22 luglio 2015

Poesia di un tramonto d’estate

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Pensavo non esistessero più. Come le lucciole nelle fessure dei muretti a secco e come l’odore della pioggia sui ‘ristucci’ bruciati dopo la mietitura. Sensazioni che pensavo sarebbero rimaste impigliate nei miei ricordi di estati lontane e ormai perse per sempre.

Avevo dimenticato anche lo scorrere vero delle stagioni, quando la primavera era la primavera, tiepida e frizzante insieme. L’estate era l’estate, soffocante e umida, dove tutti si lamentavano del caldo e dormivano come potevano fuori sui balconi, direttamente sul pavimento reso fresco da un secchio d’acqua. Quando ti buttavi a terra solo col cuscino e mentre aspettavi di ritrovare il filo dei sogni, avevi l’orecchio che ascoltava il silenzio della notte e lo sguardo verso un cielo luminoso di stelle. E sapevi che sugli altri balconi c’era gente come te, silenziosi poeti che sapevano apprezzare e godere un momento di solitaria e pura magia. Erano quelle estati dove tutti cercavano refrigerio nelle angurie mangiate in villa, con scorze e semi lanciati perchè dopo la mezzanotte, chissà perchè, si tornava tutti bambini. E quelle notti calde quando non volevi mai tornare, tanto non avresti mai dormito, e rimanevi nel silenzio del paese a passeggiare con un amico accanto, parlando, fumando, e osservando il venditore di angurie che dormiva accanto alla montagna di frutti, con l’orecchio attento a chi tentava di fregargliene qualcuno. E c’era sempre qualcuno che ci provava, quasi sempre per scommessa.

L’estate. A giugno cominciava, a luglio esplodeva, carica di promesse per le ferie di agosto da aspettare, e chiassosa di parenti emigrati che tornavano ogni anno a godere della propria terra, trovandola sempre uguale, vantandosi superiori di quanto funzionavano le cose altrove e piangendo ogni volta, prima di andar via. Era l’estate dell’ozio lento, delle mattine e dei pomeriggi di noia,  dei sorbetti al limone in piazza e dei giochi per strada.

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E di quei pomeriggi in cui, finite le faccende di casa, e il papà era tornato con la voglia di fare una cosa pazza, diceva a mamma  ‘Prepara qualcosa che andiamo tutti a mare, a mangiare insieme sugli scogli’. E sorpresi, felici, isterici per questa pazza idea, ci si preparava impazienti di infilarsi in macchina. E le telefonate a parenti e amici…. ‘ehi noi stiamo andando a mare a mangiare sugli scogli, volete venire pur vù? scià vnìt scià’. E si partiva.

E si arrivava quando ancora c’era un’ora buona di luce. Ma di quella luce particolare dell’estate, quando l’aria si ferma, ti accarezza la pelle, il cielo passa dall’azzurro al rosa e poi al violetto, e piano ti accorgi che scompare l’orizzonte. Chi c’è si immerge lentamente, quasi ad assaporare quel momento regalato, piano, piano, e sospira godendo di quell’acqua che ti porta via tutta la stanchezza, i pensieri, l’angoscia del domani….

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E tu fotografavi quell’immagine dei bagnanti del tramonto,  bambini con le ultime energie che spruzzavano acqua o giocavano a far la balena arenata, senza più fiato per gridare. Gli anziani con le gambe magre e i costumi larghi e alti quanto un dolce vita che passeggiavano nell’acqua fino alle ginocchia, le donne che parlavano in acqua con i capelli raccolti con la pinza, gli uomini che si sfogavano nuotando fino al largo e magari cercando di prendere qualche riccio. Puro godimento, in tanti, a goder dell’ozio.

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Pensavo che non esistessero più, giornate come queste. E invece ieri, mi ha sorpreso trovare alla fine del giorno, gli stessi bambini, gli stessi anziani che guardavano il mare, le stesse donne stanche con le stesse pinze. E lo stesso silenzio della poesia di un tramonto d’estate.

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2 luglio 2015

Storia di caldo, di casa e di frisella

frisella con zucchine 

Ero in autostrada e, sotto il sole cocente, tornavo a Roma. Avevo lasciato la mia Puglia e questa volta avevo anche sofferto perchè avevo lasciato alle spalle anche il mio mare azzurro e trasparente. Quello che piace a me, quasi fermo, con le correnti ghiacciate che ti sorprendono e ti fanno mancare il respiro, quando le incroci. Mi era venuta la nostalgia dell’emigrante e questa cosa non mi piaceva affatto. Intanto mi lasciavo incantare dal paesaggio che cambiava continuamente. Dalla paradossale leggerezza delle pale eoliche che indolenti ruotavano al vento, spingendole li in alto, disseminate qua e la su colline ben arate, ora verdi, fra un pò gialle e arse per il caldo. E ogni tanto mi godevo la vista di paesi arrampicati sul basse montagne, belli, ma belli davvero. E riflettevo ad ogni cartellone degli autogrill che diceva ‘Sei in un paese meraviglioso’, pensando che era vero. Ad ogni autogrill, come a voler sottolineare la diversità di ogni punto di questo nostro paese, accomunato solo da una bellezza struggente.

La costante del viaggio era stata quindi la malinconia. Per una campagna ed un mare lasciato (anche se per poco) alle spalle. Per una serie infinita di posti dove mi piacerebbe vivere. Per il caldo patito lungo la strada, che mi abbatteva non solo il fisico. Per un caldo che sicuramente avrei dovuto affrontare una volta a Roma, che mi avrebbe impedito di uscire di giorno. Per essere costretta a vivere come i vampiri che, alle prime luci dell’alba, cominciano a tremare per la paura.

Intanto il web mi accompagnava lungo la strada, con gli scambi sempre più frenetici sui social, dove si, è bello esserci, ma che da un pò di tempo cominciava a darmi l’impressione di una piazza troppo affollata dove tutti pur di far sentire la propria voce, gridano, sempre di più, e si spintonano, e alzano la mano, e si sforzano di ‘fare gli splendidi’, per farsi notare. E anche tutta questa energia altrui, mi stancava. Fisicamente proprio…. E cominciavo a riflettere sulla direzione che forse avrei dovuto prendere prima o poi…

Intanto mi arrivano messaggi degli amici in attesa del mio ritorno. Ma dove sei? Sei partita?  quando arrivi? Chiamami quando ci sei, perchè oggi ti porto a vedere un posto meraviglioso…. e così via.

