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martedì, marzo 05, 2019

Il nome della rosa: libro e serie televisiva

Oggi ho letto dei commenti sulla serie televisiva basata sul romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco. Alcuni dei commenti erano negativi. Purtroppo io non ho ancora avuto modo di vedere la prima puntata. Poi ho notato una discussione che partiva dall'osservazione "È noiosissimo anche il libro. Solo che non si può dire" e chi afferma che sia una lettura avvincente lo fa per darsi arie da intellettuale. Allora ho riportato la mia prospettiva, non di adesso, ma di me quindicenne.

Concordo che sono gusti molto personali. E io posso solo riportare la mia esperienza. Cominciai a leggere il nome della rosa a 15 anni, quando frequentavo l’istituto professionale di stato per l’industria e l’artigianato, perché me ne aveva parlato il professore di religione: uno studente di teologia comunista dotato di una cultura sconfinata: per me, a quei tempi, un mito. Non ero per niente abituato alle letture. La mia esperienza, aldilà delle letture imposte a scuola, era composta da “Viaggio al centro della terra” e “Ventimila leghe sotto i mari”. Non conoscevo né latino né greco. Eppure, fin dalle prime pagine quel libro mi catturò. Lo lessi d’un fiato e lo rilessi poco dopo. Accese la mia passione per la lettura. Cominciai a comprare tutto ciò che Eco aveva pubblicato e a leggere tutto quello che lui citava. Così scopri anche Calvino e Borges e mi misi a studiare il latino da solo. A posteriori posso dire che la lettura di quel libro ha cambiato la mia vita. In meglio.

lunedì, marzo 27, 2017

I miei anni universitari, Assalti Frontali e gli sviluppi costruttivi

Verso la fine degli anni universitari ho abitato a Centocelle e, occasionalmente, frequentavo il CSOA Forte Prenestino. Eravamo agli albori del rap italiano e gli Onda Rossa Posse li ascoltai lì dal vivo per la prima volta. Li seguii per un po' anche dopo la loro trasformazione in Assalti Frontali. Poi, soprattutto dopo il trasloco oltralpe, li ho persi di vista.

Mi ha fatto piacere ritrovarli oggi durante l'ascolto della puntata del 12/02/2017 de LA LINGUA BATTE. Intorno al minuto 20 la puntata contiene una breve intervista a Luca Mascini, alias Militant A. Ho constatato con piacere che il gruppo ha avuto quello che mi è sembrato essere uno sviluppo verso un approccio alla protesta più costruttivo che distruttivo.
In particolare mi è piaciuto il messaggio della canzone Il quartiere è cambiato.
Bella anche Il lago che combatte. Canzone grazie alla quale la vicenda del Lago Ex SNIA è stata fatta conoscere alla città.

venerdì, giugno 10, 2016

L'habanero di 9 anni

Pensavo che l'habanero di 9 anni avesse tirato le cuoia. Da qualche hanno, viste le nostre frequesnti assenze, sto usando i vasi con il serbatoio. Di recente dal vaso dell'habanero proveniva uno strano odore e la pianta non assorbiva più l'acqua. Ho deciso quindi di smontare il vaso e ho trovato una fitta rete di radici che, dopo aver invaso il serbatoio d'acqua, stavano marcendo. Allora ho eliminato quelle radici e ho rinnovato un po' la terra. Dopo qualche giorno tutte le foglie del peperoncino si sono seccate. Pur dandolo per spacciato ho tentato una cura chirurgica in extremis: potatura drastica. E ora pare che il 9-enne si stia riprendendo.
Il ficus, invece, di anni ne avrà almeno 16. E, vista la sua maturità sessuale, di recente ha anche dato alla luce un fiscusino.

martedì, maggio 24, 2016

Nuove opinioni sui vaccini

Oltre alla bestialità a livello medico-scientifico (riportata qui) penso che questo sia un esempio di che cosa significhi perdere la memoria storica e non.


Ai tempi di mio nonno i vaccini non si facevano. E lui, insieme ai suoi coetanei, con la terra non solo ci giocava ma la lavorava pure. Eppure a quei tempi i bambini morivano come mosche inclusi un fratello e una sorella di mio nonno. Ma forse…
… le scie chimiche c'erano già da allora: le portavano i marziani e non lo sapevamo.


https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2052370251654814&id=2045450802346759&substory_index=0

lunedì, marzo 28, 2016

Umberto Eco e la mia formazione

Con Umberto Eco se n'è andato un altro mito della mia adolescenza. E con la mia proverbiale prontezza mediatica mi trovo a parlarne a più di un mese di distanza.

