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martedì, dicembre 03, 2024

Un patrimonio personale paragonabile al PIL di uno stato

Una singola persona che pretende uno stipendio annuo di 56 miliardi?
Tanto per farsi un’idea, è una cifra paragonabile (circa 3/4) alla spesa annuale dell’Italia per l’intero sistema di istruzione scolastica, che andrebbe ad aggiungersi a un patrimonio personale di 314 miliardi: paragonabile al PIL della Nuova Zelanda.
E questa persona è circondata da legioni di ammiratori (Umberto Eco avrebbe usato un altro termine ) pronti a osannare ogni sua mossa e convinti che l’ultima elezione presidenziale abbia segnato la riscossa degli esclusi.
No, rimango convinto che non comprerei una Tesla neppure se fossi straricco. Nemmeno sotto tortura!

domenica, dicembre 23, 2018

L’apocalisse apocrifa di San Marzano

L’apocalisse apocrifa di San Marzano ammonisce che la settima tromba avrebbe lanciato il suo ultimo squillo quando in Italia si sarebbe cominciato a vendere la brutta copia americana del caffè italiano e la brutta copia bavarese della mozzarella.

Ecco. Ci siamo!


Ufficiale: Starbucks apre un nuovo store (quasi) a Milano e mette in cantiere il terzo!

martedì, febbraio 21, 2017

Occidente senza utopie: l'idea di Stato americana e quella europea

Ho trovato molto interessante la spiegazione di una delle differenze tra l'idea americana e quella europea di Stato che Massimo Cacciari e Paolo Prodi danno nel libro Occidente senza utopie.
Quella differenza, che secondo gli autori si può far risalire alle rivoluzioni americana e francese, ha prodotto effetti ancora chiaramente visibili nelle nostre rispettive società moderne. Almeno questa è l'impressione che mi sono fatta dopo aver frequentato saltuariamente gli Stati Uniti e aver lavorato quotidianamente con colleghi statunitensi negli ultimi quasi due decenni.

 "A questo punto i due cammini (quello americano e quello europeo) si distinguono. Da una parte (quella americana) una religione che possiamo chiamare civile, nella quale Dio è garante di un patto politico che gli uomini giurano nella loro costituzione, dall’altra una politica che tende ad assorbire la religione al suo interno costruendo le nuove divinità della nazione, della classe e della razza. Si delineano quindi due vie: una che potremmo definire la via delle “religioni civiche”, l’altra che potremmo definire la via delle “religioni politiche”. Non si tratta certamente di due vie separate ma di due cammini in qualche modo particolarmente intrecciati nella storia del pensiero teologico e del pensiero politico-costituzionale.
...
Sul continente europeo la storia sembra seguire la linea tracciata da Rousseau. Il problema al centro del cinquantennio che va all’incirca dal 1780 al 1830 sembra consistere nel venir meno del principio di una doppia appartenenza che aveva caratterizzato le età precedenti: in vista del monopolio del controllo e del modellamento dell’uomo si impone una sola e unica fedeltà, quella della Nazione. Lo Stato esce vincitore dalla contesa ma attraversando una metamorfosi rilevante, inglobando cioè una forte quota di sacralità da una Chiesa costretta a una linea difensiva sempre più ristretta: l’emergere dell’ideologia dello Stato-nazione al quale l’individuo è consacrato come suddito e poi come cittadino dalla sua nascita (non dal battesimo)."

mercoledì, dicembre 07, 2016

Le élite imparino l'umiltà - Stephen Hawking

Credo che tutti dovremmo riflettere su questo invito di Stephen Hawking: sarà necessario che le élite imparino le lezioni di quest’ultimo anno. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà.

Mi pare abbastanza simile all'invito di Chomsky a cercare di dialogare con quelli che la Clinton, mostrando un fastidioso snobismo che ha contribuito alla sua sconfitta, ha definito "deplorables".

Di seguito riporto quelle che mi sono sembrate le più interessanti delle considerazioni di Stephen  Hawking tratte dall'articolo Le élite imparino l'umiltà o il populismo sarà trionfante (This is the most dangerous time for our planet).


"Quello che conta adesso, molto più delle vittorie della Brexit e di Trump, è come reagiranno le élite. Dovremmo, a nostra volta, rigettare questi risultati elettorali liquidandoli come sfoghi di un populismo grossolano che non tiene in considerazione i fatti, e cercare di aggirare o circoscrivere le scelte che rappresentano? A mio parere sarebbe un terribile errore.

Complessivamente, quindi, viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si sta allargando invece di ridursi, e in cui molte persone rischiano di veder scomparire non soltanto il loro tenore di vita, ma la possibilità stessa di guadagnarsi da vivere. Non c’è da stupirsi che cerchino un nuovo sistema, e Trump e la Brexit possono dare l’impressione di offrirlo.

Per me, l’aspetto veramente preoccupante di tutto questo è che mai come adesso, nella storia, è stato maggiore il bisogno che la nostra specie lavori insieme. Dobbiamo affrontare sfide ambientali spaventose: i cambiamenti climatici, la produzione alimentare, il sovrappopolamento, la decimazione di altre specie, le epidemie, l’acidificazione degli oceani.

