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domenica 20 aprile 2008

La casa delle peonie

Case& Country maggio 2008

Una scelta di vita
Un romantico laghetto, anzi un lago perchè ha una discreta dimensione.

La casa in cima alla collina, che si affaccia sul lago, bianca, particolare, fin dai materiali di costruzione: il legno. E’ una classica casa della provincia americana, infatti il progetto nasce negli Stati Uniti,.
Nel tardo pomeriggio un sole pallido e un po’ di bruma attenuava lo sfondo delle montagne e rendeva il paesaggio come sospeso, evanescente.
Dall’uscita dell’autostrada, prima la statale, poi una strada secondaria si inoltra in questa parte di pianura Padana un po’ pigra con i campi quadrangolari liberi dalle coltivazioni di mais. Dopo il terreno diventa mosso, i regolari campi non ci sono più, sulla destra rade querce accompagnano la strada, fino a quando improvvisamente, inaspettato, appare il lago.
Non è il solito lago di origine artificiale come tanti. Questo è un lago da quadro del 700, con gli esili rami dei salici piangenti accarezzati da un fiato di aria che giocano pigramente sull’acqua. In lontananza la casa fa capolino tra il verde.
- Negli anni 60, uno zio un po’ impaziente volle questo progetto direttamente dall’America - racconta Gabriella Berardi di Pralormo – la realizzazione è stata abbastanza impegnativa per i materiali inusuali e di difficile reperimento.
E’ stata una scelta di vita la coltivazione delle peonie per Gabriella Berardi di Pralormo e Lodovico Salvi Del Pero. Non mancavano certo gli impegni, oltre all’attività agricola ad indirizzo prevalentemente cerealicolo anche un’importante azienda viticola in Argentina occupava la famiglia, ma sono riusciti a ritagliare uno spazio per questa nuova avventura.
- La nonna amava molto le peonie, e alcune piante, ora centenarie, come un grande cespuglio di Peonia ‘Duchesse de Morny’ si possono ancora ammirare nel parco del Castello di Pralormo. Ed è proprio osservando una di questa piante, in un momento di relax, che è scattata la scintilla. Nel 1994, in collaborazione con un parente, è iniziata la produzione, partendo da una collezione di peonie arrivate precedentemente dall’America, una novità per l’Italia.
Ora il loro catalogo si è ancora più arricchito e comprende centinaia di specie e varietà diverse.
Anche il figlio Carlo è stato contagiato da questa passione, ed è bello che ci sia una continuità; la professionalità raggiunta, che richiede anni di passione ed esperienze, non andrà perduta.
Un grande campo di queste piante speciali, in lunghe file, costeggia una strada alberata a sud della villa, mentre dall’altro lato della strada, un secondo laghetto offre uno scenario diverso dal primo. Si deve fare uno sforzo per pensare che siamo nella pianura Padana, non nel New England.
In questo campo ci sono le peonie erbacee. Quando sono in fioritura lo spettacolo è impareggiabile, anche perché i fiori, seppure ricercati dai fioristi, non vengono raccolti, ma restano a disposizione dei visitatori, vengono vendute solo le piante, che si dividono in autunno. Il profumo dei fiori, che in certe varietà può essere veramente speciale si diffonde nell’aria.
Si sono aggiunte le hoste, presenza meno importante ma molto “inglese”. Amano poco i raggi del sole per cui sono ospitate sotto ombrai in strutture molto semplici, che si inseriscono bene nel contesto. Una piccola serra per l’affrancatura delle peonie appena invasate completa il quadro.
Altri campi si estendono nelle vicinanze, alcuni ancora di peonie erbacee altri delle più preziose, più aristocratiche sorelle maggiori, le peonie arboree.

