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sabato 6 dicembre 2025

Ariani e caimani

Ho appena letto su Facebook un bel post della poetessa Viviana Viviani. Senza dichiararlo esplicitamente si riferiva al rifiuto di Zerocalcare, seguito da altri scrittori, di partecipare all’annuale manifestazione editoriale Più libri più liberi, in cui è presente lo stand di Passaggio al Bosco, una casa editrice di indubbie simpatie filonaziste.

La tesi di Viviani è la seguente: "dobbiamo metterci in testa che bisogna coesistere anche con le idee che non ci piacciono, almeno finché non si traducono in azioni violente, e decidere di volta in volta se ignorare o contestare."

Il pensiero è ben formulato e del tutto ragionevole, anche nella parte del testo che ho omesso. Ma contiene un implicito: convivere equivale a condividere – condividere in senso spaziale, intendo. Come a dire che il mondo è uno e ci deve essere spazio per tutti, almeno fino a quando non vengano commessi reati. E per inciso ricordo che in Italia è tutt'ora vigente la legge 645 del 20 giugno 1952, dove all'articolo 4 viene sanzionata ogni forma di apologia attiva di fascismo. Quindi la nostalgia viene fatta salva dalla condanna del legislatore.

Sarebbe perciò necessario entrare nel merito del catalogo di Passaggio al Bosco, che non conosco, con strumenti giuridici di cui pure difetto. Facciamo allora come se – come se: attenzione! – ciò che pubblicano sia esente da ogni ipotesi di reato, e torniamo all’equivalenza adombrata nel ragionamento di Viviani: convivere equivale davvero a condividere?

Con un esempio sarà forse più chiaro. Al mondo esistono ventitré specie di coccodrilli, per decine di migliaia di esemplari sparsi tra acque salmastre, paludi costiere, estuari, fiumi, laghi, stagni, acquitrini e perfino qualche piscina hollywoodiana, così da fare un po’ di scena nei cocktail party a bordo vasca.

Bene, mi chiedo chi avrebbe voglia di immergersi in una di queste piscine con un coccodrillo... Io no di certo, per quanto non ne contesti la presenza. Certo, mi piacciono di più altri animali, tipo cani, cerbiatti, delfini o pettirossi da combattimento, ma non pretendo che tutti i coccodrilli vengano convertiti in borsette. Sono ben disposto a con-vivere con loro, ma non a con-dividerne gli spazi.

Zerocalcare, ma anche Corrado Augias, Michele Serra, Alessandro Barbero e molti altri devono avere fatto lo stesso ragionamento. Accettano, non è importante quanto volentieri, di convivere con una casa editrice filonazista. A patto però di non dover condividere una fiera letteraria. Scelta che a me pare del tutto legittima: i coccodrilli di là, noi di qua. I nazisti a Più libri più liberi, noi a casa a vederci un vecchio film di Billy Wilder.

domenica 30 novembre 2025

Cosa mi sono perso?

 


Cosa mi sono perso? si chiedeva Giorgio Gaber in un omonimo brano tratto dal Signor G., era il 1985. Per concludere che perdersi qualcosa – si riferiva a spettacoli, libri, film – non sempre è un’esperienza subita e negativa, può tradursi in una scelta: questa sera, ecco, scelgo di perdermi il concerto di Achille Lauro, oppure l’ultimo film di Paola Cortellesi.

Niente contro Achille Lauro e Paola Cortellesi, intendiamoci. Ma scelgo comunque di perdermeli per fare spazio ad altro. A ogni pieno corrisponde infatti un vuoto, una possibilità mancata, un’omissione. Ci pensavo nel continuo imbattermi in discorsi sulla famiglia nel bosco. Una colata di parole che al solito parte dai media, per saturare le pendici arroventate dei social.

Non mi interessa dire la mia al riguardo, ma mi pongo la stessa domanda di Gaber: cosa ci stiamo perdendo nel parlare della famiglia nel bosco?

Il sospetto è che sia un modo non necessariamente intenzionale (o forse sì…) per non parlare di tutte le altre famiglie che vivono nel sottobosco del precariato, della disoccupazione, la malasanità, lo sfruttamento, diciamo pure senza formule edulcorate: per non parlare delle famiglie povere.

È un fatto che la nostra attenzione somiglia alle poltroncine di velluto di una sala cinematografica, e non si può vedere due film allo stesso tempo. A un film, mettiamo, di Ken Loach sul sottoproletariato britannico, noi abbiamo preferito la commedia ecologica sulla famiglia nel bosco. All’uscita dalla sala ne discutiamo con fervore critico sul marciapiedi, dicendo cose – ammetto – anche sensate. Siamo diventati dei Mereghetti del buon senso.

Una sensatezza che difetterebbe nel commentare il film sulla povertà, forse perché, come voleva Tolstoj, le famiglie ricche (la richezza della famiglia nel bosco consiste nel poter scegliere il proprio destino alla Robinson Crusoe) si somigliano un po' tutte, mentre quelle povere riescono a trovare vie individuali e schive al proprio patire. Una varietà che rende più difficoltosa la ricerca di una soluzione.

La migliore che ho trovato è la condivisione delle ricchezze, ma se ciò non è ancora avvenuto significa che ai ricchi i soldi non escono spontaneamente dalle tasche, e i poveri preferiscono invidiarli che votare per partiti che promuovano politiche redistributive. Sarà questo o magari altro che continua a sfuggirmi, e così si parla della famiglia nel bosco. Perdendoci le centinaia di migliaia di famiglie nel sottobosco.

mercoledì 22 ottobre 2025

Do The Right Thing

A distanza di una settimana posso finalmente confessarlo. Il testo che ho pubblicato nei giorni scorsi su Facebook, con titolo Pregiudizi, non era un post per così dire normale, ma un esperimento meta-narrativo.

Mi sono detto: proviamo a scrivere qualcosa che contenga il maggior numero di "nemici" (nella fattispecie erano sei: più nemici che brevi paragrafi), e vediamo se quel che penso dei social corrisponde a verità...

Non è difficile trovare dei nemici – in ciò il mio post era veritiero –, e sputargli addosso è il gesto più comune e spontaneo. Dopo pochi secondi la saliva si è riformata, e si può sputare di nuovo.

Dalla ricezione ho avuto conferma al mio sospetto, ottenendo una quantità di letture, commenti e like ben superiori alla mia media del periodo, comunque contenuta. Avevo fatto tombola.

Ma perché l'esperimento fosse completo mancava la prova inversa, e perciò, trascorsi pochi giorni, ho pubblicato un nuovo scritto. Si intitola Angeli e diavoli e rientra nel ciclo che ho chiamato delle iniziazioni.