E intanto sole e strada e caldo. E malinconia.

Finalmente la coda che chiudeva l’autostrada e precedeva la nuova frenesia delle strade di città, di chi tornava al lavoro, accellerando, rientrando nella normale sensazione ansiosa di essere in ritardo. E di chi invece affrontava con coraggio il traffico per andare nella propria direzione.

Scaricai le valige, sempre troppe per questi weekend veloci, con le solite cose terrone da mangiare, friselle, cocomeri, cacioricotta ecc…. per non spezzare il filo che mi tiene legata al ‘trullo’. Una specie di filo d’Arianna che ti garantisce di tornare alla libertà… ‘Che scema che sono’, penso ogni volta.

Entrai in una casa accaldata che mi aspettava pulita e al semibuio. Mi arrivò un messaggio impaziente di un’amica… ‘Allora?'. E la mia risposta fu…. ‘Finalmente sono a casa’.

E li mi sorpresi a pensare che era la prima volta che pronunciavo questa frase ‘Sono a casa’. E capii che finalmente qualcosa era scattato. Ero a casa mia. Un’altra, ancora, ma casa mia.

Ed una nuova sensazione si fece strada. Allora fuori le friselle per un pasto veloce che combatte il caldo e mi da energia. E poi via, in giro per la città, alla scoperta di questo posto meraviglioso.

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Frisella integrale con zucchine crude al limone, prosciutto crudo e cacioricotta

- una frisella integrale

- due fette di prosciutto crudo

- una zucchina freschissima e biologica

- cacioricotta da grattugiare (ricotta salata per i non pugliesi)

- sale grosso e fino

- limone

- olio extravergine di oliva

Lavare e spuntare la zucchina.

Con un pelapatate tagliare tanti ‘nastri’ di zucchina che metterete in una ciotola capiente senza schiacciarli.

Cospargete una manciata di sale grosso sulle zucchine per far perdere l’acqua di vegetazione e lasciarle così per almeno una decina di minuti.

Sciacquare le zucchine e strizzarle bene facendo attenzione a non romperle. Conditele con succo di limone e olio extravergine di oliva. Assaggiatele prima di mettere il sale per vedere se vanno bene così o no.

Bagnare la frisella poco prima di mangiarla, altrimenti si ammorbidisce troppo.

Quindi disporre le due fette di prosciutto, i nastri di zucchina e, le scaglie di cacioricotta.

Versate un pò dell’olio e limone delle zucchine e buon appetito.

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6 novembre 2014

Le case e le cozzelle.

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Stamattina il caffè ha un sapore più dolce del solito.  E ho l’impressione che questo addolcisca tutto quello che penso e quello che vedo.

Ieri è stata una giornata di messaggi. Alcuni brutti, di quelli che la mattina quando ti alzi, sai già che forse arriveranno, perchè ti svegli quasi come un senso di attesa fastidiosa, che svanisce all’improvviso, quando senti il ‘din’ giusto. Non tutti i ‘din’, ma tra tanti il tuo cuore lo sa qual è e te lo prepari ad ascoltare. E ascolti….

Poi, a sera tarda, ne arriva uno bello, anche quello lo aspettavi da tempo, ma non sapevi quando sarebbe arrivato. Ci sono cose della vita che, nonostante la tua caparbietà, la tua forza di volontà, non puoi forzare. Ci sono situazioni e scelte che si sistemano da sole, perchè devono seguire il proprio corso. C’è un tempo per tutto… e tu non puoi comandare sul tempo. E’ come se qualcuno avesse deciso per noi da molto, quale debba essere il percorso che dobbiamo fare. E a noi non resta altro da fare che chinare il capo e accettare tranquillamente. Ho alzato mille volte la testa e i pugni, per lottare, con forza e urlando, ma mai, dico mai, ho ottenuto quello che volevo. Ho dovuto aspettare. E poi quasi magicamente le cose hanno fatto il loro corso e le soluzioni sono arrivate.

Io ho scelto lei e lei ha scelto me. Quando si va in giro in cerca di una nuova casa, non bisogna mai studiarne i particolari o ostinarsi a ragionarci su. Si parte da quanto puoi spendere e si scartano subito i sogni impossibili. Tra quelli raggiungibili si entra con cuore aperto e bisogna afferrare al volo la prima sensazione che vivi. La prima e solo la prima. Quelle che seguono sono di contorno e di affinamento. E’ il primo assaggio. Come di un vino, di una buona cioccolata, di un piatto speciale. Devi catturare la prima impressione. E su quella ragionarci. Capire il perchè,  e vedere se tutte le risposte bastano ad accettare anche le cose che non vanno. Poi si va via e ci si dorme su. E la scelta viene da se. Se non ti torna in mente più significa che non ti è entrata dentro. Se invece cominci a pensarci significa che ‘si può fare’,  si può tentare….

Di certo farò mie le storie che mi racconterà, le storie di chi ci è passato, assorbite dai muri e dagli oggetti che troverò. Perchè se in una casa c’è stato amore, amore si respirerà.

Inizia ora una nuova fase della mia vita. Un nuovo capitolo. Una nuova casa da vivere, da aggiungere a quelle che ho. Aprirò un nuovo spazio, fuori e dentro di me. Vivrò un pò qui e un pò li, vagabonda per raggiungere chi amo, sempre con la valigia pronta.

Vedremo (anche perchè non si conosce bene la data di inizio di questa avventura….)

Ora passiamo alla ricetta.

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Anche in questo caso aspettavo il momento giusto per pubblicare questa ricetta. E, aspettando aspettando, è arrivato. Oggi si parla di ‘cozzelle’, come si chiamano da noi le lumache. Si si, proprio quelle che si portano la propria casa con se, sempre e ovunque. Quasi una metafora di quello che siamo anche noi, che ovunque ci spostiamo, ci portiamo dentro quello che davvero è casa, i nostri affetti.

Ogni luogo ha la sua ricetta per le lumachine, e io qui vi racconto la mia. Ricetta e storia.