domenica 3 dicembre 2006

Secondino Lamparelli - Valerio Barbetta

Il mondo che deve conoscere, padroneggiare un giardiniere è vasto. Molto vasto. Spazia dalla coltivazione delle piante, diversificata se pensiamo a piante da vivaio o piante da serra calda; comprende il capitolo della riproduzione, vario per i metodi: la semina, con i loro diversi periodi, le talee, i vari tipi di innesti, che devono tenere conto della compatibilità tra porta-innesto e marza, e poi la conoscenza e la cura delle principali malattie che possono colpire le piante. Occorre conoscere le loro esigenze rispetto al clima, l’esposizione, l'irrigazione, il Ph del terreno, la potatura e un sacco di altre cose che non sto ad elencare.
Dopo, viene la parte che io definisco “artistica”, perché comporre, costruire un giardino richiede certe doti. Realizzare un giardino è come dipingere un quadro o scolpire una statua; con qualche complicazione in più perché un quadro o una scultura quando sono terminati è finito il lavoro dell'artista, mentre un giardino è un’opera viva che si modifica continuamente, nelle stagioni e negli anni, e bisogna tenerne conto durante l'esecuzione o la progettazione.
Durante l’esecuzione dei lavori in un giardino, la quota di una collinetta, la sinuosità di uno stradino, devono essere modificati e definiti sul posto dall’occhio del giardiniere; così come ogni pianta, ogni masso deve avere una posizione e un verso ben preciso, che non è sempre prevedibile.
Queste conoscenze sono troppo vaste per essere nella disponibilità di una sola persona; così, come per la medicina occorrono molti specialisti, ci saranno giardinieri più portati in un campo piuttosto che in un altro. Oppure ci sarà qualcuno come il “medico di base”, che conosce discretamente un po’ di tutto questo in modo da evitare gli errori più comuni.
E’ ovvio che un giardiniere deve conoscere tutto delle piante nome, cognome, famiglia ecc. ed è davvero difficile. Sono troppe. Inoltre, ogni anno compaiono nuovi cultivar, nuovi ibridi e nuovi esemplari provenienti da paesi lontani. Basta solo spostarsi di qualche centinaia di Km per trovare piante diverse. Nei giardini botanici dei grandi laghi del nord Italia, prosperano generi impensabili nella vicina Pianura Padana; come spostandosi verso le coste dei nostri mari incontriamo una flora mediterranea ancora più diversa. Si scopre così che un buon giardiniere deve anche essere un po’ viaggiatore.
In questo quadro complesso, Secondino e Valerio si inseriscono come giardinieri coltivatori di piante, ma soprattutto riproduttori, e a mio avviso nessuno può pensare di essere “giardiniere” se non ha alle spalle una discreta esperienza in merito. Sapere riprodurre le piante è la più grande dote di un giardiniere, e contiene anche un fascino particolare; è impagabile la sottile gioia che si prova quando distante magari migliaia di km, si preleva una piccola porzione di una pianta, sapendo che dopo averla conservata alcuni giorni, arrivati a casa si è in grado di riprodurla.
Loro, alle spalle hanno un percorso abbastanza lungo e un po’ in parallelo, che li ha portati alla produzione di piante da giardino, ma mentre Secondino era specializzato nella coltivazione di specie erbacee, la produzione di Valerio era invece orientata sulle piante arbustive ed arboree.
Li animava la stessa passione per il lavoro. Li distingue dalla maggior parte dei coltivatori la continua ricerca di specie nuove da proporre ai loro clienti.
Con la vicinanza dei loro terreni - a Revigliasco, un bel paese dietro la collina Torinese - e la produzione di essenze diverse, è stato quasi naturale che alla fine si siano messi in società.
Le loro piante vengono vendute solo all’ingrosso, e non potrebbe essere altrimenti; la produzione di piante da giardino è difficilmente gestibile per piccoli numeri.
I loro clienti sono altri vivai, garden, giardinieri, enti pubblici, per cui di ogni tipo di piante devono produrne molte migliaia.