Non stanno scomparendo solo posti di lavoro, ma interi settori, e dobbiamo aiutare le persone a riqualificarsi per un nuovo mondo, e sostenerle finanziariamente mentre lo fanno. Se le comunità e le economie non riescono a sopportare gli attuali livelli di immigrazione, dobbiamo fare di più per incoraggiare lo sviluppo globale, perché è l’unico modo per convincere milioni di migranti a cercare un futuro nel loro Paese.

Possiamo riuscirci, io sono di un ottimismo sfrenato sulle sorti della mia specie: ma sarà necessario che le élite, da Londra a Harvard, da Cambridge a Hollywood,
imparino le lezioni di quest’ultimo anno. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà."

lunedì, novembre 14, 2016

L'intervento di Chomsky su Donald Trump al Geist Heidelberg

Pensavamo che i biglietti fossero esauriti e invece Zucchero mi ha chiamato mentre ero in palestra per dirmi che un'amica all'ultimo momento ci aveva procurato dei biglietti. Mi sono rivestito all'istante e ci siamo precipitati. Un amico mi ha chiesto: ma di che parla?  Non m'interessa  ho risposto.  Pure se parlasse della ricetta degli hamburger ci andrei lo stesso.

Essendo arrivati lì al momento dell'inizio dell'intervento, ci siamo ritrovati a entrare nella sala congressi seguendo il venerabile Chomsky a un paio di metri di distanza.

Alla fine Noam Chomsky ha parlato molto dell'elezione di Trump (pare che la moglie del linguista sia stata tra i pochi ad aver previsto la sua elezione in anticipo) e delle possibili conseguenze della sua futura presidenza.

Chomsky crede che l'aspetto peggiore della presidenza Trump potrebbero essere i danni climatici che potrebbero seguire le scelte scellerate del neo presidente e dei suoi consiglieri: tutti totalmente disinteressati al riscaldamento globale. Pare che il consigliere di Trump per l'energia sia Jeff Wood, un magnate del petrolio e del gas, e che il neo presidente abbia già affermato che la loro strategia per produrre energia sarà concentrata sui combusti fossili. Ecco, secondo Chomsky queste scelte potrebbero portare al punto di non ritorno dando il colpo di grazia definitivo al clima. Le sciagure che ne deriverebbero sarebbero, in fatto di costi di vite umane, "peggiori dei genocidi nazisti". Secondo Chomsky questo aspetto sarebbe estremamente sottovalutato da tutta la stampa.
Qualcuno tra il pubblico si è chiesto come fosse possibile che persone dotate di capacità di pensiero possano elaborare (e approvare nel caso degli elettori) decisioni così autodistruttive. La risposta del linguista è stata che, nel caso della maggior parte degli imprenditori le decisioni vengono guidate dal mercato del momento: se perdo il mercato del presente posso fallire anche se ho delle bellissime idee per il futuro; mentre, nel caso degli elettori, Chomsky ha affermato che, sebbene non siano tutti così, una parte dell'elettorato di Trump non vede il riscaldamento globale come un problema perché tanto tra un paio di decenni arriverà Gesù salvatore a risolvere i nostri problemi.

Chomsky ha anche parlato del fatto che la Clinton, definendo "deplorables" (The basket of deplorablesHillary Clinton and the 'basket of deplorables'Clinton expresses regret for saying 'half' of Trump supporters are 'deplorables') la metà dell'elettorato di Trump, ha creato uno steccato tra "noi" razionali e intelligenti e "loro" stupidi e irrazionali. E allora lì forse subentra il sentimento che descriveva Baricco: tu sei l'esperto? tu sei il razionale e l'intelligente? e io ti sfanc***o con le mie parole e col mio voto.
Ecco, Chomsky ha invitato tutto il pubblico a cercare di non arroccarsi. A parlare e a discutere con quelli che la Clinton ha definito "deplorables". Perché anche loro hanno delle ragioni. Una delle più forti delle quali sarebbe il sentirsi esclusi.

Chomsky ha anche parlato di possibile conseguenze positive della presidenza Trump. La tensione con la Russia di Putin, ad esempio, secondo Chomsky potrebbe allentarsi. A tal proposito, portare la Nato fino in Ucraina, nel cuore degli interessi geopolitici della Russia, sarebbe stata una mossa totalmente scellerata e inaccettabile per i russi.

giovedì, novembre 10, 2016

Elezioni presidenziali USA 2016: la maggioranza ha votato Trump?