Nei giorni di estate, dopo gli acquazzoni che profumano l’aria di buono, quando i campi sono pieni di ‘rstùcc’, gli steli tagliati dopo la mietitura, si aspetta che il caldo faccia venir fuori le lumache. E così, dopo la pioggia, magicamente compaiono, tutte appollaiate sugli steli, sulle pietre dei muretti a secco, sui tronchi degli alberi di mandorlo, di ulivo e di ciliegi. E allora tutti dicono… ‘Dai, andiamo a cozzelle?’. E si va a raccogliere tutte queste sprovvedute, che comunque non potrebbero mai scappare, scansando quelle sulle erbe amare. Si mettono in un contenitore che si può coprire, perchè prima o poi, rendendosi conto della fregatura, tentano di scappare, lentamente, venendo fuori e salendo salendo nel cesto, verso l’uscita.

Certo questa ricetta è crudele, ma appartiene ad un tempo dove non si badava tanto a fare gli animalisti. Era buona e basta, faceva parte quasi del gioco della vita, dove animale mangia animale e basta. E le cozzelle erano semplicemente uno dei piatti estivi, raccontato e sognato,  passeggiando con i bambini nei campi. E basta. Quindi ora, chi è troppo sensibile per continuare, si fermi pure qui.

Si portano a casa e si mettono a ‘spurgare’, brutta parola, ma necessaria. Per un giorno almeno, in uno scolapasta coperto. Devono ‘liberarsi’ del superfluo prima di essere cucinate. Quindi si lavano e si mettono in una pentola alta, in acqua fredda, sul fuoco medio. E la crudeltà sta proprio qui. Non bisogna far capire loro la sorte che li aspetta. Accarezzate dolcemente dall’acqua che diventa tiepida, vengono fuori, ignare. Appena fuori, si alza la fiamma per …. continuare. Si formerà una schiumetta che va tolta. A questo punto si aggiungono gli aromi. Origano, pomodori, prezzemolo, aglio, un filo d’olio e una foglia di alloro. Si copre con un coperchio e si fanno cuocere per almeno un quarto d’ora.

Per gustarle al meglio e in maniera primitiva, si mangiano succhiandole (ma gli schizzinosi, le prendono con lo stuzzicadenti). Per facilitarne l’uscita, con i denti si fa un piccolo buco nel guscio, ma bisogna aver acquisito una certa abilità, dopo anni e anni di allenamento, per capire qual è il punto esatto. Decisamente non è un piatto proprio raffinato, ma più uno sfizio ricercato, per chi non ha paura di sporcarsi, e per chi non si innervosisce a sentir gli altri fare quel rumore inevitabile e fastidioso dei tentativi di … aspirazione della lumaca.

A me piace e mi ricorda la mia infanzia, quando ancora, non si alzavano polveroni al suon di ‘Che peccato le cozzelle!’. Ma la prossima estate, provate anche voi e poi ne riparliamo.

Alla prossima.

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23 agosto 2014

Polpette di pane: la frittura e il condominio

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20 agosto 2014 -  ore 10
Scrivo su facebook: ‘ma si può friggere alle 10 di mattina e ‘appuzzirmi’ le lenzuola appena lavate e stese? Ma, dico, non ti si ammoscia tutta la frittura fino all'una?’
E li giù un mare di commenti, ‘staranno friggendo melanzane per fare la parmigiana’, ‘ ma fatti invitare pure tu per l’assaggio’, ‘ma anche qui a casa mia friggono come non ci fosse un domani’… ecc…
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21 agosto 2014 – ore 10
sto per uscire, mezza arrabbiata per una cosa che dovevo fare ma che non volevo assolutamente fare, e incontro giù, fuori dal portone di casa, la signora Maria 1 (si, perchè sullo stesso pianerottolo c’è anche la signora Maria 2, da cui, le Due Marie) che mi guarda e mi dice: ‘Ehi tu, signora, vieni un pò qua che ti devo dire una cosa. Cos’è che hai scritto ieri su ‘xbuc’? che ti ho appuzzito tutt i robb? io non ho fritto niente ieri. Mi ha telefonato una persona e mi ha detto ‘ma che stai combinando? quella di sopra a te dice che stai facendo la parmigiana e stai appuzzendo tutt u mùnn (tutto il mondo ndr)’. Io sono morta dalle risate. Potere della comunicazione digitale. Non ci vediamo quasi mai perchè i nostri orari liberi non coincidono ma, Maria 1, è una persona da conoscere, sempre allegra, positivissima, pronta alla battuta e allo sfottò, e che ha i ‘collegamenti’ informatici giusti e così viene a sapere tutti i fatti miei, di cui di solito scrivo e tutti i miei spostamenti. Grazie a Facebook, al blog, al fatto che io li racconto, e al fatto che lei è curiosa di saperli.
Allora ci siamo sedute sul muretto, e le ho spiegato che non ho detto che era stata lei a friggere, ma che nell’aria si sentiva odore (ehm…) di frittura, ma non sapevo chi stesse operando… le ho detto anche che su facebook non metto mai nomi. Che anche facebook è una specie di condominio dove tutti sanno i fatti di tutti, e ci sono anche quelli che non si vedono, perchè non scrivono mai, ma che intanto si affacciano e di nascosto sanno i fatti di tutti e ne parlano con chi conoscono ‘sai che quella è andata a Roma e poi in Sardegna e poi in montagna? madòòòò sempre girando se ne vaaaaaa’ ‘ ma sai cosa dice quellaaaa? non fate i servizi a casa, lasciate tutto e uscite, madòòòòò chissà che zugghiarì che sta sulla casaaaaaaaaaaa’    Ecc…..ecc….. 
E come nei condomini, tutti mettono cuori e sorrisi e sono gentili nelle risposte e poi appena sono in chat con qualcun altro ne dicono peste e corna, e fanno supposizioni e illazioni e si inventano storie e si fanno mille film nella testa pur di riempire le giornate e i pomeriggi di parole e tagli.
Quindi, rassicurata, Maria 1 si è fatta na bella risata con me e dopo avermi dato ragione sulle regole sociali della vita di condominio, se n’è andata a prendere il caffè al portone più su, avvisata già del fatto che ne avrei scritto qui.
E ho pensato… ma immaginate che vita fanno in quei posti o portoni, dove tutti sono riservati e si fanno i fatti loro, e non sanno nemmeno il lavoro del dirimpettaio? condannati ad una vita di indifferenza e solitudine, in cui nessuno è interessato a te, nessuno ha voglia di guardare dalla finestra se sei arrivato con la macchina e che cosa hai scaricato? chissà da dove vieni, e chissà dove vai con quella valigia quando scendi all’alba per prendere l’aereo? Nessuno ha interesse ad origliare quando parli ad alta voce, o alle due di notte ancora suoni la chitarra con gli amici? nessuno che sbircia sull’elenco del pagamento dell’acqua per sapere quanto hanno pagato tutti e li a fare congetture sul perchè di tanto spreco o del perchè paghi così poco, il che vuol dire che forse puzzi o non lavi abbastanza? Che tristezza infinita, tutta questa riservatezza…. Per chi vivi se nessuno si interessa a te? vuoi mettere se la tua vita attiva e interessante stimola la curiosità di chi ti guarda e fa aprire dialoghi in mezzo alle scale, pieni di tensioni nel caso in cui qualcuno aprisse il portone e se ne accorge? Vuoi mettere che se viene qualcuno a chiamarti e non ci sei, c’è sempre qualcuno che lo sa e che risponde per te? E poi vuoi mettere che se hai bisogno di una foglia di prezzemolo o di aiuto perchè non ti senti bene, basta gridare e qualcuno sicuramente ti sente e corre? (a parte quando sono venuti i ladri che non li ha sentiti nessuno…). Io cambierei casa se nel mio portone non si interessasse nessuno a me e ai fatti miei. Mi sentirei sola e ignorata. Ed ecco perchè mi piace abitare in un paese, dove tutti mi leggono e me lo dicono quando mi incontrano al supermercato o al pescivendolo, facendomi i complimenti (signora io sono una sua fan eh? sa che la vigilia di Natale preparo sempre i ‘tubbetti’ zucchine e patate del suo blog? fa delle ricette che vengono sempre bene’). Oppure le signore che conoscono mia madre quando la incontrano le dicono ‘Eh Celestina, hai fatto la salsa due giorni fa eh?’, oppure ‘dov’è quel posto dove hai mangiato quegli spaghetti con le cozze, con tua figlia, che mi hanno fatto venire un desiderio?’. E mia madre si arrabbia con me.
Insomma, si vive allegramente solo se tutti si interessano a tutti. Altrimenti regnerebbe il silenzio e la solitudine.
Quindi ricapitolando…..mi sa che mi tocca fare un corso veloce di internet e facebook a tutto il portone qui, e a chi ne avesse bisogno, così possiamo comunicare in diretta, anche tutti gli avvisi, tipo  ‘OGGI NON STEDERE I PANNI, CHE DEVO FRIGGERE I PEPERONI’
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23 giugno 2014

