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giovedì 18 marzo 2021
Non c’è più tempo per la Pianura Padana....
La qualità dell’aria nella Pianura Padana è pessima. I risultato peggiore è dovuto alla mortalità per gli elevati valori di Pm 2,5; inoltre le aree metropolitane si confermano ai primi posti in Europa per biossido di azoto. Secondo uno studio condotto dal Barcelona Institute for Global Health (Isglobal), in collaborazione con i ricercatori del Swiss Tropical and Pubblic Health Institute (1Swiss Tph) e dell’Università di Utrecht, pubblicato su “The Lancet planetary health”, la più alta incidenza di mortalità legata all’esposizione di Pm 2,5 si registra nelle città della Pianura Padana, in Polonia e in Repubblica Ceca. Come già anticipato, i grandi centri urbani europei presentano concentrazioni enormi di biossido di azoto (NO2).
domenica 19 aprile 2020
Scienza, guerra, ambiente; il sistema capitalistico uccide!
Sulla Scienza, anche nella politica, domina un atteggiamento di riverente rispetto, come attività indipendente dagli assetti economici e sociali: la contestazione radicale degli anni ‘70 sembra avere lasciato poche tracce, eppure sarebbe oggi più importante che mai di fronte a una rivoluzione tecnologica galoppante che sovvertirà i nostri costumi e le nostre esistenze, ma anche il vero cuore pulsante del sistema capitalista … le guerre e i suoi strumenti! Perfino il boom del (tardivo) interesse per la crisi climatica ha lasciato da parte il contributo determinante del sistema militare al riscaldamento globale. La guerra, i militari, le armi non si toccano! Ormai si producono sempre meno beni materiali, ma la produzione di armi va a gonfie vele, anzi più c’è crisi più si spende nelle armi e si lucra sul loro commercio, e chissenefrega dei profughi siriani!
lunedì 20 gennaio 2020
Incendi in Australia sono solo un assaggio...
Gli incendi in Australia sono un anticipo di quello che ci aspetta in un mondo 3 °C più caldo rispetto all'era pre-industriale: non lo dicono dei soliti
allarmisti come noi ma lo affermano gli scienziati del Met Office britannico, autori di una revisione di 57 studi sul rapporto tra incendi e cambiamenti climatici.
allarmisti come noi ma lo affermano gli scienziati del Met Office britannico, autori di una revisione di 57 studi sul rapporto tra incendi e cambiamenti climatici.
martedì 14 gennaio 2020
Il limite termodinamico della sostenibilità
Il concetto di sostenibilità è oggi di gran moda. Il Rapporto Brundtland del 1987 definisce come “sviluppo sostenibile” quello che soddisfa i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità di quelli delle generazioni future. Ma questo non è possibile per via dei principi della fisica e della termodinamica: non c’è modo per lasciare in eredità alle prossime generazioni la Terra così come noi l’abbiamo trovata poiché è impossibile realizzare un processo che sia efficiente al 100%, ovvero che non inquini.
mercoledì 6 febbraio 2019
UFFICIALE, La cannabis non è dannosa, lo dice la scienza. #Salvini, Fontana e Vari fatevene una ragione!
Riclassificare la cannabis, depennarla dalla black list delle sostanze. Dopo decenni di attesa, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha inviato il proprio parere all’Onu dopo la review delle proprietà terapeutiche e della pericolosità della cannabis. La raccomandazione è di rimuoverla dalle sostanze più pericolose e di favorirne l’uso terapeutico. Ora i governi ne prendano atto e non ostacolino il processo di riforma delle politiche sulle droghe.
venerdì 25 gennaio 2019
L'omosessualità è naturale... lo dice la scienza
Siamo nel 2019, eppure le relazioni tra persone dello stesso sesso ancora fanno storcere il naso a molti. In vari Paesi del mondo, concentrati soprattutto in Africa e in Medio Oriente, l’omosessualità è un reato punibile in diversi modi: mentre in India nel settembre scorso l’omosessualità è stata finalmente decriminalizzata, in Nigeria basta essere affiliati a un’associazione gay per finire in carcere, in Uganda i membri della comunità Lgbtq+ rischiano l’ergastolo, mentre in Iran, Yemen, Pakistan, Mauritania ed Emirati Arabi Uniti vige la pena di morte. In Arabia Saudita, la pena di morte è preceduta dalla tortura e dall’internamento in cliniche psichiatriche. In Europa, invece, nonostante l’assenza di nazioni che considerano un crimine l’essere omosessuali, in alcuni Paesi le persecuzioni sono all’ordine del giorno: in Russia, per esempio, dove solo il 16% della popolazione pensa che gli omosessuali debbano essere accettati dalla società e dove Vladimir Putin ha fatto approvare una legge “contro la propaganda gay”, considerata discriminatoria e omofobica dalla Corte europea per i diritti umani. O in Cecenia, dove molti omosessuali sono stati catturati e deportati in “prigioni segrete” che hanno tutta l’aria di veri e propri campi di concentramento, nei quali uomini e donne gay dichiarati o solo presunti subiscono sevizie e umiliazioni di ogni tipo, fino alla morte.
In Italia l’omosessualità non è più considerata un crimine dal 1890, ma per la destra resta un qualcosa da abolire, ignorare, nascondere: emblematica l’esternazione del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo il quale “le famiglie gay non esistono”. Invece, secondo i dati Istat del 2012, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale. Quindi è una realtà che esiste, eccome.
La frase più utilizzata dagli omofobi resta sempre “L’omosessualità è contro natura”. Se cerchiamo su un buon dizionario, il termine “contro natura” significa letteralmente “andare contro le leggi fondamentali della natura”. Quindi, se l’omosessualità fosse un comportamento umano non rispondente alle leggi naturali, nel mondo animale non dovrebbe esistere. In realtà non è così: l’omosessualità è un fenomeno molto diffuso tra gli animali, soprattutto nelle specie che hanno strutture sociali complesse. Negli ultimi anni alcuni etologi hanno studiato e documentato interazioni affettive e sessuali tra membri dello stesso sesso in diverse specie.
Nel 2006, in Norvegia, uno dei Paesi europei più avanzati in tema di diritti Lgbtq+ il Museo di Storia Naturale di Oslo ha organizzato una mostra dal titolo Against Nature?, arrivata poi in Italia, a Genova, nel 2008, nell’ambito del Festival della scienza. La mostra metteva in evidenza come in molte specie animali, dagli insetti ai mammiferi, l’omosessualità sia un comportamento naturale e consolidato. Secondo Petter Bockman, uno dei curatori, sono stati osservati comportamenti omosessuali in circa un migliaio specie, dagli insetti ai mammiferi.
