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lunedì 5 agosto 2024

Colpito e affondato, o sulla malasanità second track


La prima puntata della serie sulla malasanità la trovate cliccando qui. Solo un brevissimo riassunto: dieci giorni fa, all'Ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, sono stato operato per una lacerazione alla retina. Deve fare un controllo tra una settimana, mi era stato detto. Può farlo anche dove risiede.

Appena rientrato cerco di organizzarmi. All'Ospedale di Sondrio, per le ragioni di cui al prequel, non se ne parla proprio. Riesco a fissare una visita dall'ex primario presso un centro privato, ma l'unica data disponibile è a un mese di distanza.

Questa mattina (ripeto: sono passati dieci giorni, continuano a scorrermi davanti agli occhi delle ragnatele verdastre come se fossi nella grotta della paura, e avrei dovuto sottopormi al controllo già da tre giorni) decido di farmi riaccompagnare da un amico a Gravedona. Ok, non ho la prenotazione, ma in fin dei conti mi hanno operato loro. Passo così dal pronto soccorso. Vada pure nei poliambulatori, mi dicono.

Stranamente c’è solo un altro paziente in attesa – una ventina di persone per ortopedia, solo noi due per oculistica. È presente una dottoressa, ma l’infermiera, a cui spiego tutto in corridoio, dice che è meglio se mi vede chi ha eseguito l'intervento laser, un'altra donna. Arriverà solo in tarda mattinata, aggiunge. Sono le 9. Nell'attesa di tanto in tanto fa di nuovo capolino. C'è qualcuno per oculistica? grida. Sono rimasto l'unico.

Finalmente, alle undici in punto, arriva il medico che sto aspettando, io riconosco lei ma lei non riconosce me. È normale, penso. Entra con passo spedito e un elegantissimo abito a fiori nell'ambulatorio, dove immagino l'infermiera farle presente il mio caso. Così è, infatti. Dopo pochi minuti l'infermiera esce.

Che faccio? chiedo. Entro... o devo passare prima in accettazione... Lei mi guarda come Kate Winslet guarda Di Caprio mentre si allontana con la scialuppa. No, la dottoressa ha detto che non può eseguire il controllo. Mi dispiace.

Ma come... balbetto, se non c'è nessuno... un semplice controllo? Mi dispiace, ripete con il tono di chi abbia studiato la lezione a memoria. Si faccia visitare da qualcun altro. Ma gliel'ho già detto: posso avere un appuntamento solo tra due settimane, nel frattempo ci vedo uno schifo! Mi dispiace, e rientra nell'ambulatorio.

Al suo interno, oltre a lei, sono presenti due donne, due donne medico con specializzazione in oculista e regolare stipendio da parte dello Stato italiano, e nessun paziente da visitare. Verosimilmente, avranno iniziato una partita a battaglia navale. Colpito e affondato.

giovedì 25 luglio 2024

Santa Lucia, un'ordinaria storia di malasanità

 