Di solito quando muore qualche personaggio illustre mi astengo sia dal glorificarlo sui social media sia dal rompere le palle e chi invece glorifica. Ma per Eco, ho apprezzato anche la glorificazione social mediatica perché mi ha fatto (ri)scoprire varie perle come questa Bustina di Minerva che è una deliziosa sintesi di ironia, leggerezza e profondità. Sarebbe un perfetto epitaffio per Eco.
E poi, contano anche le emozioni. E la morte di Eco ha coinvolto abbastanza le mie emozioni.

Eco è stato sicuramente l'intellettuale che più ha influito sulla mia formazione. Pur non avendolo mai incontrato fisicamente a lui devo la passione per la lettura, il periodo di passione per le lingue antiche, la scoperta di Borges, e furono i suoi testi a innescare molti salutari dubbi su varie certezze che avevo.
La lettura de "Il nome della rosa" mi folgorò e divenni un accanito lettore di Bustine di Minerva e di tutto ciò che il professore pubblicasse. Ogni volta che mia madre si trovava a spostarsi verso la capitale le lasciavo una lista di saggi da comprare e per l'esame di maturità portai una tesina su "Il nome della rosa".
Quando uscì "Il pendolo di Foucault" mi precipitai a comprarlo con la stessa foga con cui i patiti di Apple rincorrono l'uscita di un nuovo modello della casa di Cupertino. Nel gioco dei contrari mi verrebbe da paragonare quella sensazione a quella speculare provata alla morte di Sergio Leone: ora non potrò più vedere un suo nuovo film. Invece con Eco ho almeno la consolazione di non aver ancora letto diversi suoi libri: sia saggi sia romanzi. E penso che li leggerò con lentezza. Distanziandoli sapientemente in modo da ottenere un prolungamento personalizzato della vita di Eco.

E poi Eco mi stava simpatico pure perché aveva ricevuto la sua prima formazione musicale attraverso l'apprendimento di uno strumento a fiato in una banda.

Per concludere lascio la pagina con tutte le sue Bustine di Minerva e un "duetto fenomenale sul conformismo" tra Umberto Eco e Paolo Poli (RIP entrambi) del 1970 trasmessa dalla Rai solo sei anni dopo perché era stata ritenuta inopportuna.

martedì, marzo 15, 2016

venerdì, maggio 24, 2013

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio ....

... dei primi fanti il...
L'amico Roberto, citando stamane i versi di quella canzone, mi ha ricordato di un episodio di trent'anni fa circa. Andammo a suonare con la banda del paese in un piccolo paesino di montagna come ce ne sono tanti nella provincia di Rieti. La proloco locale era piena di cavalieri di Vittorio Veneto. Per cui passammo la giornata a deliziarci in un interminabile numero di repliche del La canzone del Piave per la grande gioia dei cari vecchietti.
Per i giovani che volessero ascoltare per la prima volta la canzone patriottica.

giovedì, maggio 16, 2013

Panda rottamata e navigante

Ieri ho ricevuto notizia che la Panda della mia adolescenza, la prima macchina che ho guidato, è stata rottamata. Dopo 33 anni di gloriosa e ininterrotta carriera. E senza neppure scattarle una foto.
Così stasera per commemorarla sono tornato dal Navigante.

 Insalata di granchio su misticanza Cappesanta flambé al cognac
Maccheroncini al ferretto con branzino e pistacchio

Frittura croccante di verdura e gamberi in pastella

Semifreddo alle nocciole

Tutto buono. Però devo dire che il polpo della volta scorsa mi aveva lasciato molto più soddisfatto.

domenica, gennaio 27, 2013

Giorno della Memoria: Sami Modiano

Prima di ascoltarlo raccontare la sua storia a Fahrenheit non lo avevo mai sentito neppure nominare.
Per chi volesse riascoltarla ecco la puntata in cui Sami Modiano racconta la sua storia.
Unico superstite della comunità ebraica di Rodi aveva tredici anni quando fu deportato ad Auschwitz. Non ne aveva mai voluto parlare fino al 2000. Ma poi è riuscito a trovare un senso a tutta quella sofferenza e alla domanda che tutti i sopravvissuti si pongono (perché proprio io?) attraverso il fatto di poter tramandare la sua storia alle giovani generazioni. E da allora quella è la sua principale attività.
Ho trovato anche una sua intervista su youtube.

