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martedì 26 dicembre 2023

i sogni son desideri

Siccome siamo romantici, viviamo nella rassicurante convinzione che chi la fa l'aspetti, che se qualcuno ci fa qualcosa di brutto prima o poi la ruota karmica gira e la stessa cosa capiterà anche a lui/lei così che finalmente capisca come siamo stati noi. L'esperienza però insegna che la nostra è una pia illusione e che alcune persone (la maggior parte) sono così ottuse, egoiste o egotiche che non ci arriveranno mai, magari subiranno il danno ma non arriveranno mai a fare due più due perché questo significherebbe mettersi in discussione o, più semplicemente, non gli fregava abbastanza di noi fin dall'inizio per cui nemmeno si ricordano di averci conosciuto e ferito. Pertanto io resto uno della vecchia scuola e ogni volta che mi capita per prima cosa mi auguro sempre che un'auto lo/la metta sotto al primo incrocio o gli/le venga una colica renale. Magari è un po' eccessivo ma di sicuro è più efficace e in ogni caso, si sa, sognare non ha noi ucciso nessuno (purtroppo).

sabato 12 agosto 2023

vendetta

A forza di sentire parlare dello sputtanamento pubblico dell’imprenditore torinese ai danni della sua fidanzata che lo avrebbe tradito, e se sia stato giusto o no vendicarsi così, mi sono chiesto cosa avrei fatto io al posto suo. Ecco che, come ho sempre fatto in vita mia ogni qualvolta mi sono sentito tradito, sarei partito all’attacco scrivendo di pancia una poesia che avrei immediatamente pubblicato così da sputtanare in grande, ma filtrando il tutto con la scusa dell’arte. Posso dire che, versi o bellissimi o meno, le persone coinvolte non ci sono state bene, dunque la vendetta è arrivata, anche se poi, a mente fredda, non posso dire di sentirmene fiero. In effetti, tutta la storia dell’arte è piena di artisti che hanno sputtanato i propri partner fedifraghi, da Catullo a BZRP Music di Shakira, ogni nostra manifestazione artistica, in pittura o scultura come nella letteratura, nel cinema e nella musica, dal melodramma alla musica pop, è tutta un pullulare di corna e tradimenti, sputtanamenti feroci, rivendicazioni, arrovellamenti e vendette sanguinarie, spesso infantili e odiose, altre studiate fin nei minimi particolari, da gustare fredde. Ma vogliamo parlare del più grande di tutti? Giacomino Leopardi, che col ciclo di Aspasia ha sputtanato nei secoli dei secoli, o almeno negli ultimi due secoli, e senza possibilità di replica, la fedifraga Fanny Targioni Tozzetti colpevole di essere finita a letto con l’assai più prestante Antonio? Ecco, rispetto all’imprenditore torinese, Giacomino Leopardi che matura la sua vendetta in versi meravigliosi e assoluti come la lapidaria A se stesso cos’è, un fuoriclasse senza pari o uno stronzone d’uomo talmente grande al cui confronto l’imprenditore, nella sua povertà espressiva, non è che un dilettante? E dunque, lo perdoniamo perché è stato un grandissimo poeta, Giacomino, o cancelliamo i suoi versi dai libri di scuola in nome di un “politicamente corretto” che rinnega ogni espressione animale, nata nel groviglio delle viscere umane – e le viscere umane sono sporche – per avvicinarsi sempre più ai versi pulitini dell’AI, che non conosce tradimento? E di contro, alla povera Fanny che nel nostro immaginario di lettori passa ormai – e passerà per sempre – per la bugiarda seduttrice che non era, cosa diremo? Come faremo a farci perdonare?

giovedì 1 giugno 2023

vendetta

Perché alcuni autori quando gli mandi il file rivisto con tutti i refusi corretti chiedendo loro di sistemare alcuni passaggi, ti rimandano i passaggi sistemati sul file più vecchio così devi rifare tutto il lavoro da capo? Cos'è, una forma di vendetta inconscia?

