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mercoledì 14 agosto 2024

Grasso e magro, o sulla legge del pendolo

La mia cara amica Agave Spinosa – è ovviamente uno pseudonimo – su Facebook, dove così si firma, fa delle interessanti considerazioni sul tema dell’aspetto fisico femminile, sospettando che molti uomini la sfuggano nel timore di essere contagiati dalla sua grassezza, o più precisamente dall’elemento insano e minaccioso che ciò comunica.

A parte che non è affatto vero che lei sia grassa, ma nelle fotografie presenti sul suo profilo non è neppure magra, e seguendo l'oscillazione culturale di questi termini è possibile avventurarsi per qualche considerazione ulteriore. Intanto, a differenza di quanto scrive, non credo che l’accumulo di adipe induca fantasie ospedaliere, addirittura epidemiche, una sorta di Covid ante litteram, il grasso come untore. Tradizionalmente, è piuttosto alla magrezza che viene associata una cattiva salute.

Esistono ragioni storiche fondate: i poveri erano malnutriti e morivano prima dei ricchi; inoltre, chi ha malattie terminali tende a dimagrire, si consuma come una candela; un’altra metafora spesso chiamata a rendere manifesto il pensiero, con la cera che scioglie e dilegua allo stesso modo dell’adipe. Solo molto dopo sono apparsi i grandi obesi americani, ad alto rischio di qualsiasi cosa, ma si sa che l'immaginario hai suoi tempi di assimilazione.

C'è però un immaginario parallelo, quello erotico, che su magrezza e grassezza è da sempre altalenante. Temo valga solo per le donne, per gli uomini non si avvertono particolari scarti. Nel solo Novecento abbiamo continui mutamenti di percezione. Si inizia con il culto per le donne filiformi dei primi decenni del secolo, per passare alla pancetta, orgogliosamente esibita, dopo il secondo conflitto mondiale; le chiamavano maggiorate, o ben carrozzate. D'altronde dopo cinque anni di orti di guerra e tessere annonarie, rientra nel principio di compensazione.

Bisogna attendere i tardi anni Sessanta per ritrovare la magrezza di Twiggy e Veruschka, quindi l'androginia di Grace Jones, l'ambiguità di Amanda Lear che, nel 1978, sussurrava con voce roca: “Voulez vous, a rendez vous tomorrow?” E sembra di udirlo il coro dei maschi: “Sì sì, vogliamo un rendez vous: tomorrow, dopo domani, quando te pare – ma vedemose!”

Trascorrono due soli anni e si arriva agli anni Ottanta, con il pendolo estetico che oscilla di nuovo dalla parte opposta; non siamo ai livelli espansi degli anni Cinquanta, Cindy Crawford diviene il nuovo paradigma: coscia tonica ma tette che reclamano una terza abbondante, se non una quarta. E infine puff, a cavallo del nuovo millennio si sgonfia tutto, per essere bella si impone la dieta del conte Ugolino, quasi anoressiche le ragazze ritratte sulle riviste di moda, emaciate e loro sì davvero insane – eppure proprio per questo desiderabili.

Dell’estetica recente fa fede una battutaccia di Berlusconi, riferibile solo con molti asterischi. Parlando al telefono di Angela Merkel gli sfugge un'espressione sconciamente epigrammatica, in cui i nuovi tempi trovano preciso riflesso: "c*lona inch**vabile" la definisce. Ma per Trump le c*lone sono tornate a essere ch**vabili. E, dunque, la partita è di nuovo aperta.

lunedì 5 agosto 2024

Colpito e affondato, o sulla malasanità second track


La prima puntata della serie sulla malasanità la trovate cliccando qui. Solo un brevissimo riassunto: dieci giorni fa, all'Ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, sono stato operato per una lacerazione alla retina. Deve fare un controllo tra una settimana, mi era stato detto. Può farlo anche dove risiede.

Appena rientrato cerco di organizzarmi. All'Ospedale di Sondrio, per le ragioni di cui al prequel, non se ne parla proprio. Riesco a fissare una visita dall'ex primario presso un centro privato, ma l'unica data disponibile è a un mese di distanza.

Questa mattina (ripeto: sono passati dieci giorni, continuano a scorrermi davanti agli occhi delle ragnatele verdastre come se fossi nella grotta della paura, e avrei dovuto sottopormi al controllo già da tre giorni) decido di farmi riaccompagnare da un amico a Gravedona. Ok, non ho la prenotazione, ma in fin dei conti mi hanno operato loro. Passo così dal pronto soccorso. Vada pure nei poliambulatori, mi dicono.

Stranamente c’è solo un altro paziente in attesa – una ventina di persone per ortopedia, solo noi due per oculistica. È presente una dottoressa, ma l’infermiera, a cui spiego tutto in corridoio, dice che è meglio se mi vede chi ha eseguito l'intervento laser, un'altra donna. Arriverà solo in tarda mattinata, aggiunge. Sono le 9. Nell'attesa di tanto in tanto fa di nuovo capolino. C'è qualcuno per oculistica? grida. Sono rimasto l'unico.

Finalmente, alle undici in punto, arriva il medico che sto aspettando, io riconosco lei ma lei non riconosce me. È normale, penso. Entra con passo spedito e un elegantissimo abito a fiori nell'ambulatorio, dove immagino l'infermiera farle presente il mio caso. Così è, infatti. Dopo pochi minuti l'infermiera esce.

Che faccio? chiedo. Entro... o devo passare prima in accettazione... Lei mi guarda come Kate Winslet guarda Di Caprio mentre si allontana con la scialuppa. No, la dottoressa ha detto che non può eseguire il controllo. Mi dispiace.

Ma come... balbetto, se non c'è nessuno... un semplice controllo? Mi dispiace, ripete con il tono di chi abbia studiato la lezione a memoria. Si faccia visitare da qualcun altro. Ma gliel'ho già detto: posso avere un appuntamento solo tra due settimane, nel frattempo ci vedo uno schifo! Mi dispiace, e rientra nell'ambulatorio.

