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giovedì 21 febbraio 2013

Helianthus tuberosus

Case&Country gennaio 2012
In questa stagione sulle bancarelle si notano ancora, tra le altre verdure, i tuberi un po' bitorzoluti dell'Helianthus tuberosus, sinonimo H. esculentus.

Topinambur per i francesi, per gli italiani, mancandone uno appropriato, i nomi si  sprecano: rapa tedesca,  tartufo di canna, patata selvatica, girasole tuberoso, pera di terra, ciapinabò per i piemontesi.
E' originario del nord America, dove pare fosse già coltivato dai nativi prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo, ma è da considerare ormai specie naturalizzata sul nostro territorio.
Pianta facile, ricresce da sola ogni anno dal più piccolo tubero rimasto dimenticato nel terreno, è una grande soddisfazione vederla crescere e fiorire, visto che può superare due metri e mezzo di altezza. Il suo spirito colonizzatore la porterà con il tempo a diventare invadente. Si adatta a tutti i terreni ed esposizioni, preferendo comunque quelli sciolti, meglio asciutti che troppo umidi. Qualcuno li avvicina alle patate, a mio avviso sono completamente altra cosa, a partire dal fatto che sono squisiti anche consumati crudi. Il loro sapore è più dolce, inoltre non contiene amido ma è ricco di sali minerali.
In Piemonte la tradizione li affianca ad un piatto molto particolare: la “bagna caoda” tradotto letteralmente sugo caldo: particolare antica ricetta popolare ora nobilitata, a base di aglio - tanto - acciughe e olio. La quantità di aglio e i problemi che si porta dietro chi lo mangia ne limitano il consumo a poche ma grandi scorpacciate.

Esiste una varietà con il tubero rosato, il gusto cambia di poco, anche se io preferisco il bianco. La sua rusticità e vigoria nel crescere, suggeriscono di limitarne l'impianto in zone marginali e di difficile coltivazione.
Quando si parla di helianthus il pensiero corre all'Helianthus annuus da tutti conosciuto come girasole. 
Riveste grande importanza, soprattutto per l'olio che si ricava dai suoi semi, enormi margheritone gialle, portate su fusti che superano i due metri di altezza. Il nome rivela la caratteristica dei suoi fiori di essere sempre orientati ordinatamente verso il sole (eliotropismo positivo). Questi grandi fiori hanno, al pari di quelli dei papaveri, colpito l'immaginazione di pittori e fotografi; famosi i diversi quadri di Van Gogh che per l'appunto li ritraggono.
Negli ultimi anni sono stati selezionati cultivar con sviluppo molto contenuto, più facili da utilizzare nei giardini. Come suggerisce il nome latino questa specie ha un ciclo annuale.

Helianthus salicifolius
Esistono altre specie di helianthus, alcune particolarmente adatte per l'uso nei giardini, una che io trovo speciale è l'H. salicifolius, dalle foglie sottili e lunghe che conferiscono alla pianta, alta quasi tre metri, un aspetto morbido e particolare.
Tutte sono facili da coltivare, in qualsiasi terreno, con le specie annuali non si corre il rischio dell'invadenza.

sabato 10 novembre 2012

Asparagi viola

Hanno una storia i miei asparagi, che parte da mio padre.
I miei genitori coltivavano, tra le altre verdure e fiori, molti asparagi, che io odiavo moderatamente, soprattutto perché da ragazzo era mio compito raccoglierli, e già in quegli anni la mia schiena si lamentava dopo un po’ di volte che mi chinavo per tagliare un asparago con un coltello speciale, che non ho mai più visto; il raccolto giornaliero si aggirava tra i 20 e i 40 Kg.
Dopo cena si preparavano i mazzi da portare al mercato, fino ad oltre la mezzanotte. Una parte di questi asparagi avevano un colore viola molto speciale, tanto che erano sempre tutti ordinati da ristoranti e da qualche buongustaio.