mercoledì 2 giugno 2021

affinità-divergenze fra il compagno vitantonio e la pizza

Non ne mangiavo una da mesi e infatti stasera, come mi sono azzardato, mi si è piantata nello stomaco come un paletto di frassino. Gli amori trascurati sono i più vendicativi.

domenica 19 gennaio 2020

la risposta di uno scrittore respinto

La vanità intellettuale che si mischia ai fatti di cuore è sempre stata una bella gatta da pelare, specie se dall’altra parte c’è qualcuno che ti interessa più sul piano artistico che amoroso, ma non sai bene come dirlo o, peggio, confondi tu stesso/a le acque fino al punto che si intorbidano. Successe, ad esempio, alla contessa bolognese Teresa Carniani Malvezzi, colta e bellissima quarantenne, appassionata lettrice e autrice di un poemetto di cui oggi non ricorda più nessuno, di cui si era invaghito nell’estate del 1826 il nostro Giacomino Leopardi, che all’epoca aveva circa dodici anni meno di lei e lavorava per l’editore Stella di Milano. Leopardi, dopo una iniziale profonda complicità – la quale scatenò le gelosie del marito di lei – venne rifiutato con severità: le sue visite la annoiavano, gli disse. La storia venne presto trascinata nel pettegolezzo (con lui che al solito ci faceva la figura del fesso), tanto che la contessa tagliò tutti i ponti, persino epistolari. Il silenzio durò più di sei mesi. Poi, però, la contessa pubblica, nel 1827, il libro a cui stava lavorando e ne invia una copia a Leopardi, al cui giudizio critico tiene moltissimo; ma, per evitare fraintendimenti, gli manda il libro senza un biglietto, né una dedica, nulla, tanto da fargli pensare che l’unica cosa rimasta a lei, di lui, è l’indirizzo. Leopardi allora che fa? Risponde. Risponde, con ironia e garbo, quello che qualsiasi scrittore respinto vorrebbe dire quando gli capitano storie così, ma non sempre trova la giusta nota per farlo, e le scrive, pungendola nell’orgoglio: «…Perciò non vi dirò nulla del vostro libro, dove io ammiro la sobrietà e il buon giudizio della prefazione…» e chiude il biglietto con una modernissima frasetta inglese che a me, personalmente, ha ricordato l’ultima riga dell’ultima lettera che Montale scriverà a Irma Brandeis un secolo più tardi: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi your most faithful friend, or servant, or both, or what you like». Ciao.


Nota. Il corsivo utilizzato per evidenziare le frasi dello scritto di Leopardi è opera mia.

domenica 23 dicembre 2018

tu sei mio amico?

Nei casotti vari delle ultime settimane mi sono completamente dimenticato di segnalare che sul numero di novembre della rivista online Versante ripido era uscito un mio racconto inedito (QUI) che parla di tradimento e vendetta, argomenti che ben si confanno allo spirito più cruento del Natale. Scherzi a parte mi sembrava giusto segnalarlo, almeno prima dell'uscita del numero di dicembre, ringraziando la redazione per l'ospitalità. Poi, visto che mi dicono che sono un disastro nell'autopromuovermi, ne approfitto per ricordare che di miei racconti è uscita anche questa raccolta curata da Giovanni Turi per Stilo Editrice chiamata "La nostra voce non si spezza" (QUI). Lo so che a Natale si predilogo i libri di Bruno Vespa e le ricette della ex-Clerici-ora-Isoardi, ma alcuni amici mi dicono che lo stanno usando come regalo per Natale. Pensa te!