Dove sei?

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Dove sei? ancora ti cerco per le strade, quando apro la porta di casa tua e vedo per caso una maglietta nera e dei capelli bianchi, ma è solo qualcuno che ti somiglia. Ma il cuore fa un salto forte, lo stesso. Aspetto ancora che tu compaia all’improvviso e mi dica di avermi fatto uno scherzo, terribile, ma uno scherzo… Ancora non voglio lasciarti andare, ma cosa devo lasciar andare? sei sempre il mio aquilone che vola lassù, e io ti tengo legato a me con il filo. E lo tengo forte. E lotto con il vento della malinconia, a volte della rabbia, perchè a me non è dato capire questo mistero che mi ha portato via in un attimo un amore grande, che è stato con me da sempre, da quando sono nata. Che mi ha portato per mano e indicato la strada. Che mi ha regalato a piene mani abbracci e sorrisi. Che mi ha fatto ridere tanto e tanto. E ha preparato per me cose buone e che ha riso con me dei chili in più.

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Accidenti quanto mi manchi. E questo vuoto non si può riempire di niente. Questo è solo tuo, e nessuno può sostituire quello sguardo luminoso di quando mi vedevi. E i tuoi massaggi sulla mia spalla dolorante. O la tua mano sulla mia fronte. O le tue parole, i tuoi racconti, i tuoi consigli.

E i ricordi affiorano. Sempre in mezzo ai sorrisi. Quando non volevi mai venire con noi nei viaggi e una volta per portarti sul Pollino a mangiare i porcini, abbiamo dovuto ‘rapirti’, dicendoti che dovevi venire con noi per sentire ‘un rumorino strano alla macchina’, e poi ti abbiamo portato via. E tu ci hai detto ‘a così è? da oggi non mi fregate più’. O quando mi hai fatto due bidoni non facendoti trovare a casa per venire con me alla dietologa e poi al terzo appuntamento ti ho fatto un appostamento a cui non ti sei potuto sottrarre.

Ma ti ricordi quando ti ho portato per forza al mare e abbiamo parlato per ore in acqua fino a farci venire alle mani ‘il bagno’, cioè la pelle rugosa e bianca.

Quanto ci piaceva parlare, fermi per strada, seduti al tuo tavolo, per ore, e io ti dicevo ‘papà quando vengo qui, non combiniamo più niente di quello che dobbiamo fare, parliamo solo e basta’ e tu mi dicevi ‘ dai Ninetta, rimani ancora un pò qui, che vai sempre di corsa’. E meno male che sono rimasta tante volte a raccontarti di me e ad ascoltarti. MI sono riempita di tutte le parole del mondo e ora ne ho un pieno, da cui attingo a piene mani quando ho voglia di risentirle.

Anche di abbracci ho fatto il pieno. Solo che di quelli ancora ne vorrei.

E’ strano come una luce particolare, un caldo come quello di oggi, un sapore di stagione, mi riportino all’improvviso la stessa malinconia di due anni fa, quando sei andato via per sempre. Non è una data, quella di domani, che mi ricorda che non ci sei più. Ma un insieme di sensazioni e di ricordi marchiati a fuoco sulla mia pelle, che mi riportano indietro con un brivido e con una sensazione di vuoto profondo.

Perchè ne parlo qui? perchè qui tutto è vento. Il vento delle parole mie e di chi le leggerà. Qui non c’è tempo, non è nemmeno un luogo. E’ un … ovunque e in ogni tempo. E anche qui spero che tu ci sia. Perchè oltre che dentro di me, non so più dove cercarti. Ho ritrovato i tuoi abbracci infilandomi i tuoi maglioni, quando avevo freddo fuori e dentro il mio cuore. E ti ho sentito. E oggi sai cosa ho fatto? ho preso una delle tue magliette che avevamo comprato insieme, ho tagliato quello che c’era ‘in più’, confidando nella moda che sbologna tutto come originale, e ne ho fatto una cosa bella da indossare. E mi son sentita bene, ancora una volta con te.