Ogni anno riescono sempre a presentare sul mercato nuove specie e varietà di piante;
forse in questa ricerca è avvantaggiato Secondino; è più facile trovare novità nelle erbacee piuttosto che negli arbusti.
Il problema, mi raccontano, sta sempre nei costi molto alti di queste nuove piante; tutte provenienti da paesi lontani, perché per distinguersi, per proporre cose diverse, bisogna allargare il campo di ricerca. Le ultime novità sono arrivate dall’Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa. Poi, vengono i test in vivaio, ogni nuovo esemplare deve essere “provato”, bisogna conoscere prima di tutto la resistenza ai nostri freddi inverni, poi al caldo estivo, al sole, le esigenze idriche ecc. Quando la pianta è ritenuta idonea, bisogna pensare a riprodurla, e per i vivai Reviplant, questo è il nome della società che hanno creato Secondino e Valerio, la riproduzione non è un gioco. La loro filosofia di fronte a una nuova pianta è questa: non importa se costa molto caro averla, il fattore importante è poterla riprodurre con facilità e in grande quantità. Se è possibile riprodurla per talea o innesto da poche piante si possono ottenere grandi numeri in breve tempo, viceversa, se la riproduzione può avvenire solo per divisione - come ad esempio le peonie erbacee - sarà molto più difficile ottenere molte piante.
Ma parlando di test, bisogna dire che la ricerca di piante per situazioni estreme è sempre stato il chiodo fisso di Secondino.
Ha creato il Consorzio CORIVER (Consorzio per la Ricerca e l’Innovazione nel Verde), con un programma molto ambizioso.
In vivaio un’ampio spazio è lasciato per sperimentare l’adattabilità di specie tappezzanti in situazioni di stress idrico ed è sorprendente - anche per un addetto ai lavori come me - vedere le numerose parcelle di piante diverse in buona salute; tenete conto che quando ho fatto le fotografie - 20 giugno - erano mesi che non pioveva, e le piante testate non sono mai state bagnate. Così pure le prove “sul posto”, come la splendida aiuola spartitraffico sulla strada provinciale vicino al loro vivaio, realizzata con diverse specie di sedum, non è mai stata irrigata. Sono sorprendenti anche le prove di piantamenti direttamente sui materiali di risulta delle demolizioni di fabbricati, (mattoni, intonaco e cemento).
Uno degli ambiti di applicazione, già collaudato, con grandi risultati estetici e vantaggi sulla coibentazione, è la copertura verde dei tetti, sia di box che capannoni.
Il Consorzio, attraverso i suoi soci, offre la consulenza specialistica, la progettazione e realizzazione di questi particolari lavori.
Altro settore dove il consorzio è impegnato, è la formazione e la divulgazione delle nuove esperienze, con incontri e corsi rivolti più che altro a responsabili di enti pubblici e tecnici operanti nel settore.
Hanno ormai un catalogo molto ricco e assortito, che comprende ricche collezioni, e ne ricordo qualcuna: hoste - hemerocallis - iris - geranium - canna indica - sedum - thymus. Per parlare degli arbusti, possiamo citare i berberis, i cytisus, le hydrangea, le spiree.
Non mancano gli assortimenti nelle rose, clematis, conifere nane, aromatiche e non ultime, le “moderne” graminacee. Non dovrei dirlo, ma ha queste loro collezioni attingono anche diversi piccoli vivai “specializzati”.
Purtroppo la Reviplant è cresciuta molto, e come succede in questi casi il tempo che Secondino e Valerio passano a contatto con le piante si riduce sempre di più, ci sono i clienti da seguire, anche se un terzo socio, Giovanni Costa si occupa in modo più continuativo delle vendite e consegne.
Voglio ancora citare una qualità, molto rara, che li distingue; non sono gelosi del loro sapere, neanche dei loro clienti. Non è cosa da poco, in un mondo dove più sono bravi (o credono di esserlo) più sono importanti, più tendono a difendere - e c’è una logica morale in questi comportamenti - lo spazio conquistato; ma ai miei occhi, è una grossa debolezza che denota timori e insicurezze.

