muso non pensando che non siamo tutti uguali!
Infine mi ha molto colpito la sua storia e come sia cominciata la sua avventura in cucina.
La ricetta che vi propongo oggi è uno dei suoi cavalli di battaglia, famosissima in rete e per non farci annoiare, Filippo ne ha proposte diverse versioni.
Ecco la mia (con alcune modifiche!) che Filippo ha realizzato durante la sua partecipazione ad una trasmissione tv. Fresca, delicata, buonissima!!Per proiettare la mia mente su qualcosa di più piacevole e anche per non dare l'impressione di essere una che cucina solo dolci, oggi ci trasferiamo direttamente nella mia amata Sicilia. Per rafforzare il potere evocativo che le foto dovrebbero avere, ho piazzato in bella vista una ceramica che raffigura la Trinacria, simbolo della Sicilia. Sono molto affezionata a quel robino lì dal momento che l'ho comprato io stessa l'ultima volta che sono stata in Sicilia in un momento particolare, alla fine della mia stagione lavorativa in un villaggio turistico nei pressi di Messina. E ora campeggia fiero nella mia cucina!
Così oltre ad evocare sapori unici potremo pensare al mare, al caldo, all'estate!!!!
Ma quando arrivi estate???
E siamo in buone mani visto che la ricetta di oggi arriva nientepopodimenoche dal grande chef paleMMitano Filippo La Mantia!!
Non voglio sentir dire che non sapete chi è... se proprio siete ignoranti in materia, correte su Google e provvedete!
Lui è uno chef di quelli che piacciono a me! Di quelli che cucinano cose che ti sfamano e che richiamano senza dubbi la Sicilia.
Inoltre apprezzo il fatto che lui abbia il coraggio di dire che ci sono ingredienti che non gli piacciono e li esclude dalla sua cucina!
A lui succede con aglio e cipolla, a me col pesce principalmente (anche per motivi di salute essendo intollerante) e c'è sempre gente pronta a storcere il muso non pensando che non siamo tutti uguali!
Infine mi ha molto colpito la sua storia e come sia cominciata la sua avventura in cucina.
La ricetta che vi propongo oggi è uno dei suoi cavalli di battaglia, famosissima in rete e per non farci annoiare, Filippo ne ha proposte diverse versioni.
Ingredienti per 4 persone:
350 gr sedanini
350 gr sedanini
2 arance
basilico
50 gr di mandorle pelate (preferibilmente di Avola)
2 pomodorini
1 melanzana
Caciocavallo q.b. (preferibilmente ragusano)
olio evo
sale
(la ricetta prevede anche 50 gr di capperi sotto sale di Pantelleria e 2 acciughe sott'olio che io ho omesso)
Procedimento:
Friggere in olio evo le melanzane tagliate a fettine.
Sbucciare le arance al vivo togliendo tutte le parti bianche amare, mettere la polpa nel frullatore e aggiungere olio evo, mandorle, pomodorini, basilico (capperi e acciughe se li volete!).
Frullare per circa un minuto.
Impiattare e aggiungere dell'altro Caciocavallo e del basilico per decorare.
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giovedì 20 agosto 2009
Pesto alla Trapanese

Eccomi qui a fare un veloce capolino nel blog visto che oggi mi sono presa una giornata di riposo dal trasloco... Si perchè ieri è stato l'apice della devastazione... Abbiamo infatti trasportato i mobili (restano ancora tutte le scarpe e i vestiti...) e con i 38 gradi che allietavano Milano non è stata una passeggiata di salute! Ho temuto che mia mamma e i due amici venuti ad aiutarci per le cose più pesanti e per guidare il furgone potessero collassare per il caldo e per lo sforzo...
Quindi nonostante i tempi stringano perchè il 5 Settembre apriamo e le cose da fare sono molte, oggi era necessario prendere una pausa. Che poi è uno stop per modo di dire nel senso che non andrò a fare la spola tra i due negozi, ma rimanendo a casa posso portarmi avanti studiando la disposizione dei mobili sulla base della metratura disponibile (mi piace un sacco fare la pseudo architetto!) e dedicarmi alla promozione tramite mail...
Lo so che sto diventando monotematica, ma niente paura, durerà fino al 5 Settembre, poi comincerò con qualcos'altro... E pensate che gli amici di Facebook mi sopportano pure lì, con tanto di reportage fotografico delle varie fasi del trasloco...
Nel post precedente avevo parlato di Pesto alla genovese. Avendone ricavati almeno 20 vasetti che hanno riempito il freezer e non essendo ancora terminato il basilico, ho deciso di fare qualche porzione con delle varianti e cosa meglio di una versione sicula??
Il Pesto alla siciliana è il primo che viene in mente, quello con la ricotta, ma non ne avevo in casa e allora col supporto delle amiche foodblogger ecco che ti trovo la ricetta del Pesto alla Trapanese... Ne ignoravo l'esistenza e mia madre pure... Dove l'ho trovato?? Nel blog di Paoletta che a sua volta l'ha ottenuta consultando il sito di Gennarino e anche quello di Enza, quindi una vera e propria garanzia di successo!! Per non parlare delle foto di Paoletta che sono sempre una meraviglia ineguagliabile!
Le mie dosi sono state dettate da quello che avevo a disposizione.
Indico quindi quelle di Paoletta.