Queste piante erano arrivate a noi con un percorso strano, quando io non ero ancora nato; mio papà andando a caccia, incontrò un altro cacciatore, si misero a parlare di verdure e orti e questo gli raccontò di certi famosi asparagi viola. Lui, curioso come me e sempre pronto a cogliere ogni novità, non si lasciò scappare l’occasione per avere qualche seme. Per molti anni questi asparagi a Torino li vendeva solo mio papà.
Diverso tempo dopo scoprì che si chiamava “violetto di Albenga”. Può sembrare strano oggi, ma 50/60 anni fa le distanze erano maggiori, e una pianta particolare poteva essere diffusa in una zona e restare perfettamente sconosciuta a un centinaio di Km. di distanza.
Quando sono mancati i miei genitori il campo di asparagi è stato in breve tempo sacrificato per fare posto al vivaio, ma in un angolo io continuo ad averne 7/8 piante, che hanno a loro volta, una storia speciale da raccontare, ma ora diventerebbe troppo lunga.
Si parla molto di orti negli ultimi tempi, se ne parla troppo, soprattutto trovano spazio per parlarne le persone più improbabili. A livello amatoriale bisognerebbe parlare di più di orto nel giardino, una specie di “orto diffuso”, naturale, non nel senso che non si usano concimi ecc, ma perché non si semina nulla, non si pianta nulla, si raccoglie solo!



Il mio orto è uno di questi, non per chissà quale scelta filosofico-naturalistica, o di permacoltura, ma semplicemente per comodità o pigrizia o tutte e due. In ogni giardino dovrebbero trovare posto 3, 4 piante di asparago, e non importa se non saranno viola; vi daranno un sacco di turioni per ben tre mesi all’anno, e quando si dovrà smettere di raccoglierli per permettere loro di crescere e nutrire le radici, di solito attorno a San Giovanni, i turioni svilupperanno in altezza dei pennacchi piumosi alti oltre il metro e mezzo, che, se inseriti al posto giusto, arricchiranno il giardino.
 Da anni non li concimo, non li diserbo neanche, ma quasi magicamente ad ogni primavera rispuntano con caparbietà. Ritengo sia una delle verdure più generosa e ghiotte, anche semplicemente lessati, poco, e con un filo di olio extravergine, oppure cucinata in mille altri modi.

lunedì 5 novembre 2012

L’orto invernale

Case&Country dicembre 2011
Quando ero bambino l’offerta di frutta e verdura sui mercati invernali era bassissima.

I miei genitori riuscivano a riempire il banco di verdure ricorrendo a molti accorgimenti per conservarle al riparo dal gelo; gli inverni di allora erano decisamente più lunghi e freddi di quelli che stiamo attraversando negli ultimi anni. I cavoli non mancavano mai, fino a primavera inoltrata. Ai primi geli, il mio ricordo è molto nitido perché, per quanto piccolo, partecipavo attivamente alle operazioni, si andava con il biroccio e il cavallo al grande campo dei cavoli, lontano da casa, e già questo era una festa per me.

I cavoli venivano tolti con un gancio in cima ad un manico, per non doversi chinare e risparmiare la schiena. Può sembrare molto semplice, ma non era così: il gancio di ferro si posizionava sul gambo appena sotto la testa del cavolo poi si tirava, con un movimento deciso ed una opportuna inclinazione. Se non si aveva malizia, invece di sradicare la pianta con tutta la radice si rompeva il gambo del cavolo, che in quel modo sarebbe velocemente appassito.

Arrivati a casa venivano ammucchiati ordinatamente nel posto più freddo su tre piani con tutta la radice, che ne conservava la freschezza per mesi. Il mucchio poi veniva coperto con foglie e stuoie per proteggerlo dal gelo. Il campo era grande, occorrevano più giorni per terminare l’operazione Per i sedani, ancora più sensibili al freddo, l’operazione era diversa ma io ero più coinvolto, anche se mancava il fascino del cavallo e biroccio, in quanto i sedani si coltivavano vicino a casa.