Hillary Clinton 59.923.027 47,7%
Donald J. Trump 59.692.974 47,5%



Cioè Hillary Clinton ha preso 230053 voti in più!
E allora? Alla fine la maggioranza degli elettori statunitensi ha preferito la Clinton, no?
Quindi, in realtà, noi, i giornalisti, i politici, gli analisti, stiamo tutti commentando l'inattesa vittoria del nababbo basandoci su qualcosa di diverso rispetto al puro orientamento degli elettori statunitensi. Ci chiediamo perché la maggioranza dei cittadini americani abbia irrazionalmente votato Donald Trump, nonostante i suoi proclami razzisti, violenti, inappropriati e chi più ne ha più ne metta, quando, invece, il dato di fatto è che la maggioranza, seppur esigua, di quel 55,6% degli aventi diritto che hanno votato, si è espressa a favore di Hillary Clinton.
Se ci fosse stato un sistema elettorale su base nazionale avrebbe vinto lei. E, con lo stesso risultato elettorale, staremmo qui a compiacerci del pericolo scampato e della razionalità degli elettori statunitensi.

Detto questo, stamane ho pure letto la seguente dichiarazione di Obama.
"La presidenza e la vicepresidenza sono più grandi di ciascuno di noi. Ora facciamo tutti il tifo per il successo di Donald Trump nell'unire e guidare questo Paese [...] Farò di tutto per fare in modo che il prossimo presidente abbia successo. Alla fine, facciamo tutti parte della stessa squadra".

Ecco, mi piacerebbe che anche nel mio paese ci fosse un po' più di questo spirito di squadra. Io non ho certo fatto il tifo per la Raggi o per l'Appendino prima che fossero elette. Ma ora non gioisco se commettono degli errori. Spero, invece, che mi sorprendano e governino bene.
Stesso discorso per Renzi. Non è stato il mio candidato preferito. Continua a starmi piuttosto antipatico. Non mi piacciono molti aspetti del suo modo di comunicare, non mi piace la sua arroganza, non mi piace la sua frequente mancanza di rispetto anche nei confronti dei suoi compagni di partito. Ma ora non gioisco se commette degli errori. Spero, invece, che governi bene. Non è da masochisti sperare che il presidente del consiglio del proprio paese governi male? Non è autolesionista votare per indebolire uno dei pochi governi degli ultimi anni che sta contestando con una certa autorevolezza alcune regole europee che non piacciono a nessuno (anzi piacciono solo all'oligarchia mitteleuropea)?
Mi piacerebbe che cominciassimo a prendere un po' più di distanza dalla logica del tanto peggio tanto meglio. Non ci vuole molto a capire che è una logica autodistruttiva.

martedì, agosto 09, 2016

Brexit 4: Qui si fa l'Europa flessibile o si muore - di brunello rosa

Dopo il referendum britannico nulla sarà più come prima. La germanizzazione dell'Unione Europea porta verso il disastro. L'alternativa è organizzare lo spazio comunitario in centri concentrici.


«Il voto britannico del 23 giugno 2016 costituisce uno spartiacque nella recente storia europea. Certo, la vittoria del Leave richiederà tempo prima di produrre i suoi effetti e nel frattempo l'Unione Europea continuerà a funzionare come se niente fosse accaduto. Ma il voto rappresenta una cesura netta nella percezione che i cittadini comunitari hanno dell'unione e, pertanto, dei loro destini.
La percezione che "non c'è vita fuori dell'unione" è stata seppellita dal voto inglese che ci ricorda come la storia non procede per linee rette, tantomeno monotonicamente crescenti. ... I rapporti di equilibrio prodottisi dopo la seconda guerra mondiale stanno saltando uno a uno:
in Giappone, il governo reinterpreta la costituzione in senso militarista per permettere interventi fuori dal territorio nazionale;
la Germania, dopo la riunificazione, torna a esercitare un ruolo egemonico sul continente europeo, anche se in modo riluttante e incompleto, specialmente dal punto di vista dell'assunzione di responsabilità;
gli Stati Uniti hanno da tempo smesso di esercitare quel ruolo di leadership morale che ne ha legittimato la supremazia economico-finanziaria e militare nel secondo dopo guerra, e stanno tornando su posizioni isolazioniste dopo la fase di apertura al mondo che qualcuno definirebbe "interventismo imperialista ";
l'espansione della globalizzazione e l'apertura dei mercati si è arrestata e prevale la tendenza al calo del commercio globale, alle chiusure protezionistiche e alle scelte nazionali.

In questo mondo ormai fuori dagli equilibri scaturiti dalla fine della seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna, da sempre anticipatrice di eventi, rispolvera un suo grande classico: il distacco dall'Europa. Quello di oggi non è certo il primo e neanche più traumatico. Il primato spetta ancora e comunque alla rottura tra Londra e Roma avvenuta sotto Enrico VIII, che portò alla creazione di una religione autonoma alla cui testa siede il capo dello Stato britannico. Quell'evento segna in modo indelebile la storia d'Europa e trasforma per sempre i destini dell'Inghilterra, immettendola nel percorso che, nei secoli, l'avrebbe portata a diventare Regno Unito. L'Inghilterra che sconfigge fortunatamente e rocambolescamente l'invincibile armata spagnola; l'Inghilterra che inizia a costruire la sua "ricchezza nazionale" tramite la pirateria di Stato predatrice dei galeoni spagnoli di ritorno dalle Americhe; l'Inghilterra che confiscati alla chiesa cattolica terreni e proprietà consegnandole alle proprie classi dominanti, consentendo quell'accumulazione privata del capitale da cui sarebbe derivata entro poco più di un secolo la rivoluzione industriale che proietterà il Regno Unito prima degli altri nella modernità. Questa Inghilterra che fuori dall'Europa del tempo inizia a prosperare e a cambiare i destini del continente e i suoi rapporti di forza, avviandosi a costruire uno dei più grandi imperi della storia, rappresenta l'archetipo riproposto dagli attuali fautori del Leave.»…