Si tratta di brevi racconti a sfondo biografico, accomunati dall'incipit mi ricordo. Le memorie riguardano circostanze in cui la vita è sembrata essere meno avara di senso, concedendo un tassello del suo segreto. Un po' come in certi quiz televisivi dove si acquista una vocale.

Prevedevo, a naso, l'esito, e in effetti ci ho preso di nuovo: Angeli e diavoli è stato lo scritto meno gradito nello stesso lasso temporale, ma potrei forse dire da sempre. Eppure era da tutti punti di vista superiore al precedente, e non mi sto lodando e sbrodolando da solo. Era l'altro a essere modesto.

Nel passato era già capitato qualcosa di simile: emozioni primarie (bambini o animali feriti), lutti, sarcasmo, semplificazioni avevano sempre fatto lievitare l'audience. Anche ammiccamenti sessuali, che non sono il mio forte. Ma soprattutto fare branco e mordere. Questa era però la prima volta che disponevo le alternative con malizia.

Ciò mi conferma che i social, per molte ragioni, rappresentano un ribaltamento prospettico; o forse sono la radicalizzazione di un mondo già di suo capovolto. Sballato.

Alcune di tali ragioni mi pare di comprenderle, perfino di condividerle con una parte profonda di me. Se non altro viene meno l'ipocrisia, e dunque va bene così. Scriveva Baudelaire a introduzione dei Fiori del male: “Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère!”

Anzi, in un certo senso va pure meglio: l'insuccesso social rappresenta un prezioso indicatore, almeno quanto il successo letterario. Sono entrambi fari che orientano la rotta in assenza di stelle. Bravo Guido mi dirò, oggi sei quasi riuscito a renderti invisibile. Ma puoi fare ancora meglio.

Solo quando avrò realizzato il post perfetto, quello da zero like, saprò di avere fatto la cosa giusta. E potrò abbandonare una parola che si vuole pubblica per auto incoronazione, alla maniera di Napoleone con la Corona Ferrea: “Dio me l’ha data, e guai a chi me la tocca!”

Sì, in fondo desidero solo andarmene – da dove? Forse da tutto ciò che Dio ha delegato all'uomo di malnominare, quando ogni congedo implica la speranza di un vocabolario più degno – senza sbraiti e commedie, in punta di piedi.

Andarmene come Chance il giardiniere nella sequenza conclusiva di Oltre il giardino. La bombetta in testa. L'ombrello chiuso in pugno. Camminando sull’acqua finalmente quieta di uno stagno.

giovedì 25 settembre 2025

Stop al dialogo

 

Una persona che stimo ha pubblicato ieri su Facebook il post che riporto. Preciso che si tratta di una donna intelligente, italiana, a cui voglio bene. Il suo passaporto è però anche israeliano, avendo sposato un uomo che proviene da quella nazione. E con ciò non voglio dire che le voglio meno bene. Ma veniamo al post:

“Un drone yemenita oggi ha colpito Eilat mandando in ospedale ventisette persone. Quindici droni israeliani hanno scalfito quattro barche spaventando l’equipaggio. C’è vita su Marte.”

Quando l’ho letto sono sobbalzato sulla sedia, e con un eccesso forse di reattività ho risposto nei commenti:

“Questo post suona come definisci bambino. Ma stiamo scherzando? Israele è una nazione in guerra – giusta o sbagliata che sia, adesso non voglio entrare nel merito – e in guerra un po' le si prende (pochissimo, nel caso di Israele) e un po' le si dà (moltissimo, anzi troppo). Mentre Flotilla è un gruppo di imbarcazioni civili ancora in acque internazionali, sono dirette non in Israele ma in territori che si vorrebbe autonomi, con l'unico intento di consegnare beni di prima necessità alla popolazione civile prostrata. Nemmeno i nazisti sparavano sulla Croce Rossa.”

Sua risposta:

“L’unico intento? ma cielo Bruno (mi chiamo Guido, non Bruno. Ma non importa) ti sei rincretinito anche tu? Sentite basta con queste cazzate non ce la faccio più. Questa gente vuole solo più sangue. Per quanto riguarda ‘definisci bambino’ a te e a tutti gli amici dei palestinesi liberi che conosco molto meglio di voi chiedo ancora, cari bacia banchi, cari belli e rivoluzionari, cari imbeccati e manovrati, cari lobotomizzati, ancora, di definirmi bambino.”

Ho trascritto la scambio per intero non per creare una sorta di gogna social, e dunque cancellerò tutti i commenti che dovessero insultare la mia amica con passaporto israeliano. Il punto non è infatti riaffermare una presunta superiorità morale, dove si vuole che i buoni siano per definizione coloro che la pensano come noi; per gli israeliani, o i filoisraeliani, ovviamente come loro. No, nessuna anima bella e anima brutta.

Intendo piuttosto mostrare come, nella fase attuale, non sia possibile alcun contradditorio con l’altro, anche quando l’altro non possieda le sembianze di un orco. Nel mio caso, si tratta di una persona con cui fino a pochi mesi fa sarei andato allo zoo a bere sangria, come canta Lou Reed in Perfect Day. L’ha intuito ed espresso molto bene Iachetti. Nel suo essere un po’ naif (lo fa per finta, intendiamoci) ha svolto il ruolo del bambino che indica la nudità del re.

Ciò che ci insegna il bambino Iachetti è che ognuno deve andare avanti per la propria strada, il re nudo consiste in tale intransitività. Ci sarà tempo, in futuro, per intendersi e rinsaldare i legami di amicizia. Adesso Israele va unicamente contrastato. Con mezzi possibilmente non violenti, come sta facendo Flotilla. Ma anche con iniziative politiche, boicottaggi internazionali (non artistici o sportivi, preciso a scanso equivoci), sanzioni, sospensione nell’invio di armamenti etc.

Israele deve essere considerato a oggi nostro nemico, lo dico crudamente e senza tanti giri di parole. E i chiarimenti col nemico vanno fatti a pace avvenuta, ciò che si può fare nel pieno di un conflitto si chiamano trattative, i cui strumenti sono da sempre carota e bastone. Non dialogo. Anche perché cosa cazzo vuoi dialogare con chi irride agli attacchi a una missione umanitaria, donne e uomini civili che rischiano la propria vita per portare soccorso. Quel soccorso promesso e continuamente procrastinato dal Governo italiano.

domenica 21 settembre 2025

Chi non piscia in compagnia

Semplifico. Limitandosi ai contenuti, ci sono tre soli modi per scrivere: 1) contro qualcuno o qualcosa; 2) a favore di qualcuno o qualcosa; 3) scivolando sulle cose senza aderirvi, come un treno, una slitta o ancora più precisamente un flâneur, che guarda registra e passa. Non faccio troppa differenza tra scrittura saggistica, filosofica e narrativa. La disposizione resta la medesima.

