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martedì, aprile 11, 2023

Traduttori automatici, ponti linguistici e sessismo algoritmico

Usando il traduttore di Google attraverso gli anni mi sono accorto di due fatti:
1. le traduzioni italiano-inglese e viceversa sono migliorate molto (ricordo ancora di quando, usandolo per passare una ricetta a un collega, mi aveva tradotto "vino bianco" con "white man wine" e "sale" con "rooms");
2. vari indizi mi avevano fatto pensare che nella traduzione da italiano a tedesco e viceversa il traduttore usasse l'inglese come lingua di transizione.

Da Bridging the language gap - fraud-magazine.com
Qualche giorno fa ho deciso di fare una ricerca veloce e ho confermato l'impressione numero 2. E pare addirittura che, a causa di quel metodo di traduzione, alcuni stereotipi si insinuino nelle traduzioni.

La una tecnica è chiamata "bridging". Usare un "ponte" linguistico in una traduzione significa che per tradurre da una lingua X a una lingua Y viene introdotta una terza lingua (E) per cui esistono già dati e algoritmo per tradurre da X a E e da E a Y. 
E quale può essere la lingua più comune utilizzata come ponte linguistico? Ovviamente l'inglese.

Tuttavia, nella sua semplicità grammaticale, dall'inglese sono assenti caratteristiche piuttosto comuni tra le lingue europee. Una di queste è il genere grammaticale

Provate a tradurre la frase "vier Mathematikerinnen " (quattro matematiche, intesto come quattro studiose delle scienze matematiche). Otterrete "quattro matematici", con risultati analoghi in spagnolo, francese e polacco. Il genere viene semplicemente rimosso dal testo.
Ovviamente, risultati simili si ottengono con altre professioni, come Historikerinnen (storiche), ad esempio.

Di certo si può dire che Google, negli ultimi 2-3 anni, ha migliorato almeno un aspetto di questo problema: quello che riguarda alcune parole declinate al maschile
Infatti uno degli articoli che ho consultato, scritto nel settembre del 2020, sostiene che:
"In molti casi, Google cambia il genere della parola secondo i più tipici stereotipi. “Die Präsidentin” (la presidente donna) si traduce con “il presidente” in italiano, anche se la traduzione corretta è “la presidente”. "Der Krankenpfleger" (l'infermiere in tedesco) diventa "l'infermiera" in italiano."

Beh, se andata a controllare, il primo esempio è rimasto com'era, mentre il secondo è stato corretto. E adesso funziona bene per tutte le lingue che usano l'inglese come ponte linguistico nella traduzione dal tedesco. Infatti la versione attuale del traduttore di Google traduce "Der Krankenpfleger" come "The male nurse". Mentre “Die Präsidentin” è rimasta “il presidente”. E “die Chefin” è rimasta “il capo”.

Da Female historians and male nurses do not exist
L'articolo del 2020 fa anche notare che non sempre lo stesso termine viene tradotto con lo stesso genere: dipende dal contesto in cui il termine è inserito.
Così viene riportata una lista di undici parole tradotte in venti diversi contesti. Trovate i risultati nell'immagine.
L'articolo afferma che dal 2020 Google ha cominciato a prestare più attenzione alle traduzioni tra lingue diverse dall'inglese. Sarebbe interessante controllare quali di questi siano stati corretti nel frattempo.


mercoledì, dicembre 07, 2022

Sull’eloquio in pubblico

Riporto un commento di Stefano Massini, che ho ascoltato nella puntata del 6 novembre de La lingua batte, sul tema del parlare in pubblico. 

"In un discorso pubblico può capitare di perdersi ma quello che succede è che quella sporcatura, quell’imperfezione, quella macchia, quell’errore, in quel momento diventano un sigillo di autenticità.
È indubitabile che tu in quel momento sei una persona vera, una persona viva, che non c’è trucco. E che quando dici è frutto di quanto stai pensando, sentendo, vivendo in quel momento.

E se è vero che c’è chi fa presto a prendere la matita rossa e blu, è anche vero che quelle sono le persone che si comportano così per costume esistenziale. Sono quelli che si divertono a rilevare immediatamente il tuo errore. Così come rilevano immediatamente l’errore dei propri figli, del proprio collega, dei propri genitori.