Ingredienti:
3 mazzetti di basilico (Paoletta dice che possono essere circa 150 foglie)1 bella manciata di mandorle con le pelle
3 spicchi d'aglio (Paoletta ne ha messi 2, io 1!!)3 pomodori rossi, grossi e belli maturi
sale grosso
pepe (io non l'ho messo)olio extra vergine di oliva, a occhio ma abbondante
Pestare nel mortaio (o nel mixer se proprio non si ha a disposizione il mortaio) le mandorle insieme all'aglio e un pizzicone di sale grosso.
Le mandorle non devono diventare una pappina, per cui, non appena sono a pezzettoni, aggiungere immediatamente il basilico.
Il tutto deve essere ben pestato ma la consistenza deve rimanere granulosa, si devono sentire i pezzettini di mandorla.
Sminuzzare i pomodori privati dai semi e aggiungerli al pesto facendo attenzione che non diventi troppo rosso.
Diluire con abbondante olio evo, aggiustare di sale, aggiungere il pepe.
Le mandorle non devono diventare una pappina, per cui, non appena sono a pezzettoni, aggiungere immediatamente il basilico.
Il tutto deve essere ben pestato ma la consistenza deve rimanere granulosa, si devono sentire i pezzettini di mandorla.
Sminuzzare i pomodori privati dai semi e aggiungerli al pesto facendo attenzione che non diventi troppo rosso.
Diluire con abbondante olio evo, aggiustare di sale, aggiungere il pepe.

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lunedì 30 marzo 2009
Cuddura cull'ova

Incredibile, ma vero, due post in due giorni… cioè un post al giorno!!
Direi che è una situazione più unica che rara, considerando i miei ritmi!
Di solito sperimento, fotografo e scrivo di domenica, ma oggi fa eccezione e faccio doppietta solo perché ho approfittato della indisposizione che mi ha costretto a casa (eh si, anche agli imprenditori capita di stare male, e a pochi di noi succede di stare a casa dal lavoro… beata istituzione della malattia per i lavoratori dipendenti!).
Visto che la Pasqua si avvicina, gioco d’anticipo per evitare di finire come col Carnevale che è passato e io non ho fatto in tempo a preparare alcun dolce tipico…
Propongo un dolce siciliano tipico di questo periodo di festa, la “cuddura cull’ova”, che mi riporta alla mia infanzia e alle mie origini, una preparazione allegra e coloratissima credo non manchi in nessuna pasticceria siciliana in questo momento dell’anno.
A dire il vero questo dolce l’ho sentito nominare molto negli anni, ma a casa mia non si è mai fatto e allora spinta dalla mia voglia di sperimentare, in particolar modo quello che suggerisce la tradizione culinaria delle regioni da cui proviene la mia famiglia.
Sono molto entusiasta di questo dolce, oltre ad essere proprio buono è anche troppo carino!!

...a forma di "panarieddu" (cestino)... non troppo ben riuscito...