Elvio Nardotto

Negli anni 60/70 esisteva il grande business delle orchidee.
Il mercato riguardava quasi esclusivamente i fiori recisi, un mercato riservato a pochi, perché il loro prezzo era altissimo. La Cattleya, che veniva chiamata genericamente “orchidea” era un fiore un po’ misterioso, destinato a privilegiati un po’ snob, - come ancora oggi è per il tartufo bianco e il caviale - dopo venivano i Paphiopedilum, allora chiamati “cypripedium” e i Cimbidium; queste erano praticamente le tre specie che venivano proposte dai fiorai.
Il tempo è passato, e come sempre le cose cambiano. Così è stato anche per il mercato delle orchidee: non è più quello di una volta. In pochi anni il loro prezzo è crollato, ma stranamente, quando sono diventate alla portata di tutti, la richiesta non è salita, e dire che il fiore di un’orchidea ha una vita ben più lunga di quasi tutti gli altri fiori, a partire dalle rose.
Alcuni coltivatori di orchidee avevano dovuto chiudere l’attività, altri gradualmente sono passati ad altre coltivazioni, seguendo gli indirizzi del mercato e la “moda”, che continuamente propone nuove piante e ne abbandona altre, ma in nessun caso il fenomeno è stato così rapido e macroscopico come per le orchidee.
All’inizio degli anni 80, quando ormai il destino dei coltivatori di orchidee come fiore reciso era segnato, compare sulla scena Nardotto.
Fino ad allora aveva svolto tutt’altra attività, anche se la famiglia della moglie possedeva terreni e coltivava “mazzeria” - quel meraviglioso misto di fiori vari che il clima caldo e il luminoso sole della riviera ligure arricchisce di splendidi colori.
A Elvio piacevano le orchidee (come lo capisco, anch’io ne ho subito il fascino, fino ad averne una bella collezione, purtroppo ora quasi tutta persa per il subentrare di altri interessi e un po’ di negligenza), così cominciò con qualche pianta, per saggiare un mercato ormai moribondo.
Tutto avrebbe suggerito di guardare ad altre coltivazioni che “tiravano”, come poinsettie, ciclamini e così via, ma la sua cocciutaggine gli ha dato ragione; valeva la pena specializzarsi nella produzione di orchidee, ma proponendo qualcosa di diverso.
Grazie a pochi preparati coltivatori come lui ora il mercato delle orchidee si è ripreso, sono ormai diverse le aziende che se ne occupano, ma è una produzione completamente diversa da quella degli anni 60/70.
Ora l’orchidea posta in vendita in vaso ha preso il sopravvento su quella recisa; i Phalenopsis hanno superato i Paphiopedilum, si sono imposti, con altri nuovi generi, per la loro fioritura che dura molto a lungo, ma soprattutto perché sono più disposti a vivere nei nostri alloggi.
Da qualche anno nuovi ibridi anche interspecifici, con fioriture sempre più vistose e adattabili ai più inospitali ambienti dove a volte le releghiamo, si stanno affacciando; questi “sanguemisti” sono frutto di incroci spesso tra miltonia ed oncidium.
In questo mondo si è affacciato Elvio, non solo seguendo il mercato, ma ha anche inciso sulle scelte: anche noi a volte possiamo essere gli artefici della moda.
Da qualche anno sono nate e continuano a crescere associazioni che riuniscono appassionati amatori (e spesso intenditori) di orchidee, e a questa fascia di persone, che ha ormai raggiunto una rilevanza commerciale si sta rivolgendo Elvio, anzi è vero il contrario, sono loro che si rivolgono a lui.
Si può dire che non ci sia ormai mostra di orchidee - e sono tante, dimostrazione di quante persone subiscano il fascino di queste piante così speciali - senza i suoi esemplari.
Bisogna visitare l’azienda di Nardotto e Capello (la moglie Ornella, insostituibile presenza) per rendersi conto della dimensione delle sue collezioni di orchidee botaniche. Il figlio Claudio, ha preso molto dal padre; anche lui è un grande appassionato e profondo conoscitore delle orchidee - una garanzia per il futuro dell’azienda - e segue proprio le orchidee botaniche più rare, che possono interessare esclusivamente un acquirente collezionista, trattandosi spesso di piante con fioriture anche poco appariscenti. In certi casi sono piante così minute da oassare quasi passare inosservate. A volte è più la curiosità a creare interesse, come nel caso delle Chiloschista, che si presentano come un semplice piccolo groviglio di radici abbarbicate su di un pezzo di sughero, senza foglie e fusto.
Circa 3.000 metri quadri di serre in Liguria, a Camporosso, vicino a Ventimiglia; Il clima ventilato e con inverni miti favorisce le coltivazioni di tutte le piante da serra e nel nostro caso delle orchidee, che richiedono una buona luminosità in inverno. La zona collinare in cui si trovano le serre offre una bella vista, e chissà che anche questo non giovi alle piante!
Possono sembrare una dimensione non grande 3000 mq. ma percorrendo le numerose serre, poste su vari livelli per sfruttare al meglio lo spazio, e soprattutto guardando le distese di piccoli vasi in crescita, si può apprezzare la ricchezza della produzione.
La domenica precedente alla mia visita ero stato a Mentone, c’era una mostra di orchidee (e la festa degli agrumi, con i suoi insoliti carri), il pubblico era così numeroso che limitava il piacere della visita, segno evidente dell’interesse che le orchidee suscitano ormai in molti; una sicurezza per il futuro dei produttori specializzati nella produzione di queste piante affascinanti. Devo dire però che per me è stata ben più interessante la visita all’azienda Nardotto e Capello, anche se le serre non erano così ricche di fioritura, e questo è un gran bel segno, quando ci sono poche piante in fiore vuole dire che le vendite “tirano”; infatti le piante vengono spedite normalmente in fase di prefioritura.
La scelta di vendere anche per corrispondenza è stata sicuramente vincente, dato il tipo di acquirente, come lo è anche stato, e lo sarà sempre di più, avere un sito internet http://www.nardottoecapello.it/ ricco di fotografie.
E’ certamente un grande impegno preparare le piantine per la spedizione, a volte anche solo tre (il minimo per spedire), ma non può esserci un altro modo per soddisfare richieste dai posti più lontani, anche dall’estero, anche al di fuori dell’Europa. Bisogna dire che una attenta politica dei prezzi ha contribuito ad avvicinare un grande numero di persone a queste piante, erroneamente ritenute difficili; in realtà non ci sono piante difficili, ognuna ha solo esigenze diverse e particolari, ma tutte riconducibili a pochi elementi: il terriccio appropriato, la giusta dose di concime e per ultima - ma la più difficile - l’attenta cura dell’irrigazione.
La misura del suo successo è riscontrabile guardando su internet, impostando Nardotto, compaiono decine di scambi di opinioni di suoi clienti sui vari forum, e sono sempre positivi. Una bella soddisfazione. Se vi imbattete in una mostra di orchidee è anche facile incontrare Nardotto, aperto e cordiale, sempre disposto a rispondere ai vostri dubbi. Se non troverete lui sicuramente ci saranno le sue orchidee.
Azienda Agricola Nardotto e Capello
C.so Repubblica 266
18033 Camporosso (IM)
Tel. 0184 290069
Fax 0184 254649