Nel momento in cui sbagli, una parte di te si arrabbia, ma l'altra parte sa che in quel momento c’è chi si rende conto che non c’era trucco e che eri vero, in carne e ossa: un essere umano che parla, si esprime, comunica, e di tutto questo fa parte anche l'errore."

venerdì, marzo 04, 2022

La linguista Valeria della Valle sulla pronuncia di termini latini usati anche in inglese

Riporto un intervento della linguista Valeria della Valle sulla pronuncia di termini latini usati anche in inglese.
"...chiudo la rassegna con media. Parola latina usata per indicare i mezzi di comunicazione. Su questa parola ci sono pareri discordanti.
Molti preferiscono la pronuncia all’inglese, perché il termine ci è arrivato da quella lingua. Ma io continuo a considerarla quello che è, il plurale del latino medium, e a non trovare una buona ragione per pronunciarla all’inglese.
Io manterrei la pronuncia delle parole latine senza anglicizzarle. E questo non solo per rispetto alla tradizione, e in particolare a una lingua importante come quella latina, ma per non cadere nel grottesco camuffando da inglese ciò che è latino."

mercoledì, aprile 08, 2020

Figure retoriche: italoborboforesi

Dopo molto tempo aggiungo una nuova figura retorica alla serie.

La italoborboforesi  (dal greco βόρβορος (fango) - Φόρεσις (trasportare)) è una figura retorica che consiste:
  • nel parlare di un fatto positivo avvenuto in un altro paese e commentarlo con la frase: “in Italia un fatto del genere non potrebbe mai succedere”; o varianti della stessa. 
  • Oppure nel parlare di un fatto negativo avvenuto in Italia e commentarlo con la frase: “Solo in Italia!”; o varianti della stessa.
Credo che sia una delle figure retoriche più in voga nel nostro paese.

Esempi:
In Cina hanno costruito un ospedale in un mese. In Italia nemmeno in 10 anni!
Negli ultimi decenni si sono tagliate le spese sanitarie: solo in Italia!
A Bamberga si è cantato in segno di solidarietà con l’Italia. Da noi nessuno lo farebbe!
A Londra c'è l'usanza del paniere sospeso. In Italia non potrebbe mai succedere!
Mancano le mascherine:  solo in Italia!

giovedì, novembre 28, 2019

Giapponese per principianti: numeri, aggettivi passati e paralleli con il dialetto sabino

Alla fine della lezione di oggi l’insegnante ci ha parlato di nuovo del complicatissimo sistema di conteggio giapponese.
Il sistema numerico per i numeri come concetto astratto non è complicato. Ma quando si vogliono contare oggetti bisogna usare categorie di termini diversi a seconda della categoria di oggetti.

Ad esempio c’è una categoria numerica per contare le persone, una per gli animali, una per le bevande, una per gli oggetti lunghi, una per gli oggetti larghi, ecc.

Ci ha anche detto che le otto categorie che ci ha mostrato sono una estrema semplificazione di tutte le categorie esistenti.

Penso che non ci proverò neppure a memorizzare queste tabelle.

Altre particolarità del giapponese


Esiste la coniugazione/declinazione degli aggettivi. Per cui gli aggettivi si coniugano/declinano al passato. Quindi, quello che noi esprimiamo con una frase, “è stato bello”, loro lo esprimono con una sola parola: l’aggettivo bello coniugato/declinato al passato.

Inoltre esiste anche la distinzione tra questo, codesto e quello. E si usano parole diverse quando sono pronomi rispetto a quando sono aggettivi, come nel mio dialetto:

kore (vistu), sore (vissu), are (villu)
kono (stu), sono (ssu), ano (llu)

sabato, marzo 09, 2019

Giapponese per principianti: lezione 2 - non parlo giapponese, wa e ga

Dopo mi chiamo... sono... primi hiragana, nella seconda lezione l'energetica e instancabile insegnante nippoteutonica, che, nonostante si esprima in un tedesco giapponesizzante, è dotata di un inesauribile repertorio mimico per didascalizzare le sue lezioni a ritmi travolgenti, è partita dalla frase: io parlo giapponese. Al che ho subito chiesto quale fosse la forma negativa. Eccole entrambe più l'opzione intermedia.

Domanda: parli giapponese?

Traslitterazione Furabio-san wa nihongo ga dekimasu ka
Kana フラビオさん にほんご できます
Kanji
日本語
出来ます
Significato Signor Flavio
giapponese
puoi ?

Risposta breve: sì, lo parlo

Traslitterazione hai dekimasu
Kana はい できます
Kanji1
Significato posso

Risposta breve: sì, lo parlo poco

Traslitterazione hai sukoshi dekimasu
Kana はい すこし できます
Kanji1 少し
Significato poco posso

Risposta negativa breve: no, non lo parlo

Traslitterazione iie dekimasen
Kana いいえ できません
Kanji1
Significato no non posso

Risposta lunga: parlo giapponese

Traslitterazione Watashi wa nihongo ga dekimasu
Kana わたし 2 にほんご できます
Kanji 日本語
出来ます
Significato io
giapponese
posso

Risposta negativa lunga: non parlo giapponese

Traslitterazione Watashi wa nihongo ga dekimasen
Kana わたし にほんご できません
Kanji 日本語 出来ますせん
Significato io
giapponese non posso

Domanda: che lingue parli ?