Al suo interno, oltre a lei, sono presenti due donne, due donne medico con specializzazione in oculista e regolare stipendio da parte dello Stato italiano, e nessun paziente da visitare. Verosimilmente, avranno iniziato una partita a battaglia navale. Colpito e affondato.

giovedì 25 luglio 2024

Santa Lucia, un'ordinaria storia di malasanità

 

Immagina di avere un distacco della retina ai suoi primi sintomi, li riconosci perché già ne hai avuto uno all'altro occhio. Immagina di andare subito da un famoso oculista che ti dice: Non è niente, stia tranquillo. Immagina, dopo alcuni giorni, di avere sintomi ancora più manifesti. Corri al pronto soccorso e ti senti dire da una dottoressa di origini rumene: Si prenda una bella vacanza, glielo ha già detto il collega che non è nulla. (In questa storia immaginaria non abbiamo pregiudizi contro i rumeni, sia chiaro, ma è importante immaginarla rumena). Immagina quindi di tornare dal famoso oculista – ormai sono già trascorse tre settimane, nelle quali il tuo occhio ospita i più bizzarri eventi: lampi di luce, ragnatele, ombre, puntini luminosissimi in caduta libera, come le stelle a San Lorenzo – e sentirsi questa volta dire: Lei ha una lacerazione della retina a ore due, deve fare immediatamente il laser. Le scrivo l’impegnativa con la richiesta di procedura d’urgenza. Immagina di presentarti di nuovo al pronto soccorso, e ritrovare la dottoressa di origini rumene. Ti riconosce. Ma non doveva essere in vacanza? No, legga qui. D'accordo, aspetti. Dopo mezz'ora arriva un medico sui settant'anni, sembra avere qualcosa di strano: voce impastata, andatura a tratti incerta a tratti scattosa, ricorda certi miei amici del Bar Piero – se non conosci il Bar Piero, immagina pure qualsiasi altro bar. Continua a immaginare l'uomo del Bar Piero (o di qualsiasi altro bar) armeggiare con l'apparecchio laser. Suda, sudate entrambi, nel locale ci sono 32 gradi, il reparto di oculistica non ha l'aria condizionata. Immagina ora che un'infermiera ti riconosca. Troviamole un nome, ecco, fingiamo si chiami Lucia, come la santa protettrice degli occhi, la figlia è stata alunna di tua madre. Lucia fa segno di volerti parlare. No, non qui. La segui e, fatti pochi passi, si ferma all'improvviso, ti posa una mano sulla spalla. Scappa, scappa! dice con un volume di voce bassissimo, quasi un sussurro. Non ti sei accorto che è ubriaco? Ogni tanto succede, viene al lavoro in questo stato. Che fai, la prendi in parola? Ci pensano le cose a cavare le castagne dal fuoco. Il medico alza le mani alla maniera di un soldato che si arrende, o più verosimilmente di un bambino che subisce toppa a nascondino. Non riesco a fare funzionare il laser aggiunge con la sua voce biascicata, aspettiamo la mia collega, che è poi sempre la rumena andata nei poliambulatori a operare. Va be', aspettiamola in corridoio, sempre 32 gradi. Quando ritorna dopo tre ore ti comunica sbrigativamente: L'apparecchio è rotto. E io ora cosa faccio? Boh, veda lei – no, forse non ha usato il verbo vedere, ma il senso è quello. Fortuna che conosci il manutentore degli apparecchi medicali, stiamo sempre immaginando, stiamo sempre parlando dell'ospedale di una piccola città di provincia, mettiamo Sondrio. Gli telefoni la sera e ti risponde che Sì, in effetti oggi abbiamo avuto segnalazione di un guasto Ma a un controllo il laser funzionava perfettamente, quei due idioti (ndr: la rumena e l'ubriaco) non riuscivano a fare un normale settaggio operativo, roba che te la spiegano il primo giorno che entri in oculistica. Dai, uno non era idiota avresti voglia di ribattere, aveva solo alzato un po' il gomito. Ma dalla bocca ti esce solo: Ah. Il giorno dopo ti fai portare da un altro amico all'ospedale di una graziosa località lacustre, si trova a un'ora circa di auto. Qui ti viene finalmente fatto il laser, più di cento colpi, Mi raccomando non si muova, guardi il mio orecchio. La dottoressa che ti sta parlando (castana, minuta, sui quarant'anni; è pure simpatica e molto carina: quanto ti senti fragile basta poco per innamorarsi, e io ci stavo già cascando...) alla fine chiede: Ma perché non è venuto prima? Il suo occhio è da giorni che sanguina, era messo maluccio. Possibile che non si è accorto di nulla... Io ho fatto quel che ho potuto, l'intervento è andato bene. E immagina infine anche la risposta da darle. La mia risposta di stamattina, ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, ore 11.16, infrangerebbe il galateo di Internet, oltre alla sensibilità del mio nuovo amore. Quindi meglio immaginare anche quella.

venerdì 9 febbraio 2024

Tortore, o sulla delicatezza

 

Oggi ho fatto un esame un po' delicato in ospedale. In realtà, a posteriori, niente di che, la devitalizzazione di un molare è molto peggio. Ma non sono qui per parlare dei miei problemi di salute. La cosa che mi ha colpito è che tutte le persone che dovevano fare lo stesso esame un po' delicato erano accompagnate, tutte tranne me. Chi dalla moglie, o dal marito, altri ancora da un fratello, un figlio, la fidanzata etc. Insomma, ciò che viene chiamata rete sociale; una delle poche cose di cui l'Italia può andare legittimamente fiera, lo dico senza ironia. Osservando i miei compagni di sventura seduti a coppie nella sala d'attesa mi sono venute in mente le tortore. Poi, siccome le metafore richiamano altre metafore, una scena di Palombella rossa. È ambientata nello spogliatoio di una piscina dove si è appena svolto un allenamento di pallanuoto, i giovani giocatori vengono accuditi dalle madri, forse un tantino invadenti, ed è tutto un vorticare di salviette bianche. Un bambino, una mamma che gli asciuga la testa; un bambino, una mamma che quel giorno non è andata a bere l'aperitivo con le amiche; un bambino, una mamma. Ecco, io penso che una vita decente preveda la replica di questa scena a oltranza, perlomeno nelle sue fasi delicate. Non importa l'età e la presenza a pochi metri di una piscina, in fondo sono ruoli convenzionali: il ruolo del bambino può essere interpretato anche da un impiegato delle poste con l'hobby della costruzione di vascelli in miniatura, oppure da una novantenne ancora abile nelle parole crociate, e quello della mamma da una ballerina bulgara di lap dance. Non importa. Un bambino, una mamma, un sano, un malato... Tortore. Mentre quando devi fare un esame, un po' delicato, e non c'è nessuno che ti accompagna, secondo me c'è qualcosa nella tua vita che non va. E ciò indipendentemente da quello che sarà l'esito del tuo cazzo di esame, che in effetti era un po' delicato.

sabato 29 aprile 2023

Pic Indolor, o sulla rimozione del conflitto

Pic Indolor! Finalmente l'ho trovata, è da un po' che ci giravo attorno. Pic Indolor è la metafora definitiva, quella che fa rientrare nel perimetro dello sguardo il debordare sfranto del nostro tempo; alle coordinate geografiche in cui mi trovo, perlomeno. Altrove il male fa ancora male.