...a forma di cuore... decisamente più carino...
Ancora una volta (e non sarà sicuramente l’ultima) mi sono affidata a GialloZafferano per la ricetta, apportando solo alcune piccole modifiche.
E come sempre prima un po’ di storia (riportata testualmente da GZ):
“La coddura o cuddhura, è un tipico dolce siciliano, di derivazione ortodossa, che veniva e viene tutt’ora preparato nel periodo pasquale.
Tempo fa, durante il periodo della Quaresima, si osservava una grande moderazione alimentare, che escludeva dalle tavole carne, uova e formaggi, ma con l’arrivo della settimana santa le privazioni terminavano, e le uova erano un alimento particolarmente utilizzato per la preparazione dei dolci pasquali.
In Sicilia, il dolce pasquale più diffuso è ancora oggi la "cuddhura", un grosso dolce di forma circolare, con incorporato un numero variabile, ma sempre dispari, di uova col guscio, che le giovani donne usavano regalare ai fidanzati nel giorno della Resurrezione.
Ma la forma della cuddura non è solo circolare: se ne preparano anche a forma di "campanaru" (campanile) per risuonare le campane al Cristo risorto, a forma di "panarieddu" (cestino) per augurare abbondanza, oppure di "gadduzzu" (galletto o colomba) per i ragazzi, di "pupa" (bambola) per le ragazze, e a “cuore” per i propri amati.
Il termine "cuddhura" deriva dal greco "Coulloura" col quale gli antichi greci indicavano particolari focacce offerte agli dei in cambio di favori e benevolenza, usanza che in epoca cristiana si rivolge ai fidanzati e non più agli dei pagani.Le "coddhure" venivano portate in chiesa, la mattina del sabato santo, per la benedizione che, nella solennità della Resurrezione, risvegliava l'idea di fecondità consacrandone il valore.Costituivano comunque un dono augurale: un tempo la "zita" (la fidanzata) preparava la coddura a forma di cuore per il suo promesso, che ricambiava il dono con un dolce a forma di "agnidduzzu" (agnellino), e con questi gesti si celebrava la rinascita e la fertilità.“

...mezzo cuore glassato...

...mezzo cuore non glassato...
Ingredienti:
500 gr. farina (io ho usato la farina per dolci e ne ho aggiunto almeno altri 150/200 gr. ad occhio)
1 bustina lievito per dolci in polvere
la buccia grattuggiata di un limone
200 gr. strutto (io ho usato il burro)
6 uova
1 bustina di vanillina
200 gr. zucchero
500 gr. farina (io ho usato la farina per dolci e ne ho aggiunto almeno altri 150/200 gr. ad occhio)
1 bustina lievito per dolci in polvere
la buccia grattuggiata di un limone
200 gr. strutto (io ho usato il burro)
6 uova
1 bustina di vanillina
200 gr. zucchero
Per decorare:
Codette e palline arcobaleno q.b
1 uovo per spennellare (io ho usato solo il tuorlo)
Per la glassa:
1-2 cucchiai succo di limone
1 albume (quello non utilizzato per spennellare)
10-12 cucchiai di zucchero
Mettere la farina in un recipente capace e mescolarla con lo zucchero e il lievito setacciato, quindi aggiungere lo strutto ammorbidito (o il burro), le uova, la buccia grattugiata di un limone la vanillila e impastare.
Lavorare molto bene l’impasto in modo da amalgamare bene gli ingredienti (anche con il robot da cucina); la consistenza dell'impasto non sarà dura, anzi, risulterà abbastanza morbida. A dire il vero senza la mia aggiunta di farina l’impasto sarebbe rimasto addirittura appiccicoso al punto da non poterlo staccare dalle mani!
Modellare la "cuddura" direttamente sulla carta forno, secondo i soggetti da scelti; un cuore, un cestino, una campana, una bambola, un galletto.
Posizionare sulla "cuddura", con una leggera pressione sulla pasta, una o più uova col guscio (sempre in numero dispari), che andranno bloccate sul dolce con dei bastoncini di pasta a mo’ di croce.Adagiare la cuddura sulla placca del forno (o in una teglia) foderata con carta forno, spennellarla con dell’uovo sbattuto (anche solo il tuorlo), e guarnirla con dei semi di papavero, sesamo o con degli zuccherini colorati, e cuocerla a 180°-200° per circa 35-40 minuti, fino a quando diventerà dorata. Ovviamente nel mio forno sono bastati 30 minuti…Se si vuole glassare la cuddura (o anche solo metà come ho fatto io), infornarla senza spennellerla con l'uovo sbattuto, e preparare una glassa in questo modo: montare a neve un bianco d’uovo, aggiungere poi 10-12 cucchiai di zucchero semolato, un cucchiaio alla volta e lentamente, continuando a sbattere con lo sbattitore.
Aggiungere poi poco alla volta uno o due cucchiai di succo di limone, sempre sbattendo; il composto deve risultare molto denso e staccarsi pesantemente dal cucchiaio.
Appena sfornata la cuddura, ricoprirla con la glassa preparata e cospargerla di zuccherini colorati, lasciarla raffreddare e poi buona degustazione!
Ovviamente anche le uova inserite si possono mangiare... saranno belle sode dopo il passaggio in forno!
Ovviamente anche le uova inserite si possono mangiare... saranno belle sode dopo il passaggio in forno!
Un consiglio: con queste dosi io ho preparato 2 grosse cuddure, ma considerando che l’impasto cresce parecchio forse converrebbe dividerlo e farne 4 o più cuddure più piccole con diverse forme.