Traslitterazione Furabio-san wa nanigo ga dekimasu ka
Kana フラビオさん なにご できます
Kanji
何語
出来ます
Significato Signor Flavio
che lingua
puoi ?

A questo punto non si può fare a meno di chiedersi: ma wa は e ga が che cosa sono?
La risposta brevissima e incompletissima è:

は (wa) è la particella che indica l'argomento e が (gaè la particella che indica il soggetto.


Poi, se volete la risposta lunga, c'è chi ci ha speso quintali di inchiostro e di bit.3

Abbiamo anche imparato a dire

"anch'io" - Watashi mo (私も)

e a esprimere la nostra congiunzione "e" con "to" ()

Esempio: parlo italiano e inglese.

Traslitterazione itariago to ego
dekimasu
Kana イタリア語 えいご
できます
Kanji 伊語 英語
出来ます
Significato italiano e inglese
posso

...continua...

Risorse utili
Convertitore Alfabeto latino <-> Hiragana/Katakana
Nomi dei paesi in Kanji e Katakana
Differenza tra wa e ga: in italiano e in inglese.

Note

1 Pare che i kanji per はい = 唯 e いいえ = 否 siano in disuso.

2 Visto che il soggetto watashi (io) generalmente si omette cercherò di ometterlo anch'io.

3 In italiano: は vs. が, l’eterno duello.
In inglese: Particles: the difference between WA and GA.
Con tanto di schemini.

lunedì, marzo 04, 2019

Giapponese per principianti: lezione 1 - mi chiamo... sono... primi hiragana

Visto che sono in ballo ho deciso di ballare. Nonostante l'impressione di ballare con due piedi sinistri (per usare un'espressione teutonica) in una classe di aspiranti John Travolta.

Così, dopo aver scritto l'introduzione, ho deciso di continuare con una sorta di trascrizione degli appunti delle lezioni fino a quando ne avrò voglia.
Nella prima lezione la simpaticissima e gentilissima insegnante nippoteutonica, che parla la lingua di Gohete con ritmi, strutture e accenti da Sol Levante, è partita dal come presentarci:




Traslitterazione Hajimemashite Watashi wa Furabio des doozo  yoroshiku
Kana1 はじめまして わたし は  フラビオ です どうぞ よろしく
Significato2  Piacere di conoscerla  io   Flavio sono abbia cura di me

E ci ha insegnato anche la mimica da usare sulle ultime parole: inchinarsi con le mani giunte.

Poi siamo passati ai mestieri. Signor Flavio, che lavoro fa?

Traslitterazione Furabiosanoshigotowanandeska
Kana1 フラビオ さんおしごとなんです
Significato2 Flavio signor  lavoro
chesei?


Traslitterazione gakusee  kaishain   kyooshi sensee  enjinia sūgakusha
Hiragana がくせえ かいしゃいん  きょうし せんせい すうがくしゃ
Katakana  エンジニア
Kanji3 学生 會社員 教師 先生 数学者
Significato studente impiegato insegnante4 insegnante4  tecnico matematico

Risposta: sono uno studente.

Traslitterazione Watashi wa gakusee des
Kana わたし   がくせえ です
Kanji3 学生
Significato io
studente sono

Risposta negativa: non sono uno studente.


Traslitterazione Watashi wa gakusee janaides
Kana わたし   がくせえ じゃないです
Kanji3 学生
Significato io
studente non sono

Quindi siamo passati alle nazioni/nazionalità.

Traslitterazione nihon doitsu itaria5 furanzu chūgoku supain
Hiragana にほん

ちゅうごく
Katakana ドイツイタリア フランス スペイン
Kanji3 日本 独逸 6 仏蘭西 中国 西班牙
Significato giappone germania italia francia  cina spagna

Per passare dalla nazione alla nazionalità basta aggiungere un "jin" (Kanji 人, hiragana じん) alla fine della parola.

Es. Italia = イタリア  -  italiano (nazionalità) = イタリア人  -  pronuncia itaria-jin
Invece, per passare dalla nazione alla lingua basta aggiungere un "go" (Kanji 語, hiragana ご) alla fine della parola.

Es. italiano (lingua)  -  イタリア語  -  itaria-go

Es: sono italiano.

Traslitterazione Watashi
wa itaria-jin des
Kana1 わたし
は  イタリア人 です

Significato2  io    italiano sono


Infine abbiamo cominciato a imparare i primi dieci caratteri dell'hiragana: le vocali e le consonanti inizianti per K: ka, ki, ku, ke, ko.

a i u e o
k か  き   く   け   こ 

E lì mi sono accorto del mio essere diversamente veloce.
L'insegnante ha scritto i suddetti caratteri alla lavagna. Poi li ha cancellati e li ha riscritti uno alla volta chiedendo: che cos'è questo?
Tutta la classe all'unisono-1 intonava: ka! – mentre il -1 si guardava intorno spaesato.
– E questo?
Tutta la classe all'unisono-1 intonava: ko! – mentre il -1 si guardava intorno spaesato.

