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giovedì 17 gennaio 2013

Recensione: "Il conte di Montecristo" di Alexandre Dumas



TitoloIl conte di Montecristo
Titolo originale: Le Comte de Monte-Cristo
Autore: Alexandre Dumas
Traduttore: Lanfranco Binni
Edizione uscita nel: 2011
Editore: Garzanti (collana I grandi libri)
Pagine: 1316
Prezzo: cartaceo 19.50 €, e-book 1.99 €

Ambientato nella Francia della Restaurazione e della monarchia di Luigi Filippo, è la storia di un'ingiustizia subita, riscattata da una vendetta portata alle sue estreme conseguenze. È anche una storia di onnipotenza: Edmond Dantès, vittima innocente dell'invidia dei suoi calunniatori, li distrugge sul loro stesso terreno, li annienta utilizzando gli stessi strumenti grazie ai quali sono diventati ricchi e potenti. Come un eroe senza tempo, riassume nella sua vendetta bene e male, si confronta con i limiti stessi della condizione umana, superandola: la vittoria è giusta ma amara, la vera liberazione è sempre oltre, altrove.
Il mio commento

Venti giorni fa leggere un classico dell'Ottocento di milletrecento pagine mi pareva una follia. Col mio bel carico di stupidi pregiudizi sulle spalle, me l'immaginavo pesante, noioso, prolisso; mi prefiguravo periodi complessi, un linguaggio arcaico, pagine e pagine di inutili farfugliamenti.
Una mattina, però, mi sono svegliato con questo titolo che mi fluttuava nella mente. Un po' per gioco un po' per curiosità, durante un viaggio in treno, ho iniziato a leggerlo, con la convinzione che sicuramente lo avrei abbandonato dopo qualche capitolo o me lo sarei trascinato appresso fino allo sfinimento per mesi. Mentre leggevo le prime pagine, intrigato ma allo stesso tempo impaurito, non immaginavo ancora l'effetto che mi avrebbe fatto, non sapevo ancora che non mi avrebbe lasciato scampo e che di lì a poco mi sarei imbarcato in un viaggio indimenticabile.
Dopo un paio di giorni, usati per prendere confidenza con Dumas e la sua scrittura, le pagine hanno iniziato a volare via, velocemente. Un capitolo tirava l'altro. In famiglia sono iniziati i mangiate pure senza di me, io devo leggere Dumas!. La sera, con gli occhi stanchi ma ancora “infuocati”, pur avendo talmente tanto sonno da intravedere ormai gli scogli dell'Isola di Montecristo anche fuori dalla finestra, niente, proprio non ce la facevo a smettere di leggere. In dieci giorni il viaggio si era già concluso. 

È passata poco più di
 una settimana da quando ho terminato la lettura di questo romanzo. Sono stati giorni particolari, di assestamento, dopo il terremoto emotivo che mi ha provocato. Giorni in cui ho cercato di mettere da parte il forte senso di inadeguatezza, la paura di non riuscire a descrivere nemmeno una minima parte di ciò che mi ha trasmesso. Giorni in cui mi sono pentito d'aver divorato questa meraviglia in poco tempo, ché avrei potuto tenerla lì a farmi compagnia ancora per un po'. Giorni in cui mi sono sentito vuoto, orfano di quelle emozioni, di quella frenesia e di quell'avidità di sapere.
Quando leggo, ora, ricerco quelle sensazioni, faccio paragoni. E rimango, ovviamente, deluso. Perché romanzi come questo - che è una perla rara - ti capitano tra le mani quando meno te l'aspetti, ma hanno la capacità di stravolgerti, segnarti dentro, entrarti nelle vene, e quando li finisci, quando ti lasciano tornare a respirare, ormai si sono portati via una parte di te.

Un viaggio, dicevo, indimenticabile. Tra Marsiglia, l'Isola di Montecristo, Roma e Parigi. E poi attraverso le vite di tanti personaggi, storie nella storia, tutte magistralmente concatenate tra loro.