La scrittura di tipo uno, nella mia esperienza, è quella che ottiene maggiore consenso sui social. E nella categoria aggiungo ironia e soprattutto sarcasmo, che sono un modo pacifico ma non meno aggressivo per svalutare il proprio ilare oggetto, e in ultima analisi abbatterlo come si fa con le statue a ogni cambio di regime. Evidentemente c'è una parte del cervello – il cervello rettiliano, in questo non siamo troppo diversi da una lucertola – a cui piace ingaggiare conflitti, intruppandosi per vivere esperienze cameratesche. E bon, lo faccio anch'io. Non critico ma prendo atto.

La scrittura di tipo tre, possiamo anche chiamarla del passeggero curioso, si colloca al secondo posto in termini di social-gradimento, ma ha bisogno di essere sorretta da qualità estrinseche, ad esempio lo stile. Se cazzeggi benino, senza prendere posizione e naturalmente limitando la lunghezza dei testi, con l'ironia che si stempera in autoironia, piaciucchi, via. E ancora una volta condivido: apprezzo i divagatori virtuosi, gli aneddoti insignificanti ma talmente ben scritti da tenere desta l'attenzione. In fondo la forma romanzesca si basa sullo stesso principio, la polpa di un romanzo si riduce a quattro o cinque punti in scaletta, almeno se non è un giallo tutto colpi di scena e agnizioni. Diversamente, può essere riassunto in mezza paginetta scarsa. Il resto è divagazione, digressione, squisitissimo brodo da allungare.

E siamo ora alla nota dolente, scrivere per e non contro, celebrare, gli antichi la chiamavano pars costruens oppure apologia. A loro piaceva molto, ma oggi deve essere considerato poco virile, non so... È un fatto che tutte le volte che provo a parlare bene di qualcosa, o di qualcuno, vengo un po' snobbato. C'è però un’eccezione, anzi di nuovo tre. Le prime sono il sesso e lo sport, e qui diamo per scontato quel che accade. Quindi vengono i lutti, le catastrofi, invasioni di cavallette etc. Il genere tragico va sempre alla grande, meglio ancora fa il patetico. Che sia il compagno di liceo morto in un incidente stradale, gabbiani lordi di petrolio, bambini, se vuoi andare sul sicuro scrivi della sofferenza dei bambini; ma basta un semplice ciao accompagnato da un selfie dopo esserti fatto bruciare una verruca. Sono contenuti che fanno tombola, e anche qui non è azzardato ipotizzare una connessione cerebrale: il cervello limbico si attiva quando sollecitato da fattori emotivi, facendo scattare l'empatia.

Detto ciò, dovrei essere attrezzato alla navigazione su internet, sapere cosa attendermi dalle sue onde emozionali. Eppure ci resto sempre un po' male quando mi cimento nella seconda sventurata categoria di scrittura; se ci ricasco puntualmente è perché sono mosso da gratitudine autentica, e mi illudo che ciò che amo venga ugualmente amato. Ma poi vedo che il postino restituisce le mie cartoline al mittente. Con l'ultimo intervento ho addirittura raggiunto il record personale di sbadigli e defezioni, in vent'anni che bazzico il web nessun testo era stato meno apprezzato. Un fiasco totale, nemmeno la messa in scena di Un marziano a Roma di Flaiano era riuscita a fare peggio.

Va aggiunto che ho probabilmente scritto cose migliori, ma pure certe scemenze di cui ancora mi vergogno... Ma invece di frignare, cerchiamo di capire come funziona la comunicazione al tempo di Facebook, Instagram, X e Tik Tok; che è poi la ragione per cui mi sto facendo la radiografia. Nella circostanza ho peccato tre volte come Pietro, scrivendo in termini elogiativi di tre degli oggetti simbolici che più mi affascinano: il monologo di un film (ma ho parlato bene anche del film), una canzone dei Baustelle e una frase di Italo Calvino. Quindi ho provato a collegarli tra loro, ho unito i puntini, e il disegno che è emerso possedeva talmente tanta bellezza da stordirmi – bellezza che scaturiva dagli incastri e le ricombinazioni, non sono così presuntuoso da autoelogiarmi senza ritegno. Ma possibile che sia l'unico coglione a vederla?

In questi casi una domanda te la fai. In fondo il senso ultimo della condivisione si nasconde tra le pieghe del termine: si divide qualcosa per goderne con altri, meglio mangiare pane e mortadella in compagnia che caviale da soli. È l'unica remunerazione di un gesto altrimenti privo di significato e moneta, i cuoricini che seguono, se seguono a lisciarti il pelo, ne sono un correlativo di superficie, ciò che davvero procura piacere è che i commensali godano dello stesso cibo. Ma che succede se invece sputano ciò che a te fa leccare i baffi, o non vedono quella luce che ti abbaglia? Il dubbio di essere un po’ tocco si insinua, già che per definizione sono i matti a vedere le cose che stanno solamente nella loro testa. Starò mica diventando matto?

In conclusione, per sentirsi normali e bene integrati è meglio non azzardare ricette esotiche, vai sul sicuro con una bella birretta. In assenza l'urina può essere un ottimo succedaneo, basta non versarla nelle caraffe – mi raccomando! – e usarla per pisciare in testa a qualcuno. Quindi ridere con tutti quelli che saranno accorsi a dare manforte; come noto, siamo una nazione incline a correre in soccorso di vincitori e vincenti. E poi chi non piscia in compagnia o è un ladro o una spia. E così giù tutti a pisciare in testa al malcapitato di turno, darsi di gomito, fare gruppo, squadra, branco. O ancora meglio: fare social. Che è un modo come un altro per fingere di essere sani.

PS  il testo a cui mi riferisco si trova qui.

mercoledì 17 settembre 2025

Siam pronti alla morte (degli altri)

La vicinanza temporale tra la morte di Armani e quella di Robert Redford hanno accesso una lampadina del mio cervello. Ho sempre trovato curiosa la celebrazione dei personaggi pubblici sui social al momento della loro scomparsa – ciao ragazzo viene scritto a margine di una foto giovanile di Redford, eri il più bello di tutti aggiunge un’altra donna. I maschi, più cauti, sottolineano i meriti artistici e l’impegno per l’ambiente.

Non che io sia esente dagli stessi slanci commemorativi. Ho partecipato, a modo mio, al commiato di Jane Birkin e a quello di Francoise Hardy, la mia voce era intonata al coro. E poco importa che mi sia astenuto con Emilio Fede e Alvaro Vitali, ognuno ha le sue ipoteche affettive. Ma pur essendo interno al fenomeno continuo a non comprenderlo: a quale economia psichica offre risposta, esiste forse uno schema antropologico ricorrente?