Ma ancora non sono pronta per lasciare il filo di questo aquilone. Non voglio che ti perda nel vento di un ricordo lontano. Meglio la tempesta del mio cuore. Resta ancora qui.

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3 febbraio 2014

Le ferratelle

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Dicono ‘tu non crescerai mai’.

E questo perchè compro e leggo i libri di Harry Potter, trascino a cinema tutti i bambini della famiglia per vederne i film, parlo e condivido gli incantesimi con i bimbi che li conoscono bene,  organizzo a ripetizione le maratone del Signore degli Anelli, piango guardando per la centesima volta ‘La casa sul lago del tempo’, incantata dalla sovrapposizione di spaziotempo che rende possibile cambiare il proprio presente.

Certo vorrei capire perchè. Sono affascinata dal mondo dove tutto è possibile,  la presenza contemporanea in più posti, i mantelli che rendono invisibili, dove i raminghi  diventano re e parlano la lingua degli elfi… ed è in questi mondi che mi rifugio quando voglio davvero scappare dalla realtà fredda e dura che a volta è pesante da accettare.

Ma anche nella vita reale sono pronta a immaginare storie legate a qualsiasi cosa. Quasi un gioco magico che potrebbe regalare un’anima anche ad un sasso o una storia meravigliosa ad una casa abbandonata. Incontro sul treno o in aereo gente nuova e dopo aver osservato per un pò i lineamenti del loro viso, immagino cosa può aver causato una ruga, troppi sorrisi o occhi inclini al pianto. E immagino se c’è qualcuno ad aspettarli a casa…

Lungo la mia storia di foodblogger mi sono avventurata spesso alla ricerca di piccoli oggetti da fotografare, magari vecchi e ammaccati, privi della loro antica lucentezza, che portano con se la propria storia, lasciandomela immaginare. E così sui miei tavolacci sono passati bricchi di alluminio senza il manico, cucchiaini d’argento anneriti, piatti di peltro o di alluminio buoni forse solo in tempo di guerra, piatti sbeccati, tagliabiscotti e fruste quasi arrugginiti. E tutto questo trovato nei meandri di polverosi mercatini dell’usato.

E così è finito nelle mie mani uno strano attrezzo, pesante, di ferro, con due manici lunghissimi che tenevano unite due piastre incise con strani ghirigori e una data ‘1975’. Lo prendo perchè mi piace, lo studio perchè voglio capire, lo pubblico e mi arriva un racconto.

E scopro che questo attrezzo tipico dell’Abruzzo, è stato forgiato per anni e anni da abili fabbri, e dato in dote alle giovani spose, con inciso il marchio della casata o con la data in cui è stato fabbricato. E tutto questo per preparare dolci e morbidi sfoglie, profumate di anice e limone, chiamati ‘Ferratelle’.

Strana coincidenza. Nel 1975 è successa una cosa che ha cambiato il corso della mia vita. MI piace pensare quindi che quel fabbro lontano inconsapevolmente l’ha forgiato per me. Chissà quante storie potrà raccontare in un lontano futuro, di tutte le mani che nel frattempo l’avranno stretto per preparare cose buone.

Fatta al ricerca della ricetta ne ho trovate un’infinità. Soffici o croccanti, profumatissime di anice o solo al limone. Persino integrali. In questo percorso mi ha aiutato una mia amica, CranBerry, e sul suo blog ho trovato alcune risposte alle mie curiosità. Riporto qui di seguito la ricetta che io ho eseguito, con qualche piccola variante.

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Ferratelle

  • 3 uova
  • 250 g di farina ( 40% integrale-100 g e 60% farina 00-150g)
  • 6 cucchiai di zucchero
  • 1 cucchiaino da caffè di cannella (io non l’ho messa perchè dovevo offrirla a chi non amava la cannella)
  • 1 cucchiaino da caffè di semi di anice (io ho messo mezza dose)
  • 5 cucchiai di olio
  • 3 cucchiai di latte

Per il condimento potete usare miele e noci, oppure solo zucchero a velo alla vaniglia.

In una ciotola mescolare le uova e lo zucchero. Aggiungete poi gli altri ingredienti. Riscaldare l’apposito attrezzo sulla fiamma della cucina. Spennellare di olio o burro la parte interna del ferro. Versare un cucchiaio abbondante di impasto al centro, chiudete e rimettere sul fuoco. Recitate un’Ave Maria. Girate la ferratella e rimettetela sul fuoco. Recitate un Padre Nostro. A questo punto dovrebbero essere pronte. Controllate ed eventualmente modificate la velocità delle vostre preghiere.

Amen

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2 settembre 2012

Una storia d'amore


Mangio una pesca, mentre fuori impazzano i fuochi d'artificio. 
Stasera c'è la festa del nostro patrono, con luminarie e bancarelle e vestiti buoni indossati per passeggiare sotto le luci.
E olive verdi e nocelle da mangiare passeggiando e suoni lontani di giostre.
Fino a quest'ora quando, dopo il colpo di avviso, tutti corrono su un terrazzo in periferia per vedere i meravigliosi fuochi in onore del Santo.
Io invece sono già a casa. Reduce da un ottimo pranzo di festa e da un pomeriggio di buona compagnia.
Tutta la famiglia riunita, nonne, zie, mamme, papà, figli, nipoti e ... cane.
Il cane di mio fratello è un mito.
E osservare mio fratello che guarda il suo cane è fantastico. Si amano, si adorano, si guardano negli occhi e si parlano, si sorridono. Se mio fratello fa un passo, lo fa anche lui, se ne fa due avanti e uno indietro, lui fa lo stesso. Gli dice 'muori' e lui finge di svenire, anche se in bocca ha un pallone. Appena torna a casa dal lavoro gli si piazza accanto e non lo lascia più. Se gli altri cominciano a mangiare e lui no, non abbaia, ma fa uno sguardo riservato/offeso/malinconico/triste, di chi è trascurato da secoli. Dorme sotto le gambe del suo padrone, pardon, amico, la sua metà. E mio fratello se deve fumare una sigaretta si mette accanto a lui che dorme e lo accarezza e gli tiene la zampa mentre dormicchia. E se guarda l'orizzonte, anche l'altro segue lo sguardo.
E quando ha voglia di giocare, in silenzio va a prendere un pallone sgonfiato appositamente per lui, o un piatto di plastica e lo porge, resistendo ovviamente quando si cerca di toglierlo dalla bocca.
E si guardano e si sorridono, e si capiscono, e non si lasciano mai.
E si somigliano pure.Camminano con la stessa flemma, sono sempre allegri, mangiano di buon gusto, soffrono il caldo insieme.  Amano entrambi la compagnia e se c'è gente in casa sono felici e rilassati e non vogliono altro.  
E' proprio una grande, grandissima e vera storia d'amore.
E ora che il cielo sta esplodendo di colori e di rumori, sorrido perchè so già che mio fratello sta tappando con le mani le orecchie del suo amato cane che trema, perchè  ha il terrore degli spari, ma non si allontanerebbe mai dal suo amore.
Che bello!!!!