Sedani ritirati per l'inverno
Con la “mia” vanghetta, che ancora conservo gelosamente e uso, scavavo una piccola trincea larga una ventina di centimetri e profonda 50/60, lunga quanto necessario. Con la stessa vanghetta veniva tagliata la base del sedano, ed era questa l’operazione più delicata. La radice, molto cespitosa e forte, andava recisa per metà. Senza questa operazione era faticoso estirparli, tagliando troppo sarebbero appassiti. In queste piccole trincee i sedani venivano ammassati in piedi, coprendo le chiome che si trovavano a livello terra con qualsiasi cosa le potesse proteggere dal gelo. In questo modo non solo si proteggevano dal gelo, ma le coste dei sedani lentamente, per via della mancanza di luce, imbianchivano diventando più tenere. Si ammucchiavano anche, sempre con la radice, le insalate pan di zucchero. Le patate, cipolle e le barbabietole rosse venivano immagazzinate, ma un paio di volte alla settimana si riempiva un grande pentolone di rame, di oltre 100 litri, con le barbabietole, che venivano bollite su un fuoco nel cortile di casa, per portarle al mercato già pronte.

La parte più preziosa era data dai peperoni conservati in piccole botti sotto i raspi dell’uva e aceto.

Era un orto che dormiva, ma ricco di piante.

lunedì 20 febbraio 2012

La patata viola

Case&Country novembre 2011
E' ora di mangiarla!
Parecchi anni fa praticamente nessuno conosceva la patata viola in Italia, ma i pochi che ne avevano sentito parlare volevano averla. Io ero uno di quelli.
Mi trovavo a Lugano quando ne vidi un cestino in un negozio di primizie. Costavano 36 franchi al chilo. Un furto. Misi le mani in tasca e presi due franchi: - quante me ne da per due franchi, le più piccole? Il negoziante le scelse, le pesò e mi diede 3 patate microscopiche. Erano sufficienti per me.
Il primo anno le dedicai molte attenzioni, il secondo meno, fino a dimenticarmi di loro. Non rappresentavano più una novità per me. La prima sorpresa fu quando le misi a bollire in una pentola: l'acqua diventò di un inquietante color verde molto scuro. Il gusto era banalmente di patata, solo più farinosa.
Qualche anno fa vedo spuntare degli steli di patata sopra la fitta chioma di una edgeworthia, d'istinto voglio estirparla, ma poi penso a quanta fatica ha fatto per emergere alla ricerca della luce, mi chiedo anche come sia potuta arrivare li, ben lontana da dove le avevo coltivate un paio di anni prima e decido di “tenerla d'occhio”. Cresce sempre più e ha bisogno di tutori per non ricadere. Supererà i due metri e mezzo di altezza. La seconda sorpresa viene in autunno, quando vado a scavare i tuberi, con fatica per non danneggiare le radici dell'edgeworthia: non trovo le solite patate viola, di piccola dimensione, trovo dei tuberi, si viola, ma bitorzoluti come un "ciapinabò” (topinambur). Non sono riuscito a spiegarmi come possa essere successo: certamente la pianta che si era sviluppata risaliva a quelle che avevo coltivato, ma perché era mutata? Forse si era sviluppata da semi, forse era regredita ai caratteri primitivi? Per inciso il fatto di essere bitorzoluta non è positivo in cucina.
Per il gusto non cambiava nulla. Ora, passati alcuni anni, cerco di conservare la specie che caparbiamente ha voluto crescere a casa mia, piantandone un paio ogni anno.
Una grande risorsa il suo colore per la cucina di chi vuole stupire i commensali; pensate solo agli gnocchi viola, al puré viola! Le presentazioni poi lasciano spazio all'inventiva dei cuochi, anche i più improvvisati, con abbinamenti cromatici di effetto bellissimo, come le capesante su un letto di purè viola o una zuppa con panna fresca, lasciando separati i colori. Se vi mancano le idee su internet, cercando nei siti francesi e inglesi, potete trovare molti suggerimenti.
Ora, non questa che è cresciuta a me, ma quella normale, non è più una grande novità, anche se la maggior parte delle persone non ne conosce l'esistenza. E' decisamente più diffusa in Francia, dove le è pure stato dato un nome: ”patata vitelotte”.