Negli insetti, per esempio, i maschi di coleottero tribolio della farina (Tribolium castaneum) si accoppiano con altri maschi nel 50% dei casi. Uno studio condotto da ricercatori della Tufts University di Boston ha mostrato che nel coleottero l’omosessualità ha anche un valore adattativo, dal momento che permette ai maschi di avere comunque una prole, mediante la fecondazione indiretta delle femmine: sebbene questo sia avvenuto solo nel 7% dei casi, infatti, lo sperma trasferito durante l’accoppiamento tra due maschi è stato poi passato a una femmina in un successivo accoppiamento del maschio ricevente. Altri studi, invece, come quello dell’Università di Tel Aviv pubblicato sulla rivista Behavioral Ecology and Sociobiology nel 2013, sostengono che l’omosessualità negli insetti non solo non abbia alcun valore adattativo, ma che sia anche accidentale: nella frenesia della spinta a riprodursi, cioè, gli animali non presterebbero alcuna attenzione al sesso del partner.
Negli uccelli, invece, non solo sono presenti relazioni durature tra individui dello stesso sesso, ma molto spesso queste coppie allevano anche dei piccoli. È il caso dell’albatro di Laysan (Phoebastria immutabilis), dove, se non ci sono abbastanza maschi per formare relazioni durature per allevare la prole, due femmine formano una coppia stabile e mostrano tutti i comportamenti tipici delle coppie eterosessuali. Anche in molte specie di pinguini esistono coppie omosessuali durature. Nel 2010, ricercatori francesi e americani hanno esaminato il comportamento del pinguino reale (Apenodytes patagonicus) nei territori australi francesi. Dopo aver marcato con colori diversi maschi e femmine della colonia, i ricercatori hanno scoperto che il corteggiamento tra individui dello stesso sesso era abbastanza frequente, soprattutto tra i maschi (il 28.3% delle 53 coppie osservate). E comportamenti simili sono stati riscontrati anche in altre specie, stavolta allevate in cattività. I più famosi sono Roy e Silo, pinguini dal collare (Pygoscelis antarcticus) dello zoo di New York, diventati famosi all’inizio dello scorso decennio. I due pinguini sono stati inseparabili per oltre sei anni, hanno anche allevato un piccolo e sono diventati personaggi di un libro educativo per bambini.
La stessa cosa sta accadendo proprio in questi giorni al Sea Life Sydney Aquarium in Australia. Sphen e Magic sono due pinguini papua (Pygoscelis papua) appartenenti a una colonia abbastanza giovane. Tra le diverse coppie presenti, la loro – la sola formata da due maschi – è stata l’unica a occuparsi a tempo pieno di un nido, tanto che i curatori dell’acquario hanno deciso di affidare proprio a loro un uovo rifiutato da una coppia eterosessuale. Il piccolo è nato lo scorso ottobre (ed è stato l’unico nuovo nato della colonia) e sia Sphen che Magic se ne sono presi cura quotidianamente, comportandosi esattamente come due neogenitori eterosessuali. I due pinguini sono diventati un simbolo per la comunità Lgbtq+, dal momento che fino a poco tempo fa l’Australia aveva attraversato un periodo critico per l’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, anche se i curatori del Sea Life hanno cercato di tenere lontane il più possibile le ingerenze politiche. Anche tra i visitatori, però, come ha spiegato al New York Times Samantha Antoun, addetta alle pubbliche relazioni dell’acquario “La parola ‘innaturale’ è stata usata spesso. Molte persone ci hanno detto che non dovevamo definirli gay, perché magari erano solo amici”.
I casi di omosessualità animale meglio studiati sono però quelli riguardanti i mammiferi: delfini, leoni, bonobo – tutte specie con complesse reti sociali – presentano coppie omosessuali. Interessante il caso immortalato dal fotografo naturalista Paul Goldstein, che in Kenya ha documentato l’accoppiamento di due leoni maschi, osservato fino a quel momento solo in cattività. Le foto hanno fatto il giro del mondo, non tanto per l’eccezionalità dell’evento, quanto per il clamore che hanno suscitato in Kenya, Paese retrogrado da questo punto di vista. Ezekial Mutua, responsabile della censura televisiva e cinematografica in Kenya, in un’intervista a Nairobi News poi riportata dal Daily Mail, ha detto che i due leoni avrebbero dovuto essere catturati e tenuti in isolamento finché non si fosse riusciti a determinare la causa del loro comportamento omosessuale. E nonostante l’omosessualità tra i leoni sia accertata da anni, Mutua è convinto che i leoni siano stati deviati dalla vista di turisti omosessuali nel parco del Masai Mara o che siano stati posseduti da demoni, il che la dice lunga sul modo in cui vengono considerate le relazioni omosessuali in Kenya.
Per quanto riguarda i delfini, l’omosessualità sembra avere la funzione di rinforzare i rapporti sociali, soprattutto tra i giovani maschi. Un gruppo di ricercatori della Marduch University, in Australia, ha osservato questo comportamento lungo le coste di Perth, in un gruppo di tursiopi (Tursiops truncatus) maschi, la maggior parte dei quali giovani individui. I delfini si dividevano in gruppi e mostravano comportamenti tipici del periodo riproduttivo. Secondo Krista Nicholson, responsabile del progetto di ricerca, il comportamento omosessuale potrebbe essere la chiave dell’organizzazione sociale del gruppo: le interazioni tra delfini dello stesso sesso aiutano a formare legami e stabilire gerarchie.
La stessa funzione potrebbe avere l’omosessualità riscontrata nei primati, il gruppo del quale anche noi umani facciamo parte. In particolare nel bonobo (Pan paniscus) con cui condividiamo il 97,8% del patrimonio genetico, le unioni omosessuali sono frequenti e collegate alla coesione e all’avanzamento dello status sociale all’interno del gruppo. Uno studio della St. Andrews University pubblicato su Nature, mostra che i comportamenti omosessuali sono tipici delle femmine di basso livello sociale, e sono un meccanismo per costruire e rafforzare relazioni con le femmine più in alto nella gerarchia. Per le femmine di bonobo, è molto importante migliorare il proprio status, dal momento che, una volta adulte, lasciano il gruppo di origine e trascorrono l’età adulta in un altro gruppo. Al loro arrivo, chiaramente, sono le ultime in linea gerarchica. Saperla scalare rapidamente aumenta le loro possibilità di accoppiarsi con maschi desiderabili.