Continua…

Da Limes.

domenica, luglio 31, 2016

Brexit 3: l'Anglosfera

"La base ideologica dell'alternativa all'Europa è l'anglosfera1, termine entrato nel linguaggio comune: "i paesi nei quali l'inglese è la principale lingua nativa, considerati collettivamente". In geopolitica l'anglosfera tende a configurarsi come sinonimo gentile di impero americano, reso congruo omaggio alle radici anglo. A coltivarlo, un attiva minoranza politico-intellettual-mediatica su entrambe le sponde dell'Atlantico e in alcune ex colonie britanniche. Per decantare l'asserita continuità con l'impero britannico dell'apogeo vittoriano, dove gli inglesi si assegnano il ruolo dei greci nell'impero romano.

In tal senso l'anglosfera è l'antemurale angloamericano contro l'unità dell'Europa. Allo spettro della superpotenza veterocontinentale a guida francese, tedesca o russa contro cui da mezzo millennio Londra - nell'ultimo secolo insieme a Washington - combatte con successo.


Scandagliando, nel tempo e nello spazio, la sfera semantica del lemma anglosfera ne cogliamo tre accezioni. Alla base è la rappresentazione geopolitica di una cultura elevata a potenza, ossia di una civiltà in competizione con altre. In secondo luogo, è un'elitaria famiglia geostrategica che si vuole avanguardia armata di tale civiltà. Infine, è un abbozzo di progetto geopolitico piuttosto vago, se non utopico."

"Ogni rappresentazione geopolitica ha una storia. Quella dell'idea di anglosfera è piuttosto intrigante e, se ci limitassimo al termine, sarebbe recentissima. Ma la storia dell'anglosfera precede di un secolo la parola. In breve, l'anglosfera è un prodotto del suo passato razziale. La razza è quella anglosassone, il passato quello di fine ottocento e il mito quello della comune razza anglosassone amante dell'autogoverno dunque opposta alle autoritarie stirpi latine. Nelle due crisi venezuelane di fine '800 e inizi '900, quando il governo di sua maestà considera l'ex colonia quantità trascurabile dalle ridicole pretese imperiali, si sfiora la guerra tra Stati Uniti e impero britannico. Ma Londra accetta, infine,  la mediazione americana. La crisi battezza così l'inizio di una relazione speciale angloamericana. Nella guerra ispano americana del 1898, prova generale dell'espansione globale degli Stati Uniti, i britannici appoggiano di fatto confratello d'oltreoceano, tornati alla politica di eredi della razza anglosassone. La seconda crisi venezuelana (1902) marca una cesura ulteriore. Il cannoneggiamento di un forte venezuelano ad opera di una nave tedesca provoca reazioni parallele a Washington e a Londra, che vede la minaccia di un impero germanico capace di sfidarla sugli oceani. Si offusca il vincolo razziale fra anglo americani e tedeschi. La robusta componente germanica della nazione statunitense, considerata parte integrante, anzi atavica, del ceppo anglosassone, viene stigmatizzata come nemica nemica. La corrente transatlantica del Teutonism, che predicava l'alleanza fra tutti gli anglosassoni, allargata ai tedeschi è in ritirata. La comunità germano-americana, numerosa ma divisa e politicamente inefficace, non riesce a opporsi all'offensiva anglo. I cui condottieri, non potendo contestare al tedeschi un sangue alieno, rovesciano l'accusa: è il carattere nazionale germanico, arrogante, autoritario e illiberale, a declassare il teutoni a unni, barbari che distruggendo l'impero romano costrinsero i sassoni a rifugiarsi in Inghilterra.
Già nel 1899, polemizzando con la pretesa del Kaiser di unire tedeschi e inglesi in una dimostrazione navale davanti alle coste del Venezuela per forzarla pagare debiti pregressi, Rudyard Kipling aveva promosso lo slogan dello 'shamless Hun', l'unno senza vergogna.
L'argomento razziale in versione iperselettiva finisce così per chiudere il cerchio attorno alla Germania. Le due guerre mondiali combattute dall'anglosfera contro gli "unni", la guerra fredda ingaggiata con il corollario della "tenere i tedeschi sotto", la diffidenza di Washington e Londra verso le persistenti inclinazioni filorusse della Bundesrepublik, confermano il vigore di quello stereotipo. Ancora oggi il riflesso germanofobo riemerge con discreta frequenza, visto quanto spesso i fautori del Brexit si siano lasciati scappare battute antitedesche e improbabili omologie tra Unione Europea e Reich millenario. Ha dunque ragione Vucetic quando stabilisce che "l'effetto chiave della comparsa dell'anglosfera non è il sorgere della pace e della cooperazione angloamericana ma l'alienazione duratura della Germania dalla famiglia delle nazioni civilizzate".

