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giovedì 3 aprile 2014

L'albero dalle foglie d'oro


I vecchi, saggi contadini del lontano estremo oriente raccontano una bellissima favola.

C’era una volta, così devono cominciare le favole, un piccolo paese di campagna vicino al grande giardino d’estate del potente principe.

In questo paese, di poche povere case con il tetto di paglia, ma che avevano un aspetto molto dolce, ogni casa aveva attorno un orto e c’era un’unica piazza con al centro, all’ombra di un grande salice pendulo, il pozzo che dava l’acqua a tutti gli abitanti.
Variopinte galline giravano tra le strade polverose, dove si sentiva l’allegro frinire dei grilli.

In una di queste case vivevano fratello e sorella. Non avevano più i genitori, ma la sorella, ormai quasi ragazza, aveva cresciuto con fatica ma molta serenità il fratello di tre anni più giovane.

Si avvicinava la festa di Fior di Loto, così si chiamava la ragazza, e il fratello voleva regalarle qualcosa, ma in paese non c’era nulla e gli alberi non avevano ancora la frutta; era primavera.

Un grande ruscello divideva il paese dal giardino del potente principe e il fratello di Fior di Loto, camminando sul sentiero che costeggiava il ruscello, vide un bellissimo ciuffo di fiori bianchi sulla sponda opposta. Subito pensò a quanto sarebbero piaciuti a Fior di Loto; sapeva che era proibito entrare nel giardino del principe, ma non resistette al pensiero della gioia che avrebbe provato la sorella nel ricevere i fiori, pensava anche di non fare alcun danno al giardino del principe.

Arrampicandosi sui nodosi rami di un salice contorto che si sporgeva sul ruscello riuscì ad attraversarlo; aveva, con timore ed emozione, raccolto il primo fiore quando arrivarono le guardie del palazzo!

Fior di Loto ritornando dal lavoro nei campi non trovò suo fratello ad aspettarla come tutte le sere. Lo cercarono tutti, nel paese e nei dintorni, Fior di Loto era molto preoccupata e quando giunse la notizia che le guardie lo avevano portato via si disperò.
Piangendo corse al castello e chiese di parlare con il principe. Costui era un uomo molto severo e intransigente, che non perdonava mai gli errori dei suoi sudditi. Ascoltò le suppliche della ragazza ai suoi piedi, la osservò con malizia; era molto carina Fior di Loto, e volle divertirsi un po’.

- Non merita nessuna pietà chi entra nel mio giardino e mi ruba i fiori! - Disse. - Ma per questa unica volta voglio ascoltare le tue preghiere; trovami l’albero che ha le foglie d’oro e io libererò tuo fratello, altrimenti fin che vivrà lavorerà nelle mie stalle per ripagarmi del danno subito.

Fior di Loto lo ringraziò e corse via.
Ritornata in paese chiese dove si trovava l’albero dalle foglie d’oro. Nessuno lo conosceva.

Cominciò a cercarlo nei boschi, si allontanò dal paese, cercò sulle montagne e nelle valli. I giorni passavano, lei era sempre più triste, non si curava neanche più del grillo che aveva nella gabbietta di bambù, così i vicini lo liberarono. Chiese ai vecchi saggi di paesi lontani, qualcuno ricordava qualcosa ma nessun consiglio le fu utile.

Lo cercò di notte nei boschi, pensando che nell’oscurità i raggi della luna potessero illuminarlo meglio.

Era disperata, e non sapendo più cosa fare, un giorno prese le forbici e della vernice gialla e andò nel bosco.

Cercò un albero piccolo e con grandi foglie, ritagliò la forma delle foglie fino a creare dei piccoli ventagli. Le foglie dovevano avere una forma diversa da quella di tutti gli altri alberi, poi le dipinse una ad una con la vernice gialla.

Corse dal principe, piena di paure e di speranze. - Ho trovato l’albero dalle foglie d’oro!

Il principe incredulo, accompagnato da tutto il suo seguito, la seguì nel bosco e davanti all’alberetto rimase senza parole; capì subito l’inganno, ma guardando i begli occhi tristi e pieni di speranza di Fior di Loto, il suo duro cuore per una volta si intenerì e liberò il ragazzo.

L’alberetto si vergognava un poco della sua diversità dagli altri e volle sempre rimanere piccolo per non mettersi molto in mostra, cercò anche di restare un po’ all’ombra, di non essere troppo alla luce dei raggi del sole.

