mercoledì 10 dicembre 2014
mercoledì 3 dicembre 2014
20.000 days on earth
Non sono un fan ultra-sfegatato di Nick Cave, nel senso che non ascolto sistematicamente tutti i suoi dischi e non mi sono mai messo a seguire assiduamente la sua vita artistica.
Ho cominciato ad ascoltarlo una decina di anni fa, facendomi trascinare dalla passione di una ragazza di cui ero un po' innamorato.
Lei lo amava più per il suo lato post-punk/garage, quello di Jangling Jack e Deanna diciamo, io invece ho cominciato ad appassionarmi al suo lato più cupo, dalle Murder Ballads a brani come As I sat sadly by her side.
Ho cominciato a farlo mio come artista, appassionandomi sempre più ai suoi testi e poi ai suoi romanzi.
Il mondo che lui dipinge, sia con i racconti che con le atmosfere delle canzoni, lo sento "mio" come mi accade di rado con altri artisti.
Mi sembra di capirlo a priori, istintivamente.
E con il film di ieri questa sensazione è stata confermata.
Fin dalle prime scene e dai primi dialoghi, mi sono sentito catapultato in un mondo scintillante e decadente, permeato di una forza e un'intensità di emozioni uniche.
Ogni gesto di Nick Cave, dal sistemarsi il colletto di una delle improponibili camicie, all'accarezzare i tasti del pianoforte in cerca della giusta nota per dar corpo alle sue parole, aveva la forza evocativa e l'autorevolezza di un direttore d'orchestra o di un pittore nell'atto della creazione di un'opera d'arte uscita direttamente dal nocciolo più profondo della sua anima.
E io mi sentivo toccato e avvolto da ogni sussurro della sua voce contro il microfono, e da ogni nota scintillante che arrivava dal suo piano.
Esagerato?
Forse, forse ero già predisposto a farmi emozionare al minimo stimolo.
Il film racconta il giorno 20000 della vita dell'artista, dall'alba al tramonto.
Non è un'autocelebrazione, ma un fermarsi e fare il punto della situazione della sua vita, tanto che chi non lo conosce più che bene potrebbe perdersi molti pezzi della narrazione.
Si passa dal dialogo con il suo psicologo, in cui vengono fuori alcuni aspetti dell'infanzia, alla visita all'amico Warren Ellis (Il pezzo che forse ho trovato più "forzato", nonostante l'atmosfera della casa di Ellis, affacciata sulle bianche scogliere di Dover,sia fantastica), passando per alcuni incontri immaginari di amici e collaboratori, come Kylie Minogue e Mick Harvey.
Il tutto intermezzato con le sessioni di registrazione dell'ultimo album Push the Sky Away.
Ma tutto è solo un contorno alla figura del protagonista, in ogni attimo forte e intenso, quasi il dio che dichiara debba essere la rock star.
Sicuramente un mago, uno stregone di altre ere, che dà l'impressione di poter maneggiare la musica come fosse un'energia che scorre nell'ambiente intorno a lui, e che basta afferrare e governare con la forza della sua voce e degli strumenti dei suoi compagni.
Chissà se anche gli altri dieci spettatori della sala sono rimasti colpiti come me?
In ogni caso per quasi tutto il tempo ho avuto le lacrime agli occhi, e quando sono uscito mi sentivo leggero e stranamente consapevole. Tutto mi sembrava più nitido e scintillante, come una fotografia a cui applichi una bella maschera di contrasto: la triste multisala tappezzata di cartelloni colorati, le persone in fila per l'ennesimo cinepanettone o il solito film tamarro, lo sfondo dell'inceneritore avvolto dai suoi fumi che la bassa pressione non permetteva di disperdere.
Era tutto bellissimo perché dotato di una propria e originale magia.
E' sempre così, sta solo a noi coglierla.
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