Da Limes.

1. Vucetic, Srdjan (2011). The Anglosphere: A Genealogy of a Racialized Identity in International Relations. Stanford University Press.ISBN 978-0-8047-7224-2.

martedì, dicembre 29, 2015

In America si mangia male?

Oggi propongo degli stralci di questo articolo segnalatomi tempo fa da Zucchero: In America si mangia bene, ma agli italiani piacciono le schifezze. Molte delle osservazioni coincidono con mie osservazioni personali frutto di molti anni di brevi viaggi verso diversi stati della costa orientale degli USA.

"«In America si mangia male». No. In America si può mangiare male più facilmente che in altre parti del mondo, ma, soprattutto ultimamente, è anche facile mangiare benissimo. Cosa che «Tutti dovrebbero avere la coscienza di fare» ... Se provate a chiedere a dieci turisti italiani che hanno visitato New York per una decina di giorni, alloggiando a Midtown Manhattan, possibilmente nei pressi dell'Empire State Building, dove hanno mangiato, vi risponderanno nell'ordine: dai carrettini degli hot dog, da McDonald's, da Sbarro o Domino's, da Starbucks, da Pret-A-Manger. I più scellerati si saranno spostati fino al Village per assaggiare qualche specialità pseudo-italiana come le fettuccine Alfredo o i famigerati spaghetti and meatballs, di cui finiranno per lamentarsi sonoramente a ogni resoconto della vacanza. ...
Detto questo, limitarsi alle catene nell'esperienza culinaria newyorchese non è soltanto miope, ma è anche molto stupido. New York è, per sua costituzione, crocevia e punto di contatto per centinaia di culture diverse. Non è difficile immaginare come sia diventata uno degli apici della cucina mondiale. Una specie di Expo permanente per tutti i tipi di gusti e di tradizioni, ai massimi livelli — che non significa escludere i livelli infimi, ma semplicemente rende meno necessario occuparsene. Lo chef, documentarista e produttore televisivo Anthony Bourdain, nato a Brooklyn, una volta ha detto: «New York è un campionario perfetto di tutto quello che può essere interessante assaggiare nel mondo. Lecito o illecito, salutare o malsano, grasso, magro, verde o grondante sangue. Basta avere la pazienza di mettersi a cercare». È vero. E camminando su e giù per la sola Manhattan dovrebbe apparire abbastanza chiaro il livello di varietà con cui si ha a che fare."

lunedì, dicembre 07, 2015

New York 7: Blue Note, partenza, Stockbridge e Pittsfeld (Massachusetts)

Giovedì 11 giugno 2015

Oggi è una giornata senza programmi precisi e ci svegliamo più tardi. Viste le temperature sempre più calde e considerando che avremmo camminato di meno, decido di indossare i sandali per la prima volta nella stagione. Ma dopo qualche centinaio di metri sono già sofferente.
Giunti all'Hard Rock cafe sulla settima Avenue, che A. voleva visitare per degli acquisti, io ne approfitto e, separandomi dal gruppo, vado a cercare una farmacia dove poter acquistare i cerotti per il piede. Ne trovo una gigantesca e, dopo aver girovagato per i vari piani riesco infine a trovare gli agognati cerotti. E quindi uscendo assisto a una scena di violenza un po' inquietante tra un gruppo di "artisti di strada" neri e un tipo che si guadagna da vivere vestendosi da Elvis e facendosi fotografare dai turisti. Dopo un bisticcio su una probabile questione di occupazione di spazi, vedo uno dei giovani del gruppo che insegue Elvis mentre questi si allontana e impreca timidamente e sordianamente sperando che il giovane inseguitore desista. Ma il giovane persiste e, nonostante il passaggio di due poliziotti e dopo essersi assicurato che questi siano sufficientemente lontani, raggiunge Elvis e lo colpisce facendolo urtare contro una panchina metallica e fracassare al suolo.
Proseguiamo con alcuni acquisti di vestiario.
Assistito da un commesso italiano mi compro pantaloni e polo (dovrò pur presentarmi vestito decentemente al Blue Note). E dopo un altro po' di girovagare ci dirigiamo verso il Blue Note.
Il concerto è del soprano Kathleen Battle che io non conoscevo. Pare che abbia avuto una celebre carriera di cantante d'opera ma, a mio modesto parere, la prestazione di stasera è piuttosto deludente. Non so se fosse una questione di età, se fosse il fatto che il jazz non è cosa sua o se fosse semplicemente una questione di gusti.