mercoledì 3 novembre 2010

Patata dolce

Non è una patata, non sono parenti, neanche amici. L’Ipomea Batatas è un convolvolo.
Quelle che vedete nella foto le ho raccolte oggi, da una sola patata piantata in primavera. L’avevo comperata da un venditore vietnamita, ogni tanto passo per cercare frutti, e verdure particolari.
Quando ho comperato questa patata, dalla cassetta dove era contenuta, ho visto che arrivava dalla California. Ne avevo già coltivate alcune di quelle classiche, bianche.
Dopo essersi sviluppata molto, occupando 7/8 mq. come le precedenti, al momento di toglierla ho avuto una sorpresa: non ne ho trovato lungo i rizomi, se non piccolissime; cominciavano appena a svilupparsi, erano tutte ammassate vicini alla patata madre e anche abbastanza profonde.

martedì 27 luglio 2010

Il pomodoro di Montserrat - Una storia

Case&Country luglio 2010
Questa è la mia storia con questo speciale pomodoro che non conoscevo.
Montserrat è una montagna che si trova a una cinquantina di km. da Barcellona, famosa per il monastero benedettino di Santa Maria de Montserrat, arroccato sulla montagna omonima ad una altezza di circa 700 metri. Si può raggiungere in auto, in funicolare e con una ferrovia appositamente costruita; infatti è sovraffollato.


Non ho incontrato campi di pomodori salendo al monte, non ho fatto indagini, ma senz'altro il loro nome deriva dal luogo, visto che si trovano solo in qualche negozio di Barcellona e dintorni.
In qualsiasi posto mi trovo io non rinuncio mai ad un giro nei mercati, dove osservo in particolare le verdure. Per quanto la globalizzazione abbia uniformato molto i prodotti, qualcosa di speciale si può sempre trovare.
Devo dire che tra i vari pomodori esposti, questo ha attratto la mia attenzione per il prezzo. Costava tre volte più degli altri - Cosa avrà mai questo pomodoro di media grandezza e molto costoluto per costare così tanto?
Il nome non c'era, l'ho scoperto più tardi. Erano anche abbastanza verdi. Ovvio che ne compro un paio e mi porto i semi a casa.
Nascono bene, come qualsiasi altro pomodoro, e manifestano subito una buona vigoria, superiore a quella delle tre o quattro specie che mi porto dietro da anni, ancora ereditati da mio papà.
Due piante le avevo sistemate isolate in un pezzo di giardino mai finito. Crescono, molto. Devo allungare il tutore. Durante l'estate devo allungarlo per ben quattro volte, e smetto quando la mia scala non ci arriva più. Cinque metri! Uno è ancora cresciuto un buon metro, ricadendo su se stesso senza più il sostegno del tutore.
Hanno prodotto pomodori molto grandi, molto più grandi di quei due che avevo comprato.
Nel frattempo avevo finalmente, scoperto il nome e dalle notizie trovate su internet scopro che è un pomodoro “vuoto”, apprezzato nella Catalogna per prepararlo ripieno, come antipasto
Chi passava da casa mia restava sorpreso, vuoi per l'altezza raggiunta dalle due piante (ad altre 5/6 non avevo allungato il tutore oltre i due metri, e le avevo in qualche modo fatte correre in orizzontale), ma anche per la dimensione dei frutti e la forma, veramente sorprendenti. Anche il colore mi sorprese: i due che avevo comprato erano molto verdi, ed era in inverno, non mi ero reso conto che non erano “rossi come un pomodoro”. Il colore dei miei ben maturi era rosato, una tinta un po' simile al nostro “cuore di bue”, quello vero, non quello che viene venduto per tale. Altra sorpresa dal primo che ho raccolto: era leggerissimo per la dimensione.
I pochi semi sono tutti raggruppati al centro, e si asportano in un attimo.
Per le dimensioni guardate le foto, il piatto è un normale piatto da portata.
I primi fiori erano abortiti, poi la produzione divenne sovrabbondante, con un difetto: I grappoli erano così grandi che tendevano a piegarsi e rompersi sotto il peso dei frutti.
E' un pomodoro che non regge la maturazione, appena è rosso bisogna consumarlo.

lunedì 23 novembre 2009

Tomatilli e chichingeri

Case&Country settembre 2009

------Physalis un genere numeroso e vario
Botanicamente si chiamano tutti Physalis, e devo dire che c'è molta confusione su questo genere.