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30 luglio 2012

Panbrioche di zia Omena


La linea del tempo non è mai dritta e non è vero che va sempre in una direzione.
C'è sempre un sovrapporsi di pensieri del giorno, ricordi del passato e progetti per il futuro che riempiono le nostre giornate e la nostra mente.
E la ragione non basta a mettere ordine laddove comanda davvero il cuore. E cioè ovunque.
All'improvviso ti senti trascinare dall'entusiasmo per un'idea che vorresti realizzare, poggi subito i piedi a terra perchè dovrai aspettare un pò per concludere quello che ora stai facendo e magari la mente ti riporta un sapore lontano.
Poi capita che rimettendo in ordine la libreria cada a terra un libro, e ne vien fuori un foglietto, uno dei tanti sicuramente distribuiti e nascosti tra i miei mille libri, e una scrittura nota e un pomeriggio lontano in cui non si riusciva a parlare con la bocca piena di una cosa buonissima e calda e filante, ti tornano in mente.
La mia famiglia ha visto avvicendarsi donne meravigliose, dal temperamento forte e dalla vita ricca di battute, sacrifici, figli e condita di cose buonissime da mangiare.
Con la teoria che 'se condisci anche le pietre, viene fuori un brodo eccezionale'.... mettendo con criterio anche della semplice verdura con uova e formaggio e qualcosina inventata qua e la, ho assaggiato delle frittate meravigliose e panbrioche con tutti i formaggi e i salumi della sera prima che erano in frigo.
E mai una volta che avessi visto avanzare una briciola... anzi era una gara allegra a chi trovava posto a tavola nei pomeriggi in cui casualmente ci si ritrovava e si decideva di sbafare velocemente e allegramente quanto si stava preparando per cena. Potrei scrivere un libro con tutte queste donne che hanno incantato la mia vita.... e che ritrovo dentro di me come un mix affascinante di parole e ricette e modi di fare....
La mia mamma con il suo inconsapevole umorismo e la sua incredibile forza di volontà... la mia nonna paterna, Iannin, con le maniche sempre alzate fino al gomito, pronta ad impastare di continuo, mia zia Omena che inventava e preparava di tutto, ed era sempre tutto incredibilmente fantasioso e buonissimo, per i suoi 6 figli e per chi capitava per caso a casa sua.
Di solito chi abita vicino alle nostre case è tentato di seguire la scia che parte dai nostri forni e dalle nostre pentole, e molto spesso abbiamo aperto le nostre case a vicini golosi con spruzzi di acquolina in bocca, con gentile richiesta di assaggio.... 

Ma tutto questo meriterebbe un libro per davvero... Ne verrebbero fuori delle belle.... tra aneddoti e ricette...

L'altro giorno ho ritrovato una ricetta di un panbrioche meraviglioso, di mia zia Omena, e tra l'emozione di ritrovare lei con la sua scrittura precisa di professoressa, e il ricordo del sapore conosciuto.... ho desiderato e preparato subito questa bontà.
Non scrivo la ricetta, ma vi ripropongo direttamente il suo foglietto..... attaccato con un pezzo di scotch blu ad un libro dimenticato.

Panbrioche di zia Omena


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16 novembre 2011

La mia torta portafortuna


Fuori dalla finestra non c'è ancora la luce piena del giorno. C'è quella nebbia del primo mattino che ti accompagna nella graduale messa a fuoco di quello che sta per cominciare.
E' un passaggio sfuocato e mixato tra i pensieri della notte e i progetti del giorno.
E quanti!.
Sono andata a dormire tardi stanotte, alle 2,30, per preparare pacchi da spedire, valigia per partire, provviste per chi rimane, casa da sistemare.
Stamattina avevo fretta di alzarmi e cominciare. Ed ora, davanti alla mia colazione, penso che la mia tavola è piena di fiori e cose buone. Fiori sul piatto, sulla tazza del lattecaffè, sulla zuccheriera, perfino il sottopentola della caffettiera è fatta di fiori. E nel piatto un dolce che ho preparato ieri sera, proprio per questa partenza.
E' un dolce che ha una sua storia. Sembra quasi che abbia il potere di trasformare in realtà i miei desideri.
Venne fuori da idee di varie ricette, dal procedimento classico di una ciambella misto ad una torta di mele, fu arricchita dalla frutta che avevo allora sulla tavola, e completata dalla brillante idea di una copertura croccante. Per unire dolce e acre, morbido e croccante. Ed è nata per festeggiare la realizzazione di un mio grande sogno. Poter avere, dopo 50 anni, un pezzetto di terra tutto mio e una stanza dove fermarmi in pace a pensare e a godere dei miei amici.


Questa storia che sa di serenità, io l'ho raccontata tempo fa ad un evento cui ho partecipato, dove ci sono incrociate altre storie, tutte bellissime, di persone che hanno avuto il piacere di condividere e donare anche racconti molto personali e a volte dolorosi. E' nata una cosa bella, che ogni tanto succede nella vita. Una perfetta armonia e voglia di stare insieme e raccontarsi. Ognuno con le sue parole, ognuno con il suo dolce.
Da questo incontro, a sorpresa, è nato un libro, di ricette e di storie, nato per supportare storie di dolore e di speranza che ogni giorno sono intorno a noi.
E' un progetto semplice ma intenso e vero, che cerca di aiutare la ricerca sul cancro a ridare speranza a chi ha bisogno di credere nel futuro.
E' gente che si racconta e condivide i racconti di vita vera di chi soffre.
E' un rimboccarsi le maniche, magari con poca cosa, solo parole, senza gridare, con umiltà, per aiutare a togliere il fango dal cuore, che come nelle peggiori alluvioni, porta via le speranze e i progetti di tante vite.
E ognuno fa quello che può.
Scrivendo storie, cucinando un dolce, presentando a Roma e Milano questo libro che spero venda tante copie.
Oggi parto e raggiungo le donne che hanno contribuito a questo progetto e l'azienda che ha supportato l'idea geniale di Claudio Iannetta, responsabile digital marketing di Vallè Italia e promotore dei format "C'è torta per te" di Vallè. 

