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20091101

In dommu de su ferreri, schironi ‘e linna

Questo detto significa: a casa del fabbro, spiedo(i) di legno.
Come capita spesso nel mondo dei detti, dei proverbi ed in genere in quello del linguaggio colloquiale sardo, per veicolare uno o più significati di varia natura si ricorre ad una figura appartenente al mondo del lavoro.
Non di rado, le figure adottate provengono dal mondo artigiano, agropastorale ed operaio.
In questo caso, su ferreri cioè il fabbro è utilizzato come persona di cui non si mettono a priori in dubbio le capacità o le doti professionali, l’esperienza, la forza fisica ecc.
Del fabbro si discute invece il senso pratico o meglio, domestico; l’attitudine o sa gana, la voglia, la volontà di rendersi utile in famiglia.
In effetti, un fabbro che non sappia o non voglia forgiare degli spiedi metallici per sé o per i suoi, può suscitare s’arrisu, il riso ed essere canzonau, schernito.
Come capita spesso nelle culture popolari, assistiamo qui ad un rovesciamento di valori e di prospettiva (quel che di solito capita in occasione del Carnevale).
L’esperto artigiano è così abbassato al rango di allocco o come si dice nel sardo parlato a Cagliari e nel suo circondario, di balossu.
Allargando (di molto) il discorso, mi pare che nel folklore yiddish e nella stessa cultura ebraico-orientale vada per così dire in scena il tipo del dotto talmudista.
Il dotto in questione vien talvolta rappresentato come il classico Luftmensch (uomo delle nuvole, sognatore) che nelle questioni pratiche deve essere tratto d’impaccio dalla moglie (ah, le donne!).
Il filosofo danese Kierkegaard raccontava del tipico filologo (olandese, credo) che riceveva un aiuto simile dalla consorte…
Su questo tema sarebbe comunque interessante un confronto anche con altre/i del blog.
Domanda, quindi: nella vostra regione avete un equivalente del fabbro che a casa sua utilizza degli spiedi di legno? Voglio dire, un detto che possa essere avvicinato a questo? (il che è piuttosto probabile).
Comunque, per me il detto in dommu de su ferreri, schironi de linna può essere inteso in senso lato come uno sberleffo ai cosiddetti esperti

20090928

In su bucconi spratziu…

Ecco come prosegue il detto sardo: … s’angelu si dui sezziri.
Esistono anche delle varianti (peraltro poco rilevanti) del tipo: in su bucconi sparzìu, s’angelu s’inci sezziri (Adriano Vargiu, Guida ai detti sardi, Sugarco, Milano, 1981, p.55).
O anche: su bucconi spartìu, s’angelu s’inci sezziri (Patrizia Mureddu e fratelli, A mustazzu stampaxinu, femina biddanoesa, Scuola sarda editrice, Cagliari, p.27) ecc.
Comunque, il detto significa: l’angelo siede, prende posto nel boccone che si divide.
Sono parole molto belle, che indicano un proposito solidaristico, la volontà di non escludere l’altro.
Se immaginiamo la Sardegna quasi totalmente agro-pastorale e semideserta d’alcuni decenni fa, capiamo facilmente il valore di questo detto.
In quella Sardegna, infatti, di norma i centri abitati si trovavano a notevole distanza l’uno dall’altro: spesso si potevano percorrere decine di km senza incontrare anima viva.
L’alimentazione era poverissima, anzi diciamo pure misera perciò il fatto di dividere il proprio cibo con altri era encomiabile.
Inoltre, non si poteva essere del tutto sicuri dell’identità di chi si decideva d’aiutare. Soprattutto nel caso di un viaggiatore, di un forestiero ecc. poteva trattarsi di un bandito, di un latitante…
Tuttavia, il dovere dell’ospitalità non ammetteva eccezioni.
Del resto, l’ospite era accompagnato da un’aura di mistero e forse anche di sacralità.
Esistono molti racconti e leggende in cui i protagonisti sono Cristo e gli apostoli, che vagano per la Sardegna in cerca di cibo o di riparo per la notte…
Incidentalmente: penso che questo elemento narrativo-leggendario sia comune a molte regioni italiane.
In ogni caso, che il detto citato non venisse sempre applicato è provato dal fatto che alcune delle leggende in questione terminavano con alberi, luoghi o persone pietrificati, inceneriti ecc.!
In ogni caso, su bucconi spratzìu non poteva nascere che da una cultura fondamentalmente solidaristica.
Ho sentito per la prima volta questo detto da persone originarie di Sinnai, una cittadina a pochi km da Cagliari.
Ho poi avuto il piacere di ritrovarlo in epigrafe alla Compagnia dei celestini del bolognese Stefano Benni.
In conclusione, sia bogai a son’e corru (già commentato nell’omonimo post) che in su bucconi esprimono una visione storico-sociale.
Il 1° è la storia di un’esclusione, anche violenta; come non pensare, ai giorni nostri ai cd “clandestini”?
Il 2° esprime una volontà di inclusione.
Io penso che se siamo esseri umani dobbiamo optare per la condivisione, per il dividere con l’altro. Ed allora, anche se l’angelo non prenderà posto tra noi, forse saremo gli angeli di noi stessi.