Alcuni conoscono l'alchechengi Physalis alchechengi, una pianta erbacea perenne che si può trovare nei terreni incolti, al bordo dei boschi. E' molto visibile in autunno, con i frutti somiglianti a piccole, luminose lanterne cinesi, di colore arancio vivo, quasi rosso; la maggior parte ritiene, sbagliando, che questi siano i frutti usati dai pasticceri. Sono invece ben conosciuti dai fiorai perché in autunno gli steli, con più frutti e privati delle foglie vengono usati per le composizioni floreali.---------------------Physalis alchechengi
-------- ---Physalis alchechengi in inverno
Quasi tutti conoscono gli alchechengi che si possono trovare in pasticceria, con le brattee del calice rivoltate ed usate come un piccolo manico e il frutto giallo/arancio ricoperto di cioccolato. Molti meno sanno che si tratta del Physalis pubescens, oppure peruvianus, siamo nell'incertezza della nomenclatura. Si tratta di una pianta erbacea dal forte sviluppo, con grandi foglie tomentose e sensibile al gelo. Nel paese di origine (Perù) vive diversi anni, da noi si può coltivare con un ciclo annuale come il pomodoro.-------------------Physalis pubescens
I suoi frutti sono sempre contenuti dentro il calice, ma invece di avere un bel colore rosso/arancio è di un giallo pagliaceo.
Quando queste brattee iniziano a seccare è il momento di raccoglierli.


Sicuramente pochi conoscono il tomatillo (Physalis ixocarpa, sin. Physalis philadelphica) che è abbastanza diverso dai precedenti, sia come pianta che come frutto.
Spesso viene confuso con il tamarillo Cyphomandra betacea, con cui non ha nulla da spartire tranne l'appartenenza alla stessa famiglia, le solanaceae.
Questa grande famiglia di piante, prevalentemente arrivate in Europa dopo la scoperta dell'America, è stata una sorta di rivoluzione per la produzione degli ortaggi. Ricordo le patate, le melanzane, i pomodori, i peperoni. La diffusione della patata ha cambiato abitudini alimentari e sfamato popoli interi.

I frutti del tomatillo sono poco più grandi di un chichingero e un po' più piatti, verdi, per virare al chiaro a maturità avanzata quando cadono a terra. Il frutto quando ha raggiunto la sua massima dimensione esce parzialmente dalla corolla, che non è sufficientemente sviluppata per poterlo contenere.
Sono adatti da consumare come verdura, crudi in insalata, anche se compaiono ricette per speciali salse. Il gusto è piacevole, difficile da descrivere, un po' agrodolci, con qualcosa del peperone quando è verde; sono da provare.--------------------Physalis ixocarpa
Il tomatillo, almeno quello che da qualche anno è un ospite ormai abituale del mio “orto che non c'è”, è una pianta minuta, con piccole foglie verde chiaro, glabre, e deboli steli che bisognava aiutare con un sostegno. E' una pianta autosterile, il polline di un fiore non riesce a fecondare un altro fiore della stessa pianta, per cui occorre piantarne almeno due per poter avere i frutti con i semi. Io preferisco piantarne una sola, i frutti senza semi sono più piccoli e meno tondeggianti ma li trovo migliori.

Insalata del giardiniere.
Per due persone

15 tomatilli, meglio se non sono completamente maturi.
Una dozzina di pomodori ciliegina, ben maturi.
6 chichingeri, per essere chiaro physalis pubescens.
Un mazzetto di crescione.
Dividere a metà ogni frutto, tagliare il crescione scartando i gambi più duri. Condire con solo olio extravergine di oliva e un filo di aceto, poco sale.