Clicca QUI per la pagina dove trovare tutte le informazioni sugli eventi che si svolgeranno domani 17 a Roma e dopodomani 18 a Milano. Trovarvi li sarebbe meraviglioso!!!

Per chi non potesse venire alla presentazione il libro potrà essere acquistato anche online o nelle librerie Feltrinelli.
E ora mangio la mia torta, fatta apposta per inaugurare questo viaggio. E che spero, anche questa volta ci porti fortuna.



Torta croccante con cuore di albicocche

- 150 di zucchero
- 150 di Margarina Vallè + burro
- 3 uova
- 280 g di farina
- buccia grattuggiata di 1 limone
- 1 pizzico di sale
- 1 bustina di lievito per dolci
- 1 bicchiere piccolo di latte
- albicocche (io le avevo congelate!!!!!)
- granella di zucchero
- zucchero a velo

In un pentolino far rosolare le albicocche tagliate in quattro con una piccola noce di burro e 1 cucchiaio di zucchero.
In una coppa lavorare la margarina e lo zucchero fino ad ottenere una crema morbida.
Grattugiare direttamente nella coppa la buccia di un limone.
Aggiungere uno alla volta le uova e poco a poco  anche la farina e il pizzico di sale.
In un bicchiere di latte sciogliere il lievito per dolci e versarlo nell'impasto.
Imburrare e infarinare una teglia per dolci e versare l'impasto. Disporre sull'impasto le albicocche e 'pasticciarle' per incorporarle.
Spargere abbondante granella di zucchero e infornare a circa 200° fino a doratura.
Far raffreddare e spolverizzare di zucchero a velo.

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30 luglio 2011

Storia di una casa



Roma, 26 luglio 2008

Era già mezzogiorno e il caldo del mese di luglio picchiava e picchiava.
Certo non era stata una buona idea fissare gli appuntamenti proprio di mattina a partire dalle 10 per finire a ritmo serrato si e no alle 3 di pomeriggio.
E poi Roma, si sa, d'estate ti uccide.
Ma bisognava trovare entro una settimana una casa dove trasferirsi e ormai nessuna di quelle viste corrispondevano all'idea che lei si era fatta del posto dove vivere per il tempo a venire.
Arredate con mobili vecchi e non 'antichi' , piene di polvere e puzze, o troppo piccole, o troppo bohemienne e troppo care, o con troppe scale e senza ascensore..... ecc....
Entrando sfiduciata in un palazzo vecchio e un pò malandato, si stava già preparando all'ennesima delusione. L'ascensore stile Profondo Rosso, scricchiolante, non era certo un buon auspicio.
L'agente immobiliare aprì la porta d'ingresso e il buio pesto avvolse tutti.
Ad una ad una cominciarono ad accendersi le luci.
La prima illuminò il corridoio, pieno di quadri e con le pareti colorate di marrone, troppi quadri e troppo marrone intorno, per una che amava il bianco ovunque.
Già sentiva il peso sul cuore.
Poi entrarono nello studio, verde,  e all'improvviso una sensazione nuova si fece strada.
I libri, tanti, della libreria, erano gli stessi della SUA libreria di casa.
Anche qui quadri ovunque, e in alto un'altra sorpresa. La donna raffigurata in uno di essi era identica a lei. Dall'altro lato degli scaffali, i libri parlano di una laurea in psicologia.Quante coincidenze, pensò!
Uno dei suoi desideri di sempre era studiare e laurearsi in psicologia!!!!
La cucina azzurra.....
Il bagno bianco......
Il salotto Giallo.....pieno di cd, dvd, quadri.... collezioni, insomma un mondo da ascoltare e guardare...
La camera da letto.... lo stesso copriletto di casa...
Non è possibile pensò.... 
Era questa casa ad aspettare lei e a dirle 'prendimi'.
E lei la prese.

Roma 20 luglio 2011

Sto per chiudere la porta.
La porta di questa casa che mi ha dato mille spunti per sognare e immaginare.
I muri di questa casa hanno raccontato tante cose. E mi hanno parlato di chi vi ha vissuto, di cosa ha desiderato, cosa ha sognato, sofferto, deciso, lasciato. 
E ha raccontato della sua vita e di coloro che l'hanno accompagnato.

E dalle finestre che ricordano quella de 'La finestra di fronte', ho ascoltato i suoni dei vicini, le voci dei bambini, ho visto le notti insonni degli studenti sui libri, le passeggiate degli anziani sui balconi, il punto di vista di un regista che a sua volta ha inquadrato le 'mie' finestre; ho visto gli appostamenti dei vigili che appena scattava il minuto appiccicavano multe sui tergicristalli delle auto. E stupita, ho visto topi di fogna che passeggiavano tranquillamente tra la gente incredula, per fermarsi a mangiare qualcosa sul marciapiede.
E nelle notti caldi e insonni di questa Roma e di questa casa che è come una fornace, ho assaporato la carezza del venticello delle 4 del mattino.

E ho visto anziani sostare per tutta la giornata, a parlare del tempo, seduti al bar. Ogni giorno, da quando sono qui.
E poveri ed extracomunitari fare la fila alla Comunità di S.Egidio, e riempire tutta la strada di speranza.
E anziani che trascinano di passo in passo, lentamente, i carrelli della spesa sulla salita, e barboni puntuali all'angolo della strada.... che ti sorridono e chiedono con gentilezza qualcosa.



Mi mancherà tanto questo posto.
Dove ho incontrato per la prima volta la mia Lauretta, dove insieme abbiamo riso per ore e giorni, facendo le sceme cercando di entrare con disinvoltura sul set di un film, e buttate fuori con un urlo 'fuooooooooooooooriiii dal campooooooooooooo'.
Cavoli quanto è stato bello. Bellissimo....

