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venerdì 24 novembre 2023

il genere

Ieri leggevo Cesare Garboli che in un saggio sulla Ginzburg scrive: «Il romanzo non è forse stato inventato dall’uomo – dalla donna che è nell’uomo – per le donne?». Garboli attribuisce insomma alla forma romanzo un genere prevalentemente femminile, o comunque diretto dal maschile al femminile, e non a caso dedica la maggior parte delle sue energie critiche, su quel fronte, a Natalia Ginzburg e ad Elsa Morante, che ritiene le due massime espressioni di romanziere del Novecento italiano, mentre al contrario mi par di capire la forma poesia ha per lui un’attitudine più fortemente maschile. Mi ha fatto pensare a Nino Pedretti che nel suo dialetto romagnolo dice “i poeséi”, declinando poesie al maschile: nel suo dialetto cioè, prima che l’italiano arrivasse a livellare i generi, la poesia è di genere maschile, e chissà in quali altri paesi succede così. Tornando a Garboli, il modo in cui sente la poesia deriva, immagino, dal fatto che Garboli si è formato sull’opera di Dante, che ha connotati fortemente maschili, ma fa particolare specie quando ti accorgi che i poeti prediletti da Garboli, quelli a cui ha dato di più in termine di amore di lettore, sono Sandro Penna, poeta discretissimo che canta l’amore omoerotico per il fanciullo, e Giovanni Pascoli, poeta tragico ma così poco mascolino, così morbosamente legato alle gonne famigliari, ma che nella sua interpretazione viene liberato dall’immagine del fanciullino per entrare in uno stato di premorte, Pascoli in Garboli è un bambino nato morto e costretto a passare suo malgrado sulla Terra, un po’ come all’opposto Dante è un vivo che, ricalcando lo schema classico, viene costretto dalla vita a muoversi nell’oltretomba. Ma ancora Dante, un po’ come nell’idea di romanzo che ha Garboli, è diretto dal maschile (Virgilio) al femminile (Beatrice) per arrivare a Dio, che è l’universo e che Dante descrive, guarda caso, come un libro.

domenica 22 gennaio 2023

genitori e figli

Genitori adorabilissimi e di pura ascendenza toscana mi scrivono per propormi l'opera del figlio adolescente ma di talento che ha scritto una serie di canti in perfette terzine dantesche (ho controllato: la metrica è ineccepibile). Loro sono bravi e dolci, ma è già la seconda proposta di pastiche dantesco che ricevo quest'anno, ovvero nei primi venti giorni del 2023. Si vede che l'anniversario del 2021 ha fatto il suo porco effetto. Chissà quante ricerche del tempo perduto mi arriveranno fra qualche mese...

giovedì 25 marzo 2021

speranza

Mio padre che vede al Tg la notizia del settecentenario di Dante, mi guarda e dice: Allora c'è speranza! Io non credo che finché campo ti vedrò diventare famoso, ma che ne sai, magari fra 700 anni potresti esserci tu al posto suo... Chi vivrà vedrà, papà.

domenica 3 maggio 2020

volergli bene

Stanotte ho sognato di andare a un concerto di Bruno Lauzi. Dopo il concerto io con altri ci siamo fermati a parlare con lui e in qualche modo sono riuscito a mettere in atto tutte le gaffe che potevo per far brutta figura (dallo scrivergli male il mio nome su un foglio al ricordargli che sua moglie era morta quando non era morta affatto). Andrea Gianfrate, che era con me, a un certo punto per scusarmi ha cominciato a dirgli: “Lo perdoni, è mancino”. Mi sentivo insomma come Rosso Malpelo, condannato al male dal mio DNA. Ma Lauzi, incredibilmente tranquillo, se la rideva. A un certo punto gli ho chiesto se non gli dispiacesse non essere considerato un genio come De André o Battisti. E lui mi ha risposto questa cosa molto bella: “Certo che mi dispiace, ma si dà troppa importanza a questa storia del genio. Cecco Angiolieri non era e non sarà mai Dante, ma solo lui poteva scrivere S’i fosse foco, e noi gli vogliamo bene per quello.”

mercoledì 25 marzo 2020

lunedì 10 febbraio 2020

paese che vai...