Quando siamo usciti ero talmente depresso che ho detto a Zucchero: basta! Il mio corso finisce con la prima lezione.
È grazie a lei se ho continuato e non me ne pento.
Ma questo non cambia il mio stato di ultimo della classe. Siamo in una classe di persone motivatissime e velocissime nell’apprendimento. O, detto in altri termini, in una classe di secchioni.

...continua...

Risorse utili

Convertitore Alfabeto latino <-> Hiragana/Katakana

Nomi dei paesi in Kanji e Katakana

Note

1 Nelle prime lezioni vedevamo solo la traslitterazione. Il kana (composto da hiragana e katakana) l'ho aggiunto a posteriori per comodità.

2 Basato su una mia comprensione molto approssimativa.

3 Il Kanji non lo abbiamo ancora fatto ma mi sto portando avanti.

4 What's the difference between kyōshi and sensei?
教師 (kyoushi) is an objective word for a teacher, while 先生 (sensei) is honorific. Formally, you would use 教師 to speak about teachers in general, or to describe yourself, and 先生 to honour specific teachers; in informal communication, however, people often use 先生 as the general term.
Another matter: certain people such as doctors and lawyers are also called 先生, but they're obviously not 教師.
There are different systems for romanization: kyōshi is Hepburn. kyoushi is strictly speaking none of Hepburn, Nihon-shiki, Kunrei-shiki, but because it is difficult to input, ō is often typed ou (so I guess kyoushi could be wāpuro rōmaji). In any case, kyoushi is unambiguously きょうし, so even if it doesn't belong to a particular system, it's a clear way of transliterating it.

5 Per la pronuncia della r vedi Le pronunce giapponesi più difficili

6 L'insegnante mi ha detto che tra i paesi stranieri il carattere kanji esiste solo per Cina, Corea e Regno Unito (o Inghilterra, non ho ben capito). Invece su questa pagina, Scrivere le parole in kanji con gli ateji (come funziona + esempi), ho trovato anche il kanji per "Italia".
"Il Giappone, venendo a contatto con diverse culture, ha preso in prestito molti vocaboli. Queste parole vengono definite in giappotenese con il termine gairaigo, le parole prese in prestito da altri paesi.
Fino alla seconda guerra mondiale era molto comune scrivere queste parole in kanji. È un po’ quello che succede nella lingua cinese: dato che non possiede alcun sillabario come il katakana per trascrivere le parole di origine straniera, si trascrive ogni suono in caratteri cinesi."

sabato, marzo 02, 2019

Giapponese per principianti: introduzione

Ebbene sì. Zucchero e io ci siamo ardimentosamente imbarcati nel putiferio cognitivo di un corso di Giapponese.
Qualcuno si chiederà: ma è veramente così difficile come ci si aspetterebbe?

La risposta breve è sì!
Soprattutto se tenuto in tedesco da un'insegnante giapponese che parla la lingua di Gohete con ritmi, strutture e accenti da Sol Levante.

La difficoltà principale è il sistema di scrittura: uno dei più complicati tra i sistemi di  esistenti. Mentre la "grammatica", da quello che abbiamo visto finora, pare abbastanza semplice: non ci sono articoli e non esiste il plurale né i generi né la coniugazione. E anche la pronuncia non sembra difficile: forte prevalenza di alternanza consonante-vocale e assenza di alcune delle nostre consonanti. (Sebbene... Le pronunce giapponesi più difficili) Di contro, ci sono altre complicazioni quali i molti livelli di cortesia (Suffissi onorifici giapponesi, Linguaggio onorifico giapponese).

Come avevo già scritto dopo la prima introduzione al sistema di scrittua fornitami da un collega nel lontano 2012, il sistema è composto da logogrammi cinesi, il cosiddettò Kanji, di per sé già molto complicato; ma i giapponesi, non soddisfatti, lo hanno complicato ancora di più introducendo altri due tipi di caratteri (che tecnicamente sono dei sillabari, in quanto a ogni simbolo corrisponde una sillaba): l'hiragana e il katakana. E, non solo nella stessa frase, ma persino nella stessa parola, si trova molto spesso un miscuglio di kanji e hiragana.