Con Pic Indolor, invece, bene e male divaricano definitivamente: per guarire non devi più soffrire al modo dei bambini nati prima dell'epifania di Sandokan in tivù, e perforati nelle natiche da enormi aghi a ogni mal di gola stagionale. Regolare come i treni quando c'era Lui, caro Lei, le tonsille si ingrossavano dopo la prima battaglia a palle di neve.

Ma il vero supplizio era quello domestico che veniva dopo, con l'acme preventivo alla vista della minacciosa siringa: "La puntura no, la puntura NOOO!"

Eppure scopro adesso che avrebbe potuto esserci evitato, tra quei bambini col febbrone e il nonno che accorre con il Corrierino dei piccoli c'ero anch'io. L'ago indolore monouso fu inventato dal Cavalier Boglietti nel 1963, ma si diffuse nelle famiglie italiane – complici le nostre madri diffidenti o sparagnine – solo a partire dalla fine dei '70.

Da quasi mezzo secolo siamo dunque entrati nell'evo dell'iniezione spettrale. Qualsiasi cosa si insinua nelle nostre carni in punta di piedi, anche il vaccino per il Covid, può andare ci dice l'infermiere, come posso andare, già fatto?, che non a caso era il claim pubblicitario dell'ago Pic Indolor.

Solo dopo qualche ora la spalla comincia a dolere, ma tra causa ed effetto ha smesso di esserci un nesso percepito. Il tutto nell'Occidente pacificato da una guerra consegnata a margini ugualmente vaghi. Quando ti cade una bomba sul tetto di casa, il dubbio sulla ragione per cui non c'è più la parete tra te e il vicino di solito ti viene. Se siete ancora vivi potete abbracciarvi, rimuovere i calcinacci, mettere in salvo vecchie fotografie. Oppure lo puoi rimproverare perché ascolta sempre musica klezmer a palla.

La relazione tra dolore e agente che lo procura potremmo anche chiamarla conflitto: Pic Indolor non confligge con l'epidermide, la perfora dolcemente. Eppure non abbiamo smesso di stare male – io ad esempio sto malissimo, non so voi... – ma è un dolore al netto di conflitto, causa, nemico. Stiamo male e basta.

Per questa ragione propongo la messa al bando di Pic Indolor, ritorniamo agli aghi che ti spaccavano il culo. Dopo avere stramaledetto la mamma, la zia o una conoscente che millantava di avere frequentato un corso di primo soccorso, quel dolore che possedeva una provenienza puntuale (e puntuta) poteva produrre i suoi benefici effetti – AHIA! Però il mal di gola dopo due o tre giorni passava, e potevi riprendere il lancio delle palle di neve.

Ora invece rimane, è una sofferenza senza conflitto, se non come eco remota nelle trasmissioni televisive; le monumentali labbra di Lilli Gruber lo pronunciano ma noi non lo vediamo, non lo proviamo. Così come Telefo ci mettiamo allora in ricerca del medicamento per quella ferita che non rimargina; lui lo scopre coincidere con l'origine traumatica, del conflitto è quasi sempre la premessa. L'eroe greco, dopo molte peripezie, ritrova infatti la rugginosa lancia di Achille, che ad anni di distanza converte in bene il male inflitto.

Per quanto mi riguarda, dove devo cercare, quali mari in tempesta solcare, prove iniziatiche superare per essere infine benedetto dal principio di un dolore che non ha trauma, o se ce l'ha si nasconde talmente bene da non potergli fare toppa a nascondino?

Datemi un conflitto, un trauma, un nemico con cui fare pace; ma un nemico vero, non quella caricatura che sono i tifosi di una squadra diversa dagli undici milionari che abusano del più prezioso tra i pronomi: noi. Offrite anche a me una lancia che laceri e quindi guarisca le carni. Non chiedo tanto, mi basta una versione miniaturizzata e pop, una vecchia siringa che sobbolle sui fornelli di cucina. E prendetevi indietro l'invenzione che avrebbe dovuto redimere il mondo, ma ha solo confinato il male sotto al tappeto. 

Facciamo così: a me un unico acutissimo strillo, e a voi la foresta di aghi in acciaio Inox sterile e a triplice affilatura. Pic Indolor, a mai più!

sabato 5 novembre 2022

Scienza e teologia, inaspettate convergenze

 


La storia degli ultimi anni somiglia sempre più a un film distopico. E bon, è la nostra storia, siamo, come direbbe un filosofo barbuto e pensoso, situati in un luogo e in un tempo definiti, con cui è necessario confrontarci.

Quando sul capo ci è cascata anche la tegola della pandemia e la scienza medica ha prontamente realizzato dei vaccini, il mio giudizio è stato immediatamente favorevole: questo rimedio abbiamo trovato, l'abbiamo messo a punto qui, ora, nell'emergenza quale incrocio terroso tra desiderio e possibile. 
E questo useremo. Alternative sensate non ne vedevo.

Ma non mi sfugge che gli attuali vaccini, se osservati da un'immaginaria prospettiva dislocata in un tempo ulteriore, bastano poche decine di anni, forse meno, ci appariranno come arcaici, e guarderemo agli intrugli che accorrevamo a farci iniettare come oggi guardiamo ai salassi, nel medioevo panacea per ogni male.

Più in generale, un vaccino è un farmaco, che nella lingua greca da cui il termine deriva (Φάρμακον) ha significato sia di medicamento sia di veleno. Dunque alcune – e bada bene solo alcune! – delle tonitruanti obiezioni no vax potrebbero trovare quel giorno fondamento, per quanto statisticamente limitate da un'affidabile sperimentazione.

Ciò che a emergenza attenuata comincio a trovare stucchevole è il continuo riferirsi ai vaccini come scienza tout court: la scienza dice questo, la scienza dice quest'altro... Quando a parlare sono esseri umani anche loro affacciati alla finestra del loro tempo, dal quale si sporgono, come il muezzin, per strillare una versione nemmeno troppo aggiornata del positivismo ottocentesco.