Ieri ho scoperto, parlando con un illustre dantista, che il sommo poeta, sopratutto in tarda età, ovvero intorno ai 50, oltre a essere tutt'altro che pacificato nei bisogni della carne, aveva il gusto per le giovani ragazze e pagava profumatamente per deflorarle, con ancora più gusto se poteva esercitare lo ius primae noctis con quelle in età da marito. Si parla, visti i tempi, di giovani di nemmeno vent'anni. E mi chiedevo se i puristi della letteratura moralizzata, sapendolo, direbbero che questo è un comportamento abbastanza sconveniente, tanto da essere meritevole di censura della Commedia a scuola, oppure visto che, inferno per inferno, sempre di corna si tratta (degli altri), se ne può andare fieri e lieti per il Paese di Dante sì, ma pure di Boccaccio.

mercoledì 27 febbraio 2019

dalla cripta

Donna gentile a l’amoroso guardo
ch’ognor beltade e più savere mostra,
i’ vo’ campar da la persona vostra
sí come quella a la cui face m’ardo;

e mora al dipartir non fora o tardo
lunge dai rai e dalla nivea chiostra
che sí mi volve in tormentosa giostra
più che l’agna dimembri aguglia o pardo:

ma fuggita, omè, che val, se priso
prisa da voi l’imago ne la mente
porto, lo stampo i’ dico del sorriso

cui pur pensando Amor mi fa dolente,
e ’n Inferno tornando ’l Paradiso
lagrime lassa a tanto strazio niente?


(Dante Petrarca o Francesco Alighieri, uno dei due. Bellissimo pastiche, ma mi chiedo se al di là del gioco, ovvero dell’esercizio stilistico, ce n’era davvero bisogno. E ancora, aspetto al varco tutti coloro che hanno comprato ammirati le cento poesie d’amore a Ladyhawke e ora forse diranno che Mari “non è più quello di prima”).

domenica 25 marzo 2018

amore e morte

La più bella storia d’amore che ho letto da molti anni a questa parte è un raccontino breve contenuto nel volume Amore del giapponese Inoue Yasushi (Adelphi 2006). Parla di una coppietta mediocre, due avari che, dopo una vincita alla lotteria, provano a recuperare il viaggio di nozze mai fatto. Il tentativo di riscatto sociale – di cui il viaggio in un lussuoso albergo sul mare costituirebbe l’apice da rivendicare a vicini e famigliari che sparlano di loro – fallisce miseramente quando viene a scontrarsi con le loro nature: il dispiacere di dissipare quell’insperata fortuna in una notte in albergo li mette in un tale stato di disagio da costringerli a ritornate indietro, appena arrivati, per passare l’anniversario di matrimonio chiusi in casa, nascosti dai vicini ma appagati dall’avere conservata quasi intatta la cifra vinta. Eppure, con una leggerezza meravigliosa, il rapporto dei due piccoli sposi viene rinsaldato proprio dalla loro complicità che prende forma nei gesti colloquiali del loro pranzo frugale e nello stupore che li prende una volta arrivati di fronte al mare. Le due anime non fanno che vagare, quasi svuotate, di pagina in pagina spinti da un vento gelido che ora li separa ora li riunisce, così simili ai danteschi Paolo e Francesca. Come tutte le figure nate dalla penna di Yasushi sono creature pre-infernali, in cui le colpe sono connaturate a tal punto da trascinarli inesorabilmente e senza possibilità di riscatto – e senza reale afflizione – verso il baratro della loro condanna. Fa eccezione, in questo particolare racconto, il tenero abbraccio finale con cui il protagonista, ormai conscio del proprio amore, stringe a letto il corpo gelido di sua moglie, che già prefigura la morte che presto diventerà.