Esempi di kanji
Ecco come Wikipedia descrive il sistema di scrittura giapponese.
I kanji, di origine cinese, sono 2997 (quelli più comuni sono noti come jōyō e jinmeiyō kanji) e vengono utilizzati soprattutto per sostantivi, verbi, aggettivi e nomi propri di persona; i due sillabari (kana) contengono ciascuno 46 caratteri di base (71 compresi i segni diacritici), ognuno dei quali corrisponde ad un suono nella lingua giapponese, vengono utilizzati nella flessione linguistica dei verbi e degli aggettivi e nelle particelle grammaticali. Quasi tutte le frasi giapponesi contengono sia kanji che hiragana, mentre più raramente viene utilizzato il katakana. Quest'ultimo viene utilizzato per la traslitterazione delle parole e dei nomi stranieri, per la trascrizione di nomi scientifici di animali e piante e per i versi degli animali. A causa di questa miscela di caratteri, oltre a un grande inventario di caratteri kanji, il sistema di scrittura giapponese è spesso considerato come uno dei più complicati in uso in tutto il mondo.

Insomma imparare a leggere il giapponese è una vera e propria impresa titanica. Non penso che ci riuscirò mai. A dire il vero, all'inizio pensavo che non sarei stato in grado neppure di memorizzare il sillabario hiragana ma adesso mi sto avvicinando a quell'obiettivo. Forse potrò arrivare ad aggiungerci il katakana ma credo che non riuscirò mai a memorizzare una quantità sufficiente di logogrammi kanji tali da potermi orientare nella lettura delle insegne di un possibile futuro viaggio in Giappone.

Concludo con uno dei pochi kanji che sono riuscito a memorizzare finora:

Kanji    Hiragana   Traslitterazione Significato
日本 にほん Nihon1 Giappone
日本語 にほんご Nihongo Lingua giapponese

E con il mio nome scritto rigorosamente in katakana2.

Katakana   Traslitterazione Significato
フ ラ ビオ Fu ra3 bi o Flavio

フ  ラ  ビ オ
Fu  ra   bi  o


...continua...


Note

1 I nomi del Giappone variano a seconda della lingua utilizzata: i nomi giapponesi propri sono Nippon e Nihon, originati dalla lettura giapponese del nome cinese del Giappone 日本国 Rìběnguó ("il Paese dell'origine del Sole").
Il nome "Giappone", insieme con le omologhe forme nelle altre lingue occidentali, viene dalla corruzione Zipangu di questo medesimo nome, introdotta in Europa da Marco Polo.

2 Non riesco a capacitarmi del fatto che abbiano ideato un sistema di scrittura per mantenere le parole straniere (non derivanti dal cinese, che per loro rappresenta la lingua culturale di riferimento come per noi il greco) separate da quelle autoctone.

3 La pronuncia delle parole straniere in giapponese viene adattata (come parzialmente pure da noi) al proprio sistema fonetico, che, fortunatamente, è un sistema semplice con forte prevalenza di alternanza consonante-vocale e con l’assenza di alcune delle nostre consonanti. La cosa molto interessante, che da noi non avviene, è che le parole straniere vengono anche scritte così come le pronunciano.  Ad esempio, nel mio nome la "vio" diventa "bio", perché loro non hanno la nostra "v" che, in modo simile allo spagnolo, diventa "b". Inoltre la successione di "f"ed "l" è una combinazione consonantica assente nella lingua giapponese; per cui “fla” diventa “fura”. Un'altra particolarità è che non hanno  i nostri suoni di "r" e "l" ma un suono che si trova a metà strada.
Nel 2012 scrivevo:
"Avete presente lo stereotipo linguistico dell'orientale che trasforma tutte le "r" in "l"? Be' è parzialmente vero. In quanto molte volte le "r" diventano "l" ma molte altre volte succede il contrario: cioè le "l" diventano "r". Quindi, ad esempio, "Italy" si tramuta in "Itry". Diciamo che quando non capisco qualche parola mi devo fare sempre una conversione mentale con tutte le possibili permutazioni di "r" ed "l" presenti nella parola."

In realtà adesso mi sono reso conto che è una questione di nostra percezione e la causa è che loro hanno un suono che 

Da Le pronunce giapponesi più difficili

La pronuncia della R
E siamo al primo grande ostacolo, la fantomatica R. È davvero così tragica? Sì purtroppo. Non a caso c’è uno sketch del gruppo comico ラーメンズ Ramens che ci prende in giro proprio sulla pronuncia della R, troppo “forte”… (noi prendiamo in giro loro e loro noi, in un circolo vizioso di idiozia).
Si parte con uno studente di una scuola di giapponese (?) in attesa dell’insegnante… che è anche lui italiano e lo si vede dai modi, dagli abiti, dalla pettinatura… e dal pelo di fuori. Dopo l’appello, in “perfetto italiano”, si parte con un po’ di “ascolta e ripeti”, titolo: “Le meravigliose province giapponesi”. Da qui in poi ci sono solo nomi di province (dovrei dire prefetture) e la sottolineatura dei nostri vari errori. Tra questi spicca la R di IbaRRRRaki.