martedì 19 aprile 2016

corso di scrittura

Per cominciare leggo un racconto di Sandro Veronesi, sperando di invogliarli. Il racconto parla di un tipo che scopre che la sua ragazza gli ha messo le corna. Allora lui che fa? Prende un cacciavite, salta sul motorino e parte verso Galleria Borghese, per sfregiare l’Ultima Cena di un pittore rinascimentale di cui non ricordo il nome, perché andare a vedere quell’opera è stata l’ultima cosa bella che lui e la sua ragazza hanno fatto insieme e lui vuole distruggere il ricordo. 
Mimmo, che stranamente, per tutto il mio preambolo e la prima parte del racconto, se n’è rimasto rattrappito e taciturno sulla sedia, come una molla pronta a scattare, quando sente del quadro comincia ad agitarsi e poi a urlare, si alza e lancia oggetti per la stanza. Non si fa! Non si fa! Non a Gesù Cristo! Non si sfregia Gesù Cristo! Ma come si permette questo! 
Servono tre persone per calmarlo. Poi chiedo a tutti di scrivere un racconto “in risposta” a quello di Veronesi. Lo chiedo anche a Mimmo che prima si nega, poi tentenna, alla fine accetta chiedendomi dove vive questo Veronesi. Roma presumo, gli rispondo. 
Così Mimmo si mette al lavoro, rattrappendosi ancora una volta sulla sedia, all’angolo del tavolo, tutto concentrato sul foglio e puntando ogni tanto la penna verso qualcuno nella stanza. In poco più di mezz’ora scrive, a mano, un racconto di sei pagine in cui, con furia inaudita di samurai, dà corpo alla sua lista nera in un bagno di sangue che comincia a Martina Franca e finisce a Roma, riassumendo trent’anni di sfiga e di soprusi subiti dal prossimo. 
Immagina così, in una sorta di trasfigurazione robocopiana, che gli spuntino armi dal corpo, dalla braccia, dalle gambe, dagli occhi, persino dai muri, dalla strada, dagli oggetti intorno, senza tregua. Una mattina esce di casa, a Martina Franca, e comincia a far fuori tutti coloro che nella vita gli hanno fatto un torto, dirigendosi implacabilmente verso Roma. 
Quel droghiere che non gli ha dato il resto due anni fa – BANG! – il tabaccaio che non gli ha fatto credito sulle sigarette – BANG! BANG! – il tipo che nei ’70 gli ha tagliato la strada mentre andava in bici – BANG! – la tipa che a quindici anni lo ha tenuto sull’amo per un po’ senza farci nulla – BANG! BANG! BANG! 
Alla fine, dopo sei pagine intrise di pura violenza tarantiniana che più volte scatena gli applausi della classe, Mimmo raggiunge Sandro Veronesi, lo lega alla sedia, gli mette dell’esplosivo sotto la sedia, lo maltratta un po’ per farlo friggere nella sua paura di scrittore che ha pestato i piedi a qualcuno che sta più in alto di lui. Poi lo fa saltare in aria, riducendolo in atomi. E conclude così il suo racconto:
“E sappia, il signor Sandro Veronesi, che Gesù è buono, e lo ha già perdonato. Ma io NO.”

lunedì 7 marzo 2016

l'angelo vendicatore

Ho sognato un angelo che veniva ad annunciarmi la vendetta sugli indifferenti con cui vuole ripulire il mondo dalla presenza di tutti quei gufi disfattisti. Ma se uno è indifferente solo in parte?, ho chiesto. Allora gli tagliamo via qualcosa, il naso, una mano o un braccio, un orecchio, un occhio, un piede o una gamba, persino il sesso, a seconda della gravità e tipologia della propria parziale indifferenza. In questo modo nessuno verrà escluso, a parte gli esaltati e gli sciocchi. La fine dell’indifferenza è vicina.

domenica 1 dicembre 2013

come una poesia prende vita

Chapel, di Rothko

Breve storia di come nasce e si sviluppa una poesia in una comune domenica pomeriggio.
Tutto comincia con me che scrivo questo messaggio su Facebook, senza fare nomi ma all’indirizzo specifico di un amico che oggi mi ha dato bidone per un lavoro:

Avviso a tutti quelli che ogni giorno mi costringono a rincorrerli, procurandomi altri grattacapi e perdite di tempo oltre a quelli che già ho. Se nei prossimi giorni vi vengono i funghi alle parti intime non è perché la vostra igiene è scarsa (anche per quello magari), è perché ho fatto un patto col diavolo! Che vi venga la muffa lì dove non batte mai il sole, parti intime comprese.