Era nato l’Acer shirasawanum aureum!

venerdì 3 gennaio 2014

Un rododendro racconta la sua storia

Non capita spesso che una pianta racconti la storia della sua vita, anzi non ricordo sia successo prima d’ora.
Non è neanche facile scrivere in modo che gli umani capiscano, sanno molto poco di noi piante.
Non sanno ad esempio che sappiamo riconoscerli.
Devo dire che alcuni, raramente, ci parlano, anche se è inutile, noi non possiamo sentire la loro voce, come altri rumori, siamo però in grado di sapere perfettamente cosa pensano, ed è molto meglio, il pensiero non è mai logorroico, e non contiene bugie. Gli umani sono molto più limitati, mi pare che non siano in grado di capire neanche i loro stessi pensieri.
Io sono nato nel 2003. Ma non sono nato da un seme, e qui mi trovo in difficoltà a spiegare, anche a me stesso. Allora c’era (e spero ci sia ancora) un bel rododendro in un importante giardino botanico. Non era molto osservato dai visitatori. La pianta di sviluppo contenuto, i fiori piccoli, non attirava l’attenzione. Non si metteva in mostra.
Un giorno, tra i vari visitatori passa “l’uomo con la barba”. Ogni tanto compariva, e l’avevamo già notato, abbiamo una memoria di ferro noi. E gli avevamo affibbiato quel nome. Era stato notato perché di solito riservava le sue attenzioni a piante meno vistose, ma era anche un po’ temuto, correva voce che ogni tanto avesse l’abitudine di staccare un rametto a qualche pianta.
Quel giorno si fermò nuovamente ad osservare il rododendro, parlò con il capo giardiniere, che spesso lo accompagnava nei suoi giri, poi mise una mano in tasca e trasse un paio di forbici da potare. Terrore! Al rododendro, si accapponò la corteccia, le piante si spaventano quando si avvicina un umano con le forbici in mano. L’uomo si chinò, osservò, tastò, poi... confusamente, come nella nebbia, ricordo per un attimo un vivissimo dolore; con un taglio netto asportò un piccolissimo rametto, tre quattro foglioline solamente.
Da quel momento in avanti, per molto tempo tutto è stato molto confuso, ovattato.
Quel rametto ero io, per la prima volta avevo dei pensieri miei! Non ero più parte di una pianta, avevo una mia anima, ma ero in uno stato credo simile a quello che gli umani chiamano “coma vigile”.
In realtà i ricordi sono flebili e lontani, come erano le mie sensazioni allora, ma ricordo tutto. Devo dire che, con molto tatto, mi mise in un sacchetto di nylon, spruzzò un po’ di acqua, rinchiuse il sacchetto è poi fu buio.
Non sentivo più dolore, solo una specie di formicolio nel punto dove ero stato tagliato.
La mia coscienza era molto limitata e confusa. Può essere difficile da capire, ma anche da spiegare: pensavo, ragionavo, ed era una cosa nuova, per certi versi incomprensibile.
Dopo un certo tempo che non ricordo, rividi la luce; sempre le sue mani, sempre le forbici da potare vicino, in più uno strano coltello e altri oggetti, tutto, me compreso su di un tavolo.
Poi l’uomo con la barba si allontanò e ritornò con due vasi con una pianta in ognuno.
Io non avevo paura, stante il mio stato di torpore, però vedevo e capivo tutto. Con mani abili e veloci rapidamente asportò qualche rametto basso alle due piante nei vasi, mi prese in mano, mi tagliò praticamente in due, fece una specie di punta alla base di uno dei due pezzi, incise il tronchetto di una delle piante in vaso e mi inserì dentro. Con un elastico mi legò stretto. Tutto questo si svolse in pochi secondi, poi mi trovai in una serra.