sabato, gennaio 19, 2013

Sant'Antonio a lu desertu: memorie d'altri tempi

Due giorni fa era la festa di Sant' Antonio abate e probabilmente domani al mio paese si celebrerà la festa con tanto di processione con statua. In passato c'era anche la benedizione degli animali. Non so se la tradizione sopravvive. Pensavo che essa potesse far risalire a riti pagani ma wikipedia invece dice:

"La tradizione di benedire gli animali (in particolare i maiali) non è legata direttamente a sant'Antonio: nasce nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all'ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di sant'Antonio."

Ad ogni modo la paganità ci rientra comunque: "...a causa del legame di tale festività con ancestrali ricorrenze pagane legate alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra in concomitanza con i cicli astronomici che, fin dalla notte dei tempi, hanno influenzato il calendario delle pratiche agricole."

Comunque, quello che volevo dire è che, vista la ricorrenza, stamane ho condiviso come proverbio del giorno un detto del mio paese:

"Sand'Andoniu c'a barba bianca o neve o fanga"

Al che Nino Ponzio mi ha risposto con

"Sant'Antone / patele da demone. (patele = botte)"

E questa parola, "demone", mi ha risvegliato vecchie memorie in cui dodicenne, ad una riunione dei giovani dell'Azione Cattolica (ebbene sì, ho anche questo passato adolescenziale) a cui ci aveva portato il parroco, ascoltai la canzone sottostante per la prima volta, ripulita ovviamente dalle strofe più ardite. (Anche se sarebbe stato un bell'esperimento concluderla con la strofa conclusiva originale.)  Di quella riunione mi ricordo anche la cotta (la prima forse) per una ragazzina.
Oltre la canzone ho anche un ricordo relativo al santo ancora più datato. È quello di un'enorme testa di Sant'Antonio disposta sull'armadio delle tonache della sagrestia del mio paese. Avevo probabilmente meno di tre anni e la visione di quella gigantesca testa con espressione severa, cappuccio e lunga barba bianca mi terrorizzava.


Sant'Antonio là lu desertu se ne stava senza moje,
Satanasso pe' dispettu je risveja certe voje.
Sant'Antonio no je 'mporta,
se lu cciacca su la porta
Viva viva Sant'Antoniu lu nemicu de lu demoniu. 

Probabilmente la canzone deve essere nata nel contesto della tradizione di Vasto.

Ah, quasi dimenticavo! Il giorno della festa di Sant'Antonio era tra i più rispettati tra i contadini e non si doveva lavorare per alcun motivo. Circolavano decine di storie di sciagurati che, avendo sfrontatamente e sventuratamente ignorato il divieto, erano stati giustamente puniti dal santo con incidenti tra i più cruenti.

mercoledì, ottobre 17, 2012

Quando il bambino era bambino



«Quando il bambino era bambino,                            Als das Kind Kind war,
se ne andava a braccia appese.                                 ging es mit hängenden Armen,
Voleva che il ruscello fosse un fiume,                      wollte der Bach sei ein Fluß,
il fiume un torrente,                                                  der Fluß sei ein Strom,
e questa pozza il mare.                                              und diese Pfütze das Meer.

Quando il bambino era bambino,                              Als das Kind Kind war,
non sapeva d’essere un bambino.                             wußte es nicht, daß es Kind war, 
Per lui tutto aveva un’anima,                                    alles war ihm beseelt,
e tutte le anime erano tutt’uno.                                 und alle Seelen waren eins.

Quando il bambino era bambino,                              ......


su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male?
E gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
il cavolfiore bollito,
ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
si risvegliò una volta in un letto estraneo,
ed ora gli accade sempre,
gli apparivano belli molti uomini,
e adesso soltanto in rari casi,
si rappresentava nitidamente un paradiso,
e adesso lo può al massimo intuire,
non riusciva ad immaginare il nulla,
ed oggi rabbrividisce al suo pensiero.

Quando il bambino era bambino
giocava con entusiasmo
e adesso è così preso dalla cosa come allora
solo se questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così. 

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano,
come solo le bacche sanno cadere.
Ed è ancora così.
Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così.
Ad ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,
e in ogni città sentiva nostalgia di una città ancora più grande.
E questo, è ancora così.
Sulla cima di un albero,
prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo,
e continua ad averne.
Aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.»