Venerdì 12 giugno 2015

Oggi dovremo incamminarci per il viaggio che ci porterà verso gli stati del Nord Est. Partiamo separatamente per andare all'aeroporto JFK a prendere la macchina noleggiata: io, G e A in taxi e D e Zucchero in metro. G ha più esperienza in fatto di cambi automatici e quindi parte lui con la staffetta di guida mentre io mi occupo del navigatore. Dopo un po' di chilometri prendiamo una direzione sbagliata e siamo quindi costretti a uscire nel Bronx. Mentre proviamo a ricalcolare la strada A si accorge che invece di inserire Stockbridge nel Massachusetts (la nostra meta) avevo sì inserito Stockbridge, ma senza cambiare stato. E cioè Stockbridge dello stato di New York. Quindi, grazie alla quattordicenne del gruppo, ci risparmiamo la deviazione di circa 400 km con annesse imprecazioni. E poi lamentiamoci dei giovani! In ogni caso, se non avessimo preso quella direzione sbagliata forse non ci saremmo accorti dell'altro errore. Non tutti i mali vengono per nuocere, no?!

Giunti Stockbridge nel Massachusetts pranziamo nel primo ristorante che troviamo. Dovrebbe proporre specialità locali ma, a parte la solita aria condizionata ibernante, non ci lascia impressioni degne di nota.


E, complessivamente, Stockbridge non ci entusiasma: è un piccolo centro con case di legno del periodo o di stile coloniale, molte delle quali hanno l'ingresso sormontato da un porticato sorretto da due o più colonne.

In serata arriviamo a Pittsfeld, il luogo della nostra tappa notturna. Lì, persi un po' nell'indecisione dei vari componenti del gruppo, girovaghiamo un po' per decidere dove mangiare. Vista l'indecisione, D decide di risolvere il suo bisogno primario prendendosi un gelato in un chioschetto. La ragazza che la serve ci chiede se siamo italiani e poi ci dice di avere il padre calabrese e che spesso vanno a trovare la nonna in Calabria ma, ciononostante, lei non parla una parola d'italiano. I suoi capelli biondi e i suoi occhi azzurri mi fanno pensare o a un'ascendenza calabro-normanna o, più probabilmente, a un'ascendenza nordeuropea da parte materna.
Il momento di indecisione non è ancora risolto. E, trovandoci a passare davanti a un locale che sembra di buona qualità, G e io cerchiamo di risolverlo entrando nel locale. Ma nessuno ci segue. Quando stanno arrivando i nostri due antipasti di polpo, il cui arrivo è ritardato da alcuni malintesi per risolvere i quali dobbiamo discutere con diversi livelli della gerarchia camerieresca, sopraggiunge anche A, probabilmente spinta dai morsi della fame, che vuole ordinare lo stesso piatto anche lei ma con qualche piccola variazione. A questo punto pare che sia inevitabile una nuova discussione con nuovi malintesi e - non riesco bene a capire perché - un nuovo coinvolgimento della gerarchia per spiegare le piccole variazioni. E così da cameriere semplice a cameriere capo, fino al responsabile di sala riusciamo a ottenere le nostre piccole variazioni. Ora io mi rendo conto di non parlare propriamente l'inglese di Boston ma in nessun altro ristorante abbiamo avuto problemi simili. Comunque, nonostante l'inconsueta scortesia di uno dei membri della gerarchia, alla fine il polpo è cucinato con molto gusto e ce lo godiamo accompagnandolo con un buon bicchiere di vino bianco. E, ovviamente, non lasciamo la mancia.

giovedì, settembre 17, 2015

New York 6: Central Park e Metropolitan Museum of Art

Mercoledì 10 giugno 2015

Oggi ci dedichiamo al Central Park partendo dal Metropolitan Museum of Art.


Mi chiedo se esista un altro museo al mondo dove si possano trovare templi greci, templi egizi e corti spagnole ricostruiti con pezzi originali e in dimensioni originali.

E c'è anche lo studiolo di Federico da Montefeltro, quello originale! La cui copia noi avevamo visto a Gubbio: nel luogo originale!

Vedendo tutto ciò è difficile non chiedersi come questo museo abbia potuto procurarsi tutti questi oggetti. Acquistandoli in periodi in cui ciò era possibile? E la colpa, se così la si può chiamare, è più degli acquirenti o più dei venditori?
La pagina di wikipedia ci dice che "nel 1879 lo studiolo venne acquistato dal principe Massimo Lancellotti per la sua villa di Frascati. Dopo altri passaggi di proprietà venne acquistato dal museo newyorkese nel 1939."
E poi c'è Caravaggio, Van Gogh, Klimt e chi più ne ha più ne metta.

Visitiamo anche la collezione di strumenti musicali del MET dove troviamo diversi antenati del mio amato trombone, il sassofono di Bill Clinton e un simpatico accostamento dei due estremi della famiglia dei sassofoni.


Ma oltre a quello mi meraviglio molto nel trovare anche un paio di pianoforti (o meglio, gravicembali con il piano e con il forte) di Bartolomeo Cristofori. I primi della storia, visto che per la sua ideazione della meccanica a martello, Cristofori è considerato l'inventore del pianoforte.