Per pronunciare la nostra R portiamo la lingua a toccare le gengive dei denti incisivi superiori, poi soffiamo fuori l’aria lasciando la lingua relativamente sciolta, così che per un particolare fenomeno di pressione dell’aria, la lingua si ritrova a vibrare al passaggio dell’aria. E vibra parecchio. Ecco perché fa ridere il nostro IbaRRRRaki.

La R giapponese invece è detta monovibrante, perché, va da sé, la lingua deve vibrare una volta sola nel pronunciarla. Più che di vibrazione, in realtà, si tratta di un piccolo scatto che la lingua fa tra il palato e le gengive dei denti davanti (ricordate la posizione della lingua nella nostra R), quasi accarezzando il palato (in modo a volte fastidioso).

Provate a dire una R, o meglio ancora, esercitatevi con la parola お風呂/おふろ ofuro (bagno). Nel farlo invece di pronunciare la R all’italiano provate a far fare lo scatto in questione alla lingua (provate in una direzione o nell’altra, come vi viene meglio… a me dà fastidio il movimento in avanti e preferisco “mangiarmi” la R muovendo la lingua all’indietro).

Il risultato sarà una cosa a metà tra R e L (specie se muovete la lingua in avanti dal palato ai denti) e sicuramente una buona approssimazione della R giapponese. Per la verità a volte al nostro orecchio suonerà a metà strada tra R, L e D (in particolare se preceduta da N), come avviene in parole come enryo, benri… Per ora ascoltiamo alcuni esempi, ma non danniamoci l’anima.

venerdì, aprile 07, 2017

La scomparsa della catacresi

Fonte julioroberts
Mentre gli anglofoni usano molto la catacresi noi stiamo privando la nostra bella lingua di questo stupendo strumento creativo e logopoietico.

Catacresi è quel processo per cui si ricorre all'uso estensivo di un termine già esistente nella lingua per designare oggetti o nozioni per cui non esiste ancora un vocabolo specifico.
Così nei tempi passati hanno avuto origine il collo della bottiglia, le gambe del tavolo, il letto del fiume, la cresta e la catena delle montagne: estensioni dell'uso di parole che originariamente designavano solo parti di individui e non di bottiglie, tavoli, fiumi, montagna.



Mentre nei tempi moderni preferiamo prendere in prestito mouse e hardware dall'inglese invece di usare creativamente e logopoieticamente la catacresi ed estendere l'uso di topo e ferramenta, come invece hanno fatto i nostri cugini Spagnoli... anche se qualcuno potrebbe obiettare che quello sarebbe stato un calco linguistico e non una catacresi, visto che proviene dall'esterno.

mercoledì, giugno 01, 2016

I pregiudizi di Beppe Severgnini e alcuni concetti della teoria della comunicazione

"Che effetto vi fanno le parole evidenziate, viste nell'occhiello di un articolo del Corriere?" scrive Licia Corbolante in Donne in marina, tra implicito e stereotipi

Vi consiglio la lettura dell'interessante articolo di Licia Corbolante che, a partire dai pregiudizi di Beppe Severgnini, uno dei giornalisti più antipaticamente narcisisti che io conosca, spiega alcuni concetti della filosofia del linguaggio e delle teorie della comunicazione.

giovedì, febbraio 25, 2016

Pillole di una vita da emigrante

Cerchietto d'argento infilzato nella parte alta dell'orecchio destro e forse un po' più giovane di me, la Oberdottoressa si è presentata con un atteggiamento e un modo di comunicare piuttosto ruvido e distanziato.
- Eccone un'altra - ho pensato. - Ma almeno, rispetto al giovane dottore di un mese e mezzo fa, lei mostra precisione e competenza.

Poi quando le ho detto che avrei preferito parlare in inglese il suo atteggiamento è cambiato ed è diventata più gentile. Sempre distanziata ma un po' più gentile.
Ho avuto l'impressione che in quel momento il pensiero della Oberdottoressa mi abbia inconsciamente promosso da immigrato di serie B a immigrato di serie B+.
Magari mi sbaglio. Potrebbe anche essere che la mia percezione delle due lingue sia diversa e/o che la Oberdottoressa si sentisse un po' più in difficoltà a parlare una lingua non sua.

lunedì, febbraio 08, 2016

Configlio invece di stepchild? Perchè no?