(P. HANDKE, Lied Vom Kindsein)

giovedì, agosto 23, 2012

Escursione sui Monti Lucretili

Stamane siamo partiti alle 8:30. (Lo so, saremmo dovuti partire prima. Me l'ha detto pure l'amico pastore organettista che abbiamo incontrato riscendendo. Ma la vacanza è vacanza.) L'obiettivo era Cima Coppi (1211 m). Ma strada facendo la mia memoria ha fallito (considerate che saranno 15 anni che non frequento questi boschi) e abbiamo mancato l'obiettivo proseguendo, proseguendo, proseguendo. Man mano che proseguivamo mi tornavano in mente i luoghi e le storie, ma mi mancavano i nomi dei luoghi. Fortunatamente l'amico pastore ha poi fornito una stampella ai miei recalcitranti neuroni. Mi son così ricordato dell'"Ara du puzzu" e della storia del commercio di ghiaccio da neve che veniva ammassato dentro le fosse nel periodo invernale e trasportato, presumibilmente poco prima del disgelo, verso Roma dove veniva probabilmente conservato in grotte di ville nobiliari ed utilizzato per i sollazzi dei signori. Mi sono anche ricordato delle fenditure carsiche (che non ho ritrovato) e dei lagustelli di Percile. E mi sono ricordato anche de "u Ripar' 'ell'aquila" con il suo panorama spettacolare reso spesso più interessante dal volteggiare di un'aquila. Purtroppo di aquile non ne abbiamo avvistate. Mi sono chiesto se fosse a causa del caldo, o per coincidenza. Oppure se fosse a causa dei miei ricordi fallaci che mi facevano riaffiorare gli avvistamenti frequenti del passato. Poi l'amico mi ha anche ricordato il nome della valle del fontanile al centro del prato punteggiato come sempre da vacche maremmane. Era forse valle sambucu? Un altro amico mi ha detto che "u Ripar' 'ell'aquila" è in realtà un nome moderno. Il vero nome di quel punto panoramico è "a sforcatura d'i piani"
Alla fine siamo arrivati alle pendici del Monte Pellecchia. A quaranta minuti dalla vetta. Ma si era fatto un po' tardi e abbiamo desistito.
Al ritorno poi mi sono pure ricordato che il nostro obiettivo, la Cima Coppi, era quella alla sinistra de u Ripar' 'ell'aquila. Ci siamo così avventurati nella scalatina raggiungendo la cima più bassa.
Complessivamente ci siamo fatti 11 km in poco più di tre ore. Giunti a casa, per non deludere la genitrice, ci siamo visti costretti a consumare un piatto di fettuccine fatte in casa con asparagi selvatici e "spinaróli" (un ottimo fungo locale), porchetta e fichi di mio padre. Eh sì, è stata dura. Per fortuna il 9 settembre rivalicheremo le Alpi verso nord.

lunedì, luglio 30, 2012

Dinamiche trombonistiche

La discussione di oggi con Juhan mi ha riportato alla memoria un episodio di una prova bandistica di molti anni fa. Avevo 13 anni e l'anziano maestro ci stava facendo provare il nuovo pezzo. Era una prova a sezioni separate. E noi eravamo solo tromboni e flicorni. Sapevamo che quel maestro era molto sensibile alle dinamiche e ci diceva sempre di suonare più piano. Quel giorno però il maestro ci sorprese.
- Forte! - ci diceva.
E a noi non parse vero. Aumentammo il volume.
- Forte!! - continuava lui con più impeto.
E noi ancora più contenti demmo libero sfogo al fiato.
- Forte!!! - ripeteva lui fuori di sé.
E noi giù! Vicino ai limiti della sopportabilità umana. Fino a quando...

Fortunatamente qualcuno si accorse dell'equivoco. Quello che l'anziano maestro si stava in realtà sgolando a dirci era: "corte!".

domenica, aprile 22, 2012

Buon compleanno Demetrio

Oggi Demetrio Stratos avrebbe compiuto 67 anni. Per l'occasione ripropongo un mio vecchio post: Demetrio Stratos e Area.

"Morì prematuramente al Memorial Hospital di New York all'età di 34 anni affetto da una leucemia dirompente (altre fonti parlano di anemia aplastica) il 13 giugno 1979, il giorno precedente al grande concerto di Milano che era stato promosso per raccogliere fondi da utilizzare nella costosa degenza."