Il personaggio che rimane più impresso è Edmond Dantès, il protagonista. Chi non conosce a grandi linee la sua storia? Giovane marinaio, gran lavoratore, figlio devoto, innamorato della sua Mercedes. Un ragazzo gentile, genuino, ma anche sfortunato. L’invidia, l’ambizione e la gelosia altrui gli giocano un brutto scherzo, e così si ritrova incarcerato, privato della sua vita onesta, dimenticato dalla giustizia. Gli anni di prigionia sembrano infiniti e lo mettono a dura prova, lo gettano nello sconforto, più volte tenta il suicidio. Poi, il barlume di speranza: un rumore. Sembra che qualcuno stia cercando di scavare un tunnel. Più tardi, una voce. Un uomo, un amico, un padre, destinato a cambiare il corso degli eventi. L’abate Faria, che promette grosse somme di denaro alle guardie in cambio della sua scarcerazione, viene creduto pazzo da tutti, ma in realtà nasconde una grande sapienza e, soprattutto, un gran cuore. È un personaggio assolutamente straordinario, forte, che colpisce e ammalia. Insieme a lui, Edmond pianificherà la fuga e inizierà a pensare alla vendetta nei confronti di coloro che gli hanno rovinato la vita.

Non voglio aggiungere altro riguardo la storia, che è complessa e va gustata parola dopo parola, evento dopo evento. Voglio soffermarmi, però, sull'evoluzione di Dantès. I quattordici anni di reclusione ingiustificata, oltre a cambiare la sua vita, modificano soprattutto la sua indole, la sua anima. L'uomo che riesce a fuggire dalla prigione ha solo il corpo (invecchiato) dell'Edmond che ho conosciuto nella prima parte del romanzo. Il giovane onesto, ingenuo, buono, pian piano, per forza di cose, si lascia morire nel Castello d'If. Verrà "sostituito" dal conte di Montecristo, un uomo completamente differente, capace di stregare chiunque con i suoi modi di fare educati, col fascino e l'ambiguità, col carisma e la stravaganza, l'ironia e anche un po' d'impertinenza. Avvolto da un'aura di mistero, ha un immenso patrimonio, vive nel lusso più sfrenato e gioca a fare l'amico di tutti, elargendo soldi e consigli, ma in realtà ha a cuore solo poche persone, alle quali riserva la più profonda devozione. Le altre non sanno ancora di avere di fronte un abile calcolatore che vuole prendere il posto di dio, della provvidenza, per mettere in atto una spietata vendetta.
Un personaggio immenso, un antieroe intrigante e sconvolgente, magnificamente caratterizzato da Dumas.

Sulla sua strada, Edmond incontra tante persone, buone e cattive, che si fanno amare o odiare, e che prendono forma e vivono anche fuori da carta e inchiostro. Tratteggiate in modo preciso e dettagliato, pian pian diventano familiari. Ho riso e pianto e tanto mi sono incazzato con loro. Non dimenticherò mai Maximilien e Valentine, il loro amore delicato e proibito; il signor Noirtier, muto e paralizzato, e i suoi sguardi; Haydée, la sua bellezza e la sua venerazione nei confronti del conte; Alì, la sua fedeltà e dedizione; Eugenie e il suo spirito libero; Dantès padre e il suo orgoglio. Ma anche Caderousse, Danglars, il conte di Morcerf, Villefort, simboli del viscidume, dell'animo corrotto dall'ambizione a tutti i costi.

Una lettura che è un viaggio indietro nel tempo, tra passeggiate in carrozza, chiacchiere a teatro, sfide a duello e matrimoni combinati, titoli acquisiti o comprati, amori e figli nascosti, avvelenamenti e finte morti, interessante anche dal punto di vista delle usanze e i rituali del tempo (mi vengono in mente, ad esempio, la descrizione del Carnevale romano e quella della mazzolatura in Piazza del Popolo).