Eppure, ripeto, da persona totalmente favorevole ai vaccini, mi sorprende che nessuno obietti alle trionfali dichiarazioni di fiducia nelle magnifiche sorti e progressive con una domanda semplice semplice: di che scienza stiamo parlando?

Perché di scienze ce ne sono perlomeno due, che da medesimi presupposti (il metodo) giungono a esisti antitetici. Non sto dicendo che l'omogeneità rappresenti un bene assoluto, e anzi, in una certa misura, è dal conflitto che sono venute molte importanti scoperte e innovazioni; o se vogliamo e in forma più attenuata: dalla dialettica tra pensieri divergenti.

Nell'ultimo secolo è però avvenuto qualcosa di nuovo. Parte del pensiero scientifico ha fatto proprio un modello relazionale di conoscenza, dove osservatore e oggetto osservato non sono mai completamente separabili, e chi conosce interferisce nel processo di conoscenza.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, a cui si giunge dopo un lungo e scrupoloso studio delle particelle subatomiche, è sopravvissuto a numerose verifiche sperimentali, e con ragionevole fiducia possiamo ora affermare che l'esito dell'esperimento, come la bellezza per Shakespeare, sta negli occhi di chi guarda. Almeno se parliamo della realtà ai suoi minimi osservabili t
ermini.

Da ciò si ricava una responsabilità anche morale dell'atto conoscitivo, che non è mai neutro e in un certo senso va a smentire la celebre sentenza attribuita ad Aristotele: "amicus Plato sed magis amica veritas". Macché, è esattamente il contrario: per la fisica prima si dà l'amicizia (ossia la relazione) e poi, quale conseguenza, la verità.

Ci sono però altre branche del sapere scientifico che non la pensano così, e sono rimaste a una percezione della verità del tutto disgiunta dall'amicizia, come era per Aristotele. È il caso appunto della medicina, dove si continua a ragionare secondo categorie aristoteliche o, se si preferisce, newtoniane: c'è il paziente, la malattia e poi ci sono il medico e la cura, tra cui quella preventiva costituita dai vaccini. Ma rimangono elementi distinti e oggettivabili, facendo della medicina l'espressione di un pensiero filosofico duale.

Una lacerazione implicita, mai davvero messa seriamente a tema già che una soluzione non si offre, almeno nel presente, tra la polarizzazione funzionale alla conoscenza medica e il monismo quantistico. Curiosamente riflette il percorso teologico occidentale: dalla pluralità degli dèi si passa all'unico Dio di Israele, che comunque incarna un'alterità assoluta, pure un poco incazzosa. Di nuovo c'è Dio e poi ci sono gli uomini, e malgrado il patto di alleanza rimangono ben distinti da cieli difesi da una corte di angeli.

È solamente con il cristianesimo che il confine certo tra Padre e Figlio comincia a incrinarsi, e l'identità viene riconfigurata in forma trinitaria; dove il Figlio siamo potenzialmente tutti noi e la trinità la spoletta che ci unisce alla sorgente paterna, da ricercare all'interno di una nuova soggettività espansa, più tardi con Jung prenderà il nome di . Ma già Agostino ammoniva: "in interiore homine habitat veritas".

E chissà allora che anche la medicina, prima o poi, non cominci a cercare una verità interiore, da accompagnare all'orizzontalità incarnata qual è l'amicizia tra uomo e uomo; ma pure nei confronti di animali, piante, universo intero. E non solo puntando lo sguardo, amplificato da strumenti micro e macroscopici sempre più potenti, a qualcosa che appare esterno, nella prateria oltre la cornice della porta, come cowboy protesi nel raggiungere una frontiera
 che sembra non arrivare mai. Senza il dubbio dei folli, o dei fanciulli, che sia da sempre già varcata.

domenica 26 settembre 2021

Collega


Torno sul tema del medico che mi ha richiesto 200 euro per una visita non effettuata, e disdetta 29 ore e 30 minuti prima dell'orario convenuto. L'episodio mi ha fatto ricordare una conoscente che ha un negozio di abbigliamento in un paese vicino a dove vivo. Di recente e come si dice scoprendo una vocazione tardiva, ha pubblicato un paio di libri; non ne conosco la qualità, ma le informazioni e soprattutto il tono del risvolto ("una storia di legami che restano scritti dentro, radici che trattengono segreti, dolori non cercati che ci conducono a ritrovare noi stessi in radure luminose") mi hanno indotto a credere che non fossero nelle mie corde, ma magari mi sbaglio. Parlando di una scrittrice con cui avevo avuto una polemica su Facebook, la mia conoscente, immagino in forza dei due libri con il suo nome bene in vista sulla copertina, non credo per via degli abiti di un famoso brand venduti nel suo negozio, l'ha chiamata collega, "mi informerò sul lavoro della collega".

Confesso che è una cosa che mi ha fatto molto ridere. Collega, quando detto a proposito di uno scrittore, suggerisce il paragone con un dermatologo, il quale aggiunga al termine dell'ispezione a un brutto neo: "Mi saluti il collega", riferendosi al medico curante che ti ha inviato da lui per una visita specialistica. Ma tra scrittori è buffo, dai. E invece no. Dovremmo piuttosto ridere quando sono proprio i medici (come i poliziotti, come i questurini) a chiamarsi colleghi tra di loro, utilizzando una parola sintomo che tradisce una complicità occulta, corporativa. Non importa l'intenzione di chi la pronuncia: alle sue spalle, dietro il sipario della bocca, ci sono quinte profonde, sedimenti di senso; Lacan li chiamava "le Grand Autre", il Grande Altro. Ed è spesso questo altro, in forma di linguaggio, a scrivere i copioni di quel che diciamo, a parlarci mentre parliamo.

Il termine collega, a uno sguardo non distratto dallo stetoscopio che gli pende dal collo, lo sfigmomanometro che ci attende minaccioso, dice allora qualcosa di ulteriore al contesto, rivelando un atteggiamento opposto a quell'apertura all'uomo e alle sue sofferenze che dovrebbe provare chi professa la cura, prima ancora di essere un professionista. Collega, caro collega, consegni il referto al collega, un tic linguistico che finisce col collegare tra loro i medici in un gruppo ristretto e sempre più saldo, un insieme, ma scollegandoli da quell'insieme maggiore chiamato mondo. È una conseguenza della semantica, prima ancora che dell'etica.