Per i funerali è la comunità che si stringe accanto ai famigliari, facendogli sentire sostegno emotivo e solidarietà concreta. Aspetti che nei secoli hanno un po’ perso di sostanza – non so quanti sarebbero davvero disposti a fare qualcosa nel caso di bisogno… – ma il rituale funebre rimanda a strutture sociali antiche e coese, e come in tutti i riti la ripetizione afferma un modello astratto con l’intento di tradurlo in realtà, poco importa che ci riesca o meno. Ma mi chiedo a chi, su Facebook, importi dei quattro figli di Robert Redford, due dei quali morti prematuramente, o delle belle e ricchissime nipoti di Giorgio Armani.

Escluderei dunque la funzione tradizionale di sostegno ai congiunti e affermazione dei valori della polis. La morte può perfino dividere, lo stiamo vedendo in questi giorni: stai dalla parte di Charles Kirk, ucciso da un giovane sciroccato che aveva fatto incidere sul proiettile la scritta Bella ciao, o di Martin Luther King – ma che cazzo di domanda è?!

Eppure è proprio al culmine del non senso che ci viene in soccorso un indizio, ce lo offre il sistema della moda di cui Armani era il massimo esponente. Qualcuno se lo ricorda l’aquilotto in pelle cucito sui jeans Armani negli anni Ottanta? Stava a marcare le chiappe, era l'equivalente umano della segnatura a fuoco sulle anche dei bovini, indicando appartenenza, da ottenere attraverso una preliminare separazione. Per essere uguali a qualcosa bisogna infatti essere diversi da altro, o meglio altri.

Il sotto testo così diventava: io non sono mica uno sfigato che indossa jeans Carrera – costavano un quarto ed erano identici –, ma grazie a un volatile stilizzato mi iscrivo a una comunità superiore del gusto, una nuova congregazione giovanile stilosa e disimpegnata. Richard Gere in American Gigolò era il riferimento e Armani il sacerdote che celebrava l’investitura.

Poi era tutto da vedere se fosse vero, però, alla stessa maniera della pisciatina dei cani sui paracarri, la firma sugli abiti degli stilisti comunicavano identità presunte, ci faceva sentire parte di un insieme in cui era bello riconoscersi. Ecco, Robert Redford ha la stessa funzione dell’aquilotto sui jeans Armani: io sono quello che si è commosso con i film di Robert Redford, io sono quella che si è innamorata guardando Apiedi nudi nel parco

Ma allora siamo simili, vestiamo gli stessi indumenti affettivi, ci piacciono le stesse cose. Secondo Slavoj Žižek, è il godimento e non più il trauma a segnare nella tarda modernità i confini delle identità collettive. E così ti chiedo l’amicizia sui social, stringiamoci a corte, siam pronti alla morte – non mai alla nostra, ma quella del prossimo personaggio pubblico che verrà a mancare. Una comunione simbolica non troppo diversa dal capannello dei paninari davanti al Burghy di piazza San Babila: loro si riconoscevano, negli anni Ottanta, dalle Timberland e dal Moncler arancione, noi quasi mezzo secolo dopo ci riconosceremo dai cuoricini deposti sotto una foto giovanile di Robert Redford.

martedì 26 agosto 2025

L’ombra e i social

Sono una merda. Quanti hanno il coraggio di dirsi questa frase? Il più delle volte non è vero, non sei una merda, tranquillo, tranquilla, vai bene come sei. Ma almeno una componente omeopatica di merda è presente in ciascuno di noi, e di norma si preferisce guardala al modo della pagliuzza negli occhi dell’altro.

Come si sa la paglia è infatti una delle componenti del letame, da trasferire immediatamente a debita distanza dalle narici. Magari scaricandolo addosso al nostro vicino di casa, così impara a parcheggiare male l’auto e a tenere alto il volume della tivù, o all’extracomunitario dalla pelle scura e una lingua tutta consonanti, vai tu a sapere cosa dice. Un meccanismo psicologico per mantenere integra e profumata l’immagine che abbiamo di noi, a cui Jung ha dato il nome di ombra.

A me sembra che i social abbiano molto a che fare con l’ombra. Ogni volta che provo a scrivere della mia ombra – attenzione: non a fare ombra a qualcuno, a impallarlo – so già che quei testi avranno un gradimento modesto sui social, anche quando non siano obiettivamente peggiori di altri. Cambia solo il consenso, che degrada se rivelo lati oscuri di me.

Ai miei contatti, insomma, non solo non piace essere trattati male, ma anche essere in relazione con qualcuno che si tratta male da solo, un social masochista che disegna i baffi alla propria Gioconda. Accadeva qualcosa di simile in banca, quando ai dipendenti allo sportello veniva richiesta giacca e cravatta; ma vedo che ora non è più così, e ne ricavo che i social siano diventati più bigotti di una banca.

In ciò non c’entra nulla il nefasto fenomeno degli hater, stiamo parlando di cose profondamente diverse. Per capirci: se un hater ti attacca, cosa fai? Naturalmente gli rispondi a tono, quel bastardo, come si permette! Quindi litigate, vi insultate, uno dei due banna l’altro per primo, e chi si è visto si è visto. La bolla social torna a essere integra e virtuosa. Mentre se ammetti di avere rubato la marmellata, che succede?

Non viene naturale contraddire chi espone i propri non-gioielli, come il non-compleanno in Alice nel paese delle meraviglie, non gli si sussurra parole di consolazione: Ma no cucciolo mio, sei una persona tanto carina e per bene, perché dici cosi? E però nemmeno si riesce a premiarne la sincerità nell'esporsi, la verità diviene interessante solo quando: a) c'è un cattivo, ma il cattivo non ha nessuna relazione con me; 2) c'è un buono, ed è mio amico; 3) c'è un coglione innocuo, e si sa che i coglioni fanno tanto ridere.

Eppure in letteratura si offrono molti esempi di personaggi ripugnanti. In alcuni casi la focalizzazione avviene proprio sul personaggio ripugnante, per così dire si auto-scredita, e ciò non infastidisce il lettore, almeno quando sia sostenuto da un impianto narrativo efficace. Lo stesso nel cinema, pensiamo ad Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti, o ad Al Pacino nei panni di Tony Montana in Scarface. Alzi la mano chi non ha provato una fitta al cuore quando muore crivellato di colpi, per poi precipitare da una balconata... Come mai questa differenza con i social?