Insomma, le relazioni omosessuali sono ampiamente presenti nel regno animale, ma qual è il loro valore dal punto di vista dell’adattamento e dell’evoluzione? Si sono posti questa domanda Nathan Bailey e Marlene Zuk, due ricercatori dell’Università della California. Nella rivista Trends in Ecology & Evolution, gli autori hanno scritto che, sebbene molti ricercatori abbiano descritto e osservato relazioni tra membri dello stesso sesso, pochi si sono soffermati sull’impatto di queste relazioni sull’evoluzione. “I comportamenti omosessuali sono tratti che possono derivare dalla selezione naturale, quel meccanismo evolutivo che avviene durante generazioni successive, ma questi comportamenti possono agire essi stessi come forze selettive: come le caratteristiche ambientali, anche i fattori sociali possono avere un impatto e le relazioni tra individui dello stesso sesso possono cambiare radicalmente queste circostanze, ad esempio eliminando alcuni individui dal pool di animali che si riproducono”, afferma Bailey.
Tuttavia, gli studi non sono numerosi come ci si aspetterebbe. Solo di recente gli scienziati hanno iniziato a investigare l’argomento senza paura di ritorsioni politiche o di perdere i finanziamenti, e in molti casi il comportamento omosessuale non viene definito tale. Ad esempio in uno studio sulle giraffe un comportamento inequivocabilmente sessuale tra due maschi è stato definito una forma di combattimento rituale, e anche nel caso dei leoni del Masai Mara, alcuni ricercatori hanno definito quel comportamento una semplice manifestazione di dominanza.
Anche la ricerca scientifica, quindi, deve fare i conti con un’omofobia latente, una caratteristica, questa sì, presente e documentata solo nella specie umana.
In Italia l’omosessualità non è più considerata un crimine dal 1890, ma per la destra resta un qualcosa da abolire, ignorare, nascondere: emblematica l’esternazione del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo il quale “le famiglie gay non esistono”. Invece, secondo i dati Istat del 2012, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale. Quindi è una realtà che esiste, eccome.
La frase più utilizzata dagli omofobi resta sempre “L’omosessualità è contro natura”. Se cerchiamo su un buon dizionario, il termine “contro natura” significa letteralmente “andare contro le leggi fondamentali della natura”. Quindi, se l’omosessualità fosse un comportamento umano non rispondente alle leggi naturali, nel mondo animale non dovrebbe esistere. In realtà non è così: l’omosessualità è un fenomeno molto diffuso tra gli animali, soprattutto nelle specie che hanno strutture sociali complesse. Negli ultimi anni alcuni etologi hanno studiato e documentato interazioni affettive e sessuali tra membri dello stesso sesso in diverse specie.
Nel 2006, in Norvegia, uno dei Paesi europei più avanzati in tema di diritti Lgbtq+ il Museo di Storia Naturale di Oslo ha organizzato una mostra dal titolo Against Nature?, arrivata poi in Italia, a Genova, nel 2008, nell’ambito del Festival della scienza. La mostra metteva in evidenza come in molte specie animali, dagli insetti ai mammiferi, l’omosessualità sia un comportamento naturale e consolidato. Secondo Petter Bockman, uno dei curatori, sono stati osservati comportamenti omosessuali in circa un migliaio specie, dagli insetti ai mammiferi.
Negli insetti, per esempio, i maschi di coleottero tribolio della farina (Tribolium castaneum) si accoppiano con altri maschi nel 50% dei casi. Uno studio condotto da ricercatori della Tufts University di Boston ha mostrato che nel coleottero l’omosessualità ha anche un valore adattativo, dal momento che permette ai maschi di avere comunque una prole, mediante la fecondazione indiretta delle femmine: sebbene questo sia avvenuto solo nel 7% dei casi, infatti, lo sperma trasferito durante l’accoppiamento tra due maschi è stato poi passato a una femmina in un successivo accoppiamento del maschio ricevente. Altri studi, invece, come quello dell’Università di Tel Aviv pubblicato sulla rivista Behavioral Ecology and Sociobiology nel 2013, sostengono che l’omosessualità negli insetti non solo non abbia alcun valore adattativo, ma che sia anche accidentale: nella frenesia della spinta a riprodursi, cioè, gli animali non presterebbero alcuna attenzione al sesso del partner.
Negli uccelli, invece, non solo sono presenti relazioni durature tra individui dello stesso sesso, ma molto spesso queste coppie allevano anche dei piccoli. È il caso dell’albatro di Laysan (Phoebastria immutabilis), dove, se non ci sono abbastanza maschi per formare relazioni durature per allevare la prole, due femmine formano una coppia stabile e mostrano tutti i comportamenti tipici delle coppie eterosessuali. Anche in molte specie di pinguini esistono coppie omosessuali durature. Nel 2010, ricercatori francesi e americani hanno esaminato il comportamento del pinguino reale (Apenodytes patagonicus) nei territori australi francesi. Dopo aver marcato con colori diversi maschi e femmine della colonia, i ricercatori hanno scoperto che il corteggiamento tra individui dello stesso sesso era abbastanza frequente, soprattutto tra i maschi (il 28.3% delle 53 coppie osservate). E comportamenti simili sono stati riscontrati anche in altre specie, stavolta allevate in cattività. I più famosi sono Roy e Silo, pinguini dal collare (Pygoscelis antarcticus) dello zoo di New York, diventati famosi all’inizio dello scorso decennio. I due pinguini sono stati inseparabili per oltre sei anni, hanno anche allevato un piccolo e sono diventati personaggi di un libro educativo per bambini.
La stessa cosa sta accadendo proprio in questi giorni al Sea Life Sydney Aquarium in Australia. Sphen e Magic sono due pinguini papua (Pygoscelis papua) appartenenti a una colonia abbastanza giovane. Tra le diverse coppie presenti, la loro – la sola formata da due maschi – è stata l’unica a occuparsi a tempo pieno di un nido, tanto che i curatori dell’acquario hanno deciso di affidare proprio a loro un uovo rifiutato da una coppia eterosessuale. Il piccolo è nato lo scorso ottobre (ed è stato l’unico nuovo nato della colonia) e sia Sphen che Magic se ne sono presi cura quotidianamente, comportandosi esattamente come due neogenitori eterosessuali. I due pinguini sono diventati un simbolo per la comunità Lgbtq+, dal momento che fino a poco tempo fa l’Australia aveva attraversato un periodo critico per l’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, anche se i curatori del Sea Life hanno cercato di tenere lontane il più possibile le ingerenze politiche. Anche tra i visitatori, però, come ha spiegato al New York Times Samantha Antoun, addetta alle pubbliche relazioni dell’acquario “La parola ‘innaturale’ è stata usata spesso. Molte persone ci hanno detto che non dovevamo definirli gay, perché magari erano solo amici”.