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martedì 17 marzo 2009
Focaccia messinese

Ieri è stata una domenica pesante dal punto di vista culinario… ma non perché le ricette in questione fossero particolarmente impegnative nella realizzazione o negli ingredienti, ma solo perché la mia ingordigia ha avuto la meglio!
Avevo iniziato a colazione bevendomi un cappuccino... cosa normalissima per la maggior parte delle persone, ma non per me che, per uno strano caso del destino (diciamo per sfiga), sono intollerante al latte, al caffè e pure al cacao… OLE’…
Il caffè non lo bevo mai eccetto quando è parte di ricette (es. tiramisu), il cacao è una droga, ma fortunatamente lo tollero bene, il latte invece…è una tragedia… quindi quando serve nelle ricette o quando mi viene voglia (visto che mi piace tanto) uso lo Zymil, ma sempre con moderazione perché il rischio di passare la mattina seguente con le coliche è altissimo.
E poi per continuare in bellezza ieri non mi sono accontentata di una sola porzione delle due ricette del giorno, così ho finito la giornata con un fastidiosissimo stato di gonfiore… diciamo sentivo la mia pancia come una mongolfiera… come se il lievito di birra di una delle due ricette stesse ancora agendo nel mio intestino facendo lievitare senza fine quello che avevo mangiato!
Ma veniamo a noi… e alla fantastica focaccia messinese… (la seconda ricetta nel prossimo post!)
Ammetto che prima di oggi non l’avevo mai assaggiata.. mia madre spesso ha fatto dei panzerotti con un condimento simile, cioè con la particolare aggiunta dell’insalata riccia (in Sicilia più conosciuta come scarola), ma non è proprio la stessa cosa.
All’apparenza può sembrare una normale pizza, ma (oltre alla scarola) è la pasta che fa la differenza… morbida e buona anche il giorno dopo, e facile da stendere.
Poi qualche settimana fa girovagando sul web ho trovato il bellissimo blog scorza d’arancia di Claudia, ovviamente siciliana e mia mamma ancora prima di me ha voluto realizzare al più presto la focaccia che tanti vecchi ricordi le ha evocato!
Prima di passare alla ricetta vorrei ringraziare anche qui (oltre che sul su blog dove ho lasciato un doveroso commento) Claudia per questa ricetta perfetta nelle dosi (infatti le è stata dettata proprio dall’ex titolare della nota, ma ormai chiusa, Focacceria Moraci di Messina) e consigliare a tutti di fare un giro nel suo blog. Oltre alle deliziose ricette potrete ammirare delle belle foto dove spesso al cibo fanno splendidamente da contorno e da sfondo delle bellissime ceramiche, attrezzi da cucina, fiori, tovaglie ricamate e altro. Mi sono piaciuti molto questi accostamenti!
Ingredienti per una teglia
(con le mie modifiche soprattutto in termini di dosi e in alcune fasi):
500 gr farina di manitoba
15 gr sale
15 gr zucchero
125 gr latte
125 gr acqua
25 gr. olio evo
400 gr tuma
(formaggio difficilmente reperibile fuori dalla Sicilia, ma sostituibile col Galbanino)
600 gr circa pomodori pelati
150 gr indivia riccia
½ panetto di lievito di birra (quindi circa 12 gr)
acciughe sott’olio (se piacciono)
olio evo per ungere
Sciogliere il lievito con 50 gr. di acqua tiepida e circa 10 gr. zucchero, cospargere con una manciata di farina, amalgamare bene e porre a lievitare per circa tre quarti d’ora.
Trascorso questo tempo impastare la farina, il lievito, l’acqua e il latte rimanenti, l’olio, lo zucchero e in ultimo il sale.
Avvolgere l’impasto leggermente steso con le mani all’interno di un canovaccio e lasciare lievitare per almeno un’ora.
Terminato il tempo stendere la pasta fino a coprire bene la teglia (io ho usato la placca del forno) precedentemente unta con l’olio evo.
Mettere le acciughe (se piacciono, noi abbiamo fatto la metà teglia di mia mamma con le acciughe, mia metà senza), il formaggio, la verdura a pezzi piccoli, i pomodori scolati a pezzetti.
Salare (e pepare se piace) e distribuire altro formaggio in superficie.
Infornare a 200 gradi per circa 10 minuti.
Tirare fuori la teglia, fare un altro giro di olio evo e infornare altri 10 minuti circa per completare la cottura.
(con le mie modifiche soprattutto in termini di dosi e in alcune fasi):
500 gr farina di manitoba
15 gr sale
15 gr zucchero
125 gr latte
125 gr acqua
25 gr. olio evo
400 gr tuma
(formaggio difficilmente reperibile fuori dalla Sicilia, ma sostituibile col Galbanino)
600 gr circa pomodori pelati
150 gr indivia riccia
½ panetto di lievito di birra (quindi circa 12 gr)
acciughe sott’olio (se piacciono)
olio evo per ungere
Sciogliere il lievito con 50 gr. di acqua tiepida e circa 10 gr. zucchero, cospargere con una manciata di farina, amalgamare bene e porre a lievitare per circa tre quarti d’ora.
Trascorso questo tempo impastare la farina, il lievito, l’acqua e il latte rimanenti, l’olio, lo zucchero e in ultimo il sale.
Avvolgere l’impasto leggermente steso con le mani all’interno di un canovaccio e lasciare lievitare per almeno un’ora.
Terminato il tempo stendere la pasta fino a coprire bene la teglia (io ho usato la placca del forno) precedentemente unta con l’olio evo.
Mettere le acciughe (se piacciono, noi abbiamo fatto la metà teglia di mia mamma con le acciughe, mia metà senza), il formaggio, la verdura a pezzi piccoli, i pomodori scolati a pezzetti.
Salare (e pepare se piace) e distribuire altro formaggio in superficie.
Infornare a 200 gradi per circa 10 minuti.
Tirare fuori la teglia, fare un altro giro di olio evo e infornare altri 10 minuti circa per completare la cottura.
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mercoledì 18 febbraio 2009
Pasta al forno alla messinese