Sorpreso, sgomento, con i sensi attutiti, sempre però ben presente, cominciai a guardarmi attorno. Molti vasi erano vicini, con essenze diverse, che non conoscevo. Un’umidità pesante mi opprimeva, e quello strano formicolio alla base si era accentuato.
Ero “piantato” sopra, dentro un altro arboscello, che non pareva contento di ospitarmi; d’altronde, era stata ferito anche lui poveretto.
Per parecchio tempo rimasi in una specie di dormiveglia, quello strano formicolio nel punto dove ero unito gradualmente si stava riducendo.
Poi un giorno mi svegliai completamente, le mie gemme si stavano aprendo, stavano sviluppandosi.
L’uomo con la barba passava spesso, si metteva gli occhiali e osservava con attenzione non solo me, ma anche i miei vicini, tutti “operati” allo stesso modo.
La pianta che mi ospitava cominciò, con garbo, a lamentarsi con me, anche a lei stavano crescendo le gemme, ma appena si allungavano compariva l’uomo con la barba e gliele asportava. Una sofferenza per lei, che mi metteva a disagio.
Vi era una specie di conflitto di personalità tra me e lei, non si capiva dove finiva lei e dove iniziavo io. Col passare dei mesi io - grazie alle costanti attenzioni del giardiniere - presi il sopravvento. Ora, dopo tre anni, la pianta che mi ospita non si nota più, viviamo in armonia, anche se la mia personalità l’ha, involontariamente, completamente sovrastata.
Ho scoperto che si chiama, Rhododendron ‘itheophyllum’.
Ho anche scoperto di avere un fratello, nato dallo stesso rametto; quando all’inizio il giardiniere mi tagliò in due, preso dalle troppe emozioni, non avevo notato che l’altro pezzetto era stato inserito, allo stesso modo, su un’altra piantina.
Siamo vicini, ci facciamo compagnia. Lui è stato meno fortunato di me, è stato “innestato” (ho imparato in seguito che questo è il nome dell’operazione che avevo subito) su un’altra specie di pianta, un Rhododendron ‘blu diamond’. I due non hanno stabilito una serena convivenza, un buon equilibrio tra di loro, e il punto dove sono stati uniti ne risente, manifestando come un gonfiore.
Ora viviamo sotto un ombraio, insieme ad un folto gruppo di piante innestate, dei più svariati generi e specie. Ci sentiamo delle privilegiate, l’uomo con la barba ci presta molte più attenzioni di quelle che dedica agli ombrai vicini, e soprattutto... non ci vende!
Un giorno, ho saputo che il mio nome è Rhododendron razorbill, ma con disappunto ho anche appreso che non sono una “specie” ossia figlio, nipote, di una pianta esistente in natura, ma il frutto di chissà quale incrocio, mutazione o esperimento di qualche umano.
Spesso vengono visitatori, e si soffermano proprio a guardare il gruppo degli innestati. Pare sia molto apprezzata la nostra accoppiata, piace il tronco dell’itheophyllum, con la caratteristica corteccia - rara per un rododendro - che si sfoglia; sento spesso dire: che bello, sembra un bonsai. Mi infastidisce un po’ questo accostamento. Ho sempre pensato ai bonsai come sfortunate piante torturate, anche se alcuni di essi sono molto fieri e ammirati.
Voglio ancora dire che molti pensano che le piante in vaso vivano come in prigione, non è vero, se abbiamo il terriccio giusto, il concime adatto, i normali rinvasi, viviamo bene, però... in un continuo stato di apprensione! Il terrore delle piante in vaso è l’irrigazione. Se in estate si dimenticano di bagnarci per un paio di giorni, siamo morte! E che brutta morte. Una lenta agonia. Al contrario, spesso siamo bagnate troppo con seri guai per la nostra salute.
Noi abbiamo il dente avvelenato con quelli che vanno in giro con le forbici e hanno l’abitudine di tagliarci rami. Ma io ci sono grazie a quell"abitudine", e posso raccontare questa mia storia.