Rilancio la proposta di Francesco Sabatini rilanciata e ampliata da Licia Corbolante in Da stepchild a configlio.
Ho trovato molto efficace la proposta del linguista Francesco Sabatini di sostituire l’anglicismo stepchild con il neologismo configlioSintetizzo le sue riflessioni, che potete ascoltare nella registrazione del programma UnoMattina (da 1:46 in poi). 
Nel dibattito sulle unioni diverse dal matrimonio, il concetto “bambino che entra a far parte di una coppia, figlio di uno solo degli elementi della coppia, sia essa etero od omosessuale” avrebbe già un nome, figliastro, ma non è adatto perché ha connotazioni negative conferite dal suffisso –astro
Sabatini sottolinea che dobbiamo preoccuparci dell’effetto che producono le parole in uso e specialmente in questo caso è evidente una nuova sensibilità che richiede una nuova parola. Chi crede di aver trovato in stepchild un termine non offensivo in realtà non ha risolto nulla perché è una parola oscura e difficile da pronunciare.
Il neologismo configlio
Il linguista propone il neologismo configliouna parola chiara e “affettivamente calda” perché formata con il prefisso con- che indica inclusione, partecipazione e quindi anche accoglienza, e che richiama una famiglia di parole che comprende coniuge, compagno, convivente, comparecomare… Sul modello di configlio si possono poi formare compadre ecommadre, in sostituzione di patrigno matrigna, altre parole connotate negativamente. 
Aggiungo anche che la neoformazione configlio ci ricorda che l’italiano dispone di meccanismi di formazione di neologismi molto efficaci, purtroppo spesso ignorati dai paladini dell’itanglese.
Sabatini conclude ricordando che inizialmente i neologismi possono scuotere e non piacere, ma con l’uso vengono accettati da tutti i parlanti, e quindi suggerisce di provare a usare configlio in sostituzione di stepchild. Apprezzo e diffondo l’invito, augurandomi che anche politici e media lo accolgano. 

martedì, novembre 17, 2015

Lingue e cortesia

Ho preso questa immagine da Lingue, funzione fatica e cortesia. Rappresenta il livello di cortesia e di informazioni ricevute implicitamente o esplicitamente a seconda delle varie lingue.

In Twitter a cuor leggero ho detto a Licia Corbolante che i dati del grafico coincidono abbastanza con l’esperienza che mi sono fatta con alcune di quelle culture. Ero curioso anche di sapere se il cinese fosse vicino al giapponese e dove si collocasse lo spagnolo peninsulare. Licia Corbolante mi ha risposto che il cinese tende ad essere posizionato tra arabo e giapponese e lo spagnolo “europeo” tra italiano e spagnolo dell’America latina.

Trovo che lo schema sia molto interessante. Sia per la classificazione del livello di cortesia, ma forse, ancor di più, per classificazione del fatto che in alcune culture, come anche in italiano, ma molto meno in tedesco, si fa uso di informazioni implicite che, chi comunica dà per scontato che sarà l’interlocutore a comprenderle.

martedì, giugno 02, 2015

Incomunicabilità

Nella mia esperienza di emigrante ho incontrato molte persone che, non avendo mai vissuto l'esperienza di dover dialogare in un'altra lingua, non si rendono conto neppure della difficoltà rappresentate dall'apprendimento in età adulta della "punta dell'iceberg" e non capiscono perché usi espressioni inconsuete, strane, a volte scorrette, a volte eccessivamente corrette. Non si rendono conto che quello che si esprime è una semplificazione dei propri pensieri plasmata su un vocabolario ridotto e approssimativo. Non capiscono che parlare la loro lingua, per proseguire la metafora del gelo, è come camminare sul ghiaccio sottile.
Queste considerazioni che discutevo ieri con Zucchero sono riaffiorate oggi durante la lettura dell'articolo di Licia Corbolante: Iceberg della cultura.
E la considerazione aggiuntiva odierna è stata: se tali persone non si rendono conto delle differenze delle punte dei nostri rispettivi iceberg potranno mai rendersi conto delle differenze sommerse?
Riporto una citazione dall'articolo di Licia Corbolante.

"La punta dell’iceberg rappresenta gli aspetti visibili e più superficiali di una cultura. Hanno regole palesi, codificate e non ambigue: sono ad esempio lingua e leggi.
Tutti questi aspetti sono però manifestazioni esterne di aspetti nascosti della cultura, che costituiscono la parte principale e invisibile dell’iceberg.
Sotto la superficie troviamo aspetti meno oggettivi che possono creare incomprensioni nella comunicazione interculturale. Hanno regole inespresse di cui siamo consci solo quando vengono infrante, come ad es. le tradizioni, la percezione del tempo, la variabilità nell'uso dei saluti, la cortesia, l’uso dei registri e altri aspetti sociolinguistici."

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domenica, marzo 08, 2015

Come è stato scelto il genere dei nomi tedeschi?