Io credo che il cinema e la letteratura – qui un esempio potrebbe essere Houellebecq  siano un modo per contattare l'ombra per interposta persona, ci aiutano a comprenderne i meccanismi senza venirne inghiottiti. Sui social invece il negativo viene respinto, forse perché si assume che ciò che ci ha fatto palpitare per i cattivi era, in fondo, solamente finzione: io mica sono così, i miei amici non sono così.

E dunque solo quando tornerà a offrire un’immagine luminosa o quantomeno aurorale di sé, chi si oscura potrà essere reintegrato nel gruppo. Nel frattempo si proietta l’ombra su un comune nemico – in questo momento gli israeliani sono dei nemici perfetti, anche perché ci stanno mettendo del loro… – per poi unirsi nella fulgida schiera dei giusti. Un dispositivo che io trovo pericolosissimo, già che è alla base della struttura antropologica di ogni setta.

Ci siamo mai chiesti se venire su Facebook a cazzeggiare non sia solo un innocuo passatempo senile, ma sintomo latente di pensiero settario? Io me lo domando spesso, sapendo che la risposta sta dentro la mia ombra. E perciò è una risposta sbagliata.

sabato 23 agosto 2025

Il giusto e lo sbagliato

Negli orinatoi pubblici, quei pochi che sono rimasti, i maschi vanno per pisciare, giusto? Giusto. E sui social la gente condivide contenuti per ottenere attenzione, ricevere segni di gradimento, incrementare il numero dei follower, giusto? Giusto.

Eppure, negli orinatoi pubblici esiste una minoranza di maschi che va per offrire e ricevere piacere, George Michael era tra questi. Possiamo dire che George Michael compiva lo stesso gesto di Duchamp: decontestualizzava il mezzo, applicando il pensiero laterale che fa di uno pneumatico un salvagente. E quando ciò che davvero ti importa è fare il bagno, chi se ne frega se gli altri lo calzano sui cerchioni dell'auto.

Io non ho una particolare predilezione per le canzoni di George Michael, non sono nemmeno omosessuale, ma il suo utilizzo improprio degli orinatoi pubblici me lo rendeva simpatico. Perciò anche sui social mi piacciono gli interventi "sbagliati", come quelli scritti su Facebook dal compianto Stefano Brugnolo, docente di Teoria della letteratura all'università di Pisa. Non finivano davvero più, che fatica, e non compariva mai la foto di un cucciolo di Labrador o di una vecchina con la faccia buffa.

I follower erano quelli che erano: un niente, se confrontati ai ventidue milioni e passa di Gianluca Vacchi; un'enormità, se pensiamo all'infrazione delle consuetudini a cui sottoponeva i suoi lettori, spacciando intelligenza sintatticamente organizzata invece di shottini da ingollare in un fiato. Utilizzava insomma i social come George Michael utilizzava gli orinatoi: non per fare ciò che normalmente si fa, ma essendo lui stesso la norma a cui piegare il contenitore.

Rimane il problema di dove poi andare a pisciare. Chi segue questa via ostinata e contraria lo fa spesso controvento, con il rischio di sporcarsi le scarpe. Ma se non altro sono le proprie scarpe, la propria urina. Non pisciano in conto terzi.

mercoledì 20 agosto 2025

Niente di nuovo sotto il sole

Il gruppo di maschi che si scambiano foto intime delle loro compagne in un contesto comunque pubblico, Facebook, ma anche cameratesco, goliardico, volgarissimo, ha suscitato sorpresa e indignazione. L'indignazione la comprendo, ma la sorpresa mi ha a sua volta sorpreso. Non dico di trovarla una cosa accettabile – fa decisamente schifo, come fanno schifo molti maschi ma pure altrettante femmine, non cominciamo con la solita manfrina su quale genere sia più bello, buono, giusto –, è che non rappresenta una novità per cui sobbalzare sulla sedia. Riflette piuttosto uno dei tratti del maschile con maggiore stabilità nel tempo; ha probabilmente centinaia di anni di gestazione, e rampolla con puntuale ricorrenza. O se vogliamo, come opportuno, limitare il raggio della distorsione psichica, parliamo di maschile occidentale. Io ne ricordo una versione anni Ottanta, aveva forma di barzelletta. Al loro meglio le barzellette ricevono il testimone dalla mitologia, passando per le favole, e ne proseguono in forma ilare la missione, che è però serissima: trasmettere verità antropologiche altrimenti indicibili. Credo sia questo il caso, e perciò la trascrivo:

Un uomo fa naufragio su un'isola deserta assieme a Claudia Schiffer; e già da qui si comprende quanto la barzelletta sia datata. Ma potrebbe essere aggiornata con Belen, oppure con Elodie. Un uomo, ricominciamo allora da capo, fa naufragio su un'isola deserta assieme a Elodie. Gli altri passeggeri della nave su cui erano imbarcati sono morti, una bella strage a preparare il terreno alla risata catartica finale. Ma c'è anche un lato positivo: lo scafo si è incagliato sull'isola, le provviste sono intatte. Ne ricaviamo la disponibilità di ogni ben di Dio, perfino di un televisore satellitare enorme con cui guardare le partite di Champions League.

In assenza di alternative – per Elodie se non altro, che forse aveva altri progetti – i due diventano amanti. L'uomo avrebbe tutto ciò che si potrebbe desiderare dalla vita, almeno quella di un medio-maschio italiano. Dopo un po' però diventa taciturno, malinconico, depresso.

“Cos'hai gli chiede Elodie? Non sei più allegro come nei primi giorni.”

“Mmm, no, niente” scantona l'uomo.

Ma lei insiste: “C’è qualcosa che posso fare, a questo modo rovini la vita anche a me?”

Lui ci pensa un po', e poi risponde: “In effetti ci sarebbe una cosina...”

“Lo vedi – dimmi!”

“Hai presente la cassa con gli abiti di Carnevale, stava nella stiva vicino agli hula hoop?”

“Sì, certo, ci abbiamo già rovistato per scovare le giarrettiere che ti eccitavano tanto.”

“Ecco, però adesso dovresti travestirti da uomo.”

“Da uomo” scoppia a ridere Elodie, “non sarai mica...”

“Ma no, proprio no” la blocca l'uomo, che quella parola non vuole nemmeno sentirla nominare. "Dovresti semplicemente fingere di essere un mio vecchio amico.”

“Ok, se la cosa ti può risollevare. E poi?”

“Poi dovremmo simulare un incontro casuale, dopo tanto tempo.”

Elodie, un po' sorpresa, accetta, e come convenuto si traveste da uomo. Quindi si incammina verso la palma sotto cui l'uomo sta sorseggiando un Daiquiri; già l'abbiamo detto che sull'isola dispongono di tutto.