I casi di omosessualità animale meglio studiati sono però quelli riguardanti i mammiferi: delfini, leoni, bonobo – tutte specie con complesse reti sociali – presentano coppie omosessuali. Interessante il caso immortalato dal fotografo naturalista Paul Goldstein, che in Kenya ha documentato l’accoppiamento di due leoni maschi, osservato fino a quel momento solo in cattività. Le foto hanno fatto il giro del mondo, non tanto per l’eccezionalità dell’evento, quanto per il clamore che hanno suscitato in Kenya, Paese retrogrado da questo punto di vista. Ezekial Mutua, responsabile della censura televisiva e cinematografica in Kenya, in un’intervista a Nairobi News poi riportata dal Daily Mail, ha detto che i due leoni avrebbero dovuto essere catturati e tenuti in isolamento finché non si fosse riusciti a determinare la causa del loro comportamento omosessuale. E nonostante l’omosessualità tra i leoni sia accertata da anni, Mutua è convinto che i leoni siano stati deviati dalla vista di turisti omosessuali nel parco del Masai Mara o che siano stati posseduti da demoni, il che la dice lunga sul modo in cui vengono considerate le relazioni omosessuali in Kenya.
Per quanto riguarda i delfini, l’omosessualità sembra avere la funzione di rinforzare i rapporti sociali, soprattutto tra i giovani maschi. Un gruppo di ricercatori della Marduch University, in Australia, ha osservato questo comportamento lungo le coste di Perth, in un gruppo di tursiopi (Tursiops truncatus) maschi, la maggior parte dei quali giovani individui. I delfini si dividevano in gruppi e mostravano comportamenti tipici del periodo riproduttivo. Secondo Krista Nicholson, responsabile del progetto di ricerca, il comportamento omosessuale potrebbe essere la chiave dell’organizzazione sociale del gruppo: le interazioni tra delfini dello stesso sesso aiutano a formare legami e stabilire gerarchie.
La stessa funzione potrebbe avere l’omosessualità riscontrata nei primati, il gruppo del quale anche noi umani facciamo parte. In particolare nel bonobo (Pan paniscus) con cui condividiamo il 97,8% del patrimonio genetico, le unioni omosessuali sono frequenti e collegate alla coesione e all’avanzamento dello status sociale all’interno del gruppo. Uno studio della St. Andrews University pubblicato su Nature, mostra che i comportamenti omosessuali sono tipici delle femmine di basso livello sociale, e sono un meccanismo per costruire e rafforzare relazioni con le femmine più in alto nella gerarchia. Per le femmine di bonobo, è molto importante migliorare il proprio status, dal momento che, una volta adulte, lasciano il gruppo di origine e trascorrono l’età adulta in un altro gruppo. Al loro arrivo, chiaramente, sono le ultime in linea gerarchica. Saperla scalare rapidamente aumenta le loro possibilità di accoppiarsi con maschi desiderabili.
Insomma, le relazioni omosessuali sono ampiamente presenti nel regno animale, ma qual è il loro valore dal punto di vista dell’adattamento e dell’evoluzione? Si sono posti questa domanda Nathan Bailey e Marlene Zuk, due ricercatori dell’Università della California. Nella rivista Trends in Ecology & Evolution, gli autori hanno scritto che, sebbene molti ricercatori abbiano descritto e osservato relazioni tra membri dello stesso sesso, pochi si sono soffermati sull’impatto di queste relazioni sull’evoluzione. “I comportamenti omosessuali sono tratti che possono derivare dalla selezione naturale, quel meccanismo evolutivo che avviene durante generazioni successive, ma questi comportamenti possono agire essi stessi come forze selettive: come le caratteristiche ambientali, anche i fattori sociali possono avere un impatto e le relazioni tra individui dello stesso sesso possono cambiare radicalmente queste circostanze, ad esempio eliminando alcuni individui dal pool di animali che si riproducono”, afferma Bailey.
Tuttavia, gli studi non sono numerosi come ci si aspetterebbe. Solo di recente gli scienziati hanno iniziato a investigare l’argomento senza paura di ritorsioni politiche o di perdere i finanziamenti, e in molti casi il comportamento omosessuale non viene definito tale. Ad esempio in uno studio sulle giraffe un comportamento inequivocabilmente sessuale tra due maschi è stato definito una forma di combattimento rituale, e anche nel caso dei leoni del Masai Mara, alcuni ricercatori hanno definito quel comportamento una semplice manifestazione di dominanza.
Anche la ricerca scientifica, quindi, deve fare i conti con un’omofobia latente, una caratteristica, questa sì, presente e documentata solo nella specie umana.
domenica 18 novembre 2018
La cannabis “uccide” la proteina che scatena l’Alzheimer
Un nuovo studio americano conferma le proprietà terapeutiche dello stupefacente contro la malattia
I malati di Alzheimer solo in Italia sono oltre i 600.000 e a causa dell’invecchiamento della popolazione il loro numero è destinato a crescere rapidamente. C’è quindi la necessità urgente di scoprire cure efficaci per combattere questa patologia, che tra l’altro ha un costo sociale spaventoso: nel nostro Paese la spesa per l’assistenza superano gli 11 miliardi di euro, di cui 8 sono a carico delle famiglie.
Un nuovo studio del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla in California rivela che potrebbe essere nella marijuana la chiave della cura di questa malattia che secondo l’Oms triplicherà il numero delle persone colpite entro il 2050.
A giocare un ruolo determinante è il THC, il delta-9-tetraidrocannabinolo, il principio attivo della marijuana che se inalato o ingerito può causare euforia, rilassamento, percezione spazio-temporale alterata, ma anche alterazioni uditive, olfattive e visive, ansia, disorientamento, stanchezza, e stimolazione dell’appetito. Insomma gli effetti tipici provati da chi fa uso di cannabinoidi. Il THC, però, secondo lo studio riduce i livelli di una proteina, la beta amiloide, che è all’origine proprio dell’Alzheimer. Questa proteina, infatti, inizia il suo processo distruttivo aggregandosi in ammassi che alterano le comunicazioni tra le sinapsi nel cervello dei soggetti affetti da Alzheimer molto prima di formare le caratteristiche placche.
La ricerca, pubblicata sul journal Aging and Mechanisms of Disease, rivela proprio come il THC impedisca l’azione di questa proteina nelle cellule nervose. Prevenire l’accumulo di beta amiloide nel cervello è quindi un modo efficace di attaccare l’Alzheimer.