Immagina di avere un distacco della retina ai suoi primi sintomi, li riconosci perché già ne hai avuto uno all'altro occhio. Immagina di andare subito da un famoso oculista che ti dice: Non è niente, stia tranquillo. Immagina, dopo alcuni giorni, di avere sintomi ancora più manifesti. Corri al pronto soccorso e ti senti dire da una dottoressa di origini rumene: Si prenda una bella vacanza, glielo ha già detto il collega che non è nulla. (In questa storia immaginaria non abbiamo pregiudizi contro i rumeni, sia chiaro, ma è importante immaginarla rumena). Immagina quindi di tornare dal famoso oculista – ormai sono già trascorse tre settimane, nelle quali il tuo occhio ospita i più bizzarri eventi: lampi di luce, ragnatele, ombre, puntini luminosissimi in caduta libera, come le stelle a San Lorenzo – e sentirsi questa volta dire: Lei ha una lacerazione della retina a ore due, deve fare immediatamente il laser. Le scrivo l’impegnativa con la richiesta di procedura d’urgenza. Immagina di presentarti di nuovo al pronto soccorso, e ritrovare la dottoressa di origini rumene. Ti riconosce. Ma non doveva essere in vacanza? No, legga qui. D'accordo, aspetti. Dopo mezz'ora arriva un medico sui settant'anni, sembra avere qualcosa di strano: voce impastata, andatura a tratti incerta a tratti scattosa, ricorda certi miei amici del Bar Piero – se non conosci il Bar Piero, immagina pure qualsiasi altro bar. Continua a immaginare l'uomo del Bar Piero (o di qualsiasi altro bar) armeggiare con l'apparecchio laser. Suda, sudate entrambi, nel locale ci sono 32 gradi, il reparto di oculistica non ha l'aria condizionata. Immagina ora che un'infermiera ti riconosca. Troviamole un nome, ecco, fingiamo si chiami Lucia, come la santa protettrice degli occhi, la figlia è stata alunna di tua madre. Lucia fa segno di volerti parlare. No, non qui. La segui e, fatti pochi passi, si ferma all'improvviso, ti posa una mano sulla spalla. Scappa, scappa! dice con un volume di voce bassissimo, quasi un sussurro. Non ti sei accorto che è ubriaco? Ogni tanto succede, viene al lavoro in questo stato. Che fai, la prendi in parola? Ci pensano le cose a cavare le castagne dal fuoco. Il medico alza le mani alla maniera di un soldato che si arrende, o più verosimilmente di un bambino che subisce toppa a nascondino. Non riesco a fare funzionare il laser aggiunge con la sua voce biascicata, aspettiamo la mia collega, che è poi sempre la rumena andata nei poliambulatori a operare. Va be', aspettiamola in corridoio, sempre 32 gradi. Quando ritorna dopo tre ore ti comunica sbrigativamente: L'apparecchio è rotto. E io ora cosa faccio? Boh, veda lei – no, forse non ha usato il verbo vedere, ma il senso è quello. Fortuna che conosci il manutentore degli apparecchi medicali, stiamo sempre immaginando, stiamo sempre parlando dell'ospedale di una piccola città di provincia, mettiamo Sondrio. Gli telefoni la sera e ti risponde che Sì, in effetti oggi abbiamo avuto segnalazione di un guasto Ma a un controllo il laser funzionava perfettamente, quei due idioti (ndr: la rumena e l'ubriaco) non riuscivano a fare un normale settaggio operativo, roba che te la spiegano il primo giorno che entri in oculistica. Dai, uno non era idiota avresti voglia di ribattere, aveva solo alzato un po' il gomito. Ma dalla bocca ti esce solo: Ah. Il giorno dopo ti fai portare da un altro amico all'ospedale di una graziosa località lacustre, si trova a un'ora circa di auto. Qui ti viene finalmente fatto il laser, più di cento colpi, Mi raccomando non si muova, guardi il mio orecchio. La dottoressa che ti sta parlando (castana, minuta, sui quarant'anni; è pure simpatica e molto carina: quanto ti senti fragile basta poco per innamorarsi, e io ci stavo già cascando...) alla fine chiede: Ma perché non è venuto prima? Il suo occhio è da giorni che sanguina, era messo maluccio. Possibile che non si è accorto di nulla... Io ho fatto quel che ho potuto, l'intervento è andato bene. E immagina infine anche la risposta da darle. La mia risposta di stamattina, ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, ore 11.16, infrangerebbe il galateo di Internet, oltre alla sensibilità del mio nuovo amore. Quindi meglio immaginare anche quella.

martedì 21 giugno 2016

Il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e chi pensa di salire, ma comunque scende

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale. E’ l’inizio di una delle più belle poesie di Eugenio Montale dedicata alla moglie, Drusilla Tanzi, a quel tempo appena scomparsa:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.