sabato 21 dicembre 2013

L'acero e il carpino

L’acero e il carpino
Vi fu un tempo lontano in cui gli alberi camminavano.
Potevano, agli occhi nostri, sembrare goffi, ma tanto nessun altro essere vivente c’era a vederli.
Si spostavano con movimenti lenti. I grandi faggi, con il loro intrico di radici superficiali, quasi strisciavano sul terreno con un tremolio simile ai millepiedi. Le mangrovie erano un po’ ridicole, sembravano maldestri giocolieri sui trampoli, incespicavano spesso con le loro troppe e alte radici.
Il fico delle pagode “se la tirava un po” il suo non era un camminare, ma un incedere dall’alto delle sue radici che parevano imponenti colonne. Ai suoi piedi aveva sempre uno stuolo di alberelli e arbusti che, ognuno a modo suo, gli trotterellava accanto; sembravano suoi devoti sudditi, in realtà erano solo alla ricerca di ombra costante, perché erano qualità di piante che non sopportavano i raggi del sole.
I rampicanti poi... qualcuno strisciava come una biscia. I rovi avevano un modo strano per spostarsi, poggiando la punta arcuata dei rami a terra facevano dei buffi saltelli.
Parlavano anche tra di loro, si incontravano, si frequentavano e queste loro facoltà contribuirono ad alimentare simpatie, ma anche gelosie e invidia; pare proprio che l’intelligenza spesso non venga usata per migliorare l’armonia.
Questa promiscuità poteva portare qualche problema, e col tempo alla fine... accadde!
Un acero si innamorò di un carpino!
Non posso criticarlo, anch’io sono innamorato non di un carpino ma di molti carpini.
Non so come fosse il carpino che fece palpitare il nostro acero; so però come sono i carpini che amo; hanno il tronco irregolare, contorto, ma che irradia un senso di caparbia forza, come dico io, hanno l’aspetto “vissuto”.
L’acero disdegnava i suoi simili, voleva solo più stare con il suo carpino, che in verità era un po’ imbarazzato, non capiva bene l’eccessiva simpatia manifestata dall’acero, ma lo accettava; si sa, i carpini sono molto pazienti e saggi.
Ma gli altri carpini, e soprattutto gli aceri, non riuscivano a capire questo inspiegabile comportamento. Più di tutti una giovane carpinella era infastidita da questo alberello, di un’altra razza, sempre tra i piedi; anche lei provava simpatia per il medesimo carpino.
I genitori dell’acero erano molto preoccupati, il comportamento del loro figliolo li metteva in imbarazzo. Cercarono più volte di parlargli, dicendogli:
- Non comportarti così, cosa diranno gli altri alberi ? (questa frase è poi stata copiata dagli umani ed è diventata: cosa dirà la gente?) Ma lui non ascoltava ragioni.
Ormai passava tutto il suo tempo con i carpini, che finirono pian piano con l’accettarlo come un loro simile. Il piccolo acero voleva diventare realmente un carpino e ce la metteva proprio tutta; si sforzava in ogni modo per cambiare, e ad ogni primavera le nuove foglioline che spuntavano assomigliavano sempre più a quelle dei carpini, finché, dopo molti anni, le foglie erano ormai uguali.
Molto tempo è trascorso da quando avvennero questi fatti. Ora le piante non camminano più, quindi non può più capitare che un albero corra dietro ad un altro, creando qualche disagio. In cambio ci sono i disegnatori di giardini e i giardinieri, che spesso sistemano vicino piante che non hanno proprio nulla da dirsi. Potessero ancora camminare gli alberi, io credo che ne vedremo delle belle nei giardini di oggi! Vedremmo una processione di ulivi dalla pianura Padana dirigersi verso il mare e una fila di abeti trotterellare invece verso la più vicina montagna, ma ci sarebbero anche piccoli spostamenti, come per esempio l’arbusto che ama il sole allontanarsi dall’ombra dove è stato erroneamente piantato e viceversa.
E il nostro acero con le foglie del carpino? Così è rimasto anche ai tempi nostri, tant’è che gli uomini lo hanno chiamato Acer carpinifolia. Ma una differenza è rimasta per distinguerlo dai carpini, è riuscito ad avere le foglie uguali, ma non a cambiare il modo come sono inserite sui rametti. Infatti a distinguerlo come acero, le sue foglie sono rimaste opposte a due a due, non alternate come nei carpini.

domenica 8 dicembre 2013

Il giardiniere e i padroni (solo testo)