I ricercatori hanno spiegato che le cellule nervose nel cervello contiene recettori che sono attivati da alcune molecole che si chiamano endocannabinoidi. Questi lipidi sono prodotti naturalmente dalle cellule nervose e aiutano la “comunicazione” tra le stesse cellule. Il THC contenuto nella marijuana è del tutto simile agli endocannabinoidi e attivano gli stessi recettori, riuscendo a proteggere le cellule nervose.
Nei test l’équipe californiana ha dimostrato che il THC riduce i livelli di beta amiloidi e spegne la risposta infiammatoria della proteina, prevenendo la morte della cellule.
«Anche se altri studi – spiega David Schubert, autore della ricerca – hanno dato prova che i cannabinoidi svolgano un’azione neuroprotettiva contro i sintomi di Alzheimer, il nostro studio è il primo a dimostratre che i cannabinoidi colpiscono sia l’infiammazione sia l’accumulo di beta amiloidi».
I malati di Alzheimer solo in Italia sono oltre i 600.000 e a causa dell’invecchiamento della popolazione il loro numero è destinato a crescere rapidamente. C’è quindi la necessità urgente di scoprire cure efficaci per combattere questa patologia, che tra l’altro ha un costo sociale spaventoso: nel nostro Paese la spesa per l’assistenza superano gli 11 miliardi di euro, di cui 8 sono a carico delle famiglie.
Un nuovo studio del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla in California rivela che potrebbe essere nella marijuana la chiave della cura di questa malattia che secondo l’Oms triplicherà il numero delle persone colpite entro il 2050.
A giocare un ruolo determinante è il THC, il delta-9-tetraidrocannabinolo, il principio attivo della marijuana che se inalato o ingerito può causare euforia, rilassamento, percezione spazio-temporale alterata, ma anche alterazioni uditive, olfattive e visive, ansia, disorientamento, stanchezza, e stimolazione dell’appetito. Insomma gli effetti tipici provati da chi fa uso di cannabinoidi. Il THC, però, secondo lo studio riduce i livelli di una proteina, la beta amiloide, che è all’origine proprio dell’Alzheimer. Questa proteina, infatti, inizia il suo processo distruttivo aggregandosi in ammassi che alterano le comunicazioni tra le sinapsi nel cervello dei soggetti affetti da Alzheimer molto prima di formare le caratteristiche placche.
La ricerca, pubblicata sul journal Aging and Mechanisms of Disease, rivela proprio come il THC impedisca l’azione di questa proteina nelle cellule nervose. Prevenire l’accumulo di beta amiloide nel cervello è quindi un modo efficace di attaccare l’Alzheimer.
I ricercatori hanno spiegato che le cellule nervose nel cervello contiene recettori che sono attivati da alcune molecole che si chiamano endocannabinoidi. Questi lipidi sono prodotti naturalmente dalle cellule nervose e aiutano la “comunicazione” tra le stesse cellule. Il THC contenuto nella marijuana è del tutto simile agli endocannabinoidi e attivano gli stessi recettori, riuscendo a proteggere le cellule nervose.
Nei test l’équipe californiana ha dimostrato che il THC riduce i livelli di beta amiloidi e spegne la risposta infiammatoria della proteina, prevenendo la morte della cellule.
«Anche se altri studi – spiega David Schubert, autore della ricerca – hanno dato prova che i cannabinoidi svolgano un’azione neuroprotettiva contro i sintomi di Alzheimer, il nostro studio è il primo a dimostratre che i cannabinoidi colpiscono sia l’infiammazione sia l’accumulo di beta amiloidi».
mercoledì 14 marzo 2018
Scienza in lutto: è morto Stephen Hawking
Addio al più celebre astrofisico del mondo: Stephen Hawking è morto. Aveva 76 anni. Fisico, matematico, cosmologo e astrofisico, è un’icona della scienza e non solo. L’annuncio della sua scomparsa è stata data dal portavoce della famiglia. La morte è avvenuta nella sua casa a Cambridge.
I figli hanno scritto in un comunicato diffuso ai media: “Siamo profondamente rattristati per la morte oggi del nostro padre adorato. E’ stato un grandissimo scienziato e un uomo straordinario. I suoi lavori vivranno ancora per molti anni dopo la sua scomparsa”. “E’ stato un grande scienziato ed un uomo straordinario. La sua eredità vivrà ancora per molti anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza, insieme al suo essere brillante e al suo umorismo, hanno ispirato persone in tutto il mondo“, hanno scritto Lucy, Robert e Tim, i figli di Hawking.
Da giovanissimo era stato colpito da Sla e a soli 21 anni gli avevano dato appena due anni di vita, ma ciò non lo fermò: continuò a studiare e diventare uno dei maggiori scienziati a livello mondiale. La sua vita e la sua carriera hanno ispirato film per la tv e il cinema, compreso “La Teoria del tutto” diretto da James Marsh.
Nato a Oxford l’8 gennaio del 1942. E’ noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri, sulla cosmologia quantistica e sull’origine dell’universo, ma non solo. E’ stato anche un esempio di resilienza come nessun altro. Il mondo intero è dunque in lutto: da oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli.
I figli hanno scritto in un comunicato diffuso ai media: “Siamo profondamente rattristati per la morte oggi del nostro padre adorato. E’ stato un grandissimo scienziato e un uomo straordinario. I suoi lavori vivranno ancora per molti anni dopo la sua scomparsa”. “E’ stato un grande scienziato ed un uomo straordinario. La sua eredità vivrà ancora per molti anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza, insieme al suo essere brillante e al suo umorismo, hanno ispirato persone in tutto il mondo“, hanno scritto Lucy, Robert e Tim, i figli di Hawking.
Da giovanissimo era stato colpito da Sla e a soli 21 anni gli avevano dato appena due anni di vita, ma ciò non lo fermò: continuò a studiare e diventare uno dei maggiori scienziati a livello mondiale. La sua vita e la sua carriera hanno ispirato film per la tv e il cinema, compreso “La Teoria del tutto” diretto da James Marsh.
Nato a Oxford l’8 gennaio del 1942. E’ noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri, sulla cosmologia quantistica e sull’origine dell’universo, ma non solo. E’ stato anche un esempio di resilienza come nessun altro. Il mondo intero è dunque in lutto: da oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli.
martedì 6 marzo 2018
Ogm, dibattito chiuso?
Si può ritenere concluso il dibattito sugli Ogm? Così sembrerebbe dopo lo studio di alcuni ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Pisa, che hanno concluso che «la coltivazione di mais transgenico non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale». Lo studio è consistito in una meta-analisi (analisi di altre analisi) di dati pubblicati su «riviste di alto valore scientifico» che riguardano il mais transgenico. Si dice ancora che lo studio ha analizzato 11.699 dati riferiti a un arco di tempo di 21 anni. Lo studio è stato presentato dai mass-media con toni entusiastici, come la «lieta novella» attesa dal mondo.