Non mi stupisce dunque una notizia che ho letto di recente, nella quale gli africani laureati in medicina – sempre più di frequente li ritroviamo nei nostri pronto soccorso, a tutti gli altri medici ci si rivolge con il Lei e solo a loro con il tu – vengono giudicati tra i migliori. Non mi stupisce perché è un popolo ancora capace di provare stupore e curiosità ed empatia; forse perché il collegamento con il tutto, in loro, non è ancora stato reciso da quello con la parte. Quando l'estensione nominale da collegamento si contrae a collega, abbiamo invece questo cortiletto avido e pettegolo chiamato Occidente, in cui il simile non viene più riconosciuto dallo sguardo ma dalla targhetta sulla porta, sulla copertina, sull'etichetta dei vestiti. Tutte cose da vendere, prescrizioni mediche comprese. 

giovedì 3 dicembre 2020

Lettera aperta a scrittori e intellettuali e giornalisti di sinistra. Anzi, no, di destra

 


Nei giorni scorsi ho scritto un intervento in cui provavo a mostrare, dietro le posizioni di alcuni virologi ormai in palese conflitto tra di loro, altrettante ipoteche politiche, che io trovo legittime in quanto espressione di un sentire diverso, a sua volta premessa di scelte diverse in materia di profilassi sanitaria. Destra e sinistra, semplificando. Bassetti e Galli, per non rimanere sul generico.

La nuova destra liberista ha maggiormente a cuore le libertà dell'individuo (tra cui quella di ammalarsi), mentre prevale, anzi e come vedremo in seguito dovrebbe prevalere a sinistra la tutela della collettività, di cui fanno parte anche le persone più esposte a un decorso fatale della malattia, e cioè i fragili e gli anziani  oggi 983 morti, per la cronaca.

Riconosciuta la legittimità culturale di entrambe le posizioni (che si equivalgono sul piano filosofico, non certo su quello etico), ma anche la profonda differenza interpretativa e perfino affettiva che le sostiene, viene il sospetto che il continuo richiamo all'immediata ripresa della didattica in presenza da parte di molti intellettuali e scrittori e giornalisti di sinistra, sia in realtà frutto di una mentalità di destra. Ma non destra per modo di dire: destra destra.

Fate tornare a scuola mio figlio è infatti il refrain ripetuto un po' ovunque, non traumatizzate mio nipote e i suoi giovani amici, costretti a un'overdose di PlayStation e a quella roba astrusa che è la didattica a distanza, DAD, sarà mica l’equivalente inglese di papà...? Cazzo mi frega – sotto testo – se poi qualche anziano ci lascia le penne, anzi già che ci siamo apriamo pure cinema e teatri, senza dimenticare le sale da concerto: perché essere di sinistra fa tutt'uno con la cultura; un tempo la si scriveva con la kappa, come Kossiga.

Libertà dunque, proprio come a destra, di godere dei piaceri della propria parte, nella totale indifferenza a un tutto umano che viene percepito come astratto – certo, i piaceri saranno magari diversi: a destra la settimana bianca a Cortina, l'happy hour, il trenino in discoteca sulle note di Disco Samba, mentre a sinistra è un quartetto di jazz scandinavo o una lezione su Svetonio. E anche quando si parla di diritto, nella pseudo sinistra che rivendica con gli occhialini da lettura in pugno l'istruzione in presenza, è diritto dell'in-dividuo, l'habeas corpus del professore: qui, ora, davanti a me, poco importa se magari ha sessantacinque anni e si caga sotto per il rischio che corre.

Lo ricordava ieri sera Luciano Gattinoni, professore emerito all'Univetsità di Göttingen, ospite nella trasmissione di Bianca Berlinguer. L’apertura delle scuole non va intesa come un punctum, e piuttosto un processo che include momenti diversi ma collegati, che vanno dall'uscita di casa la mattina al rientro con i mezzi pubblici, senza scordare la disposizione all'intimità fisica che manifestano taluni popoli rispetto ad altri; e al netto della pandemia, preferisco di gran lunga la prossemica italica a quella, mettiamo, giapponese.

Ha così poco senso parlare di focolai scolastici la cui incidenza sarebbe particolarmente bassa, la ministra Azzolina ha fatto di tale non evidenza un mantra, quando la processualità aggregata a cui è più corretto riferirsi (chiamiamolo sistema-scuole-aperte) rappresenta il secondo fattore quantitativo nella diffusione del contagio, dopo grandi eventi collettivi come maxi concerti e partite di calcio. E questi sono al contrario dati certi, offerti dal Comitato Tecnico Scientifico.

Eppure, c'è chi continua a volerli ignorare, richiamandosi al diritto costituzionale all'istruzione; nel quale non viene però specificata la modalità, la forma concreta con cui deve avvenire il trasferimento dei saperi, e ancora più importante la formazione del futuro cittadino. Viene così un sospetto ulteriore: che quel diritto sia un diritto a godere della propria immagine riflessa in chi lo reclama, da rintracciare nello specchio dell'abitudine, della pigrizia intellettuale, se non diritto a un godimento tout court; ed è la "jouissance" di cui parlava Lacan, il quale aveva smascherato la falsa coscienza che si celava dietro ai movimenti del maggio francese.

Forse è allora arrivato il momento, caro scrittore e intellettuale e giornalista di sinistra, che qualcuno te lo dica, come Pasolini lo disse agli studenti di Valle Giulia. Sì, anche tu non mi piaci, allo stesso modo per cui al grande poeta e regista non piacevano i figli di papà con i capelli lunghi e l'espressione "paurosa, incerta, disperata (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici." Ad esempio, quando la mano che aveva appena scagliato il sampietrino veniva nascosta dentro i tasconi dell'Eskimo.

Una vecchia storia superata, mi risponderai: scrittore, giornalista, intellettuale di sinistra. Eppure gli zombie hanno questa tendenza a ritornare. Perfino la moda, secondo i suoi infiniti riflussi, sembra accordarsi a quel tempo di giubbini stretti stretti e bocche spalancate, con l'unica differenza che il pronome noi sta progressivamente riducendo di circonferenza. Ora quasi coincide con quella dell'io, a cui fare seguire il verbo voglio.