A un miglio di strada dalla capitale si trovava un vecchio castello con grosse mura, torri e tetti merlati. Qui vivevano, ma solo d'estate, nobili e ricchi signori; quel castello era il migliore e il più bello di quelli da loro posseduti; da fuori sembrava appena costruito e all'interno aveva tutte le comodità e gli agi. L'insegna della famiglia era scolpita nella pietra proprio sopra il portone, e intorno e sul torrione si intrecciavano bellissime rose; un unico tappeto d'erba si stendeva intorno al castello, c'erano rovi e biancospini, e fiori rari anche fuori dalla serra.
I padroni avevano anche un ottimo giardiniere, era proprio un piacere ammirare il giardino, il frutteto e l'orto. Lì vicino si trovava ancora un resto del vecchio giardino del castello, con siepi di bosso tagliate a forma di corone e di piramidi. Dietro si trovavano due vecchissimi e enormi alberi; erano quasi sempre senza foglie, ma si poteva credere che una bufera o una tempesta li avesse cosparsi di grossi pezzi di becchime: ogni pezzo era un nido per gli uccelli.
Qui, da tempo immemorabile, costruivano il nido una gran quantità di corvi e cornacchie; era come un'intera città di uccelli; gli uccelli facevano da padroni, erano i proprietari della tenuta, la più antica famiglia del luogo, i veri padroni del castello. A loro non interessavano gli uomini, ma sopportavano quelle creature che camminavano così in basso, anche se ogni tanto sparavano coi fucili; allora gli uccelli sentivano i brividi alla schiena e si alzavano in volo per lo spavento gridando: «Cra, era!».
II giardiniere diceva spesso ai suoi padroni di far abbattere quei vecchi alberi che non erano affatto belli, così ci si sarebbe forse liberati di quegli uccelli gracchianti che avrebbero cercato un altro luogo. Ma i padroni non volevano liberarsi né degli alberi né degli uccelli; era qualcosa che il castello non poteva perdere, qualcosa che risaliva ai tempi passati e che quindi non bisognava assolutamente distruggere.
«Quegli alberi sono proprietà degli uccelli; lasci che continuino a averli, mio buon Larsen!»
Il giardiniere si chiamava Larsen, ma questo non ha molta importanza.
«Non le basta, signor Larsen, tutto il posto che ha? l'intero giardino, la serra, il frutteto e l'orto?»
Lui aveva tutto questo, lo curava, lo sorvegliava e lo coltivava con zelo e bravura; i padroni lo riconoscevano, ma non nascondevano che in casa d'altri mangiavano spesso frutti e vedevano fiori superiori a quelli del loro giardino; questo rattristava il giardiniere, perché voleva sempre il meglio e faceva del suo meglio. Aveva buon cuore e era bravo nel suo lavoro.
Un giorno i padroni lo chiamarono e gli dissero con molto garbo che il giorno prima avevano visto in casa di nobili amici una qualità di mele e di pere così succose, così saporite, che loro, e tutti gli altri ospiti, avevano espresso grande meraviglia. Quei frutti non erano certo del loro paese, ma dovevano venire importati e coltivati, se il clima lo avesse permesso. Si sapeva che erano stati acquistati in città dal primo fruttivendolo; il giardiniere doveva recarsi là per sapere da dove provenivano e ordinare i rami per l'innesto.
Il giardiniere conosceva bene quel fruttivendolo, era proprio a lui che vendeva per conto dei padroni il sovrappiù dei frutti cresciuti nel giardino del castello.
Andò dunque in città e chiese al fruttivendolo da dove aveva ricevuto quelle lodatissime mele e pere.
«Vengono dal vostro giardino!» disse il fruttivendolo, e gli mostrò i frutti che il giardiniere riconobbe subito.
Oh, come fu felice il giardiniere! Si affrettò dai padroni per raccontare che sia le mele che le pere provenivano dal loro giardino.
I padroni gli credettero a malapena. «Non è possibile, Larsen! Può procurarci una dichiarazione scritta da parte del fruttivendolo?»
Naturalmente lui poteva, e così portò loro un attestato scritto.
«È straordinario!» dissero i padroni.
Da allora ogni giorno sul tavolo dei padroni vennero portati grossi recipienti pieni di meravigliose mele e pere che provenivano dal loro giardino. Furono poi mandati stai e barili dei frutti agli amici che abitavano in città e fuori città, persino all'estero Era proprio un piacere! Dovevano però riconoscere che avevano avuto due estati veramente eccezionali per gli alberi da frutto, come era successo in tutto il paese.
Passò del tempo e i padroni furono invitati a cena a corte. Il giorno dopo il giardiniere venne chiamato. Avevano mangiato a tavola meloni proprio succosi e saporiti che provenivano dalla serra reale.
«Deve recarsi dal giardiniere di corte, buon Larsen, e procurarci alcuni semi di questi preziosissimi meloni!»
«Ma il giardiniere di corte ha avuto i semi da noi!» esclamò il giardiniere tutto contento.
«Allora quell'uomo ha sicuramente fatto crescere meglio i meloni!» risposero i padroni. «Ogni melone era straordinario.»
«Bene, allora devo proprio esserne orgoglioso!» disse il giardiniere. «Lor signori devono sapere che il giardiniere di corte non ha avuto fortuna coi suoi meloni e dopo aver visto quanto fossero belli i nostri, dopo averli assaggiati, ne ha ordinati tre da portare al castello reale.»
«Larsen, non si metta in testa che erano i meloni del nostro giardino!»
«Credo proprio di sì» rispose il giardiniere. Andò dal giardiniere di corte e ebbe da lui una dichiarazione scritta che attestava come i meloni presentati a tavola provenissero dal castello dei suoi padroni.
Fu veramente una sorpresa per i padroni che non tennero per sé la storia; anzi mostrarono l'attestato, mandarono semi di meloni ovunque, proprio come avevano fatto prima con i rami d'innesto.
Vennero poi a sapere che quelli avevano attecchito bene, avevano messo frutti meravigliosi e erano stati chiamati col nome del castello, così che ora il nome si poteva leggere in inglese, in tedesco e in francese. Una cosa simile non la si poteva certo immaginare!
«Basta che il giardiniere non si monti la testa!» dissero i padroni.
Lui la prese in un altro modo; voleva, per mantenere la fama di essere uno dei migliori giardinieri del paese, cercare di ottenere ogni anno qualcosa di straordinario dalle piante del giardino; e così fece; ma spesso dovette sentirsi dire che i primissimi frutti che aveva portato, quelle mele e quelle pere, erano comunque le migliori e che tutte le altre specie non erano allo stesso livello. I meloni erano molto buoni, ma erano un genere diverso, le fragole potevano dirsi ottime, ma non erano migliori di quelle degli altri giardini, e quando un anno i ravanelli crebbero male, si parlò solo di quegli sfortunati ravanelli e non di tutte le altre cose buone che erano state prodotte.
Era come se i padroni provassero sollievo nel dire: «Quest'anno non è andata, caro Larsen!». Erano proprio felici nel poter dire: «È andata male quest'anno!».