E ALLORA ENTRIAMO nel merito. Dai dati forniti emerge che gli studi presi in considerazione provengono per il 75% dagli Stati Uniti e solo il 6% da Brasile e Argentina. Esiste una sproporzione enorme tra le superfici coltivate e le quantità prodotte di mais transgenico nei due paesi del Sud America, rispetto alle ricerche e agli studi disponibili. La stessa cosa vale per il Canada e i paesi europei, dove sono presenti pochi studi. Sono gli Stati Uniti a sfornarne una grande quantità. Ma molti di questi studi, nel paese della Monsanto, hanno un solo scopo: dimostrare che gli Ogm hanno rese più elevate e che non rappresentano pericoli per i consumatori. L’affare «Monsanto Papers» ha dimostrato come molte ricerche su Ogm e glifosato siano state condizionate dalla multinazionale. E’ emerso che l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha coperto per anni la Monsanto sugli effetti del glifosato. La pressione che la multinazionale ha esercitato sulla comunità scientifica, lo stanziamento massiccio di fondi per finanziare ricerche favorevoli alla sua attività, pongono seri dubbi sulla credibilità di questi studi. Persino l’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) è rimasta coinvolta, con l’imputazione di aver copiato dai documenti della Monsanto la relazione per la Commissione Europea in cui si sosteneva che il glifosato non è pericoloso.
UN’ALTRA QUESTIONE DA AFFRONTARE è la biodiversità. Quattro multinazionali controllano il mercato delle sementi e il 70% dei semi commercializzati passa dalle loro mani. Sono semi che hanno una elevata uniformità genetica. Nel mondo si coltivano centinaia di varietà di mais, ma le multinazionali cercano di imporre le poche varietà che producono su larga scala. L’uniformità delle coltivazioni è uno svantaggio biologico e espone le piante alle malattie in misura maggiore, perché si riducono i meccanismi di difesa contro i parassiti. In una epoca in cui i cambiamenti climatici incidono sulle produzioni, è necessario avere un numero elevato di varietà per ciascuna specie, allo scopo di individuare le varietà da coltivare nelle diverse condizioni di clima e suolo. Le varietà di mais transgenico non solo non hanno le caratteristiche necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici, ma producono alterazioni della biodiversità. Come si fa a dire che non vi sono rischi per l’ambiente? Le conoscenze che abbiamo nel campo della genetica e lo studio degli ecosistemi devono servire a farci comprendere il comportamento di piante, animali e microrganismi di fronte ai cambiamenti climatici, per difendere la biodiversità. Lo studio dei ricercatori pisani non si pone il problema.
UN’ALTRA QUESTIONE RIGUARDA la produttività. Dallo studio emerge che la resa per ettaro del mais transgenico è superiore di almeno il 5% rispetto alle varietà tradizionali e che, in alcuni casi, sono superiori del 25%. Le colture Ogm si sono sempre poste come obiettivo principale la resa per ettaro, senza alcun riguardo per le conseguenze che questo modello produttivo determina. Negli Usa e in Brasile ci sono imprenditori agricoli, sostenuti dalla Monsanto, che individuano superfici limitate, con condizioni favorevoli per clima, terreno, disponibilità di acqua e su tali superfici scatenano tutto l’armamentario disponibile (semi con 4 variazioni genetiche, modernissime attrezzature e pesticidi a tutto spiano) per ottenere record di produzioni, da esibire a convegni e nelle «giornate dell’orgoglio Ogm». Ma se si analizzano le rese medie per ettaro, come rilevano alcuni studi condotti seriamente, si vede che questa differenza di produttività tra mais transgenici e mais tradizionali non esiste.
A INCIDERE SULLE PRODUTTIVITA’ SONO le tecniche di coltivazione, piuttosto che l’uso di Ogm: preparazione del terreno, tipo di semina, irrigazione, controllo dei parassiti, rotazione delle colture. In pianura Padana varietà di mais ibrido raggiungono rese che non hanno niente da invidiare ai mais transgenici del Mato Grosso (Brasile). Numerosi ricercatori (non quelli di Pisa) si sono posti il problema di quali alterazioni subisce il terreno coltivato a mais transgenico, quali sono le conseguenze per la comunità microbica, quali variazioni subiscono le sostanze organiche. Il mais gm modifica l’ecosistema del suolo, altera l’ambiente microbico, riduce la fertilità, costringendo gli agricoltori a usare più fertilizzanti sintetici.
Un’altra questione riguarda la lotta agli insetti e alle erbe infestanti. Nei mais gm sono stati inseriti diversi tipi di geni provenienti da microrganismi. Il mais Bt contiene un gene, proveniente da un batterio,in grado di produrre nei tessuti della pianta una tossina che distrugge gli insetti che la attaccano, come la Piralide. Lo studio dei ricercatori pisani afferma che «sugli insetti non dannosi non si sono visti effetti significativi, ad eccezione della Braconide». Ma i Braconidi sono imenotteri parassiti, predatori naturali di altri insetti dannosi, svolgono un ruolo ausiliario nella lotta biologica. Il punto è questo: il mais Bt va a interferire nell’equilibrio fra le diverse specie di insetti, danneggia insetti utili, determina forme di resistenza alle tossine prodotte dal gene, col potenziamento di alcune specie che poi difficili da controllare. La Germania, dal 2009, ha vietato l’uso del mais Bt a causa dei danni causati alle Coccinelle, che non sono parassiti del mais. Nei mais gm è anche presente un gene proveniente da un batterio che conferisce alla pianta una resistenza agli erbicidi che contengono glifosato. Il diserbante agisce su tutte le piante presenti sul terreno, ad eccezione del mais modificato.
RITENUTO CANCEROGENO DALLA MAGGIOR parte della comunità scientifica, il glifosato sta producendo disastri in tutto il mondo. Sono gli Ogm ad avere determinato questo uso massiccio dell’erbicida. In uno studio condotto in Brasile su mais e soia modificati, è emerso che gli agricoltori che hanno usato il glifosato sono costretti ad affrontare la resistenza delle erbe infestanti, impiegando dosi elevate di altri diserbanti. Altra questione aperta: la contaminazione che gli Ogm possono produrre su altre specie. Il mais gm è la pianta in cui è stato inserito il maggior numero di tratti geneticamente modificati, con la conseguenza di avere un Dna poco stabile, con una maggiore possibilità di rotture e ricombinazioni geniche. Si determina, così, una condizione favorevole al passaggio di sequenze di Dna in virus, batteri, funghi e attraverso di essi insediarsi in altri organismi. Un processo di contaminazione tra specie impossibile da controllare. Come si fa a dire non è un pericolo per l’uomo e l’ambiente?