Insomma, e cerco di concludere perché se non mi contengo un po' sarei capace di continuare all'infinito, non posso far altro che consigliarvi di leggere questo splendido romanzo. Non lasciatevi impaurire dalla mole, dopo un po' non ci farete già più caso e, anzi, desidererete altre mille pagine pronte dietro l'ultima.
Ho letto diverse critiche nei confronti di questo libro: troppo prolisso, ripetitivo, tanto appassionante quanto mal scritto. Non so, a me non è parso, forse non ci ho fatto caso. Ero talmente abbagliato, talmente preso dalla storia, dalla potenza dei personaggi, dai dialoghi, che non ho manco avuto il tempo di stare a pensare ai suoi difetti. L'ho trovato perfetto, forse nella sua imperfezione.
Buttatevi, regalatevi questo viaggio. Son sicuro che ne rimarrete estasiati. Proprio come me.



Un piccolo consiglio riguardo le edizioni italiane.
Tra il 2010 e il 2011 sono uscite due nuove edizioni (una della Garzanti, quella che ho letto io, e una della Donzelli) con traduzioni nuove che han ripristinato le parti tagliate e censurate nelle traduzioni precedenti. (Per maggiori info sui tagli, leggete questo.) Ovviamente vi consiglio di leggere una di queste o la Feltrinelli del 2012, che utilizza la traduzione Donzelli.

martedì 8 gennaio 2013

Teaser Tuesdays #32



Teaser Tuesdays  è una rubrica ideata dal blog Should Be Reading. Consiste nel prendere il libro che si sta leggendo, aprirlo in una pagina a caso e condividere un passo tratto da quella pagina. Io, però, ho deciso di non seguire la regola della "pagina a caso", ma sceglierò la citazione personalmente (senza fare spoilers, promesso!).

Buon pomeriggio! La lettura di questo capolavoro sta per volgere al termine, ma vi lascio un assaggio tratto dalla parte iniziale, quando ancora non sapevo bene quali emozioni e quante notti un po' insonni mi attendevano al varco...
"Qualche volta - allora si diceva - nei miei lunghi viaggi, quando ero ancora un uomo, e quando quest'uomo libero e vigoroso dava agli altri uomini degli ordini che venivano eseguiti, ho visto il cielo coprirsi, il mare fremere e agitarsi, l'uragano nascere da un punto del cielo e come un'aquila gigantesca battere con le sue ali i due orizzonti; allora sentivo che la mia nave era solo un rifugio impotente, perché, leggero come una piuma nella mano di un gigante, tremava e fremeva. Ben presto, al rumore spaventoso dei flutti, la vista delle rocce taglienti mi annunciava la morte, e la morte mi spaventava; facevo ogni sforzo per sfuggirle, e raccoglievo tutte le forze dell'uomo e tutta l'intelligenza del marinaio per lottare con Dio!... Perché allora ero felice, e tornare alla vita significava tornare alla felicità; ciò accadeva perché non avevo invocato quella morte, non l'avevo scelta, e mi pareva duro il sonno eterno su quel letto di alghe e di rocce; accadeva perché io, che mi credevo una creatura fatta a immagine di Dio, mi rifiutavo di servire, dopo la morte, da pasto per gabbiani e avvoltoi. Ma oggi è diverso: ho perduto tutto ciò che poteva farmi amare la vita; ora la morte mi sorride come sorride la nutrice al bambino nella culla; oggi muoio a modo mio, e mi addormento stanco ed affranto, come mi addormentavo dopo una di quelle sere di disperazione e di rabbia durante le quali avevo contato tremila giri intorno alla mia cella, cioè trentamila passi, più o meno dieci leghe".

[da Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas]

Voi, invece, cosa state leggendo? Se vi va, lasciate il vostro teaser nei commenti! Buone letture!

giovedì 14 giugno 2012

"Fahrenheit 451" di Ray Bradbury (pseudo recensione)




[Io ho letto l'edizione uscita nel 2003 in edicola, con il quotidiano La Repubblica, ma la traduzione è la stessa dell'edizione Mondadori.]