Mauro Graglia

Un bel vivaio, una distesa di conifere nane in contenitore, una torre millenaria fa capolino tra le fronde, sullo sfondo si staglia il Monviso.
Siamo a Rivoli, una città vicino a Torino, ai piedi delle Alpi, cresciuta molto negli ultimo 30 anni.
La passione di Mauro per le piante, per il vivaismo è autentica, prova ne è che la sua famiglia non svolgeva questa attività; l’ha iniziata lui, circa venti anni or sono.
Non è facile incominciare dal niente, di solito c’è almeno un nonno alle spalle che ha lasciato la disponibilità di un terreno, e magari ha fatto nascere nel nipotino il primo seme della passione. Mauro ha dovuto fare tutto da solo.
Senza queste possibilità, ma con una certezza su “cosa voglio fare da grande”, ha frequentato l’Istituto Salesiano per Periti Agrari di Lombriasco e conserva un bel ricordo di quegli anni impegnativi ma formativi. Poi un affaccio all’Università, per scoprire che avrebbe portato via troppo tempo, e lui voleva “fare”. Il legame tra l’Università, le piante e la realtà pareva anche un po’ labile, per questi motivi interrompe gli studi e inizia la nuova avventura.
All’inizio la sua principale coltivazione erano gli abeti natalizi, ma già allora si distinse per una produzione diversa; non solo la comune Picea excelsa, ma anche P. omorica, P. sitchensis, poi gli Abies, A. nordmanniana, A. pectinata, A. grandis, A koreana, A. concolor, naturalmente da proporre per il Natale. Ho sempre trovato più belli gli abies delle picee, gli aghi in genere sono più lucidi, anche meno pungenti.
Da anni ci sono forti campagne contro l’uso degli albeti natalizi, spesso anche mistificando la realtà, sostenendo che verrebbero estirpati o tagliati nei boschi. Niente di più falso. Ormai provengono tutti da coltivazioni, e su questo mercato il controllo degli enti preposti è molto rigido.
Nessuno si preoccupa di quel gran numero di piante che sono trattate come annuali, tipo ad esempio le stelle di Natale e i gerani o le piante cosiddette da appartamento, la cui agonia può durare molti anni; raramente vedo qualche dracaena o ficus con un aspetto felice.
Pochi, per la verità, sono gli alberi di Natale che dopo le feste vengono “liberati” a volte nei boschi, più spesso nel giardino più vicino, tuttavia qualcuno ha questa fortuna.
Sono anche convinto che sia molto più inquinante la produzione (e lo smaltimento), di un abete di plastica.
Mauro li coltiva ancora, ma ormai altre colture hanno preso più importanza; inoltre, era anche necessario avere un mercato tutto l’anno.
Il legame con le conifere è rimasto importante, infatti proprio loro rappresentano la maggiore coltivazione. Non sa nemmeno lui quante sono le diverse specie e varietà di conifere che produce: 160-180? E’ un piacere vedere la distesa di vasi di queste piante. Anche in questo inverno, anomalamente mite, il freddo cambia colore alle loro foglie diversamente da varietà a varietà. Alcune verdi in estate ora assumono un colore bronzato, altre giallo, altre marrone, certi verdi azzurri estivi sono ora più violetti. Per qualche varietà, i cambiamenti di colorazione invernale aiutano anche a distinguerle tra di loro.
Tutte le piante sono riprodotte direttamente in azienda, la maggior parte per mezzo di talee, normalmente nei mesi di luglio-agosto. Qualcuna, o perché più restia a radicare, o per dare maggior forza e precocità alla pianta, viene riprodotta per innesto, con tecniche diverse.
I suoi clienti sono principalmente giardinieri, garden e altri vivai. Non cerca il mercato dei privati, anche se su appuntamento li riceve.
Raramente i veri produttori seguono i clienti privati. Per la funzionalità, in questo caso occorre dividere l’azienda, destinando un’area alla sola vendita e del personale addetto, si deve insomma affiancare un garden all’attività di produzione. Di solito chi ha passione nel coltivare, raramente ha la pazienza di seguire i clienti privati.
Anche Mauro, come tutti gli appassionati, si lascia trascinare dall’entusiasmo per piante speciali, ha così accumulato una bella collezione di syringhe, nandine, edere e molto altro ancora; sono diverse le varietà di conifere nane isolate da lui che ora fanno bella mostra nel vivaio, ma non ha neanche avuto il tempo e l’ambizione per dare loro un nome.
Alle aziende di questa dimensione, poco più che familiare, sono enormi le incombenze che ricadono sul titolare, che deve avere una buona conoscenza e manualità per un sacco di lavori diversi. In questo periodo sta modificando gli impianti di irrigazione. I vasi piccoli sono bagnati sovrachioma, per i medi e grandi ogni vaso ha il suo punto goccia, il tutto regolato da centraline. L’irrigazione è un grosso onere per i vivai che coltivano in contenitore. Per non dipendere più dall'acquedotto municipale, con i suoi limiti e costi, Mauro ha fatto scavare due pozzi molto profondi, oltre 80 metri per raggiungere la falda.
Le piante in un vivaio si ammalano facilmente, un po’ come in un asilo nido; tra i tanti, c’è sempre un bambino che ha un raffreddore o una malattia esantematica, e la passa agli altri. Ma per le piante le sorprese non mancano mai, oltre ai trattamenti prevedibili contro l’oidio e le più subdole malattie crittogamiche conosciute, al sempre presente Othiorrynchus, che allo stadio larvale può fare danni enormi nelle piante in contenitore, ora è comparsa anche la Paysandisia archon un lepidottero originario dal Sud America, ma in Italia arrivato forse dalla Spagna, dove è presente dal 2001.
Sta distruggendo i Trachycarpus fortunei e i Chamaerops humilis, le uniche palme resistenti nel torinese, ed è molto difficile contrastarlo.
Nel vivaio non manca un settore con piante coltivate in campo oltre ai già citati abeti, per poter offrire ai clienti il più vasto assortimento di alberi già formati. Il mercato dei giardinieri è importante, e più si riesce ad accontentarli più il “parco clienti” aumenta. Troviamo così esemplari di magnolie, faggi, betulle e molti altri ancora.
Stanno crescendo Michela e Matteo, ancora piccoli per capire se seguiranno il papà, ma sono sempre in vivaio, credo e spero per lui e per loro, che sarà quasi impossibile non vengano presi dalla sua stessa passione. Nonna Luigina, la mamma di Mauro, e la moglie Maria Grazia rappresentano due presenze insostituibili, un’occhio vigile ai bambini, e tanta attenzione a qualche pianta assetata, a qualche erbaccia che bisogna estirpare. Sempre pronte a dare un aiuto a legare gli innesti, a fare talee e così via, non mancherà certo il loro esempio per infondere il seme della passione a Michela e a Matteo.
Vivai Mauro Graglia
Strada Borgeisa 50
loc. S M. al campo Rivoli
tel. 011 9564254