Da tempi biblici si parla della possibile costruzione del ponte che collegherebbe la Calabria alla Sicilia, ma non se ne fa mai niente... I calabresi non lo vogliono, ma soprattutto i siciliani non lo vogliono. Vuoi perchè si tratterebbe di un'opera di sicuro deturpamento ambientale e visivo e vuoi perchè verrebbe a mancare una tradizione... quella di arrivare in terra sicula attraversando lo stretto di Messina col "ferri bot" (ovvero "ferry boat", il traghetto).
Uno dei pochi casi in cui lo il disbrigo delle pratiche di imbarco é qualcosa di emozionante, sia che si prenda il traghetto a piedi, sia imbarcando la macchina o addirittura col treno, quindi l'ultima tappa di un lungo viaggio su rotaia che riporta dal continente all'isola emigranti da una vita o semplici viaggiatori.
C'è chi preferisce i traghetti veloci (ovviamente senza possibilità di imbarco di auto), ma secondo me è una vera eresia (oltre al fatto che più veloci sono e più forte è il mal di mare che mi viene!)... La lenta traversata in traghetto è magica e l'approssimarsi alla Sicilia è scandito dall'avvicinarsi della Madonnina che da il benvenuto all'isola e io ricordo che da bambina adoravo soprattutto questo... il momento in cui la Madonnina era vicinissima!
Ed è anche singolare come la figura della Madonna sia ricorrente nei luoghi della mia vita: la Madonnina di Messina (città di origine di mia madre), la Madunina del Duomo di Milano (la mia città) e la Madonna di Lourdes a cui è dedicata la chiesa che mi ha accolta in occasione del battesimo, della comunione, della cresima e... no niente matrimonio visto che ancora non ho avuto il piacere di sposarmi, ma ovviamente vorrei celebrarlo lì!
Ma tornando allo stretto, una volta finita la traversata Villa S.Giovanni-Messina ai tempi della mia infanzia era praticamente automatico dirigersi direttamente (qualsiasi ora del giorno fosse) alla mitica "Rosticceria Nunnari" , i primi ad aver introdotto il take-away per le specialità culinarie proposte... il vero tempio della pasta al forno alla messinese!! Si poteva gustarla in piedi direttamente dentro il locale, seduti sui pochi gradini fuori o ancora meglio, portala in spiaggia...
Da qualche tempo purtroppo la rosticceria non esiste più, ma a distanza di molti anni è ancora vivo il ricordo di quella inarrivabile pasta al forno.