Ci ripenso scendendo la scalinata del palasport di Sesto San Giovanni. Non da solo, anche io sto dando il braccio, ho offerto il mio braccio a un uomo incerto sulle gambe, un vecchio senegalese. All’interno della massiccia struttura di ferro e cemento, consacrata temporaneamente a moschea, altre centinaia, forse migliaia di senegalesi stanno ascoltando Serigne Mame Mor Mbacke, responsabile internazionale e guida spirituale della confraternita islamica dei Muridiyya, a cui aderisce l’ottanta per cento dei senegalesi presenti in Italia.

La prima volta che sono capitato a un incontro simile, il mese scorso a Pontevico, vicino a Brescia, è stato per errore. Volete venire a una festa senegalese? ci ha chiesto garrulo Modu, un conoscente senegalese che vive a Sondrio, dove vende accendini e altre cianfrusaglie cinesi. Una festa, beh, sì, si può fare, abbiamo risposto io e il mio amico Sergio. Il giorno successivo ci siamo trovati, unici visi pallidi tra migliaia di volti “abbronzati”, avrebbe detto il nostro ex presidente del consiglio, all’interno di una vecchia fabbrica di biciclette, prima acquistata e poi riconvertita in centro spirituale dalla comunità muridista italiana.

Via le scarpe, volto rivolto alla Mecca, ma dove cazzo ci hai portato Modu, non avevi detto che era una festa?! Dopo festa, dopo festa, fa spallucce lui, prima pregare… Il furbastro aveva finto che fosse una festa, per ottenere un passaggio in automobile. In realtà si trattava di una cerimonia religiosa.

Eppure ci siamo tornati. Questa volta mi sono comprato pure un caffetano, me ne sono innamorato appena l’ho visto esposto in uno dei numerosi banchetti, quasi un suk a margine della zona adibita ai discorsi e alle preghiere. E’ di un bel blu squillante, blu Klein direi così a occhio, non ho saputo resistere è l’ho già indossato, per quanto con i jeans sotto, insomma… blu Klein con ricami argentati sulla scollatura al petto. Con un abito così verrebbe voglia di pavoneggiarsi su una chaise longue, la cannuccia del mojto in bocca e un leoncino in braccio che fa le fusa. Qui invece, oltre essere vietatissimo assumere alcolici – oltretutto siamo nel mese del ramadan – agghindato a questo modo sono semplicemente uno tra i tanti, tra i tutti, pur restando una slavata eccezione.

Diversamente dall’uniformità che avverto nell’islamismo di matrice araba, o in misura minore in quello sciita di derivazione khomeynista, mi pare che in Senegal la religione non sia però riuscita a estirpare un fortissimo senso di identità personale, che nelle donne  raggiunge tratti di allegra vezzosità. Sì, gli abiti sono tradizionali, ma non ne vedo uno uguale a un altro, un cappellino annodato allo stesso modo, mentre ogni donna e, in fondo, anche ogni uomo, è come se reclamasse uno stile proprio, un colore unico dentro al grande acquarello del mondo. Mancando di una norma rigida e fissa, se non il richiamo a un generico senso di tolleranza e ospitalità – la teranga, per cui i senegalesi sono conosciuti ovunque –, il termine eccezione finisce così col perdere di significato. Eccezionale è qui sinonimo di normale, ed è il conformismo a rappresentare uno scarto malvisto.

Che sia questo il motivo per il quale io e Sergio siamo voluti tornare, dopo il primo scherzetto che ci ha tirato Modu? L’occasione per percepirci, mescolati tra molti ugualmente disposti, ma intimamente ed esteriormente diversi, anche noi come esseri particolari, e ciò indipendentemente dal colore della nostra pelle. Un lieve capogiro, quasi un paradosso. La parte che si distingue dal tutto ma, allo stesso tempo, avverte affettuoso il perimetro dell’insieme, senza il quale il singolo smetterebbe di essere l'indispensabile tassello di un puzzle.

Mancando del sostegno qui offerto dalla comunità, l'orgogliosa singolarità di cui ci facciamo vanto finisce così col somigliare, nel migliore dei casi, a una bottiglia di Coca-Cola che galleggia in mezzo al mare, mentre nella peggiore a un detrito, uno degli infiniti scarti che si addensano nelle discariche d'Occidente. Tra i variopinti murid, invece, ci si distingue senza perdersi.