Luciano Noaro

La passione per le collezioni è cosa antica; la più scontata è la collezione di francobolli.
Le persone hanno poi inventato le più strane, ho visto serie infinite di campanelli, le più diverse possibili statuine di gufi, teiere e così via. Nessun oggetto si può dire sia sfuggito alla fantasia degli umani.
I più ricchi si permettono collezioni di automobili (vere), quadri ecc.
Cosa diversa sono le collezioni di piante speciali o rare.
Cosa diversa perché le piante non sono oggetti archiviabili, inoltre non sono eterne, o quantomeno difficilmente la loro vita accompagna quella dei loro collezionisti. Mentre per le collezioni suddette a volte il motivo incentivante è anche il valore economico, che può aumentare con il passare del tempo, con le piante, per paradosso, pur aumentando le dimensioni spesso difficilmente aumenta il valore; in certi casi per mancanza di spazio possono diventano un problema.
Per questi motivi credo che i collezionisti di piante siano mossi da maggior passione e sensibilità degli altri collezionisti, anche perché devono dedicare tempo e cure, ricambiate dal vedere l’oggetto delle loro attenzioni modificarsi continuamente crescendo, ma non mancano le apprensioni per il loro stato di salute e in più come per gli animali domestici bisogna preoccupasi di loro quando l’assenza da casa si prolunga oltre i 2/3 giorni.
Sono così nati vivai specializzati per la ricerca di piante rare da offrire ad un pubblico limitato, appassionato e più o meno preparato.
Luciano Noaro è uno di questi vivaisti, mosso dalla passione, perché l’offerta di piante rare ha poco riscontro sul mercato, il ritorno economico non è mai pagante, i costi per procurarsi piante speciali sono sempre alti e non privi di risultati disastrosi. Oggi internet porta il mondo in casa, e attraverso la sua consultazione si può trovare qualsiasi pianta, ma non è come comprarla dal garden vicino.
Le piante più rare si trovano su siti americani, a volte inglesi e normalmente l’acquisto è “alla cieca”, mentre il pagamento è richiesto anticipato con carta di credito. Spesso si devono acquistare semi, non piantine e in questo caso ho verificato personalmente quanti di questi non nascono o non sono della specie richiesta.
Conosco molti vivaisti e proprietari di garden; la maggior parte di essi sono purtroppo più che altro commercianti, ma non per questo devono essere evitati, solo quando propongono piante o danno consigli in malafede per il puro obbiettivo di vendere diventano criticabili. L’importante per l'acquirente è - cosa che può essere difficile - conoscere l’affidabilità dei consigli. Quando si ha a che fare con un vivaio collezionista questi rischi di solito si azzerano.
Si scopre così che Noaro, un po’ inconsapevolmente, come in altri vivai collezionisti, ha creato le speciali collezioni di piante rare più per lui che non per i clienti.
Il suo vivaio ha la fortuna di trovarsi a Camporosso, vicino al mare, nei pressi di Ventimiglia, un luogo dal clima mediterraneo che gli ha permesso una grande raccolta di piante diverse che non potrebbero sopravvivere, ad esempio, nella Pianura Padana.
Ma quando si viene in possesso di una nuova pianta, bisogna testare le sue esigenze, in questo Luciano è un maestro, con la curiosità e l’ambizione di acclimatare anche piante ritenute non adatte al clima mediterraneo. Per una pianta nuova, insolita, non bisogna assolutamente fidarsi di quello che leggiamo su un libro, un’enciclopedia o che ci racconta un rivenditore, l’unico che può darci un consiglio serio è chi l’ha coltivata, soprattutto riprodotta.
Luciano, a testimoniare la sua professionalità, ha creato molte varietà di piante nuove.
Non è così difficile crearle, perché spesso le piante presentano anomalie: nanismi, variegature, fasciazioni, il più delle volte dovute a virosi. Alla base di tutto c’è la paziente osservazione, l’afferrare subito una qualche mutazione in un fiore, una foglia, un ramo. Il difficile è riprodurre solo queste parti per isolare quelle particolarità, ricorrendo alla talea o all’innesto. Ancora più difficile è però ottenere in questo modo varietà con buone caratteristiche estetiche.
Altro modo è la selezione massale, da piante riprodotte dal seme.
L’ibridazione, se mirata, ha bisogno dell’intervento dell’uomo. Richiede anche tempi più lunghi e risultati mai scontati.
Scorrendo il catalogo di Luciano incontriamo una Aristolochia gigantea “Noaro” , una Clivia miniata “Camporosso”, una Salvia officinalis “Noaro”, non le uniche varietà che devono a lui la creazione.
La collezione più incredibile che si può osservare visitando il suo vivaio è quella delle salvie, poi, solo per citarne alcune, abutilon, brugmansie, clerodendrum, eritrine, eucaliptus, hibiscus, jasminum, metrosideros, passiflora e potrei continuare, ma mi pare meglio rimandare al suo catalogo .
Ho visitato il vivaio nel mese di novembre, per cui le piante in fiore erano poche, ma, visto il clima della zona e la ricchezza di generi e specie diverse ho comunque potuto fotografare delle rarità.
Nel vivaio/garden ci sono pure serre riscaldate per consentire di estendere la collezione anche a quelle piante che hanno maggiori esigenze durante l’inverno.
Sono passati circa trent’anni da quando Luciano ha iniziato a coltivare in proprio. All'inizio produceva solo boungainvillee, ma poi lentamente la passione ha prevalso, portandolo ad occuparsi e procurarsi piante insolite. La nascita dell’azienda come la vediamo ora, con le ricche collezioni, si può collocare verso gli anni novanta.
Molte piante che si possono vedere sono state scovate in speciali mercatini in Inghilterra e Francia.
Ogni passo è una sorpresa la visita nel vivaio, e porta via un po’ di tempo, anche se non è molto grande ospita 2000/2500 piante diverse, molte di più di quelle che sono riportate nel catalogo, un lungo elenco, con i nomi botanici corretti e l’indicazione delle caratteristiche principali (fioritura e rusticità), visitabile anche su internet.
E’ importante essere accompagnati da Luciano in questa visita. Di ogni pianta ne racconta la storia, si ferma su qualcuna per far notare qualcosa di particolare, che potrebbe sfuggire al visitatore tanto è grande il loro numero. Spesso con malcelato orgoglio mostra una varietà “sua” che non ha trovato posto sul catalogo, come un Philodendron scandens con una particolare variegatura.
Una moglie, un figlio e una figlia sposati, una suocera, tutti che si occupano del vivaio/garden, tutti con passione. E’ una gran bella famiglia quella di Luciano, ed è una gran bella azienda. Quante realtà conosco di aziende che inevitabilmente finiranno quando mancherà la persona che l’ha creata. E’ un piacere sapere che in questo caso la continuità è assicurata.