Daniela, mia amica e lettrice, commenta così il post: “L’ispirazione catulliana di questa invettiva è disarmante!”

Stimolato da Daniela asciugo il messaggio e scrivo la poesia qui sotto, dibattendomi a lungo fra i vari sinonimi di “genitale” (pudenda, palle, ecc...) e la intitolo Catulliana:

Ti venga la muffa lì dove
non batte mai sole
per i giorni che costringi me
a incalzarti. Genitale compreso.

Sergio la commenta così: “Il caro Gaio Valerio ci andava giù anche più pesante”.
Lo stesso Sergio, però, si appassiona al progetto e decide di fare una traduzione in latino della poesia. Ne vengono fuori due esamentri assai più belli della mia quartina:

Mucor te corrumpat ubi lux semper perempta
propter perditos soles. Et lumbos ascribo.

Insomma, viene voglia a me di ritradurre la traduzione, ancor più essenziale e più ritmica del mio componimento.
Questa, alla fine, è la poesia:

Ti venga la muffa lì dove non batte mai sole
per i giorni perduti. Genitali compresi.

domenica 28 aprile 2013

il bersaglio

La cattura di Preiti
Stasera, sulla sua pagina Facebook, parlando della sparatoria di oggi davanti a Palazzo Chigi, il Presidente della Camera Laura Boldrini scrive questo:

La situazione della famiglia del brigadiere Giuseppe Giangrande mi ha molto colpito e commosso. La figlia è una ragazza giovanissima, poco più che ventenne, che ha perso la madre due mesi fa. Oggi suo padre è stato ferito senza motivo ed è in gravissime condizioni. Per la famiglia Giangrande queste sono ore di ansia e di angoscia. Dovremmo stare loro il più vicino possibile, fargli sentire che non sono soli. Noi, come istituzione, ci siamo. Mi auguro che si possa dare un segnale forte, che quando succede qualcosa ad un servitore dello Stato, lo Stato c'è.
Prima di andare all'ospedale Umberto I, dove è stato operato il brigadiere Giangrande, sono stata all'ospedale San Giovanni, dove è ricoverato il carabiniere Francesco Negri, con il quale ho potuto parlare. Per fortuna, nel suo caso, la situazione è sotto controllo. E' un ragazzo giovane e forte, orgoglioso di fare il suo lavoro e motivato a riprendere al più presto servizio.


Contesto due cose alla Boldrini. Primo, lo Stato dovrebbe esserci SEMPRE, per qualsiasi cittadino, e non solo per chi lo serve. Sarebbe quello, davvero, il “segnale forte”, che aspettiamo da tempo.
Secondo, e lo dico con tutto il rispetto per i feriti e per il dolore delle loro famiglie, se Luigi Preiti oggi ha sparato lo ha fatto non “senza motivo”, come dice la Boldrini, lo ha fatto per un motivo e uno solo, perché lo Stato non c'è, non c'è più per lui né per tanti altri, lo Stato lo ha abbandonato. E questo genera rabbia e la rabbia cieca vendetta, la più pericolosa, la più facilmente ripetibile. Dal suo punto di vista quell'uomo ha solo sbagliato il bersaglio.

lunedì 15 aprile 2013

questa casa popolata di cadaveri...

Questa casa popolata di cadaveri
dorme un sonno lungo e spezzato
quando si risvegliano
di rado i loro problemi migliorano
gli occhi annebbiati di sonno
non mettono a fuoco i problemi
non cambiano mai visione
tutte le certezze sognate
si affievoliscono piano come fa
la notte nel mattino
non reclamano vendetta né salute.

mercoledì 3 aprile 2013

ti lascio morire così, senza ripicca...