domenica 1 novembre 2015

citazioni (colte o meno)

«Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». Cinquant’anni dopo ho perso il conto di quanti mi hanno ridato indietro un libro e detto: «No, io non leggo, non ho tempo», oppure mi hanno ridato indietro un libro e detto: «Adoro leggere, ma la poesia non tanto la capisco…». Credo ci siano più lettori di poesia in Groenlandia, fra le foche, che in Italia. Poi certi vanno in piazza, a sentire Benigni e mi dicono orgogliosi: «Però quel Dante lì, come mi piace». E non sai mai se intendono Alighieri o si confondono con Dente. La divina Commedia di Dente, vi giuro che è possibile. Viva il giorno dei morti.

sabato 21 febbraio 2015

tre consigli di lettura con tre estratti (per gradire)

Primo consiglio, dal blog di Paolo Nori, un articolo molto divertente, pubblicato ieri su Libero, sui presunti rapporti fra Dostoevskij, Matteo Renzi e la bellezza.

Del soggiorno di Dostoevskij a Firenze, io avevo letto, qualche anno fa, in un libro di Matteo Renzi intitolato Stil novo che era praticamente un saggio sulla bellezza pieno di frasi stupefacenti, come per esempio: «Dobbiamo avere la forza di sconfiggere il pensiero debole dei poteri forti, o presunti tali». Oppure: «Diciamoci la verità, a Firenze ci sono cose meravigliose, che spaccano il pensiero». [...] O, ancora: «Io sono convinto che Dante era di sinistra, anche se non lo sapeva».

Secondo consiglio, dal sito di Internazionale, un bel pezzo a cura di Giuseppe Rizzo sulla corrispondenza e la vita vera e segreta dello scrittore americano John Cheever. Tenere e violente insieme.

Caro ____, 
questa mattina mi sono svegliato con un uccello duro e bagnato ed è bagnato anche adesso, dopo avere parlato con te, ma non solo per questo (…) è il ridere e lanciare palle di neve, è sentire te che ti lamenti della mia tosse da fumatore e delle dimensioni del mio uccello, è il tornare a ___ con te al volante e io nascosto nel sedile posteriore tra i panni da mandare in lavanderia. Ho pensato per un anno che un simile amore debba essere perverso, crudele e invertito ma non riesco a trovare alcuna traccia di ciò nel mio amore per te. Mi sembra naturale e semplice come passare un pallone da football in una bella giornata di ottobre (…)
Con amore, John

Terzo consiglio, stavolta di un libro cinico e stupendo, stupendamente scritto, e per molti anni passato sotto censura per come parlava, lui per primo, della fine della civiltà europea, Kaputt di Curzio Malaparte.

Poi, a poco a poco, il cielo si spense, la pioggia a un tratto cessò, la luna apparve in uno squarcio delle nuvole: sembrava un paesaggio dipinto da Chagall. Il cielo ebreo di Chagall, popolato di angeli ebrei, di nuvole ebree, di cani e di cavalli ebrei, dondolantisi a volo sulla città. I suonatori ebrei di violino seduti sui tetti delle case, o librati in un cielo pallido a picco sulle strade, dove i vecchi ebrei morti giacciono sul marciapiede fra i candelabri rituali accesi. Le coppie d’amanti ebrei distesi a mezz’aria sull’orlo di una nuvola verde come un prato. E sotto il cielo ebreo di Chagall, in quel paesaggio di Chagall illuminato da una tonda luna trasparente, salivano dai quartieri di Nicolina, di Socola, di Pacurari, un clamore confuso, un crepitio di mitragliatrici, i tonfi sordi delle bombe a mano.
«Ohi, ohi, ohi, ammazzano gli ebrei» disse Marioara, trattenendo il respiro.