A quei tempi purtroppo non esistevano ancora le cure mediche che 26 anni dopo hanno consentito a me di sopravvivere. Peccato.

sabato, febbraio 12, 2011

Gastronomia, presenze, concerti e Artikel

La foto di sinistra è una chiara evidenza della presenza dei miei in casa nostra. Purtroppo nella foto mancano dei pezzi gastronomici: la caciotta di bufala al peperoncino, il pecorino sabino e i fori di zucchina che nel tardo pomeriggio verranno riempiti e fritti per lo spuntino tra la prova pre-concerto e l'ultimo concerto della mia stagione orchestrale nella Stadthalle di Heidelberg.

Nel frattempo ho finalmente ricevuto una copia cartacea della rivista contenente il mio primo (e probabimente ultimo) articolo in tedesco: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo“ oder: … die Opfer dieser Welt. La copia è del 2010. Ormai avevo perso ogni speranza di riceverla.

giovedì, gennaio 27, 2011

I sanpietrini della memoria

Dedicato a Michel', Mally, Ruth, Martin, Klaus e Berthel, che un tempo vivevano in una casa della Bergstraße all'inizio del percorso delle mie camminate.
È solo da qualche settimana che mi sono accorto che lungo il percorso delle mie camminate e delle mie corse ci sono sei  sanpietrini della memoria.

Ho pensato di parlarne oggi visto che è il giorno della memoria.
Non amo molto la retorica. Soprattutto in questi casi. E condivido l'idea secondo cui troppa retorica potrebbe trasformare questa giornata in una noiosa, sterile ed inutile celebrazione. Spero quindi di non contribuire, per quanto in modo estremamente modesto, ad accrescere questa retorica.

Un paio di settimane fa ho completato la lettura de I sommersi e i salvati, l'ultimo libro di Primo Levi, che è una sorta di completamento saggistico del suo percorso narrativo iniziato con Se questo è un uomo e proseguito con la La tregua.
Ecco, penso che questa trilogia dovrebbe entrare a far parte del bagaglio culturale dell'umanità intera.

I sanpietrini della memoria, detti anche "Pietre d'inciampo" (o Stolpersteine in tedesco), sono state ideate dall'artista berlinese Gunter Demnig. A qualcuno di voi è capitato di vederne in giro?

sabato, ottobre 16, 2010

L'abete della mia infanzia

Dopo il requiem per Banano dello scorso anno ora tocca ad Abete. (Anno di ecatombi botaniche questo 2010!)

Mi è giunta notizia che Abete è rimasto vittima dei lavori di rifacimento del piazzale condominiale della casa dei miei nonni. Lo avrebbero tagliato in quanto le radici "avrebbero potuto danneggiare le fognature".
Fu il maresciallo della guardia forestale a regalare quell'abete a mio padre quando io avevo intorno ai tre anni. Lo tenevamo in vaso sul balcone e nel periodo natalizio lo spostavamo in casa e lo addobbavamo. Poi in una primavera della mia preadolescenza venne trapiantato nel piazzale della casa dei miei nonni. Mi piaceva credere che avessimo la stessa età. Mi piaceva osservane la crescita. Ed ero abbastanza certo che sarebbe vissuto molto più a lungo di me.
Maledetti assassini di abeti!

giovedì, aprile 15, 2010

Il mio primo (e probabimente ultimo) articolo in tedesco: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo“ oder: … die Opfer dieser Welt

Da tempo compro più o meno regolarmente l'OBDACH-Blätt'l: la "Zeitung" ("rivista") dei senzatetto di Heidelberg. Il mio rivenditore di fiducia è un "ragazzo", forse mio coetaneo, attivo presso la panchina del mercato del mio quartiere. Una copia costa 1,70 € e 1 € per copia rimane al rivenditore. I rivenditori sono persone che cercano di uscire da situazioni di disagio sociale. E l'editore è l'organizzazione-cooperativa OBDACH e.V., attiva appunto nel supporto agli abitanti dei ghetti metropolitani.

Leggendo le storie raccontate sul Blätt'l mi è venuta l'idea di tradurre questo post e mandarglielo. Per la traduzione sono state necessarie alcune ore di lavoro insieme alla nostra amica/insegnante/interprete, ma è stato divertente. In particolare mi ha divertito la traduzione delle frasi in romanesco.