Per riprenderci dalla fatica della visita museale decidiamo di raggiungere G, D e A presso le rive del laghetto (cit. le cui papere non si sa dove finiscano in inverno). Ma per ritrovare la strada siamo costretti a chiedere indicazioni a una signora e questa, molto gentilmente, ci accompagna. E strada facendo ci dice:
- Ditelo a tutti che anche noi newyorkesi siamo gentili. No, perché tutti sostegno il contrario.
E, tutto sommato, credo che la signora abbia ragione. Seppur con qualche eccezione, spesso abbiamo trovato gente molto gentile e disponibile che a volte si è persino fermata spontaneamente per aiutarci perché si capiva che eravamo in difficoltà.
Lungo il percorso troviamo diversi spettacoli di strada. E, in prossimità di uno di questi, ritroviamo G, D e A. I protagonisti dello spettacolo sono cinque o sei ragazzi neri. Lo spettacolo è ben strutturato. E in seguito ci accorgeremo che si tratta in realtà di una specie di format usato in diverse città americane da questi gruppi di giovani atletici: prima, per radunare un po' di pubblico, si impegnano in una serie di balli individuali con figure hip hop molto difficili e belle da vedersi, poi scelgono quattro persone del pubblico, le allineano, preparando il campo per il saltatore di persone e, dopo un lungo gioco di declamazioni corali sincronizzate, volte a divertire e ad attrarre più pubblico (altro tormentone del viaggio diventa una di quelle frasi, rivolta a una parte più distante del pubblico: "Yo see, yo pay"), improvvisamente fanno inchinare le quattro persone e il saltatore le salta con una piroetta. È interessante la mossa di far inchinare le persone solo all'ultimo momento così forse è più probabile che nella mente dell'osservatore rimanga l'immagine delle persone non inchinate.

Vista l'importanza che il tema John Lennon ha ricoperto durante questo viaggio non possiamo esimerci dal dare uno sguardo al Dakota: l'edificio in cui visse John Lennon e dove, probabilmente Yoko Ono girò i famosi video. E neppure dallo scattarci un po' di foto seduti sul mosaico Imagine dello Strawberry Fields Memorial.

Tornando infine sulle rive del laghetto troviamo un trio jazz che suona alcuni standard. Colgo l'occasione e gli chiedo se conoscono "There will never be another you". Lo suonano a stento ma è comunque piacevole e si meritano la loro mancia.

Più tardi ci incamminiamo verso Broadway dove ci godiamo una messa in scena di Mamma Mia! Lo spettacolo è bello e gli attori-cantanti sono molto bravi. Alla fine ci siamo divertiti tutti: giovani e diversamente giovani.

P.S. Alcuni dati di confronto tra dimensioni di parchi romani e Central Park

Central Park - 341 ettari
Villa Pamphilj - 184 ettari
Villa Ada - 180 ettari
Villa Borghese - 80 ettari
Poi c'è il parco della Caffarella che mi pare ancora più grande di Villa Pamphilj, ma di cui non sono riuscito a trovare le dimensioni. Il parco della Caffarella però è incluso nel Parco regionale dell'Appia antica che è di 340 ettari ma non tutti di verde.

giovedì, luglio 30, 2015

New York 5: Little Italy, Chinatown, Lower East Side e la sinagoga di Eldridge street

Martedì 9 giugno 2015


Oggi G, D e A sono andati a Washington e Zucchero e io dedichiamo la giornata alla visita di vari quartieri di Manhattan.
All'inizio del percorso verso Little Italy capitiamo per caso in una panetteria della catena Magnolia Bakery e il muffin che prendiamo non è affatto male. Nei miei due precedenti viaggi mi ero già accorto che Little Italy è ormai solo il simulacro di quello che doveva essere nella prima metà del novecento. Credo che sopravvivano solo alcune attività commerciali nei dintorni della Mulberry Street, per tenere in vita, in modo più o meno artificiale, lo spirito italoamericano del luogo, e alcuni luoghi istituzionali come il museo e la chiesa di S. Gennaro che forse servono anche a evitare che la pressione demografica dell'adiacente Chinatown abbia la meglio sul quartiere italiano ormai non più popolato da discendenti dei nostri connazionali.

È girovagando per la Mulberry Street, la via principale di Little Italy, che scopriamo la suddetta Chiesa del Preziosissimo Sangue. Una visita fugace mi dà l'impressione che la chiesa possa essere stata un punto di riferimento per la comunità italiana. Penso che sia anche la sede di una sorta di confraternita dei Figli di S. Gennaro. Quella che gioca un ruolo importante nella newyorchese Festa di san Gennaro. Festa che è stata il modello per le varie feste di S. Gennaro che oggi si tengono in molte città statunitensi come occasioni per la celebrazione del rapporto tra italiani e statunitensi.