Vivaio Luciano Noaro
Via Vitt. Emanuele 151
18033 Camporosso (IM)
tel 0184 288225 fax 0184 287498
E-Mail noarovivaio@hotmail.it
Internet http://www.noarovivaio.it

Gaston Monteux

Nei giorni scorsi ho fatto un “giro” per giardini e vivai francesi.
La prima tappa è stata a Cannes, al Jardin d’Amèlie altrimenti detto “Les Pèpiniéres de Saint-Georges le Vieux”.
Avevo incontrato Gaston Monteux alla mostra mercato di Masino; quasi tutti gli anni incontro qualcuno in questa manifestazione con cui poi inizia qualcosa.
Con il mio zoppicante francese abbiamo parlato un po’ di piante; dall’interesse che dimostrava e dalla professionalità e passione che traspariva, ho accettato con piacere l’invito a visitare il suo vivaio a Cannes. Ed è stata una buona idea.
Avevo intuito che dietro al vivaista doveva esserci qualcosa di più, qualcosa da raccontare.
Cominciamo con il vivaio; che non è un vivaio, ma una collezione di piante infinita. E le collezioni stanno bene in un vivaio. E’ molto difficile introdurre delle collezioni in un giardino. Un giardino per esprimere la sensazione di serena, distensiva naturalità, non può andare d’accordo con troppi colori diversi, trame che non sono in armonia, ecc.
In un vivaio-collezione, non occorre rispettare queste armonie, le piante vengono raggruppate per esigenze (calore, umidità, ombra) e nulla stride, perché chi lo visita non cerca accostamenti particolari, ma piante particolari. Ho detto chi lo visita, perché questo vivaio sarebbe da visitare. Si dovrebbe pagare un biglietto per poterlo visitare, ma bisogna essere accompagnati dal suo creatore per goderne appieno, per apprezzare ogni pianta rara.
Credo che Monteux non abbia creato questo suo vivaio speciale per soli fini commerciali, ma la molla, lo stimolo, deve essere stata la sua passione, la sua curiosità, il suo apprezzare le più minute particolarità di una pianta; inoltre, si sa, le piante da collezione hanno un mercato ridotto e dei costi di ricerca molto alti.
E’ nato solo da sei anni e in un tempo così breve è diventato ricco di piante, alcune con molti anni alle spalle, molti di più del vivaio stesso.
Passeggiando e conversando purtroppo poco con Monteux per i miei limiti linguistici, ho notato un grande omogeneo campo di rose nelle vicinanze. A distanza, il fiore piccolo mi aveva fatto pensare a una raccolta del fiore reciso, magari per piccoli mazzi a gambo corto, il colore di un delicato rosa mi pareva si prestasse.
Mi informo, e la risposta a sorpresa è che sono coltivazioni sue, e che si tratta di rosa centifolia, coltivata per estrarne l’essenza.
Ettari e ettari di rose, scopro così che da cinque generazioni la sua famiglia si occupa di questa attività.
Mi ha accompagnato in auto in campi di rose ancora più grandi, e le sorprese non sono finite - presto fioriranno i campi di jasminum - mi dice, indicando altri sterminati campi dove io, distrattamente, non avevo ancora preso in esame i piccoli arbusti in crescita.
Al centro della proprietà svetta un unico, enorme pioppo bicentenario, che purtroppo, recentemente è stato colpito da un fulmine e danneggiato in modo serio.
Quando sono passato io, la fioritura delle rose era quasi alla fine e la raccolta giornaliera era appena avvenuta. Mi spiace non aver assistito a questa raccolta, portata avanti da 50 raccoglitori, perché tanti ne servono per raccogliere diversi quintali di fiori di rosa al giorno!
Quando si pensa alla essenza di rosa viene in mente la Bulgaria, con la Rosa damascena, chi poteva immaginare che anche sulla Costa Azzurra ci fossero campi di rose?