20090916

“A son ‘e corru”

L’espressione a son ‘e corru (così pronunciata ma che troverei più corretto scrivere a su sonu de su corru) è tipicamente cagliaritana. Da Cagliari essa si sarà diffusa anche in altre zone della Sardegna del sud. Significa "al suono del corno".
A qualcuno quell’espressione evocherà atmosfere e suggestioni medievaleggianti… le imprese dei paladini di Francia, cacce nella foresta, sante e faticose ricerche del Santo Graal…
Altri penseranno a piccanti gesta adulterine; non si sa poi perché se la nostra società gareggia, fino ai suoi vertici, nell’esercizio di una continenza poco meno che monacale.
Ora, il riferimento giusto è quello medievale. Infatti, durante i 4 secoli di dominio spagnolo su cussus poberus sardus (quei poveri sardi) fiada sa lei (era legge) che la parte alta della città fosse soggetta a coprifuoco.
Quella parte costituiva il centro politico-amministrativo e militare di Cagliari e per gli spagnoli, i cagliaritani non vi si dovevano trattenere oltre le 20.
Così, quando cussus dimonius sonanta su corru (quei diavoli suonavano il corno) is casteddaius (i cagliaritani) dovevano telare.
Chi non rispettava tale lei leggia (brutta legge) veniva scaraventato dagli spagnoli giù dalle mura… sulle rocce sottostanti.
Magari un contadino, un artigiano, un commerciante ecc. aveva dei problemi con ruote o assi del proprio carro, con un asino o un cavallo recalcitrante.
Una trattativa d’affari poteva andare per le lunghe o forse qualche spagnolo alluttu (acceso, in senso sessuale) gli aveva molestato la moglie o la figlia; era quindi sorta una questione da dirimersi a curteddu (col coltello).
Ma po is meris de is sardus (per i padroni dei sardi) niente di tutto questo poteva evitare il volo dalle mura.
Col tempo, i cagliaritani hanno dimenticato l’origine ed il senso reali de ci (o ddu) anti bogau a son ‘e corru (l’hanno cacciato al suono del corno). E’ diventata un’espressione a sfondo umoristico, sinonimo di cacciata clamorosa, senza possibilità d’appello.
E’ stata così dimenticata l'orribile fine di tantissimi sardi.
Pare inoltre che dopo aver sfracellato la vittima di turno, si pronunciasse la formula stampax, stai in pace. Forse “stampax”, evidente corruzione del latino stas in pax (o simili) ha dato il nome al quartiere limitrofo di Stampace… in sardo Stampaxi.

 
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