“Oh, Luigi: qual buon vento?” le grida l'uomo.

“Passavo da queste parti” risponde Elodie.

“Ci sono novità?”

“No, niente, solita vita. E tu?”

 “Anche io. E però..."

"Però?"

"Sì, insomma, una novità ci sarebbe pure.”

“Racconta racconta”, e questa volta Elodie non recita la battuta, è davvero curiosa di sapere.

“Vie' più vicino, mejo nun farse sentì da quarche ficcanaso.”

La donna, con due bei baffoni sintetici, esegue l'ennesima richiesta bislacca, è la prima volta che lo sente parlare con accento romanesco. Lui le si avvicina all'orecchio.

“Me sto a ciulà Elodie... Ma me raccomanno: acqua 'n bocca!”

giovedì 14 agosto 2025

Sei un fallito!

È interessante notare come, nelle conversazioni che degenerano sui social, quando l'obiettivo da colpire e affondare con i propri siluri coincide con un uomo, l’espressione più utilizzata dalle donne Ã¨: sei un fallito.

Mi è capitato anche ieri con una donna che da tempo commentava i miei post su Facebook – beninteso, non voglio entrare nel merito dello scazzo e avere sostegno: incasso il mio fallito. Se mi concedessi a una replica di pancia direi ogni male di chi l’ha scritto, ma tocca riconoscere che, per una volta – chissà a quanti maschi realizzati l’ha già scritto –, ha colto nel segno. Mi limito a registrare questa cosa: l’inflazione del termine fallito, fuori e dentro al web. Nel secolo scorso si sarebbe detto, che so, sei un cornuto o un piscione o una testa di minchia. Adesso fallito.

Ma se ci pensiamo, possiamo trovare un elemento di continuità con un passato più schietto e volgare. Fallito è infatti l’equivalente ammodernato dello spregio sessuale: invece di dirti che hai il cazzo piccolo ti butto lì, quasi come fosse un'ovvietà, che sei un fallito, hai mancato l’obiettivo di avere un cazzo enorme. Ti è andata male mio caro, e invece della proboscide tieni tra le gambe la coda di un topino.

Per traslato, il Katzone, come veniva chiamato un celebre personaggio di Fellini (pare fosse ispirato a Simenon), occupa un ruolo apicale nell’immaginario tardo capitalistico, disponendo di sottoposti come Califano disponeva delle femmine – per inciso, anche gli studenti sono da considerarsi sottoposti del barone universitario, i lettori di uno scrittore con tanto di fascetta complimentosa, o gli spettatori a un concerto del trapper con la collana d’oro massiccio. Se non è zuppa è pan bagnato.

La cornice di senso rimane dunque quella per cui i maschi di pregio devono essere del tipo alfa; una disposizione femminile ancora ipotecata dai codici affermativi del patriarcato, da realizzarsi per meriti sessuali oppure di gerarchia economica, artistica, sportiva... Basta assegnare al mondo la forma di piramide, quindi occuparne il vertice. A ciò si aggiunga un ulteriore elemento di americanizzazione dell'Occidente psichico, che fa del loser la più ripugnante delle condizioni.

Se si vuole ferire una donna – situazione a ruoli invertiti – ci si rivolgerà così agli eterni attributi estetici: vecchia e brutta i più tipici; il termine zitella e perfino troia hanno perduto gli artigli con la conquista dell'autonomia economica del sesso non più gentil, da cui discende quella sessuale. La vanteria sulla propria voracità erotica se non altro adesso è parallela.

Ma nell'antropologia pseudo colta che si è trasferita dai cineforum alle bolle social, l’affondo estetico assume la via indiretta e eufemistica, oppure si opta per la figura della litote: non esattamente una silfide, non di primo pelo etc. Per giungere a tratti assoluti di cattiveria quando una donna parla di un’altra donna; e penso ad Alba Parietti che, per commentare il matrimonio di Selvaggia Lucarelli con un uomo più giovane di quindici anni, scrive: “Auguri al marito, prenderà la pensione di reversibilità."

Siccome la donna in questione, quella che mi ha dato del fallito su Facebook, non era né vecchia né brutta e neppure fallita, almeno stando a quanto ci teneva a precisare in una sorta di autocertificazione di status (“un fallito che mi insegna la comprensione del testo che insegno da quando ero assistente universitaria, ovvero diciotto anni fa”), si deve concludere che ha vinto lei. Anche perché mi ha bannato per prima, umiliazione irreversibile del quattordicenne che urla al rivale: PICIOPACIO! E poi parte impennando con il suo Garelli truccato.

venerdì 18 luglio 2025

Tanti like, poco io

Pensavo a questa cosa: al bambino, al cane, a chiunque venga detto bravo fa sempre piacere, e chi frequenta i social non fa eccezione: i like sono un premio come il biscottino al cane di cui sopra, mai sputare nel piatto in cui ci si sbrana.

Però, pensavo sempre, c'è un'altra variabile da tenere in conto, che introduce Lacan con la consueta tortuosa lucidità. Ciò che ci fa davvero piacere, semplifico, è l'approvazione di chi anche noi approviamo, la stima di chi stimiamo.

Mescolando gli orientamenti psicoanalitici potremmo dire che questa approvazione ci definisce, ci individualizza  la medaglia è al valore di ciò che si precisa nel mio gesto, e quel qualcosa sono proprio io, l'altro mi fa da specchio. E così diventa un bravo Guido, brava Cinzia, bravo Ermenegildo!

Mi chiedo dunque quale possa essere il piacere nell'ottenere centinaia di like attraverso l'immagine di un gattino, o, nel caso di una giovane donna, nel mostrarsi con la camicetta un po' più sbottonata del solito  tu sei il tuo gattino, oppure coincidi con il seno che si intravede con finta sbadataggine? Oh cacchio, mi è scappato un bottone...

Io penso di sì. Penso che i social, per molte persone, arriverei ad azzardare la maggioranza, si siano trasformati in una diluizione dell'identità personale, al punto da evocare un tutto indistinto e così solo quantificabile. Titolava un suo libro con grande preveggenza Guénon: Il regno della quantità e i segni dei tempi.

lunedì 2 dicembre 2024

Bilancio di fine d'anno

Scocca gelido, almeno qui al confine con la Svizzera, dicembre, tempo di bilanci annuali. Ciò vale anche per la presenza sui social, una parte residuale – ma in fondo nemmeno troppo residuale – della mia vita.

Per una curiosa coincidenza, questo mese ho pubblicato il post con cui ho ottenuto il maggior numero di consensi dell’intero anno (122 tra like, cuoricini ed emoticon vari) e quello con il numero minore (10; comunque dieci persone che si sono prese qualche minuto da dedicarmi, cosa non così scontata e per cui li ringrazio).