Ma Pasolini era una forza che viene dal passato, la sua immaginazione poetica includeva millenni, intere ere geologiche, e già aveva intuito ("io so, ma non ho le prove") la sovrapposizione maliziosa tra individuo e mondo, l'egoismo celato dietro l'ostensione della virtù. Per questo, adesso come allora, starebbe probabilmente con i poliziotti, con gli infermieri, con gli anziani rimossi dal tuo sguardo avido di cultura; una volta venivano chiamati ospizi ma adesso hanno messo Netflix e la carta igienica all'aroma di mughetto, divenendo RSA. No, non gli piacevate e non gli sareste piaciuti neppure ora, "buona razza non mente" e non cambia.

Solo che Pasolini si rivolgeva a studenti di sinistra, mentre tu e tuo figlio – quanto non mi piace pure lui, scusa se te lo dico – che con slancio epigonale reclama i suoi diritti come i genitori, le sue libertà, mai quelle di chi crepa o anche solo tira a campare, sì voi siete diventati culturalmente antropologicamente e perfino fisiognomicamente di destra.

sabato 17 agosto 2019

Cui prodest, o sulla (presunta) congiura pluto-medico-farmaceutica


Conoscevo uno spacciatore di eroina. Io non ne ho mai fatto uso e, proprio per questo, lo spacciatore mi invitava a riflettere: “Ma tu credi a quello che scrivono i giornali, davvero credi che noi spacciatori tagliamo la droga con dei veleni. La verità è che quando qualcuno muore per cosiddetta "overdose", è perché la roba era troppo pura. La gente si abitua a quella merda tagliata con sostanze del tutto innocue, tipo integratori alimentari in polvere, hai presente il Meritene, e continua ad aumentare la quantità. Ma la volta che gli capita roba buona, sì, insomma, poco tagliata, ci lascia le penne. Ogni morto è per noi un cliente in meno, siamo stronzi ma mica scemi.”
Non ho più rivisto il mio conoscente spacciatore, e confesso che non mi manca. Mi sono però tornate alla mente le sue parole leggendo le polemiche sulla scomparsa di Nadia Toffa. Ma davvero, anche in questo caso, qualcuno è così scemo da credere che la medicina ufficiale sia una sorta di Spectre, composta da persone (centinaia di migliaia di persone, tutte complici ed omertose) che avvelena i pazienti oncologici per il solo gusto di farlo, quando già sono disponibili miracolose terapie naturali in grado di risolvere ogni male?
Certo, la medicina non è composta solo da capaci e virtuosi – le case farmaceutiche, in particolare, mi lasciano dei dubbi… – ma anche per loro ogni paziente morto è un cliente in meno. Se non ai test in doppio cieco, i laboratori tecnologici, il duro lavoro in cui molti ricercatori in buona fede sono impegnati, pensiamo al vecchio detto latino: cui prodest, a chi giova?

mercoledì 10 ottobre 2018

Come stai? Una favola! O sulla salute e l'intelligenza

Ci sono persone che stanno sempre bene, anzi benissimo, una favola ti rispondono quando glielo chiedi, non pigliano neppure un raffreddore. Sarà forse per invidia o per una forma singolare di razzismo, ma da qualche tempo ho iniziato a pensare che siano anche le meno dotate intellettualmente. Sì, ne sono sempre più convinto.
Quando a causa di un edema oculare, è successo tre anni fa, ho subito un danno permanente alla retina dell’occhio destro, ho così pensato: Beh, proprio scemo non devo essere…
Da ieri la mia autostima ha però avuto un'impennata. È stato quando il medico del San Raffaele, un ragazzetto saputello che non vedeva l'ora di terminare il turno, mi ha comunicato la diagnosi. Fibromialgia.
Ma ce l'ha anche Lady Gaga, ha aggiunto. E Asia Argento e Vincenzo Montella…
Sì, ma esiste una cura?
No.
No, davvero? Ma quanto cazzo sono intelligente?!

venerdì 17 agosto 2018

Chierichetti, o sulla caduta del senso del limite


Quale conseguenza di normali acciacchi anagrafici, negli ultimi anni mi è capitato di avere spesso a che fare con personale paramedico. Fisiatri, osteopati, podologi, optometristi, guaritori energetici… Insomma, terapeuti o tecnici anche capaci, almeno nel loro specifico campo, per quanto privi di una laura in medicina, che comunque non sarebbe indispensabile per esercitare la loro professione.
Ho usato la coniugazione condizionale del verbo, già che l'impressione, pressoché unanime, è di una pericolosa e diffusa incapacità ad arrestare l'intervento alle materie in cui sono stati formati – ad esempio evitando di avventurarsi in improvvide diagnosi mediche –, con ciò riconoscendo una sorta di principio d'autorità a cui attenersi, prima che per disciplina per senso della misura. La propria, di misura.
Tutto ciò mi ha fatto pensare a una patologia più generale del nostro tempo, contratta negli sbuffi tempestosi del '68. E fu una vera e propria epidemia, in cui, oltre a numerosi troni di latta che era giusto ribaltare, lo slancio iconoclasta ha portato alla caduta del senso o, meglio ancora, del sentimento del limite  limite al desiderio aggiungerebbe Lacan, che su questo tema ha riflettuto a lungo.
Negli ultimi cinquant'anni, ma con maggiore impulso nel nuovo secolo, abbiamo così assistito alla progressiva affermazione di una disposizione volontaristica ed emotiva, la quale sostituisce, in ogni campo, l'arbitrio personale al defunto principio normativo dell'autorità e della competenza. Ed è ciò che potremmo chiamare, per opposizione, principio di espressività.
Un'espressione perlopiù in buona fede, è utile ricordarlo, per quanto ciò non attenui e anzi renda ancor più pericoloso tale atteggiamento vagamente naif, che richiama alla mente Topolino apprendista stregone nella celebre pellicola di Walt Disney, quando armeggia con scope umanizzate e secchi colmi d'acqua da trasportare. Il disastro finale è impresso nella storia del cinema. Fuor di metafora: voler fare sempre di più e possibilmente da soli, ragionando in ogni circostanza (come viene ribadito un po' sprezzanti) "con la propria testa".