Ti lascio morire così, senza ripicca.
Sparisci adesso senza voltarti e porta via
i miei libri, tutte le cose a cui – mi dici –
resto attaccato vilmente, mentre tu – si vede –
non sei attaccata a niente, ti lasci
tutto alle spalle con una bugia.

venerdì 22 febbraio 2013

il paradiso perduto


Il cancro del tempo ci divora, scriveva Henry Miller nell’incipit di Tropico del Cancro. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato con la morte. È una verità così evidente, e allo stesso tempo scomoda, che parlarne troppo diventa indice di cattivo gusto. Siamo condannati, aggiunge Miller citando Rimbaud, non cambierà stagione.
Quello della fine del tempo è un concetto a cui ci hanno ben abituato i poeti da quando, con l’Illuminismo, la poesia ha cominciato a rifiutare come illusoria l’idea di Paradiso e a viverla come un’ambizione impossibile, frustrante. Tutto ciò a cui possiamo aspirare, dicono, è un lungo ed estenuante Purgatorio, in cui le poche gioie sono da spremere al contagocce dalle semplici cose intorno a noi, che con grazia francescana abbiamo il dovere di ricominciare a osservare, proprio nel secolo in cui guardare e basta è un’operazione talmente svalutata da non servire più a nulla.
Da sempre gli artisti, e in particolare i poeti, si sono assegnati il compito di salvare gli attimi vissuti e rilanciarli in avanti. Proprio per la difficoltà di tale compito spesso le loro opere richiedono ai lettori impegno e disciplina, ed ecco perché in una società sempre più pigra e al contempo rapida com’è la nostra, hanno perduto ascoltatori e fiducia. Perché fermarsi ad ascoltare un messaggio di pessimismo senza ambizioni?
Eppure già fare poesia è un’ambizione. E contro ogni pessimismo, o forse proprio per quello, fra le poche e spudorate gioie riservate dai poeti c’è la vendetta. Nessuno sa usare le parole per ferire meglio di un poeta. Una feroce vitalità che irrora l’animo, sia quando a essere insultato è l’amante di turno sia quando lo è il sistema che ci comprende tutti per quello che siamo, dei precari del tempo.
In questo il poeta, primo fra gli inetti, non fa sconti per nessuno. Dante ne condanna parecchi all’Inferno che, nell’immaginario comune, resiste ancora bene. E Montale scatena su di loro Clizia, mai più angelo né diavolo, perché ne faccia piazza pulita di fronte alla storia. Pene terribili insomma, per chi non può rispondere o non vuole. Ed è il silenzio di chi magari non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma non fiata nemmeno per ricordarci d’essere, pur brevemente, stato: il peggiore degli sprechi.
Fatevi sentire, anche solo per riconfermare il vostro no. Perché, come rispondeva Brodskij all’anonimo giudice che gli chiedeva, per sminuirlo, chi mai lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti: “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”

Articolo uscito su Largo Belllavista n°67, febbraio 2013, nella rubrica Senilità. Foto, di Anders Petersen.

giovedì 7 giugno 2012

metafore sulla giustizia

Sarebbe davvero ironico, crudelmente ironico se, dopo tante marce spontanee contro le mafie, in nome di una giustizia che difenda il “nostro futuro” (i ragazzi) dal male, si venisse ora a confermare il primo movente di Giovanni Vantaggiato, il bombarolo dell’istituto Morvillo-Falcone, e cioè di una sua vendetta personale contro il palazzo di Giustizia lì vicino. Come a ribadire, metaforicamente, che a uccidere il “nostro futuro”, più ancora delle mafie, è il nostro stesso senso della giustizia, privata o istituzionale che sia, che fa persino dei nostri figli delle vittime sacrificali nello scontro giornaliero fra cittadino e sistema, fino al punto di arrivare, ai suoi estremi, all’aberrante parodia cinematografica vista a Brindisi.