La storia della Rosa centifolia è legata alla Provenza, dove pare siano state introdotte, dal Medio Oriente, solo nel 1650. All’inizio venne confusa con la Rosa damascena, persino Linneo ne fu tratto in inganno. Tutte e due, peraltro simili, erano coltivate non solo per il delicato profumo, ma anche per la bellezza dei fiori.
La differente specie di rose, mi spiega Monteux mentre mi accompagna nella visita al laboratorio - un mondo di complicate tubazioni e contenitori inox - è dovuta al fatto che il sistema per estrarre l’essenza è diverso: per la damascena si usa la distillazione, per la centifolia il processo è molto lungo e laborioso, occorrono apparecchiature speciali. Nel primo passo le rose vengono immerse in uno speciale solvente, che praticamente scioglierà tutti gli oli essenziali contenuti nei petali. In ogni speciale contenitore vengono messi in infusione, stratificati, 250 kg di fiori per circa sei ore.
Il passo successivo sarà quello di separare il solvente, che verrà interamente recuperato, ottenendo così l’essenza pura. L’ultima operazione consiste nel separare l’essenza dalle altre sostanze che il solvente ha sottratto ai fiori e che non verranno utilizzate. Raccontato in modo così riassuntivo sembra molto facile ma il ciclo in realtà è molto lungo e complesso; ho capito perché i profumi costano così cari!
Pur essendo il mare della Costa Azzurra a due passi, la valle dove si trovano i campi di coltivazione e il vivaio è abbastanza fredda d’inverno; mi racconta Gaston che la temperatura raggiunge anche punte di -8°. A questo proposito chiedo come vengono protette le coltivazioni di Jasminum, e mi sento rispondere: molto semplice, prima del gelo vengono tagliati fin quasi a livello del terreno e successivamente ricoperti dalla terra. In primavera verrà rimossa la terra e riprenderanno a vegetare.
Ma torniamo al vivaio.
Diventa difficile riassumere le circa 2500 specie e varietà di piante diverse.
Comincio ricordando una ricca collezione di agrumi, poi una ventina di specie di Quercus.
Molto rappresentativa e particolare la collezione di piante esotiche che sta cercando di adattare al clima della Costa Azzurra, tra queste, una ventina di Hibiscus, Yucche, grevilleee, cycadali.
Le leguminose e le solanacee sono ben rappresentate, solo di Erytrina sono presenti cinque specie diverse.
Le piante mediterranee, ovviamente, la fanno da padrone, a cominciare da un centinaio di varietà di oleandri, ma inoltre salvie, lavande, cistus, ceanothus.
Nel quieto passeggiare, accompagnato da Gaston, si passa da un ambiente ad un altro, con soste continue quando io vedevo una pianta che mi sorprendeva per qualche sua particolarità. Oppure era Gaston stesso che mi fermava per mostrarmi e raccontarmi di una pianta che per lui era speciale, aveva una storia che meritava di essere raccontata, e - io aggiungo - meritava di essere ascoltata.
Non manca una collezione di aceri giapponesi, a cui in minima parte ho contribuito.
Ben rappresentata la famiglia delle Dioscoreaceae, che sempre mi hanno affascinato con il loro particolare pseudotubero, molto diverso da specie a specie, ma sempre decisamente insolito.
E’ giovane questo garden, ma è già molto ricco, e Gaston continua a girare mezzo mondo per soddisfare la sua passione alla scoperta di piante nuove, sempre più rare, sempre meno conosciute. Non mancherò di ripassare l’anno prossimo per qualche piccolo scambio, certo di trovare un sacco di piante nuove, ma soprattutto per il piacere di incontrare e scambiare qualche parola con una persona amante delle piante e della natura, e per questo speciale.