A casa mia da sempre si riproduce quel tripudio di godimento culinario, di domenica, con alcune variazioni/aggiunte sul tema perchè è lecito che un grande classico venga replicato, ma è altresì legittimo rivederlo a proprio gusto.
Non voglio fare paragoni tra la pasta al forno di Nunnari e quella di casa mia, dico solo ogni volta che si presenta sul piatto io sono in estasi!!
Chiamarla solo pasta al forno è un pò riduttivo dal momento che la pasta è quasi la componente minore in un tripudio di ingredienti che attentano alla linea rendendo il risultato eccellente. E alla fine del piatto resta un interrogativo: faccio il bis o passo direttamente al dolce? Perchè ovviamente dopo una bomba simile il secondo è meglio evitarlo...
Ed ora passiamo agli ingredienti... che saranno molto vaghi trattandosi di una ricetta di casa mia e quindi dosata ad occhio...
Ingredienti per (circa) 6 persone:
1 kg di sedani rigati (o penne rigate)
carne di manzo tritata
salsa di pomodoro
piselli
salame
prosciutto cotto
salsa bechamelle
mozzarella
uova sode
Parmigiano grattuggiato
sale
olio evo
vino bianco
cipolla
carota
sedano
Soffriggere la cipolla in un giro di olio evo. Fare rosolare la carne trita. Sfumare con il vino bianco.
Aggiungere i piselli e la salsa di pomodoro e far cuocere a lungo il ragu.
Cuocere la pasta e scolarla abbastanza al dente (azzerderei quasi duretta). Condirla con parte del ragu.
Ungere una teglia con qualche cucchiata di ragu e mischiare un pò di bechamelle.
Iniziare a fare degli strati con la pasta, poi inserire il salame, il prosciutto, le uova, la mozzarella a dadini e il Parmigiano. E di nuovo uno strato di pasta.
Per rendere ancora più gustosa la preparazione vanno aggiunte alla preparazione delle piccolissime polpettine di carne. La ricetta si trova qui, ricordandosi però che per aggiungerle alla pasta vanno fatte proprio piccoline.
Mettere in forno caldissimo per una ventina di minuti.
Lasciare riposare per alcuni minuti e poi servire.
Sarà buonissima anche il giorno successivo oppure si possono congelare le porzioni eventualmente avanzate.
...siccome sono sempre presa da 200 cose insieme, finisco per postare dimenticandomi i pezzi o inserendo qualche imperfezione, ma fortunatamente qualche food blogger mi riporta sulla retta via della memoria (o meglio dell'attenzione) e questa volta devo ringraziare Lisa che inconsapevolmente mi ha fatto ricordare di una dimenticanza...
Infatti avevo dimenticato di aggiungere che, se a Messina la pasta al forno viene fatta principalmente con formati rigati tipo le penne, a Palermo non si prescinde dagli anellini...
Per capire meglio ecco due esempi dei produttori che facilmente si trovano nei supermercati...