E c’è dell’altro: il monopolio dei semi, con una agricoltura sottoposta al controllo di poche multinazionali molto potenti, gli effetti devastanti che il modello produttivo della monocoltura Ogm ha sulle comunità rurali dei paesi in via di sviluppo, con distruzione delle forme di agricoltura familiare e disgregazione sociale.
E ALLORA ENTRIAMO nel merito. Dai dati forniti emerge che gli studi presi in considerazione provengono per il 75% dagli Stati Uniti e solo il 6% da Brasile e Argentina. Esiste una sproporzione enorme tra le superfici coltivate e le quantità prodotte di mais transgenico nei due paesi del Sud America, rispetto alle ricerche e agli studi disponibili. La stessa cosa vale per il Canada e i paesi europei, dove sono presenti pochi studi. Sono gli Stati Uniti a sfornarne una grande quantità. Ma molti di questi studi, nel paese della Monsanto, hanno un solo scopo: dimostrare che gli Ogm hanno rese più elevate e che non rappresentano pericoli per i consumatori. L’affare «Monsanto Papers» ha dimostrato come molte ricerche su Ogm e glifosato siano state condizionate dalla multinazionale. E’ emerso che l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha coperto per anni la Monsanto sugli effetti del glifosato. La pressione che la multinazionale ha esercitato sulla comunità scientifica, lo stanziamento massiccio di fondi per finanziare ricerche favorevoli alla sua attività, pongono seri dubbi sulla credibilità di questi studi. Persino l’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) è rimasta coinvolta, con l’imputazione di aver copiato dai documenti della Monsanto la relazione per la Commissione Europea in cui si sosteneva che il glifosato non è pericoloso.
UN’ALTRA QUESTIONE DA AFFRONTARE è la biodiversità. Quattro multinazionali controllano il mercato delle sementi e il 70% dei semi commercializzati passa dalle loro mani. Sono semi che hanno una elevata uniformità genetica. Nel mondo si coltivano centinaia di varietà di mais, ma le multinazionali cercano di imporre le poche varietà che producono su larga scala. L’uniformità delle coltivazioni è uno svantaggio biologico e espone le piante alle malattie in misura maggiore, perché si riducono i meccanismi di difesa contro i parassiti. In una epoca in cui i cambiamenti climatici incidono sulle produzioni, è necessario avere un numero elevato di varietà per ciascuna specie, allo scopo di individuare le varietà da coltivare nelle diverse condizioni di clima e suolo. Le varietà di mais transgenico non solo non hanno le caratteristiche necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici, ma producono alterazioni della biodiversità. Come si fa a dire che non vi sono rischi per l’ambiente? Le conoscenze che abbiamo nel campo della genetica e lo studio degli ecosistemi devono servire a farci comprendere il comportamento di piante, animali e microrganismi di fronte ai cambiamenti climatici, per difendere la biodiversità. Lo studio dei ricercatori pisani non si pone il problema.
UN’ALTRA QUESTIONE RIGUARDA la produttività. Dallo studio emerge che la resa per ettaro del mais transgenico è superiore di almeno il 5% rispetto alle varietà tradizionali e che, in alcuni casi, sono superiori del 25%. Le colture Ogm si sono sempre poste come obiettivo principale la resa per ettaro, senza alcun riguardo per le conseguenze che questo modello produttivo determina. Negli Usa e in Brasile ci sono imprenditori agricoli, sostenuti dalla Monsanto, che individuano superfici limitate, con condizioni favorevoli per clima, terreno, disponibilità di acqua e su tali superfici scatenano tutto l’armamentario disponibile (semi con 4 variazioni genetiche, modernissime attrezzature e pesticidi a tutto spiano) per ottenere record di produzioni, da esibire a convegni e nelle «giornate dell’orgoglio Ogm». Ma se si analizzano le rese medie per ettaro, come rilevano alcuni studi condotti seriamente, si vede che questa differenza di produttività tra mais transgenici e mais tradizionali non esiste.
A INCIDERE SULLE PRODUTTIVITA’ SONO le tecniche di coltivazione, piuttosto che l’uso di Ogm: preparazione del terreno, tipo di semina, irrigazione, controllo dei parassiti, rotazione delle colture. In pianura Padana varietà di mais ibrido raggiungono rese che non hanno niente da invidiare ai mais transgenici del Mato Grosso (Brasile). Numerosi ricercatori (non quelli di Pisa) si sono posti il problema di quali alterazioni subisce il terreno coltivato a mais transgenico, quali sono le conseguenze per la comunità microbica, quali variazioni subiscono le sostanze organiche. Il mais gm modifica l’ecosistema del suolo, altera l’ambiente microbico, riduce la fertilità, costringendo gli agricoltori a usare più fertilizzanti sintetici.
Un’altra questione riguarda la lotta agli insetti e alle erbe infestanti. Nei mais gm sono stati inseriti diversi tipi di geni provenienti da microrganismi. Il mais Bt contiene un gene, proveniente da un batterio,in grado di produrre nei tessuti della pianta una tossina che distrugge gli insetti che la attaccano, come la Piralide. Lo studio dei ricercatori pisani afferma che «sugli insetti non dannosi non si sono visti effetti significativi, ad eccezione della Braconide». Ma i Braconidi sono imenotteri parassiti, predatori naturali di altri insetti dannosi, svolgono un ruolo ausiliario nella lotta biologica. Il punto è questo: il mais Bt va a interferire nell’equilibrio fra le diverse specie di insetti, danneggia insetti utili, determina forme di resistenza alle tossine prodotte dal gene, col potenziamento di alcune specie che poi difficili da controllare. La Germania, dal 2009, ha vietato l’uso del mais Bt a causa dei danni causati alle Coccinelle, che non sono parassiti del mais. Nei mais gm è anche presente un gene proveniente da un batterio che conferisce alla pianta una resistenza agli erbicidi che contengono glifosato. Il diserbante agisce su tutte le piante presenti sul terreno, ad eccezione del mais modificato.