Due o tre volte la settimana il giardiniere portava fiori freschi nel salone, sempre preparati con buon gusto, così da mettere in risalto i colori.
«Lei ha buon gusto, Larsen!» dicevano i padroni «è un dono che le è stato dato dal Signore, non è merito suo!»
Un giorno il giardiniere giunse con una grande coppa di cristallo dove, su una foglia di ninfea, posava, con il suo lungo e grosso stelo infilato nell'acqua, un fiore turchino molto luminoso, grande come un girasole.
«È un fior di loto dell'Indostan!» esclamarono i padroni. Non avevano mai visto un fiore così; di giorno venne messo al sole e di sera sotto la luce riflessa. Chiunque lo vedeva lo trovava estremamente bello e particolare; la stessa cosa disse anche la più nobile delle damigelle del regno, che era principessa: era buona e intelligente.
I padroni furono onorati di donarle il fiore che giunse così a corte insieme alla principessa.
Allora i padroni scesero in giardino per cogliere un fiore della stessa specie, se ce ne fosse stato uno, ma non lo trovarono. Chiamarono dunque il giardiniere e gli chiesero da dove provenisse quel fior di loto blu.
«L'abbiamo cercato invano» spiegarono. «Siamo stati nella serra e in tutto il giardino.»
«No, lì non si trova di sicuro» disse il giardiniere. «È solo un fiore dell'orto! Ma è bello, non è vero? Sembra un cactus azzurro, e in realtà è il fiore del carciofo.»
«Avrebbe dovuto dircelo subito» dissero i padroni. «Noi credevamo che fosse un fiore molto raro e esotico. Ci ha umiliato davanti alla giovane principessa! Lei ha visto il fiore a casa nostra, l'ha trovato così bello, non lo conosceva, anche se è esperta di botanica; ma la botanica non ha niente a che vedere con gli ortaggi. Come le è venuto in mente, Larsen di portare un fiore come quello nel salone? Così ci ha reso ridicoli!»
E il bel fiore turchino, che era stato preso dall'orto, non venne più ammesso al salone dei padroni perché non era ritenuto adatto; poi i padroni si scusarono con la principessa, raccontarono che il fiore era solo un modesto ortaggio che il giardiniere aveva avuto l'idea di mettere in mostra; ma per questo era stato rimproverato severamente.
«È un peccato, un'ingiustizia!» esclamò la principessa. «Lui ci ha aperto gli occhi davanti a un fiore meraviglioso a cui non avevamo mai prestato attenzione, ci ha mostrato la bellezza che si trova dove non abbiamo mai pensato di cercarla! Il giardiniere del castello, ogni giorno, per tutto il tempo in cui i carciofi avranno i fiori, dovrà portarne uno nella mia camera.»
E così accadde.
I padroni fecero dire al giardiniere che ora poteva portare di nuovo un fiore fresco di carciofo nel salone.
«In fondo è bello!» dissero. «È proprio strano!» Il giardiniere venne lodato.
«A Larsen questo fa piacere!» dissero i padroni. «È come un bambino viziato.»
In autunno ci fu una tempesta terribile, fu così violenta nel cuore della notte che molti grossi alberi ai margini del bosco vennero sradicati, e, con gran dolore dei padroni - dissero loro - ma con grande gioia del giardiniere, i due grandi alberi pieni di nidi di uccelli furono abbattuti. Si sentirono nella tempesta le grida dei corvi e delle cornacchie che sbattevano le ali contro i vetri, raccontava la gente del castello.
«Ora sarà felice, Larsen» dissero i padroni. «La tempesta ha sradicato gli alberi e gli uccelli hanno trovato rifugio nel bosco. Qui non c'è più nulla dei vecchi tempi; ogni segno e ogni traccia sono scomparsi. E molto triste!»
Il giardiniere non disse nulla, ma pensò a quello a cui aveva pensato a lungo, di utilizzare quello splendido spiazzo al sole, che prima aveva dovuto lasciar stare, e di trasformarlo in ornamento per tutto il giardino e motivo di gioia per i padroni.
I grandi alberi abbattuti avevano soffocato e schiacciato le vecchissime siepi di bosso, tagliate in vari modi. Lui piantò una serie di piante diverse, tutte del paese, prese dai campi e dai boschi.
Piantò quello che nessun altro giardiniere avrebbe mai pensato di piantare in gran quantità nel giardino dei padroni, mise ogni specie nella terra più adatta, all'ombra o al sole secondo le esigenze di ogni specie. Le curò con amore e queste crebbero meravigliose.
II cespuglio di ginepro della landa dello Jutland si innalzò con la forma e il colore del cipresso italiano, e il lucido agrifoglio spinoso, sempreverde nel freddo dell'inverno come nel sole dell'estate, era bellissimo a vedersi. Davanti crescevano felci, di molte specie diverse: alcune sembravano nate da una palma, altre sembravano i genitori di quella sottile e deliziosa pianta che noi chiamiamo capelvenere; c'era la disprezzata lappola, così bella nella sua freschezza, che sta molto bene in mazzetti. La lappola cresceva all'asciutto, ma più in basso, dal terreno umido, cresceva il farfaraccio, altra pianta disprezzata e pure così artistica per la sua altezza e per le foglie enormi. Altissimo, con i fiori molto vicini tra loro come uno straordinario candelabro a molte braccia, si innalzava il verbasco trapiantato dal campo. C'erano le asperule, l'acetosella e i mughetti, le calle selvatiche e il sottile trifoglio del bosco. Era proprio una meraviglia!
Davanti, sostenute da fili d'acciaio, crescevano in fila piccole piante di pere che provenivano dalla Francia: avevano sole e cure e davano grandi frutti succosi, proprio come nel paese d'origine.
Al posto dei due vecchi alberi senza foglie fu messo un grande palo portabandiera, su cui sventolava la bandiera nazionale, e lì vicino un altro palo, dove in estate e in autunno si attorcigliava il luppolo con i suoi grappoli di fiori profumati; ma d'inverno, secondo un'antica usanza veniva appeso un manipolo di avena, perché gli uccelli del cielo avessero da mangiare nel periodo natalizio.
«Il buon Larsen diventa sentimentale con gli anni» dissero i padroni. «Ma è fedele e devoto.»
Per Capodanno, in una rivista illustrata della capitale, comparve una fotografia di quel vecchio castello; si vedeva il palo della bandiera e quello dell'avena per gli uccellini del cielo nel periodo natalizio. Si diceva che era stata una bella idea che un'usanza così antica fosse stata ripresa, un'idea degna di quel vecchio castello.
«Per tutto quello che Larsen fa» dissero i padroni «si battono i tamburi. È proprio un uomo fortunato! Dovremmo quasi essere fieri di lui!»
Ma non erano davvero fieri di lui! Sapevano di essere i padroni, potevano licenziare Larsen, ma non lo facevano perché erano brave persone; ci sono molte brave persone come loro, e questa è una fortuna per ogni Larsen.
Sì, questa e la storia del "giardiniere e i padroni". E adesso potete cominciare a pensarci sopra!
Hans Christian Andersen