TitoloFahrenheit 451
Titolo originaleFahrenheit 451
Autore: Ray Bradbury
Traduttore: Giorgio Monicelli
Data di uscita: 2003
Editore: Gruppo Editorale l'Espresso (collana La biblioteca di Repubblica - Novecento)
Pagine: 190



TramaIn una indeterminata e supertecnologica civiltà del futuro, un regime totalitario inteso a garantire la "felicità" dei suoi sudditi vieta severamente di detenere e di leggere libri; chiunque ne sia trovato in possesso viene arrestato, e i libri e la sua casa bruciati da Vigili del Fuoco demandati, anziché a spegnere, ad appiccare incendi. Il protagonista Montag, dapprima zelante esecutore, comincia a poco a poco a nutrire dei dubbi sul suo lavoro, anche perché una giovane apparentemente "pazza" incontrata per caso turba profondamente le sue convinzioni.

Il mio commento

Questa non è recensione vera e propria. L'idea iniziale (l'avevo scritto anche qui) era di rinunciare a prescindere, di non scrivere nulla, perché certi libri sono talmente grandi e folgoranti e indispensabili, che si commentano già da soli. Però poi ho pensato a questo spazietto che mi sono ricavato sul web, a tutta la passione che sto cercando di infilarci dentro, e mi sono detto "perché non lasciare qualcosa di scritto, qualche pensiero, qualche sensazione, non tanto per gli altri, ma per me, da rileggere magari in futuro?" Ed eccomi qua. Non fate quindi troppo caso alle frasi sconnesse e senza senso che magari leggerete, è questo Libro che lascia un po' scombussolati.

Tra i buoni propositi che faccio a ogni inizio anno, mi riprometto sempre di recuperare qualche "classico" della letteratura. Un po' per migliorarmi e acculturarmi, ma un po' anche per conoscere libri e scrittori che ci portiamo dietro da tanto, per cercare di capire quali possano essere gli aspetti che fan sì che un libro attraversi così tanti anni, guerre, generazioni, eventi, e comunque riesca a uscirne indenne. Eppure finisco sempre per rimandarne la lettura.

Me ne rendo conto, ho dei pregiudizi nei loro confronti. Forse ciò è dovuto un po' anche alla scuola, o meglio, ad alcuni docenti poco appassionati, che invece di prepararti, accompagnarti, seguirti nella lettura di questi libri, fanno l'esatto opposto: con le loro noiose lezioni preimpostate, un po' ti inculcano l'idea che siano delle robe enormi, pesanti, difficili, e quindi poco accessibili, per non parlare di quelle "letture obbligatorie" estive, che già solo perché sono imposte, sai perfettamente che ti ammorberanno e sfiniranno. Poi, però, cresci e ti capitano tra le mani libri di una tale potenza, di una tale bellezza, che subito ti vien da pensare, "ma quanto sono stato cretino all'epoca a non...?".
Ecco. Mi era capitato anni fa con Bulgakov e il suo monumentale Il Maestro e Margherita (tra l'altro, anche lì c'era un libro bruciato... sarà un caso?!). E ora con questo Fahrenheit 451, che -sarà brutto dirlo ma- ho deciso finalmente di leggere solo quando ho sentito della morte del suo autore.

Bradbury immagina una società del futuro in cui, per garantire la felicità della popolazione, si cerca di rendere tutti uguali, di omologare il pensiero, anzi, di cancellarlo proprio, di cancellare il libero arbitrio, la possibilità di scelta, di decisione. E qual è il modo migliore affinché ciò sia possibile? Una cosa semplice, ma geniale: rendere illegali i libri, la loro lettura e il loro possesso. Bruciare i libri.

Perché i libri sono... pericolosi.
Si teme sempre ciò che non ci è familiare. Chi di non ha avuto in classe, da ragazzini, il solito prima della classe, il ragazzo dalla intelligenza superiore, che sapeva sempre rispondere alle domande più astruse mentre gli altri restavano seduti come tanti idoli di legno, odiandolo con tutta l'anima? Non era sempre questo ragazzino superiore che sceglievi per le scazzottature e i tormenti del doposcuola? Per forza! Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l'arma. Castriamo la mente dell'uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell'uomo istruito?
Insomma, basta poco: prendersi l'immaginazione, la fantasia, i sogni. E non ci vuole nemmeno chissà quale marchingegno astruso, basta del semplice fuoco. E puff, tutto sparisce. Poi ci aggiungi un po' di televisione, che ti avvolge (letteralmente) e ti risucchia nella sua "famiglia", ed è fatta, hai il pieno controllo della popolazione.
La maggior parte di noi non può correre qua e là notte e giorno, parlare con tutti, conoscere tutte le città della terra, non abbiamo tempo, denaro, nemmeno tanti amici. Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l'uomo media potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro.