Ciò che mi fa riflettere è la diversa natura dei due post. Nel vincitore, chiamiamolo così, è presente una sorta di nemico, anzi due nemici: Chiara Ferragni e Giovanni Tronchetti Provera, neo fidanzati su cui faccio un po’ di ironia, scivolando a tratti nel sarcasmo. La cornice sociologica, il riferimento a Kafka e Pasolini, il tono burlesco in cui inquadro il tutto non bastano a cancellare questa punta di livore. Diciamo che non sono particolarmente orgoglioso di quel testo.

Nell’altro post l'atteggiamento è ribaltato: non l'antipatia verso due vincenti, ma la simpatia verso un perdente assoluto, di cui assumo indirettamente la prospettiva; con le debite sproporzioni, è quanto fa Nick Carraway con Jay Gastby. A differenza del capolavoro di Fitzgerald, non si tratta però della perdita dell’amata, ma è la radicale sconfitta nel perdere la dignità. Ciò avviene attraverso il più sciagurato evento simbolico: cagarsi addosso in pubblico. È quanto capita a Giovanni, un mio compagno di classe in seconda elementare.

Ma proviamo a individuare altre differenze, la lunghezza è più o meno simile e ridotta, non si tratta dunque di quello ad aver sperequato il consenso. Giovanni è piccolo, inerme, taciturno e con gli occhiali da vista; tutti ridono di lui, compreso il me di allora. Ferragni e Tronchetti Provera non sono invece piccoli e piuttosto giovani, più giovani della maggior parte delle persone che hanno lasciato un like, oltre che più belli, ricchi, famosi. Gettargli addosso un po’ della merda di Giovanni potrebbe essere un gesto di compensazione, alla maniera della pernacchia di Eduardo in ‘L'Oro di Napoli’. E sono pure più paraculetti, per usare il nuovo aggettivo salito alle cronache; ma così riacciuffo il registro del rancore da cui sto provando a staccarmi.

Stiamo allora ai numeri. Lo scherno è più remunerativo della compassione nella misura del 1200%, almeno sui social; ricordiamoci sempre del contesto di lettura. Un dato che dovrebbe portare a meditare, o perlomeno io ci sto provando. E la prima domanda che mi faccio è: per chi scrivo quando scrivo? Non una pagina di diario, intendo, ma un testo destinato a un pubblico, a dei lettori. Se la destinazione agisse retrospettivamente, come in fondo è normale nella maggior parte delle attività – il panettiere che non vende prova a mutare i tempi di cottura, il lievito, le farine; o quale estrema disperata mossa, assume una commessa più procace –, dovrei guardare al post vincente come modello, e cercare di ripetermi per accrescere le manifestazioni di gradimento, da cui l'algoritmo di Facebook pesca per determinare la diffusione dei contenuti. È il cosiddetto effetto valanga, a trasformare le persone in influencer. Ora che ho capito il meccanismo mi si spalancano i cancelli della notorietà…

Però non è ciò che ho fatto, e potrei allora concludere dicendo che scrivo per me. Ma non è nemmeno questo, già che il passo conseguente – non compiuto – avrebbe dovuto essere cancellarmi l'istante dopo dai social. In via provvisoria mi sembra così di poter collocare la mia risposta in un punto intermedio; non so bene dove indentificarlo, ma mi è chiara almeno una cosa: mi piace quando gli altri mi dicono bravo, sono rallegrato nel ricevere il loro plauso, tanti like tanto amore. Ma il godimento da consenso non può mai dissociarsi dall’identificazione che ho con il testo, e deve riflettere una parte significativa di me, un mio modo di essere e sentire.

Il sarcasmo con cui ho scritto di Chiara Ferragni e Tronchetti Provera mi riflette pochissimo, mentre c’è molto di me nello sguardo affettuoso verso Giovanni e la sua sconfitta. Quindi sono molto più orgoglioso di quei 10 like che degli altri 122. Di cui comunque, anche in questo caso, ringrazio. Non si sputa nel piatto dove si mangia pappa di sogno.

(Per chi non li avesse letti e volesse farlo ora, copio di seguito i due testi.)

Post perdente:

Mi ricordo del busto esile e ritto di Giovanni, spunta appena dallo schienale della sedia, le braccia immobili e composte lungo i fianchi. Uno per uno gli altri compagni lasciano il loro posto e si incamminano verso la maestra, che ci attende sulla pedana della cattedra. Qui afferra un lembo dei pantaloni o della gonna e scruta nelle mutande, esamina, manda assolti con un gesto che ricorda i giudizi scolastici, un voto in pagella tra gli altri. Promosso! La maestra Maccarone, alito di caffè, ha sempre avuto uno spiccato senso del teatro, eredità forse della sua regione di provenienza.

Solo Giovanni si rifiuta di alzarsi e raggiungere il proscenio, e da ciò intuiamo che deve esserci un qualche rapporto tra lui e l'odore che da qualche minuto ha iniziato a diffondersi nell'aula, sempre più intenso e penetrante. Farsi la cacca addosso è una brutta grana, anche se frequenti la seconda elementare.

Dall’altro versante della rappresentazione, la gioia feroce nell'essere riconosciuti innocenti e quindi meritevoli, le braccia alzate del pugile proclamato vincitore. Rido insieme agli altri, puzzone, puzzone smerdolone diciamo rivolti al colpevole, finalmente smascherato. La legge del branco non è meno implacabile per i cuccioli. Intanto, gli occhietti azzurri di Giovanni cominciano a inumidirsi, la massiccia montatura in celluloide degli occhiali è l’unico argine a sua difesa. E così continua a rimanere immobile, più simile alla fotografia che non al teatro o al cinematografo, in effetti. È un totem.

Una lava marroncina intacca la fissità dello scatto, la vediamo tutti e le risate si fanno ancora più forti, cola dalla seduta in faggio chiaro, discende i tubolari in ferro della sedia, si diffonde sulle piastrelle sintetiche del pavimento. E insieme a quella cominciano a sgorgare dalle palpebre i primi goccioloni.

Ora il totem si è trasformato in vulcano, ma senza sonoro. Questo è Giovanni. Il suo talento è il disegno, è l'unico della classe che sa già disegnare un cavallo, all'intervallo mangia il panino col salame preparato dalla mamma, parla poco, sorride molto. Un vulcano da cui dolcemente eruttano lacrime e merda, merda e lacrime silenziose.