sabato 7 dicembre 2013

Il giardiniere e i padroni


Caro Renato, io contribuisco poco a questo blog, ma questa volta ho una storia da raccontare.
So che hai già pubblicato varie "favole botaniche" che forse i tuoi lettori del blog ancora non conoscono. Magari per invogliarti a "rispolverarle" contribuisco oggi con "Il giardiniere e i padroni" una celebre "fiaba botanica" di Hans Christian Andersen, che ho avuto la fortuna di ritrovare e rileggere l'altra sera... e citando le stesse parole di Andersen, una volta che l'avrete letta "...cominciate a pensarci sopra!".

A un miglio di strada dalla capitale si trovava un vecchio castello con grosse mura, torri e tetti merlati.... CONTINUA...

domenica 6 ottobre 2013

Favola triste

Ho incontrato questa favola, nel suo diffuso, profondo dolore, mi è parsa molto intensa.

Alto, con una lunga barba grigia
portava la bambina in braccio con una  grazia leggera
come non pesasse.
Guardava spesso la bambina
Immobile
sembrava dormisse di un sonno sereno
pareva avesse un leggero accenno di sorriso.
Camminava in un posto magico
come solo nelle favole si poteva trovare.
Percorreva un sentiero stretto tra alte erbe
a sinistra un bosco rado di piante sconosciute
alberi dai tronchi grandi e vissuti
a destra si estendeva un prato senza fine
di erba alta oltre al ginocchio che una carezza di vento cullava come un calmo mare.
Tra le chiome contorte degli alberi svolazzavano uccellini strani
farfalle variopinte
nel sottobosco si vedevano funghi di ogni colore.