E poi c’è questa scala, la scala che sto discendendo insieme al vecchio, a ogni gradino mi stringe la mano un po’ più forte, allentando la presa nelle numerose soste: un gradino, una pausa, un gradino, un’altra pausa... E’ strano, non mi era mai capitato di pensare a una scala nei termini della discesa, ma sempre solo come scale da salire, traguardi da raggiungere, vette ripide e aguzze da scalare, su cui conficcare infine una bella bandierina rossa, che stia lì a sventolare in eterno sul muso paffuto e indifferente delle nuvole.

Anche nella poesia di Montale mi sembrava ci fosse qualcosa di poco limpido, perfino di stonato. Perché il poeta scrive di scale da scendere e non invece da salire, come parrebbe ovvio? Sì, ok, “il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”, ma la metafora della vita (i poeti non si occupano forse di metafore?) è meglio restituita dall’immagine della lenta e faticosa ascesa, non in quella di una comoda discesa. E come mai, negli ultimi tre versi, Montale ci confessa di non conoscere la direzione, milioni di gradini senza sapere dove cavolo stai andando, quindi anche cosa stai scrivendo? Era dunque solo tramite lo sguardo della donna, per quanto offuscato (Drusilla Tanzi portava occhiali spessi), che riusciva a riconoscere la strada, a riconoscersi?

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


Domande, ancora domande. Intanto, mentre scendiamo lentamente, attenzione al gradino, pausa, un nuovo gradino, dai che siamo quasi arrivati, i giovani sulla scala si scostano con naturalezza, come le canne al passaggio dell’imbarcazione. Con loro, in un unico movimento coreografico, le ragazze che vendono il ginger fatto in casa, o il purpureo karkadè, rimuovono svelte le bottigliette di plastica dai gradini, ci fanno spazio. Noi procediamo senza affanno, non abbiamo fretta. Scendere è più semplice e lieve che salire.

Ne approfittiamo per parlare un po’. Stringendomi sempre, l’uomo mi dice delle cose nella sua lingua. E però mi scusi, io non parlo africano, je ne parle pas le wolof, ma lui continua, non è importante che io capisca. Il vecchio parla, io ascolto. Non intendo una parola ma sto nel suono rauco della sua voce, quasi una musica da un altro tempo, una musica senza tempo, ma con un luogo ben preciso. Questa scala.

Arrivato al termine io faccio per lasciarlo, ma lui ancora mi trattiene. Quindi si fruga sotto il caffetano ed estrae una caramella, anche quella presumibilmente fatta artigianalmente e senza andare troppo per il sottile con le norme igieniche, come quasi tutto qui. Me la infila nel pugno. Questa ti porterà fortuna, traduce un ragazzino nelle vicinanze. Allora io gli bacio il dorso della mano e la porto alla mia fronte, accompagnando il gesto con un inchino, come ho visto fare dagli altri. Il vecchio ricambia il saluto tradizionale senegalese, e ci separiamo.

Probabilmente non ci vedremo più. Io cercherò altre scale da salire, altri libri da leggere, nuove cose da vedere e imparare, mentre lui scenderà probabilmente anche l’ultimo gradino che gli manca, riconsegnando al fiume il fagotto delle sue caramelle senza etichetta, senza marca, una nuvola di zucchero con uno straccetto di carta sopra.

Anche il ricordo di questa strana giornata si farà sempre più tenue, rimanendo forse solo un dubbio. Quello che anche per noi le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, fossero le sue: la sapienza ultima di chi poco ha avuto dalla vita, ma molto ha lasciato andare, arrendendosi al tempo e alla corrente senza sfidare la legge di gravità, per lasciare ai salmoni il vano cruccio di nuotare in senso opposto. E che dunque le scale davvero siano fatte per scendere, non per salire.