A me ha però ricordato anche il mio tirocinio da chierichetto in anni ormai remoti, indossavo la cotta bianca e nera che faceva di me un pretino in miniatura. Con questi indumenti, di cui ero molto orgoglioso, passavo compunto le ampolle con acqua e vino a don Bruno, il quale poteva così celebrare il sacramento dell'eucarestia.
Lui era infatti quello entrato in seminario a diciannove anni e poi laureato in teologia, ma prima ancora aveva fatto il liceo classico, ma prima ancora le medie, ma prima ancora le elementari, mentre io stavo ancora studiando il più e il meno con la maestra Maccarone; per divisioni e moltiplicazioni se ne sarebbe riparlato l'anno successivo. Ora, invece, mi pare che qualsiasi chierichetto voglia tenere l'omelia…

lunedì 6 agosto 2018

Vaccini sì vaccini no, o sullo strapotere del pater familias


Non si placa e anzi lievita rabbiosa sul web la polemica sui vaccini. Non sono un medico né tanto meno un immunologo, e dunque non abboccherò all'amo di chi vorrebbe ogni volta piantare la sua bandierina sulla vetta, affidandomi all'opinione (possibilmente scientifica) di chi ha titoli e voce per esprimersi.
Mi sembra però che la materia, oltre al versante per l'appunto tecnico, clinico, contenga un'importante estensione che potremmo chiamare filosofica, perlopiù sottaciuta nel tumulto verbale tra le rispettive tifoserie.
Una delle questioni più delicate nell'attuale querelle nasce infatti dalla condizione dei destinatari della profilassi vaccinale, che sono in maggioranza dei minori. Ora, chi decide o ancora più radicalmente: di chi è un minore? Sempre e comunque dei genitori biologici, o, magari, un poco anche della comunità civile di riferimento? 
Ciò a maggior ragione quando i comportamenti adottati o meglio ancora non adottati – perfino la Chiesa istituisce il peccato di omissione, assimilandolo a un fare – possono ricadere su altri attraverso l'incremento del rischio di contagio; e per altri mi riferisco in particolare agli alunni immunodepressi, i quali hanno una pericolosa minaccia nel compagno di banco che covi un semplice morbillo. E questo è un fatto. 
Ma tralasciamo al momento tale aspetto di natura nuovamente sanitaria, ossia il cosiddetto "effetto gregge", per cui nessun uomo è mai un'isola, e concentriamoci sulle concezioni giuridiche a monte della contrapposizione tra no vax e pro vax, che possiedono entrambe radici storiche e consuetudini vissute a loro sostegno. Ossia le premesse del diritto, che contrariamente a quanto vorrebbero i giusnaturalisti non è quasi mai naturale, né tantomeno razionale. 
Da un lato abbiamo infatti la lex romana, per cui il figlio, come la moglie e fino al grado estremo dei nipoti, dipendono totalmente dall'arbitrio del pater familias; mentre dall'altro versante abbiamo la sensibilità giuridica greca, per cui un minore, prima ancora che alla famiglia, appartiene al gruppo, alla polis da cui scaturisce per Socrate la Legge, da seguire anche quando ci è contraria. 
Percependomi io come un uomo greco più che romano, sono allibito dell'arroganza con cui molti genitori rivendicano la completa autorità nelle questioni mediche che riguardano i propri figli; un'autorità che è letteralmente di vita e di morte, come il pollice dell'Imperatore con cui si decidevano le sorti del gladiatore sconfitto. 
L'ipotesi che il legislatore, sulla scorta di una maggiore conoscenza della materia, si inserisca d'imperio in complesse dinamiche familiari ridimensionando la pretesa di onnipotenza del pater familias, non mi sembra dunque un atto illiberale. Piuttosto un atto culturale, discutibile come tutto ciò che scaturisce dal pensiero ma con una sua piena legittimità, offerta dalla contrattualità sociale.
Cultura, dunque. Nessuna verità scritta una volta e per tutte, nemmeno quella della scienza che, come noto, per dirsi tale deve essere "falsificabile" – ciò che è vero oggi domani potrebbe non esserlo più.
Una cultura di discendenza greca, filtrata dalla moderna sensibilità giuridica fondata sull'etica della responsabilità, inaugurata alla fine del diciannovesimo secolo da Max Weber, a fronte dei residui della cultura romana ancora in circolo, per cui il conte Ugolino aveva semplicemente dei gusti un po' bizzarri… 
Io, come anticipato, sto dalla parte di Socrate e di Pericle. E voi, vi sentite più greci o romani?