Un insieme di sapori particolari, delicati ma diversi tra di loro, legati dal gusto deciso e un po' aspro del crescione.

martedì 20 ottobre 2009

L'insalata era nell'orto

Case&Country agosto 2009
L'orto che non si vede

Sulle riviste da qualche anno si parla molto di orti, una volta erano relegati in zone lontano dall'abitazione, un po' nascosti, ora sono ostentati. Nelle foto che in genere vengono pubblicate sono bellissimi, ordinati, perfetti. Regolari file di cavoli, insalate di diversi colori; i pomodori, i fagioli sono un po' disordinati e si vedono meno. A volte sono compresi in piccole aree geometriche circondati da siepine di bosso. Mai che si veda sia stato raccolto un cavolo, un'insalata, le file devono essere complete e perfette. Orti come giardini.
Ho una storia di famiglia, importante, che mi lega alla produzione di ortaggi, basta dire che mio papà circa 55 anni fa selezionò l'insalata “Lollo”, il nome lo scelse mia mamma ma, dopo i miei genitori, io non ho più coltivato verdure per la vendita.
Il mio è l'orto che non c'è, nel senso è che relegato e spezzettato nel vivaio, in angoli non sfruttati, qualche porzione lungo un muro, sul confine, oppure in una delle poche zone giardino; posti anche distanti tra loro; bisogna cercarlo questo orto, pezzo per pezzo.
Così succede di incontrare, nel bel mezzo del vivaio, un grande cavolo di Madeira, che a me è più che sufficiente per una stagione intera, oppure un grande cuscino di tetragonia, (Tetragonia tetragonioides) lo spinacio della Nuova Zelanda. Anche in questo caso un'unica pianta produce più di quanto non riesca a consumare. E' bella da vedere, e il suo posto è infatti nel giardino, ma non appena arrivano le prime brinate è persa. Si disseminerà da sola e l'anno successivo non rimane che diradare le piantine che nasceranno.
Io privilegio le piante perenni o quasi, oppure che si disseminano da sole; alcune hanno anche una storia, soprattutto metto poche piante, e la verdura è sempre comunque troppa.
Alcune piante di “erbette”, le conosciute bietole da costa, mi accompagnano da anni e provengono da una zona incolta nei pressi di Barcellona. Non so se erano completamente selvatiche, non si vedevano orti nei dintorni, ed erano abbastanza diverse tra di loro: una aveva, ad esempio, il gambo leggermente arrossato, l'altra peloso, tutte hanno le coste molto piccole. Vivono di solito due anni e ne lascio sempre andare una pianta a seme senza raccoglierlo; nella primavera successiva non devo fare altro che diradare quelle che sono nate in eccesso.
Una pianta di tomatillo Physalis ixocarpa c'è sempre, mi piace aggiungere i suoi verdi frutti leggermente aciduli all'insalata.
Continuo a tenere 6/7 piante di asparago viola, a cui sono molto legato, sono ancora del mio papà, la loro età va dai 40 ai 60 anni. Possono sembrare poche piante, ma nella loro stagione il raccolto, mai prevedibile per gli asparagi perché molto influenzato dalla temperatura, è sovrabbondante.
Tre piante di carciofo, una varietà interamente verde, molto gustosa e con il pregio di essere più resistente al gelo delle altre, mi accompagnano da anni.
Spesso nel mio orto sono comparse verdure un po' strane, il risultato di viaggi in paesi esotici e anche non.
Capita che l'interesse si esaurisca con la curiosità nel primo anno; altre volte mi porto dietro queste novità per un po' di tempo. Quest'anno è stata la volta di una rapa simile alla nostra, ma di colore giallo intenso, sia dentro che fuori, trovata in un mercato norvegese (parlo di radice, non di semi, è molto più difficile trovare novità antiche nei semi) il suo sapore, gradevole, si scosta un po' dalla rapa nostrana.
Anni addietro avevo coltivato la bamia o okra Abelmoschus esculentus, poi era stata la volta del 'daikon', un ramolaccio gigante, senza parlare di due particolari zucchini o cetrioli, portati 35 anni or sono dalla Tailandia, molto appetiti dai cinesi di casa nostra, (in quegli anni a Torino c'era un solo ristorante cinese che li acquistava tutti). Ora li ho persi e non li ho mai più visti, neanche su internet; non conoscendone il nome la ricerca resta difficile. Dei due uno era buonissimo, sia cotto che crudo, l'altro amaro, per noi immangiabile, ma ai cinesi piaceva molto.