E mi inchino di fronte alla lettrice parente del grande Nunnari che mi ricorda che la loro pasta al forno comprende anche le "mulinciane friute", le melanzane fritte... E' stata una tremenda dimenticanza da parte mia, considerando che anche mia madre le mette sempre!
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venerdì 6 febbraio 2009
Biancomangiare al profumo di limone
Ed ecco che la Sicilia mi viene in soccorso nella mia ricerca di una ricetta semplice per consumare il latte che avevo in frigo (visto che per diversi motivi a casa mia un litro di latte non si riesce a bere prima che vada a male e il 1/2 litro dell'unica marca che io posso digerire non lo si trova quasi più in commercio)... Complice anche il fatto che gli ingredienti necessari sono proprio pochi e quasi sempre presenti anche nella meno fornita delle dispense, decido di fare il Biancomangiare...
Ricordo che quando ero bambina mia madre spesso preparava questo budino, lo metteva nelle formine e lo consumavamo dopo averlo fatto riposare in frigo per qualche ora. Però ero troppo piccola per ricordarmi esattamente gli ingredienti ed è passato molto tempo dall'ultima volta che lo ha fatto così le chiedo le quantità giuste di ogni ingrediente... e inizia la disputa... infatti la sua versione non collima con le tante ricette in merito che ho trovato su internet... Galeotto fu il burro, che mia madre ritiene indispensabile (adducendo anche delle motivazioni tecniche che non sto a riportare), mentre per me è assolutamente fuori luogo... Dopo un confronto di 10 minuti, nonostante fossero le 23 passate, decido che l'arbitro più indicato poteva essere solo la nostra amica di famiglia, anche lei siciliana e che soprattutto prepara molto più spesso di noi il Biancomangiare...
And the winner is.... ME!!! Anche la nostra amica conferma che il burro non ci va... e così mi sono attenuta alle sue direttive ottenendo un buonissimo risultato...
Quindi riporto gli ingredienti e le indicazioni della nostra amica Enza... e mi dispiace per mia mamma!

Ingredienti per 2 coppe piene o 3 medie:
1/2 litro di latte
2 cucchiai di farina 00
2 cucchiai di zucchero
un pezzo di scorza di un limone non trattato (senza la parte bianca)
2 cucchiai di farina 00
2 cucchiai di zucchero
un pezzo di scorza di un limone non trattato (senza la parte bianca)
In un pentolino antiaderente versare il latte e lo zucchero e mischiare. Accendere moderatamente la fiamma e aggiungere la farina, preferibilmente non in una sola volta. Mescolare sempre con un cucchiaio di legno avendo cura che non si formino grumi.
Dopo qualche minuto aggiungere la scorza di limone.
La crema inizierà ad addensarsi quando si avvicina al bollore.
Continuare a mescolare e terminare la cottura un paio di minuti dopo il bollore.
Eliminare la scorza di limone, versare nelle formine, o nelle coppe e una volta raffreddate a temperatura ambiente mettere in frigo per qualche ora.
Dopo qualche minuto aggiungere la scorza di limone.
La crema inizierà ad addensarsi quando si avvicina al bollore.
Continuare a mescolare e terminare la cottura un paio di minuti dopo il bollore.
Eliminare la scorza di limone, versare nelle formine, o nelle coppe e una volta raffreddate a temperatura ambiente mettere in frigo per qualche ora.

Consigli e considerazioni:- io ho utilizzato il latte scremato Zhymil della Parmalat perchè sono intollerante al lattosio ed è l'unico latte che tollero, se consumato con moderazione. Persino l'Accadì mi da spesso problemi. Ovviamente questo non è vincolante nella preparazione;
- argomento farina... allora, la ricetta vorrebbe l'utilizzo dell'amido al posto della farina, dal momento che permette un migliore addensamento della crema, ma non avendolo in casa ho usato la 00, che ha comunque portato ad un risultato ottimo;
- A fine cottura si può aggiungere una spolverata di cacao amaro o di cannella. Io ho preferito per questa volta la versione "liscia"
- In Sicilia molti realizzano il Biancomangiare con latte di mandorla aggiungendo poi alla fine delle scagliette di mandorla;
- per voler essere precisa, il limone che ho fotografato e che è della qualità di quello da cui ho ricavato la scorza, è un normale limone... Purtroppo non è facile trovare a Milano i veri limoni di Sicilia, quelli enormi per intenderci... Chiedo venia!
- Nella ricetta non indico che il Biancomangiare è buonissimo anche tiepido!
- A fine cottura si può aggiungere una spolverata di cacao amaro o di cannella. Io ho preferito per questa volta la versione "liscia"
- In Sicilia molti realizzano il Biancomangiare con latte di mandorla aggiungendo poi alla fine delle scagliette di mandorla;
- per voler essere precisa, il limone che ho fotografato e che è della qualità di quello da cui ho ricavato la scorza, è un normale limone... Purtroppo non è facile trovare a Milano i veri limoni di Sicilia, quelli enormi per intenderci... Chiedo venia!
- Nella ricetta non indico che il Biancomangiare è buonissimo anche tiepido!

Ah... ho deciso proprio ora di partecipare con questa ricetta semplice semplice alla raccolta indetta da Mara del blog "Pan di Panna" ... che emozione, è la mia prima volta in una raccolta!!
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