RITENUTO CANCEROGENO DALLA MAGGIOR parte della comunità scientifica, il glifosato sta producendo disastri in tutto il mondo. Sono gli Ogm ad avere determinato questo uso massiccio dell’erbicida. In uno studio condotto in Brasile su mais e soia modificati, è emerso che gli agricoltori che hanno usato il glifosato sono costretti ad affrontare la resistenza delle erbe infestanti, impiegando dosi elevate di altri diserbanti. Altra questione aperta: la contaminazione che gli Ogm possono produrre su altre specie. Il mais gm è la pianta in cui è stato inserito il maggior numero di tratti geneticamente modificati, con la conseguenza di avere un Dna poco stabile, con una maggiore possibilità di rotture e ricombinazioni geniche. Si determina, così, una condizione favorevole al passaggio di sequenze di Dna in virus, batteri, funghi e attraverso di essi insediarsi in altri organismi. Un processo di contaminazione tra specie impossibile da controllare. Come si fa a dire non è un pericolo per l’uomo e l’ambiente?
E c’è dell’altro: il monopolio dei semi, con una agricoltura sottoposta al controllo di poche multinazionali molto potenti, gli effetti devastanti che il modello produttivo della monocoltura Ogm ha sulle comunità rurali dei paesi in via di sviluppo, con distruzione delle forme di agricoltura familiare e disgregazione sociale.
venerdì 8 settembre 2017
LA TERRA STA MORENDO (PER COLPA NOSTRA)
Carestia, disastri, collasso economico, un sole che ci cuoce: ecco cosa possono infliggerci i cambiamenti climatici (alla faccia di chi li nega). Quando? più presto di quello che pensiamo. Il cambiamento climatico non è un evento ipotetico ma un fenomeno attualissimo e sfuggente con cui dobbiamo imparare a convivere. Dobbiamo essere impauriti dalle conseguenze materiali, qui e ora.
sabato 4 febbraio 2017
Esiste una sorta di Abc del cancro
E’ stato individuato un corredo minimo di geni capace di fornire alle cellule dei tumori dopo aver passato in rassegna un grandissimo numero di geni e adesso potrebbe fornire nuove armi anticancro, molto più efficaci di quelle attuali. Ad aprire questa nuova strada è la ricerca condotta negli Stati Uniti e pubblicata nell’edizione online della rivista Cell. E’ nata dalla collaborazione fra gli istituti Whitehead e Broad. Quest’ultimo fa capo a Massachusetts Institute of Technology (Mit) e Università di Harvard.
giovedì 12 gennaio 2017
Saremo sommersi dai mari, uno studio conferma l'aumento irreversibile
E' già tardi, nonostante i numerosi moniti, le regioni costiere e i piccoli Stati insulari dovranno continuare a fare i conti per secoli con l’aumento del livello dei mari.
domenica 2 ottobre 2016
Sezione Aurea, La matematica di Dio
Cosa hanno in comune le piramidi in Egitto, il ritratto della Gioconda di Leonardo da Vinci, i girasoli, le lumache, la pigna e le dita della tua mano? La risposta a questa domanda si nasconde in una sequenza di numeri scoperti dal matematico italiano Fibonacci. La caratteristica di questi numeri, noti come “numeri di Fibonacci”, è che ciascuno è costituito dalla somma dei due numeri precedenti ad esso.
giovedì 1 settembre 2016
IL sesso orale come antidepressivo
Ecco, dopo lo studio che ha mostrato il giovamento della visione dei film porno prima di un allenamento in palestra e quello riguardo all'alta probabilità per le donne di provare un orgasmo durante le proprie sedute di ginnastica, l'ultimo risultato di una ricerca scientifica.Secondo la State university di New York, avere gli spermatozoi in corpo è un antidepressivo naturale per la sfera femminile.
domenica 20 marzo 2016
Triangolo delle Bermuda: Il mistero non esiste!
Enormi crateri sottomarini potrebbero essere la causa delle misteriose sparizioni. Lo studio in questione si deve ad un team di ricercatori della Arctic University di Norvegia. Gli scienziati scandinavi spiegano nella versione italiana del Sunday Time che le diverse giganti cavità nei fondali del Mare di Barents potrebbero spiegarsi con enormi scoppi di gas, quindi questo fenomeno dovrebbe spiegare il mistero delle scomparse avvenute nel famigerato Triangolo delle Bermuda, tra Porto Rico e la Florida. Ad ogni modo difficilmente uno studio scientifico potrebbe pretendere di dimostrare una tesi del genere.
domenica 13 marzo 2016
Laser ringiovanimento viso: cos’è esattamente?
Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, il viso è lo specchio della bellezza e del nostro benessere psico-fisico. Un viso stanco e invecchiato è il sintomo di un ritmo di vita troppo frenetico, mentre un volto luminoso è senz’altro associato alla cura del proprio aspetto.
giovedì 18 febbraio 2016
Gennaio 2016 è stato il più caldo mai registrato
L’inizio del 2016 è stato davvero caldo in tutto il mondo: le temperature globali hanno battuto tutti i record, spinte anche da El Nino – Godzilla ma portate soprattutto sulle ali di un irrefrenabile cambiamento climatico. A confermarlo sono sia i dati della Nasa che della Japan’s Meteorological Agency (Jma), secondo la quale, subito dopo la fine del 2015, anno più caldo mai registrato, le temperature superficiali terrestri e marine del nostro pianeta a gennaio sono state 0,52 gradi centigradi sopra la media del periodo 1981-2010, battendo di 0,29° C il precedente record del 2015.
domenica 11 ottobre 2015
E' UFFICIALE: Il vero malato è l’omofobo
Non è l'omosessualità ad essere una forma di malattia, bensì l'omofobia.
A confermare tale verità, è ora la ricerca scientifica. lo dimostra lo studio di Emmanuele Jannini, sessuologo dell'Università di Roma Tor Vergata e presidente della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità.
venerdì 4 settembre 2015
Musica: come influenza la nostra mente
Sono d'accordo con Nietzsche: la vita, senza musica, sarebbe un errore.
La musica è parte di noi: ascoltare una bella canzone ci fa compagnia, ci dà carica, ci consola e non è un caso che quest’arte sia così tanto amata ed elogiata.
mercoledì 1 luglio 2015
Addio Chemioterapia.... a curare il cancro ci pensa PLX 4720
Leggiamo e pubblichiamo sempre con la speranza di non creare vane illusioni... Free-Italia.l'avvenimento importante di La Voce del Silenzio.
Addio chemioterapia, a curare il cancro ci pensa il PLX472O scoperto dagli italiani di Marina Ranucci La ricerca sul cancro non si ferma mai. L’ultima scoperta è tutta made in Italy. Un team di scienziati italiani dell’Istituto di Candiolo, in provincia di Torino, ha scoperto un nuovo farmaco, il PLX472O, che potrebbe rivoluzionare le cure utilizzate contro il tumore.
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