Il mio è un orto molto piccolo, disordinato e un po' sparso, non fa certamente gola ai fotografi, ma è un orto vero, vivo, che da poco lavoro. Soprattutto è utile.

sabato 8 agosto 2009

Manioca - Manihot esculenta



La manioca ha grande importanza come pianta edule (la radice ingrossata) nei paesi caldi. Questa pianta mi accompagna da quattro anni. E' in vaso, perché a Torino non vivrebbe fuori ma, in inverno, si accontenta di temperature vicino a 0°. Con il freddo si spoglia.
E' una bella pianta, anche dal punto di vista ornamentale.

giovedì 16 aprile 2009

Physalis sp. Fiore

Dopo i contributi di Renato sul Chichingeri, può sembrare superfluo aggiungere qualcosa di nuovo al blog, ma mi sono accorto che mancava una foto del fiore del Physalis pubescens / Physalis peruvianus. Non saprei dire a quale delle due specie appartengano le piantine che crescono rigogliose nel mio giardino, ma vi posso assicurare che i frutti... sono buonissimi!

mercoledì 11 febbraio 2009

Ullucus tuberosus? Storia di un insuccesso

Una volta per trovare qualche ortaggio sconosciuto bisognava andare in paesi lontani, ora il mondo è cambiato, c’è la globalizzazione.
Non si trova certo in fascino e la varietà di articoli che si possono osservare nei suk di paesi esotici, ma sotto casa cominciano a nascere empori gestiti da persone di tutte le razze, che utilizzano canali di rifornimento diretti e vendono merci adatte alla più svariata clientela.
In uno di questi posti, gestito da un cinese, comprai delle strane patatine con delle macchie rosse sulla buccia.
Ne assaggiai qualcuna, bollite, il gusto,di scarso sapore, era diverso da quello delle comuni patate.
Un paio le misi in serra in vasi e con molta fatica cominciarono a sviluppare gemme e deboli fusti. Piantate in campo, quando le giornate si erano scaldate, continuarono a svilupparsi con molta fatica, non presero mai vigore, e non arrivarono a produrre tuberi. Non arrivarono neanche a fiorire

Storia di una patata viola

Strana patata, viola, non solo la buccia ma anche la polpa.
L’avevo cercata per qualche anno, finché avevo trovato tre piccoli tuberi rotondeggianti. Li avevo piantati e all’autunno la prima sorpresa, i tuberi che si erano sviluppati, di dimensione medio piccola, erano molto diversi di forma dalle patate che siamo abituati a vedere, erano più simili al Topinamboli, (Chapinabo in piemontese), in quanto erano cresciuti bitorzoluti.
Una sorpresa anche il colore che prendeva l’acqua di bollitura, un inquietante verde scuro.
Il gusto non riservava grandi sorprese, non si scostava molto da una normale patata.
Soddisfatta la curiosità, dopo qualche hanno ho smesso di coltivarle, ma l’anno scorso ne è nata una vicino a un grosso arbusto di edgeworthia. Ho pensato di lasciarla crescere, anche per non perdere la qualità. Ogni tanto davo un’occhiata, aveva sviluppato un solo gambo, che si era inserito tra i folti rami della edgewortthia. Mi pareva un po’ debole, ho pensato che non sarebbe riuscito a svilupparsi.
Poi un giorno lo vedo spuntare sopra la chioma, alta un metro e venti circa, aveva anche preso vigore. Ho pensato che la sua caparbietà meritava qualche attenzione e gli ho messo un tutore.
Ha continuato a crescere, ho dovuto cambiare sostegno due volte, in autunno aveva superato i tre metri di altezza!
Ho dovuto cercare i tuberi tra le radici dell’edgeworthia, non erano tantissimi, poco più di un Kg.
Gli anni precedenti, le avevo coltivate come normali patate, senza tutore, non avevano dato l’impressione di allungare così tanto i fusti.