E gli incontri con Enza, Alex, Aurelia...
E i pranzetti veloci con la mia dolce Simonetta....

E il nostro portiere Paolo.... con il suo meraviglioso accento sardo, sempre riservato, puntuale, discreto e soprattutto disponibile, sempre li a risolvere le mie mille dimenticanze.
E Marco del Bar Glorioso? Cosa dire di lui? che fin dal secondo giorno appena ci vedeva spuntare dal portone ci preparava i nostri cappuccini con l'abbraccio di un 'benvenuti in questo quartiere' che ci ha fatto sentire a casa subito?
E che quando invece ci vedeva con le valige ci faceva trovare il cappuccino con su scritto 'buon viaggio'?
Se capitate qui, a Roma al Bar Glorioso, passateci e trovete sempre il sorriso di Marco e la sua allegria.
Mi mancheranno.


Come i libri di questa casa, i sogni sulla laurea in Psicologia, le finestre di fronte, i rumori di questa Roma caciarona, il gattone dell'atrio che si struscia, fa le fusa e non si fa accarezzare, l'odore del Vim che usa Paolo ogni giorno, le ortensie e i fiori che lui coltiva per il condominio.

E tutto quello che ora lascerò dietro la porta e il cancello chiusi.



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23 giugno 2011

Pescespada al prezzemolo e caponata leggera


Sono seduta in aereo. Stanno salendo ancora i passeggeri.
Tra il caldo generale e l'aria condizionata che ancora non va a palla, si avverte la stanchezza di chi parte per lavoro. Uomini d'affari con giacca e cravatta, davvero un dovere insopportabile con l'afa che c'è, e mamme con bambini piccoli che cinguettano, in partenza per le vacanze....
Entra all'improvviso un gruppo di ragazzini di 11-12 anni, chiassosi, goffi con i loro zaini di scuola, che non sanno  camminare evitando di sbatterlo in testa ai passeggeri già seduti....

Uno di questi si avvicina a me, atteggiamento finto disinvolto da bulletto, e mi chiede informazioni sul numero del posto.
E questa è solo la prima di una serie di domande che mi hanno fatto compagnia fino alla fine del viaggio....
(Accento marcato leccese......)
- mi posso sedere vicino al finestrino? (no, ma appena arriva la persona che l'ha prenotato puoi  chiedere...)
- non me la metto la cintura, tanto mica stanno i carabinieri qui .... (guarda che ci sono delle regole, è per la tua sicurezza)
- a me è la prima volta che vengo in aereo e a te? (no...)
- si può mangiare qui? (si, ma aspetta un pò, poi passa l'hostess che ti offre qualcosa)
- ma si paga? (no)
- ma posso mangiare ora? (vabbè, mangia)
- ma questa cosa sul sedile di fronte serve per mettere il biglietto? (no, per passarci la carta di credito se vuoi acquistare un programma...)
- come si abbassa il sedile? (così)
- e quello di dietro non si arrabbia? (no, se fai piano).... e comincia a fare su e giù...
- e posso chiedere la cocacola? (si)
- e posso chiedere un'altra cocacola? (si)
- e posso chiedere..... (NO)
- ma noi sulle nuvole andiamo? (si)
- e perchè non le vedo? (perchè è sereno)
- Io, dopo di questo prendo un altro aereo sai? vado al mare in Sardegna e ci sto 15 giorni, con il gruppo dei figli della Telecom.

E li allora mi viene un desiderio di stare al mare e comincio a far finta di dormire e a pensare alla sensazione di una spiaggia con acqua cristallina , dove non ascoltare nessuno, e non pensare a niente, sotto il fresco di un ombrellone piazzato vicino al bagnasciuga con i piedi nell'acqua....
Bellooooooooooooo........

Pat pat sulla spalla.......
- Ehi signoraaaaaaaa, mi spieghi come atterra l'aereoooooooooo?
ARGHHHHHHHH

E allora rientro con la santa pazienza nel ruolo di mamma/insegnante/santa e rispondo a tutte le sue domande.
Avevo dimenticato la richiesta di attenzioni degli adolescenti e con lui son ritornata indietro nel tempo a sentirmi di nuovo mamma paziente.
Perchè si può essere davvero mamma anche di figli non tuoi, basta guardarli negli occhi e capire che ancora hanno bisogno di qualcuno da cui imparare e a cui fare le domande delle 'prime volte'...
e a me viene spontaneo....

Rientrando a casa mi è rimasto dentro il desiderio del mare, MARE PROFUMO DI MARE,  e approfittando di un suggerimento di Valentina del mitico gruppo di foodblogger  che, per Cucinando, ci ha proposto di preparare dei piatti freschi, estivi, al sapore di mare, ho detto ..... ora, lo preparo subito, per me, per loro, per tutti..... e via a fare la spesa.


Pescespada al prezzemolo e caponata leggera
(x 4 persone)

- una fetta di pescespada da 800 g circa
- un mazzetto di prezzemolo
- una melanzana
- un peperone
- una cipolla
- 5 pomodorini ciliegino
- una bustina di pinoli
- olive verdi snocciolate
- olio extravergine d'oliva
- un cucchiaio di miele
- mezzo bicchiere di aceto di mele

Tagliare a cubetti la melanzana e metterla in una padella antiaderente e cominciare a cuocere
Tagliare a cubetti il peperone e aggiungerlo alla melanzana già avanti con la cottura.
Aggiungere 3-4 cucchiai di olio d'oliva e, nel frattempo che si amalgami il tutto,  sminuzzare la cipolla e aggiungerla.
Tagliare a metà i pomodorini e unirli al resto degli ingredienti.
Non farli rosolare troppo perchè devono rimanere belli sodi.
Aggiungere le olive verdi snocciolate e i pinoli.
Far insaporire velocemente e quindi aggiungere il miele e l'aceto.
far evaporare e spegnere.

Nel frattempo tagliare a cubetti anche il pescespada e metterlo in un altra padella antiaderente o su una piastra.
Preparare un battuto di prezzemolo, olio e sale.

al momento della preparazione del piatto potrete servire separatamente il pescespada, condito con l'emulsione al prezzemolo, e accanto la caponata....
oppure unire insieme caponata e pescespada.
Ottimo anche freddo....
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