Addirittura i figli sono un peso, una disgrazia. Ma tanto... ci pensa la televisione, no? Un po' come oggi, d'altronde. Bradbury ci aveva visto bene. 
Li tengo a scuola nove giorni su dieci e devo combattere con loro soltanto tre giorni al mese, quando vengono a casa [...]. Li sbatto in salotto e giro la manopola delle pareti. È come lavare dei vestiti in lavatrice: riempi la vasca di roba da lavare e chiudi ben bene il coperchio.
Devo essere sincero, il primo approccio con questo romanzo è stato disturbante, fastidioso: ho riletto più di una volta le prime quindici pagine, mi sembrava di non capire (complice qualche termine che non conoscevo), di non riuscire ad entrare nella storia, immedesimarmi nei personaggi. Poi, però, andando avanti, inizi ad abituarti alla sua scrittura, e diventa praticamente impossibile non lasciarti trascinare da questo fiume in piena.

Vi ho ritrovato un po' del mio scrittore preferito, Saramago. La stessa abilità nel rivoltare il mondo e l'animo umano, la stessa poeticità, anche nel narrare "cose brutte", la stessa vena nostalgica, quel non-so-che che ti si appiglia alle viscere e vi si stanzia.

Di una cosa sono sicuro: Fahrenheit 451 è uno di quei pochi, anzi rari, libri che ti capitano tra le mani un po' per caso,  quando non te li aspetti, ma che poi diventano dei punti di riferimento che ti porti dietro per tutta la vita. È un vero e proprio monumento al libro, un inno alla letteratura e alla lettura, che possono essere messe da parte, quasi dimenticate, ma che comunque, in un modo o nell'altro, ti forgiano, e rimangono, anche quando l'uomo non ci sarà più, sarà decaduto, si starà scavato la fossa da solo. Un libro devastante, forte, incredibile. Imperdibile. E fondamentale.
C'era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni ci costruiva una pira e ci s'immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l'altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra, Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda.

martedì 12 giugno 2012

Teaser Tuesday #7



Teaser Tuesdays  è una rubrica ideata dal blog Should Be Reading. Consiste nel prendere il libro che si sta leggendo, aprirlo in una pagina a caso e condividere un passo tratto da quella pagina. Io, però, ho deciso di non seguire la regola della "pagina a caso", ma sceglierò la citazione personalmente (senza fare spoilers, promesso!).

Salve! Sto finendo di leggere questo libro che probabilmente non avrò la forza né la capacità di recensire, quindi voglio chiarire qui un paio di cose: uno, Fahrenheit 451 è un libro immenso, bellissimo, stratosferico. Chi non lo legge, non è figlio di MariaE due, ho dovuto trattenermi dal ricopiarlo tutto.

Comunque, ecco il teaser di oggi:
«Questa notte ho pensato a tutto il cherosene di cui mi sono servito da dieci anni a questa parte. E ho pensato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c'è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo a cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttar giù tante parole sulla carta. Ed è un pensiero che non avevo mai avuto, prima di questa notte.»
Scese dal letto.
«A qualcuno è occorsa tutta una vita per mettere sulla carta una parte dei suoi pensieri, per guardarsi intorno e descrivere il mondo e la vita come il vedeva lui, e poi salto fuori io e in due minuti... bum! è tutto finito.»
«Lasciami in pace» disse Mildred. «Io non ho fatto nulla di male.»
«Lasciarti in pace! Non è difficile, ma come potrò io lasciare in pace me stesso? A noi occorre non essere lasciati in pace! Abbiamo bisogno di essere veramente tormentati una volta ogni tanto! Da quanto tempo non c'è più nulla che ti tormenti? che ti tormenti sul serio, per qualcosa che conti realmente?»


[da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, pagg. 61-62]
Se volete partecipare anche voi, lasciate il vostro teaser nei commenti! A presto!