La condivisione di questa foto da parte di Fabio Ronci mi ha ispirato alcune considerazioni grammaticali/probabilistiche sul genere dei nomi tedeschi.
Commentando la simpatica immagine dicevo a Fabio che, volendo essere pignoli e dando per buoni questi dati: maschile 47%, femminile 40%, neutro 13% , per avvicinarsi un po' di più alla realtà delle percentuali del genere dei nomi tedeschi si sarebbero dovute assegnare tre delle facce dei dadi al der (50%), due al die (33% approssimando) e una al das (17%).
Poi ho pensato che ancor meglio sarebbe stato passare dal cubo del dado a sei facce all'ottaedro del dado a otto facce. Assegnando quattro facce al der (50%), tre al die (37,5%) e una al das (12,5%). E la domanda successiva non poteva che essere: con i tipi di dadi generalmente in uso qual è il numero di facce che meglio approssima quelle percentuali?
Sicuramente ci sarà un modo matematicamente rigoroso per affrontare il problema. Se qualcuno dovesse conoscerlo si faccia pure avanti. Io, pigramente, l'ho affrontato in modo euristico.
Uno potrebbe pensare che aumentando il numero di facce l'approssimazione migliori uniformemente. La tendenza dovrebbe essere quella ma, se passiamo dall'ottaedro del dado a otto facce al trapezoedro pentagonale del dado a dieci facce otteniamo un'approssimazione di: cinque facce al der (50%), quattro al die (40%) e una al das (10%). E questa approssimazione è migliore di quella del dado a otto facce? Forse dovremmo definire una metrica per decidere come si misura un'approssimazione. Un modo semplice potrebbe essere quello di considerare la somma delle differenze dalle percentuali precise. In questo modo zero sarebbe la misura dell'approssimazione migliore e, con il crescere della misura, peggiorerebbe l'approssimazione. Con questa misura, per l'ottaedro otterremmo 6 e anche per il dado a dieci facce otteniamo 6. Mentre per il dado tradizionale avevamo 14.
E se proviamo con il dodecaedro del dado a 12 facce otteniamo: sei facce (50%) al der, 4 (33%) al die e 2 (17%) al das. E cioè 14. La stessa approssimazione delle sei facce ma nettamente peggiore rispetto alle otto e alle dieci facce.
Certo se poi ci spingiamo verso le varianti più rare fino ad arrivare allo zocchihedron del dado a cento facce, in quel caso riusciamo a ottenere un'approssimazione perfetta con 47 facce al der, 40 al die e 13 al das.

giovedì, febbraio 26, 2015

L'ospedale di Frosinone e i delitti della Rue Morgue: #dilloinitaliano

Ho provato a interpretare la logica dietro il ragionamento che ha spinto qualcuno (un dirigente dell'ospedale di Frosinone?) a scrivere "Morgue", parola che suppongo sia totalmente incomprensibile per una grande maggioranza di Italiani, invece di obitorio/camera mortuaria.
Il termine è evidentemente rivolto a un pubblico italiano, visto che tutto il resto è scritto in italiano. Propongo allora alcune interpretazioni.

1. Addolcire un termine considerato negativo. Come quando di dice scomparso invece di morto e non-vedente invece di cieco. Ma allora perché non scegliere il più comprensibile "Mortuary"? Perché quella parola avrebbe evocato troppo la parola tabù? Ma se metto "Morgue" poi la conseguenza non è che decine di persone, non proprio in vena di goliardate, debbano andare in giro a chiedere informazioni per raggiungere la camera mortuaria?
2. È il complotto ordito dalla lobby delle pompe funebri per rendere il termine incomprensibile e aumentare i guadagni.
3. Il suddetto dirigente è un appassionato di Edgar Allan Poe ed è iscritto al club dei rilettori de I delitti della Rue Morgue.

Voi che ne dite?
#dilloinitaliano

martedì, ottobre 21, 2014

Proposte per nuova punteggiatura

A dire il vero, qualche volta l'esigenza della virgola interrogativa l'ho avuta. E forse pure del punto ironizzante. Altrimenti uno è costretto a usare sempre le emoticone che, in alcuni contesti, non sono molto appropriate. Che ne dite?

L'esistenza di segni di punteggiatura che ignoravo l'ho scoperta leggendo l'interessante articolo "La mia Giornata proGrammatica", in cui Licia Corbolante racconta la sua esperienza di esperta linguistica e "testimone di buona lingua" presso l’IIS Paolo Frisi di Milano. Ecco il passo:

"Ho poi mostrato alcuni simboli di interpunzione aggiuntivi nati negli Stati Uniti per gestire alcuni aspetti della funzione emotivo-intonativa che non sono esprimibili con la  punteggiatura standard (esempi). Hanno però avuto poco successo, anche perché non sono riproducibili molto facilmente. Discutendo l’eventuale utilità e potenziali nomi italiani, i ragazzi hanno giustamente fatto notare che è poco probabile che si possano affermare, specialmente ora che abbiamo a disposizione emoticon ed emoji."

Qui c'è pure una "Brief History of Typographic Snark and the Failed Crusade for an Irony Mark".