lunedì 27 ottobre 2008

Physalis ixocarpa, Physalis philadelphica



Physalis pubescens, Physalis peruvianus

mercoledì 29 novembre 2006

Insalata Lollo

L’insalata Lollo - Una storia

Avevo 5/6 anni, quindi è passato molto tempo.
In quegli anni il mercato offriva poche opportunità per acquistare sementi di ortaggi.
I contadini più appassionati, più osservatori e capaci, non si limitavano a comprare le poche varietà di sementi che si potevano trovare, spesso si producevano i semi da soli. Mio papà era uno di questi.
Sistematicamente dal campo di cavoli, sedani, insalate ecc. isolava le piante migliori, le lasciava andare a fiore e raccoglieva i semi.
Spesso succedeva che nella grande massa di piantine che nascevano qualcuna fosse diversa, chissà perchè; per ibridazione naturale, mutazione genetica, virosi?
Così, una volta, nel grande campo di insalata ne era nata una più riccia delle altre. A mio papà nulla passava inosservato, messa da parte ne raccolse i semi e l’anno successivo osservò i risultati. Un’insalata splendida, compatta, molto riccia. Per anni al mercato suscitò l’invidia dei colleghi, ma lui gelosamente non lasciava sfuggire neppure un seme; aveva anche l’accortezza di seminarla solo nei campi vicino a casa nostra, non lungo la strada dove qualcuno avrebbe potuto rubarne con facilità qualche piantina.
Dopo diversi anni di questo primato, cedette alle insistenze di suo fratello e gli diede un po’ di semi. Due anni dopo la nostra insalata comparve negli orti dei giardinieri vicini, ormai era sfuggita al controllo.
Si indispettì, e l’anno successivo quando passò il rappresentante di semi di una ditta Svizzera, ne regalò una bustina, dicendogli - Provatela, se volete potete metterla in commercio. Si chiama Lollo.
Da allora si è diffusa in tutto il mondo, e ancora oggi si può trovare su tutti i mercati, non solo europei.
L’anno scorso un mio amico, mi ha inviato una mail con la foto di una pianta fotografata nell’orto di un castello in Scozia, con tanto di cartellino.
In quegli anni, al pari dell’insalata mio padre aveva selezionato molti ortaggi speciali: ricordo carote, sedani, fagioli, ravanelli, sia tondi che lunghi, pomodori, tutte verdure che facevano rimanere la gente a bocca aperta di fronte al loro banco, al mercato di Porta Palazzo (Torino). Aveva anche selezionato una speciale varietà di cavolo broccolo. Solo lui riusciva a produrre broccoli durante tutta l’estate, ma questa è un’altra storia.
Oltre all’insalata Lollo purtroppo tutto il resto è andato perduto, per anni io ho continuato a seminare le sue specialità, ma anno dopo anno ho perso tutto. Recentemente ho trovato qualche seme dei suoi fagioli, tipo “meraviglia di Venezia”, ma sono vecchi di chissà quanti anni, in primavera proverò a seminarli anche se dubito che possano ancora nascere.
Manca ancora una cosa: come è arrivato il nome Lollo.
Mia mamma si occupava della vendita, e per molto tempo questa insalata non ha avuto un nome. Alla ennesima domanda di un cliente - Come si chiama? - Un giorno rispose.
- Si chiama Lollo.
Era il periodo del grande cinema, dei successi di Gina Lollobrigida, si diceva fosse la donna più bella del mondo, e in quel momento lei venne in mente a mia mamma che pensò fosse proprio il nome giusto per un’insalata così speciale.
Chissà se Gina Lollobrigida lo ha mai saputo. Io credo di si e penso che dovrebbe esserne fiera, certamente di più che avere dato il proprio nome ad una rosa o ad un altro fiore. Nessun fiore ha avuto una diffusione così ampia e duratura.
Anni dopo, non per merito di mio papà questa volta, comparve la “Lollo rossa”, non so chi l’abbia creata, ha però mantenuto il suo nome.