Ci spostiamo quindi nella vicina e debordante Chinatown. Lì si ha subito l'impressione di trovarsi in un altro paese: esercizi cinesi, insegne in cinese, gente che parla cinese per la strada. A differenza di Little Italy, Chinatown è un quartiere vivo, (sovrap)popolato e che conserva fortemente la sua identità.
Continuiamo verso la parte meridionale del Lower East Side, ormai fagocitata da Chinatown, e lì visitiamo la sinagoga di Eldridge street e il relativo museo. La signora, una probabile insegnante in pensione che ci interroga e dà i voti alle nostre risposte (ignorando tra l'altro le mie e assegnando invece delle A+ a Zucchero ), ci racconta di come quella sia stata la prima sinagoga degli ebrei ashkenaziti "orientali" che, a differenza degli ashkenaziti tedeschi, urbanizzati e ricchi, provenivano generalmente dagli Shtetl (villaggi di campagna) e non avevano grosse risorse economiche.
Tuttavia, tra quelli che fecero fortuna, ce ne furono due che decisero di far costruire quella sinagoga per la comunità. E lo fecero mescolando tradizione e modernità, radici ebraico-ashkenazite con icone e simboli americani. Tutte queste particolarità rendono unica la sinagoga di Eldridge Street; già dalla facciata che sembra quella di una chiesa, con rosone ed elementi neoromanici, neogotici e neomoreschi. E presto capiamo il perché: essa fu progettata da Peter Herter: un architetto tedesco di religione cristiana. Poi, oltre alle normali stelle di Davide, si trovano diverse stelle a cinque punte a simboleggiare l'arrivo degli ebrei nel nuovo mondo.
Un'altra peculiarità di questa sinagoga è che nella sala della Torà si sniffava il tabacco. E, per evitare che la gente spuntasse per terra, vennero installate delle sputacchiera di legno sulla ringhiera di separazione con l'altare. Agli inizi del novecento, con la costruzione della metropolitana, gli ebrei cominciarono a lasciare il Lower East Side. Inoltre delle leggi degli anni '20 (l'Emergency Quota Act del 1921 e l'Immigration Act del 1924) ridussero drasticamente l'immigrazione soprattutto dall'Europa del sud e dell'est. Di conseguenza i fedeli della sinagoga diminuirono rapidamente e costantemente; e così la sinagoga fu chiusa. Se non fosse stato per un professore universitario che andò a visitarla negli anni '80 per un suo lavoro di ricerca e la trovò in condizioni disastrose, la sinagoga sarebbe crollata. Fu grazie alla grossa opera di sensibilizzazione da parte di quel professore che quel patrimonio culturale è stato recuperato.

Ci rechiamo quindi sulla Delancey Street. Questa è la strada di Noodles, il protagonista di C'era una volta in America e di The Hood di Harry Grey. Ma Delancey Street, un tempo uno dei punti cardine del quartiere ebraico, si rivela essere uno stradone squallido. Beh, non potevo aspettarmi diversamente. E il locale che cercavamo non era esattamente quello che cercavamo e inoltre era chiuso. In compenso troviamo un ristorante cinese nelle vicinanze con ottime valutazioni. Avevo già detto della strabordante Chinatown, no?

La qualità dei miei spaghetti cinesi con frutti di mare è buona ma nonostante ciò il tipo di cucina non mi esalta. E credo che questa sia molto più autentica rispetto alla cucina cinese che si trova mediamente in Europa. È la seconda volta che mangio in un buon ristorante cinese di Chinatown, e seppur consapevole della sommarietà e della parzialità di esse, da questo fatto traggo delle conclusioni personali su questo tipo di cucina: non occupa i primi posti (ma neppure gli ultimi) della mia classifica personale.

Dopo pranzo andiamo al Tenement Museum al numero 97 di Orchard Street. Il condominio in cui è stato costruito il museo fu dimora, tra il 1863 e il 1935, di circa 7.000 persone di 20 nazionalità diverse. Le visite sono tematiche, e una di queste è sulla vita quotidiana di una famiglia di immigrati italiani ai tempi delle grandi immigrazioni. Ma a causa dell'orario non riusciamo a partecipare e decidiamo di tornarci nei prossimi giorni. Molto interessante è anche la libreria di quel museo: con libri che trattano soprattutto il tema dell'immigrazione e con una sezione dedicata all'Italia.
Visitiamo quindi il St. Marks Place con i suoi viali alberati.

Poi, nel nostro girovagare, troviamo il negozio newyorkchese di Eataly, dove, come potete vedere, troviamo dell'olio d'oliva a prezzi molto convenienti.

Torniamo quindi al Washington Square Park che avevamo già visitato ma alcune delle cui curiosità ci erano sfuggite. Come, ad esempio, i dettagli sulla Judson Memorial Church. Nel successivo girovagare, notiamo anche un monumento a Fiorello La Guardia.
Poi andiamo a Soho per ammirare le interessanti facciate delle case, molte delle quali in ghisa.

Infine torniamo al Greenwich dove, dopo un po' di vagabondare, scegliamo quasi casualmente un ristorante chiamato Senza Gluten. È tardi, vogliamo qualcosa di leggero e loro offrono diversi piatti freddi e insalate. Una dottoranda italiana ci serve un couscous e una quinoa. Ma, probabilmente anche per l'assenza di glutine, i piatti non sono particolarmente appetitosi.