L'articolo uscirà con il prossimo numero del Blätt'l. Qui c'è la bozza che mi hanno mandato: pagina 1, pagina 2.
L'unica perplessità è che per motivi di spazio mi hanno rimosso le note che secondo me erano necessarie per il lettore tedesco medio. Mi piacerebbe sapere il parere del mio germanista di fiducia (Fabio R.).
Ecco le note:

1) Aus einem Lied des italienischen Sängers Fabrizio De André: „Sind sie auch keine Leuchten, so sind sie doch Kinder, Opfer dieser Welt“ (http://de.wikipedia.org/wiki/Fabrizio_De_Andr%C3%A9)
2) Ein altes italienisches Kartenspiel (eine Variante von Tressette: http://en.wikipedia.org/wiki/Tressette)
3) Der Dialekt aus Rom wurde versucht, durch einen Dialekt aus der Gegend von Frankfurt wiederzugeben
4) Gangsterfilmparodie aus dem Jahr 1973 mit Bud Spencer und Giuliano Gemma in den Hauptrollen (http://de.wikipedia.org/wiki/Auch_die_Engel_essen_Bohnen)
5) Lied aus der faschistischen Ära mit dem Titel „Faccetta Nera“ (von http://de.wikipedia.org/wiki/Faccetta_Nera: Faccetta Nera (italienisch für "schwarzes Gesichtchen") ist der Titel eines anlässlich des Italienisch-Äthiopischen Krieges 1935 von Giuseppe Micheli geschaffenen Marschliedes der italienischen Truppen bzw. der faschistischen Milizionäre.)
6) Bekannter italienischer Schriftsteller (http://de.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Silone)
7) Marxistischer italienischer Politiker, Mitbegründer der neuen Kommunistischen Partei Italiens (http://de.wikipedia.org/wiki/Fausto_Bertinotti)

venerdì, aprile 02, 2010

Campane "legate": ticchettavola e raganella

Oggi è venerdì santo e qui è festivo. Eccezionalmente siamo riusciti a svegliarci dopo le 9.
Durante la colazione a base di muffin zucchereschi abbiamo sentito i rintocchi delle campane. Al che Zucchero mi ha chiesto: ma il venerdì santo le campane non dovrebbero essere "legate"? Effettivamente questo è anche il mio ricordo d'infanzia.
Insieme a quello sono affiorati altri ricordi risalenti alla seconda metà degli anni '70 e collegati a una tradizione arcaica che, come quella dei "carruzzuni", trovò probabilmente nella mia generazione la sua ultima espressione.

La tradizione prevedeva che i bambini scorrazzarssero per le vie del paese dotati di "ticchettavula" e raganella per sostituire il suono delle campane legate.
Per curiosità mi sono messo a ricercare per la rete: per la raganella si trovano molte occorrenze (questa ad esempio); mentre invece per la ticchettavola si trovano poche occorrenze. Il fatto mi ha provocato qualche perplessità e qualche domanda: ma sono così vecchio se i miei ricordi d'infanzia si trovano oramai solo nei musei?
In ogni caso mi sono detto che era necessario colmare questa lacuna della rete e aumentare il numero di occorrenze relative alla ticchettavola. Rimarrà la lacuna in fatto di immagini.
Cerco di rimediare con una breve descrizione: la ticchettavola è composta da una stecca di legno di una trentina di centimetri di lunghezza e 3-5 cm di larghezza dotata di manico alla quale sono legate con dei lacci altre due stecche laterali mobili di uguali dimensioni. Lo strumento si suona scuotendolo in modo che le due stecche laterali vadano a percuotere alternativamente la stecca fissa centrale.

Poi alla fine sono andato anche a controllare su Wikipedía la domanda sul suono delle campane (Le campane il Venerdì Santo) e pare che ci siano tradizioni differenti a seconda dei diversi riti cattolici.
Nel rito romano le campane non suonano in segno di lutto, mentre nel rito ambrosiano le campane suonano fino alle 3 del pomeriggio.

Dati questi fatti si possono fare tre considerazioni:
1. appartengo ad una specie ineluttabilmente in via d'estinzione;
2. sia Zucchero che io siamo cresciuti nella tradizione del rito romano;
3. essendoci qui sia chiese cattoliche che protestanti, da quali provenivano i rintocchi? E che tradizione hanno i protestanti in merito?

Buone feste pasquali a tutti!