Post vincente:

La neo coppia composta da Chiara Ferragni e Giovanni Tronchetti Provera rappresenta una sintesi mirabile di ciò che Pasolini chiamava mutazione antropologica. Il problema non sono dunque loro, ma il fatto che simili facce da cui trasuda il fatturato (vero o presunto) le si incontrino ovunque, basta farsi un giro in un centro commerciale il sabato pomeriggio: quei nasini, quei sorrisini, quegli occhiettini azzurrini e vacui sono diventati la norma, non più l'eccezione. E anche quell'indicibile desiderio di prenderli a calci in culo. È però una tentazione a cui bisogna resistere, non solo per le conseguenze a cui andremmo incontro – lasciamo provvisoriamente tra parentesi la morale, anche avere una faccia del genere è infatti immorale –, ma perché non possiamo escludere di svegliarci una mattina e vedere le medesime insulse fattezze riflesse nello specchio del bagno. Se Kafka riscrivesse oggi il suo racconto, non in scarafaggio, ma in Tronchetti Provera Junior trasformerebbe Gregor Samsa.

venerdì 15 novembre 2024

Decadenza

Sui social, confesso, vengo puntualmente calamitato da quei post che mio nonno avrebbe chiamato birichini. A pubblicarli sono giovani donne, basta una propria fotografia in pose che ne esaltino la bellezza, lasciando magari trapelare qualche dettaglio intimo: la linea di discrimine del seno, o abiti succinti a mostrare le gambe e quasi – ma non più di quasi – le mutande. Il pieno di like è assicurato.

Solo che io scorro sveltamente le immagini (si tratta perlopiù di selfie) e indugio sui commenti, come si può intuire sono in prevalenza maschili. La frase che più ricorre è sei sempre la mia preferita, a cui segue un cuoricino, di più, due cuoricini, tre cuoricini e altri amorevoli emoticon. Provo così a pensare a qualcuno che scrivesse invece: Sei la solita mignotta...

Ovviamente verrebbe bannato, lo farei immediatamente anch'io. Eppure i due commenti hanno identico contenuto, mignotta deriva dal francese mignot, con significato di favorita. Un esempio analogo lo possiamo fare con un politico, mettiamo Salvini. Nel talk show televisivo di turno qualcuno gli dà del leader alla guida di un team emotivamente coinvolto, e quello gongola soddisfatto. Oppure potrebbe dire che Salvini è un capoccia sostenuto da un manipolo di esaltati. La sostanza semantica è la medesima, ma cambia, come nel primo caso, la connotazione di valore, che discende unicamente da consuetudini d'uso.

Da ciò ricavo il sospetto che le lingue storiche, da denotative, tendono col tempo a diventare connotative, dunque sempre più discrezionali. E questa non è una buona notizia, ma chiaro segnale di decadenza della società che quella lingua riflette.

domenica 27 ottobre 2024

Venerati maestri

Provo una naturale ammirazione verso le persone che sanno tutto di un determinato argomento, ne sono come ipotecati. Mettiamo la letteratura, l'oggetto più frequentato nella bolla social a cui appartengo, e che di certo non disdegno. Ma dagli e dagli, questa ammirazione, dopo un po' che sento parlare sempre e solo di libri, si è trasformata in diffidenza, complice forse un pizzico di invidia; e come si sa l'invidia genera cattivi pensieri: non è che lo fanno perché hanno l'ennesimo corso di scrittura in partenza...

Mi è così tornato alla mente il solito Pasolini, il quale possedeva una cultura letteraria non minore. Eppure, i suoi interventi sull'argomento non erano tanto frequenti, perlopiù originati dalle accuse a lui rivolte dal Gruppo 63, a cui opponeva il suo essere "forza che viene dal passato". Sulle pagine del Corriere della Sera scriveva di aborto, di "capelloni", antropologia, arte, mito, linguistica, cinema, politica, calcio, economia, religione, studenti borghesi contro poliziotti proletari. Scriveva della vita, insomma, oltre a parlarne con i propri amici, che non si limitavano a una squisita cerchia intellettuale.

Con toni forse più vaghi e a volte naif, anche Battiato, quando intervistato sulla sua attività di musicistia, riusciva sempre a svicolare verso la tenebra luminosa della mistica, frequentava con caparbietà l'esoterismo, la fisica quantistica, lo sciamanesimo, perfino di poker e biliardo ne sapeva, e pare che di entrambi fosse un ottimo giocatore. Recita il testo di una sua canzone: "mi piaceva tutto della mia vita mortale, \ anche l'odore che davano gli asparagi all'urina."

Non è questione di essere enciclopedici, ma semplicemente curiosi. E questi venerati maestri social, più monotematici di Rocco Siffredi, mi pare abbiano perduto la capacità di sporgersi sul mondo con un filo d'erba in bocca, quel che passa passa. E poi va, come urina nel water.

sabato 14 settembre 2024

Il Grande Intimo

 
– Per definre l'interiorità usiamo il termine intimo. Lo stesso facciamo con le parti, appunto, intime, e gli indumenti che le ricoprono. Una curiosa coincidenza, forse un indizio... Non trovi?
 – Faccio fatica a seguirti.
– Magari si capisce meglio con il superlativo, assunto a sigla di un famoso brand del settore.
 – Ti riferisci a Intimissimi?
 – Bravo! Intimissimi che però è un aggettivo, e come tutti gli aggettivi rimanda a un sostantivo.
– Tipo "intimissimità". Suona da schifo.
– Forse si vuole dire che oltre l'intimità c'è qualcos'altro. Ma cosa?
– Potrebbe essere un nuovo gioco di parole, togli qualcosa e resta altro, o meglio: l'altro.
– Ecco. La prospettiva dell'altro, penetrata in me fino a cancellare la mia propria intimità.
– Un po' come il Grande Altro di cui parlava Lacan.
– Mi sa che siamo sulla strada giusta.
– Quella del Grande Intimo...
– Il Grande Intimo, bello, come ti è venuta?
– Boh, stavo pensando ai cameramen televisivi quando inquadrano il culo delle ragazze che giocano a pallavolo.
– E che c'entra?
– A me piace la pallavolo femminile, mica sto tutto il tempo a farmi domande filosofiche come te.
– Dai, andiamo avanti.
– Vai avanti, prego. Sei tu che hai messo in piedi tutta 'sta manfrina.
– Aspetta... forse ci siamo: l'intimità trasformata in iperbole, in imperativo – pensa a quanto accade sui social –, è la versione aggiornata dell'omologazione culturale.
– Intendi dire sotto il vestito niente?
– No. Sotto il vestito l'intimo, sotto l'intimo l'intimissimo, e sotto l'intimissimo infinite copie di me.
– A proposito, hai visto che da Intimissimi ci sono le promozioni autunnali: tre mutande al prezzo di due.
– E me lo dici solo adesso!