mercoledì 12 luglio 2017

Vaccini 2



Ho scritto, nei giorni scorsi, un breve intervento sul tema incalzante dei vaccini. Non possiedo informazioni approfondite sull’argomento, e dunque la prospettiva da cui mi sono espresso non era tecnica ma filosofica, con cui ho un pizzico in più di familiarità.
Mi sono quindi concentrato sulla distinzione, fondamentale, tra libertà personali e libertà collettive, da cui gli eventuali conflitti che ne possono sorgere – è infatti questo il caso, con la libertà personale di non vaccinarsi che confligge con la libertà collettiva di non essere contagiati (libertà che il legislatore sta giustamente cercando di tutelare, almeno nelle scuole che sono, e si spera rimangano, pubbliche).
Ma non voglio ripetere quanto già scritto, concentrandomi sui commenti che mi sono piovuti addosso, anche in forma privata. L’argomento era quasi sempre il medesimo: non è vero che i vaccini sono innocui, anzi, fanno malissimo!
Peccato che io non abbia mai scritto il contrario. I vaccini sono infatti un farmaco, termine che discende dal greco pharmakon, a significare sia cura sia veleno. Ogni farmaco possiede dunque effetti collaterali, rischi, controindicazioni, che per quanto riguarda i vaccini appaiono davvero contenuti, ma non è il caso di ignorare ed è quindi giusto continuare a dibattere – con competenza.
Il leitmotiv dei commenti riguardava però anche tale aspetto, la competenza, nella forma di un diffuso discredito di ogni sapere pubblico, e ciò malgrado il metodo di scambio e confronto in cui esso matura. In altre parole: gli immunologi non capiscono un cazzo.
Di contro, si faceva largo una forte fiducia nelle proprie capacità di valutazione e discrimine, che si alimenta, perlopiù, di notizie raggranellate sul web, confidenze dell’amico dell’amico dell’amico (a cui dopo una vaccinazione è cresciuta una miniatura della capanna di Betlemme, una bella capannina che lampeggia di notte proprio al centro della fronte, con tanto di asinello e bue), ossia quel che si dice controinformazione.
In particolare, ho trovato significativo l’intervento di una ragazza di nome Beatrice, il cui pensiero può essere sintetizzato a questo modo: l’informazione ufficiale è falsata e gli immunologi, brutti stronzi, sono dei prezzolati al soldo di losche multinazionali del farmaco, che dicono ciò che le stesse multinazionali desiderano venga detto, oltre che scritto e cartabollato, pena la scomunica con conseguente espulsione dalla comunità malavitosa della scienza, avviandosi a un misero destino da questuanti e clochard. E tu vuoi credere a questa gentaglia?
Non esagero, il senso e il tono erano davvero questi, che ritrovo in infiniti commenti sul web, non necessariamente sul tema dei vaccini ma su ogni altro aspetto dello scibile umano.
Ora, io non entro assolutamente nel merito delle capacità, studi, facoltà intellettuali delle persone che si esprimono a questo modo, ma vorrei provare a portare il loro pensiero alle estreme e logiche conseguenze degli assunti da cui partono, secondo il noto principio che è dal seme a venire la pianta, ma se ti cade una pigna in testa allora è meglio scansarti.
Ad esempio, quando viaggio in autostrada e vedo un cartello che mi indica: Barletta km 20, perché dovrei crederci, perché dovrei fidarmi dell’indicazione toponomastica di qualche impiegato dell’ANAS assunto grazie a un concorso certamente truccato, probabilmente è iscritto sul libro paga di un distributore di benzina nei paraggi, massì, avrà degli oscuri nonché corrotti interessi da tutelare, come posso dargli credito?
Concludo quindi che l’informazione stradale non è attendibile: Barletta sarà più vicina, o più lontana, ma di sicuro non a venti chilometri. Che si credevano, che ero fesso io…
E così qualsiasi cosa, c’è sempre motivo di dubitare di quel che ci viene detto, specie quando la fonte proviene dai soloni delle accademie, le cui sentenze valgono quanto le nostre opinioni, né più né meno, questo è il nuovo e diffuso credo, questa la democrazia del web.
Gli antichi greci avevano parole buone anche per l'argomento, in particolare due termini: doxa ed episteme. Con il primo si riferivano all’opinione corrente, come l’agenzia statistica che porta lo stesso nome, mentre il secondo vocabolo indicava una forma di sapere più elevato, uno stare sopra (epi-steme) alla maniera dello sgabello da cui l'arbitro a tennis fischia il doppio fallo, da immaginare quale luogo intangibile alla disputa tra opinioni contrapposte. Dunque certo, sicuro: Vero.
La filosofia moderna ci ha però messo in sospetto sull'incontrovertibilità di qualsiasi conoscenza acquisita, e in alternativa all’episteme antica preferisce parlare, dopo Karl Popper, di verità con la vi minuscola, verità falsificabili e senza alcun piedistallo metafisico da cui arbitrare i destini umani.
In pratica, una verità è tale, per la scienza, non quando è assodata una volta per tutte, ma quando è aperta a possibili smentite; senza naturalmente che queste siano ancora state presentate, e ciò con argomentazioni coerenti e verificabili. Nel caso, l’obiezione dimostrata si tradurrebbe nella nuova verità relativa.
Ritornando allora al nostro esempio, io mi aspetto che la persona che ha stimato in venti chilometri la distanza di Barletta dal cartello abbia fatto delle misurazioni accurate. Ma il giorno che venissero prodotti degli strumenti di misurazione più precisi, questo dato potrebbe essere contraddetto, e così troveremmo scritto sul cartello: Barletta km 1,9, scusateci, ci eravamo sbagliati.
Se mi avete seguito fin qui, non sarà difficile applicare lo stesso schema di pensiero ai vaccini. Concludendo che i vaccini attuali non sono perfetti – di certo sono migliori dei vaccini di cinquant’anni fa, e peggiori di quelli che verranno realizzati tra cinquant’anni –, ma nemmeno sono ancora stati smentiti da nuovi saperi medici miracolosi, che l’amico dell’amico di prima ha scovato su internet, e ora ci raccomanda con una strizzatina d'occhio.
Tale convinzione nasce dal fatto che la comunità degli immunologi parla, si confronta, non sempre sono d’accordo ma il loro orizzonte è il medesimo, e non coincide con l’assoluto dell’episteme greca almeno quanto è estraneo alla giostra selvaggia della doxa, l'opinione che basta a sé stessa.
Piuttosto, la sintesi che ci propongono (il paradigma vincente) riflette le conoscenze più solide che attualmente si danno sulla materia, ben sapendo che domani verranno superate da conoscenze e cure, anche preventive, ancora più solide e accurate.
Certo, non possiamo però negare che alcune linee di ricerca, e alcuni ricercatori, godono di maggiori sostegni finanziari, e ciò per interessi spesso privati e lucrosi, che condizionano i risultati finali. Ma questo è un limite del tutto politico, non metodologico, che sempre politicamente potrebbe essere arginato, se non proprio superato. Ci fosse solo la volontà… 
La medicina, in ogni caso, come ogni altro sapere che voglia unire e non dividere, rappresenta un compromesso tra desiderio del bene, per definizione assoluto, e possibilità storicamente date. Nella migliore delle ipotesi quel che ne viene è un benino, con la postilla potrebbe fare meglio, come facevano i vecchi maestri per spronare gli alunni più indolenti, a cui raccomandavano di studiare.
La complessità della vita attuale non può infatti prescindere da un sistema di delega del sapere, ma non dobbiamo fare affidamento alle persone quanto al criterio con cui ottengono le conoscenze di pubblico interesse, in una sintesi che, come già visto, sarà sempre provvisoria e perfettibile, a volte anche sbagliata, pazienza, sorry, la prossima volta faremo meglio. Diversamente, dovremmo girare con una bindella per misurare la distanza tra Barletta e il resto del mondo, che non è esercizio troppo agevole...
Negare queste premesse significa negare anche la possibilità di un dialogo sensato tra persone, e a chi predica di complotti sanitari, lobby mediche criminali, vaccini killer e altre affermazioni non verificabili – dunque nemmeno falsificabili io non replico che hanno torto, non sono un esperto, o un epi-stemologo, ma non hanno neppure ragione. Semplicemente non hanno nulla, solo un pugno di mosche verbali.
L’unica sarebbe forse domandargli, come ho già fatto con Beatrice, se sono poi così certi che Barletta esiste per davvero… E se invece non esistesse… se fosse una centrale aliena per il ricovero di UFO un po’ ammaccati… se la CIA vi avesse nascosto tutti i coccodrilli pescati nelle fogne di New York… se se se…