[Curzio Malaparte, Kaputt, 1950, Adelphi, pag. 148-149]

lunedì 23 giugno 2014

il portatore d'acqua

Oggi in posta, mentre facciamo la fila, il duca mi parla di Paoluccio, scampato all’epatite da piccolo, senza famiglia, scappato dai monaci che ne hanno abusato, poi venuto a vivere in paese. Si arrangiava facendo il portatore d’acqua. All’epoca non c’era l’acqua corrente nel borgo e lui si caricava un grosso recipiente sulle spalle e la portava nelle case. Era povero, solo, vestito male. Era analfabeta, eppure l’aveva toccato la poesia. I pochi soldi che metteva da parte li investiva nell’edizione a fascicoli della Divina Commedia illustrata da Doré. Se la studiava per ore, accarezzandone le pagine con gli occhi, poi la sera, dopo il lavoro, la portava al duca e ad altri vecchi e se la faceva leggere a voce alta. “Quante cose che ci sono nel mondo!” diceva, scoppiando in lacrime ogni volta, e si consolava così, d’essere non un ramo storto sulla terra, ma parte di una grandezza tale, che c’era bisogno anche di lui perché fosse completa.

venerdì 22 febbraio 2013

il paradiso perduto


Il cancro del tempo ci divora, scriveva Henry Miller nell’incipit di Tropico del Cancro. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato con la morte. È una verità così evidente, e allo stesso tempo scomoda, che parlarne troppo diventa indice di cattivo gusto. Siamo condannati, aggiunge Miller citando Rimbaud, non cambierà stagione.
Quello della fine del tempo è un concetto a cui ci hanno ben abituato i poeti da quando, con l’Illuminismo, la poesia ha cominciato a rifiutare come illusoria l’idea di Paradiso e a viverla come un’ambizione impossibile, frustrante. Tutto ciò a cui possiamo aspirare, dicono, è un lungo ed estenuante Purgatorio, in cui le poche gioie sono da spremere al contagocce dalle semplici cose intorno a noi, che con grazia francescana abbiamo il dovere di ricominciare a osservare, proprio nel secolo in cui guardare e basta è un’operazione talmente svalutata da non servire più a nulla.
Da sempre gli artisti, e in particolare i poeti, si sono assegnati il compito di salvare gli attimi vissuti e rilanciarli in avanti. Proprio per la difficoltà di tale compito spesso le loro opere richiedono ai lettori impegno e disciplina, ed ecco perché in una società sempre più pigra e al contempo rapida com’è la nostra, hanno perduto ascoltatori e fiducia. Perché fermarsi ad ascoltare un messaggio di pessimismo senza ambizioni?
Eppure già fare poesia è un’ambizione. E contro ogni pessimismo, o forse proprio per quello, fra le poche e spudorate gioie riservate dai poeti c’è la vendetta. Nessuno sa usare le parole per ferire meglio di un poeta. Una feroce vitalità che irrora l’animo, sia quando a essere insultato è l’amante di turno sia quando lo è il sistema che ci comprende tutti per quello che siamo, dei precari del tempo.
In questo il poeta, primo fra gli inetti, non fa sconti per nessuno. Dante ne condanna parecchi all’Inferno che, nell’immaginario comune, resiste ancora bene. E Montale scatena su di loro Clizia, mai più angelo né diavolo, perché ne faccia piazza pulita di fronte alla storia. Pene terribili insomma, per chi non può rispondere o non vuole. Ed è il silenzio di chi magari non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma non fiata nemmeno per ricordarci d’essere, pur brevemente, stato: il peggiore degli sprechi.
Fatevi sentire, anche solo per riconfermare il vostro no. Perché, come rispondeva Brodskij all’anonimo giudice che gli chiedeva, per sminuirlo, chi mai lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti: “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”

Articolo uscito su Largo Belllavista n°67, febbraio 2013, nella rubrica Senilità. Foto, di Anders Petersen.