La bambina aveva un vestitino bianco
Un po’ corto
non aveva  avuto il tempo  per farglielo più lungo.
La bambina dormiva con un sonno trepidante
come  nell’attesa di dolci sogni.
Ogni tanto il signore con la barba esclamava

guarda quella farfalla con le ali azzurre!
La bambina
senza aprire gli occhi
senza svegliarsi la vedeva.
Vedeva con grande nitidezza
vedeva con gli occhi di lui.
Nel suo sonno la bambina viveva con impaziente ma serena attesa delle parole dell’uomo
perché vedeva solo le cose che lui gli diceva.

Guarda un codirosso!

Guarda quel fungo colorato
come è grande
sembra la casa di uno gnomo!
Saliva il sentiero
ma l’uomo continuava a procedere con la bambina in braccio senza apparente fatica.

Guarda il musetto di uno scoiattolo che si affaccia da un buco nel tronco di quell’albero!

Era lungo il sentiero
già da un giorno camminava.

Guarda quel fiore rosa
sembra un calice di cristallo!

Tre giorni durò quella salita lungo una collina interminabile.
Tre giorni senza nessuna notte.
In quel posto magico non c’era il buio
le giornate erano scandite da una luminosità diffusa
senza il fastidio che a volte possono dare i raggi del sole.

Guarda
un riccio tutto giallo!

Il terzo giorno rallentò il passo
non per stanchezza
pareva non volere arrivare alla fine.

Guarda quella zucca appesa all’albero
sembra la carrozza di Cenerentola!

Sempre più lento saliva
 alla fine arrivò ad un punto dove il sentiero non c’era più e dovette fermarsi.
Di fronte, davanti a lui, sopra l’erba, una luce corporea era in attesa.
Un braccio allungato
una mano
invitarono la consegna della bambina.
Improvvisamente il signore della barba parve invecchiato
si chinò
diede un tenerissimo bacio sulla fronte della bambina poi la sporse delicatamente in avanti
presa per mano si mise in piedi.
Stava eretta sull’erba
come non avesse peso
come galleggiasse.
Volse le spalle al vecchio e iniziò lentamente
tenuta per mano
a salire la china erbosa
era lontana la cima, dove si intravedeva un chiarore diffuso.
Quel percorso, straordinario, privilegiato
era riservato solo a chi vestiva un abito bianco
particolare
come quello della bambina.
Non era fatto con tessuti pregiati
ma dall’unione di tante piccole buone intenzioni
preghiere ripetute
con dei riporti gentili come delicati ricami
di un bianco appena crema
costituito da altre preghiere più consistenti.
Il vestito emanava un leggero lucore
frutto di una energia potente accumulata nel tempo occorso per  comporre la trama.

La guardò allontanarsi
guardò le sue spalle
grandi lacrime silenziose sgorgarono su quel viso ora stanco
esausto svuotato di ogni energia
persino di quella che aiuta a vivere.
Si voltò e lentamente cominciò a discendere per il sentiero che aveva percorso.
Ora le sue lacrime cadevano a fiotti sul sentiero
dalla terra bagnata dalle lacrime l’erba  immediatamente cresceva
dietro di lui il sentiero non c’era più!
Ad un certo punto la bambina, si fermò
la mano che la guidava
con dolcezza cercava di farla proseguire
non ci fu verso.
Lasciò la mano, si voltò
vedeva la spalle ingobbite dell’uomo allontanarsi lentamente.
Allora portò le mani alla bocca e gli mandò due baci
due baci silenziosi
dolci
ma di una intensità materiale che lo raggiunsero alle spalle.
Trasalì
come colpito da una sferzata
una dolce intensa sensazione lo pervase
senza voltarsi sentì, vide i baci della bambina
gli mancarono le forze dall’emozione
le gambe gli cedettero
cadde su un ginocchio mormorando
…Amore mio.

Così finisce la storia del vecchio e della bambina.
Quando arrivò ai piedi della collina l’erba, bagnata dalle lacrime, era cresciuta dietro di lui e nascondeva ormai ogni traccia del sentiero; non avrebbe mai più potuto ritrovarlo.
Chissà, forse in un’altra storia l’uomo con la barba e la bambina dal vestitino bianco si incontreranno; le favole a volte riservano sorprese. Chissà…

Syta Setarec
Norka Norote