Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storie. Mostra tutti i post

lunedì 13 ottobre 2025

Luna (mi ricordo 55)

Mi ricordo che avevo il mal di gola, e il mal di gola mi aveva fatto venire la febbre alta, e con la febbre alta le lenzuola si appiccicavano al corpo rilasciando un vago sentore di lavanda. Il letto, troppo grande, stava in un appartamento preso in affitto a Rimini, lo chiamavamo l’appartamento del colonnello perché apparteneva a un colonnello in pensione. Mi pare di vederlo mentre cammina impettito sul lungo mare di Rivazzurra, imprimendo ai piedi il passo marziale di una vita. Ha solo sostituito le scarpe nere con dei sandali da scoglio in lattice opalescente, dai quali risaltano le calze azzurre; lo si vede bene che sono azzurre perché indossa dei bermuda kaki. Impugna un guinzaglio, al capo opposto trotterella un barboncino di nome Spartaco, ma ci tiene a precisare che non è suo: Ãˆ di mia moglie dice quando si ferma a parlare con qualcuno, cosa che fa spesso. I baffi del colonnello sono sottili, il resto del volto è ben rasato, a destra i capelli sono più lunghi così da consentire il riporto che prosegue in una treccia fulva con ampio fiocco finale  un colonnello con la treccia fulva?! Ho il sospetto che sia uno di quei trucchi che fa la memoria dei bambini, in realtà temo di non avere mai incontrato il colonnello, né il barboncino della moglie che, ammesso sia mai esistito, avrà avuto un nome diverso; forse Fufi o Maicbongiorno, che ne so. Quanto alla treccia, devo averla presa in prestito da Pippi Calzelunghe. Eppure, nel piccolo televisore in bianco e nero presente nella stanza accanto, potrei giurare di avere visto non soltanto Carosello e il Paese di Giocagiò, ma, proprio quella sera, una figura infagottata dentro una tuta bianca con casco e tubicini – un coso lo chiamo, il papà mi corregge: Si chiama astronauta. L’astr... ci provo ma inciampo in tutte quelle consonanti, meglio tornare a coso, il coso sporge la gamba da una scaletta, e io penso come si muove piano, sembra il parrucchiere quando taglia le basette. Poi prosegue e dice una frase, secondo me se l'era scritta prima: "One small step for a man, one giant leap for mankind." Un bambino di tre anni, sempre vissuto a Sondrio, che comprende l'inglese? A giudicare dall'espressione non hanno capito nulla neppure lo zio e il papà, ma anche loro si erano preparati da prima una bottiglia di Cinzano, e brindano a qualcosa che continuo a non capire. Al mattino la febbre è passata e mi portano in spiaggia, si trova a un centinaio di metri e così non c'è bisogno del passeggino. Da un juke-box lontano provengono le note di Lisa dagli occhi blu. Un tedesco, intento a spalmarsi la crema solare, si sovrappone alla voce di Mario Tessuto, anticipando di vent'anni il karaoke: Liza tagli okki blu canta con discutibile intonazione, sentza treze dort stezza non zei più. Pronuncia blu e più al nostro stesso modo, il resto è diverso e buffo e mi mette allegria. Lo zio cerca di frantumare con il cucchiaino di plastica una granita al limone, il papà è andato a gonfiare il canotto e la mamma mi ha consegnato paletta e secchiello – le formine me le dà dopo se faccio il bravo, e cioè se non mi piscio addosso – prima di cominciare a fare le parole crociate con lo sguardo velato da enormi occhiali da sole, sono uguali a quelli della zia. Ma la zia dov’è? Probabilmente a gonfiare il canotto anche lei, fa un po' per uno con il fratello nel pigiare un mantice di gomma, oppure è a trattare l'acquisto di una maschera africana, se spunta il prezzo ci riprova con un tappeto a losanghe. E i miei cugini? Perché non compaiano dentro il cono d’ombra dell’ombrellone a spicchi variopinti, perché nessuno gioca a paletta e secchiello insieme a me? E poi non mi sono pisciato addosso e ho diritto alle formine. Questo ricordo ha troppi pezzi che non collimano, perfino l'uomo che strilla Coccobello, nella sacca termica a tracolla, trasporta pelli di foca e catene da neve. Devo concludere che è nuovamente inventato. Di quel luglio del 1969 che scivola nell'agosto delle prime vere ferie di massa, le grandi fabbriche del Nord chiudono e al Sud comincia la raccolta dei pomodori, ricordo con certezza solo il mal di gola e i sogni febbrili, nei quali l'impronta di Neil Armstrong sulla luna si è trasformata nell’immaginazione della luna: realtà e fantasia sono agli esordi confuse, fino a quando non sopraggiunge la lama che spacca l'anguria con nettezza, e a ogni nuova fetta il mondo si fa più piccolo e definito. Nulla sì sa, tutto si immagina sosteneva Fellini, che da giovane sfiorava il colonnello facendo le vasche su Corso Augusto. Ma non è rêverie l’ingresso del bagno Tiki 26, dove accanto ai palmizi era presente un elefantino in fiberglass, le enormi orecchie pendule lo rendevano simile a Dumbo. Bastava inserire una moneta, montarci sopra e lui cominciava a dondolare dolcemente. Sembrava di stare sulla luna.

sabato 11 ottobre 2025

Pozzi (mi ricordo 54)

Mi ricordo che al termine dell'allenamento veniva organizzata una partitella, cinque contro cinque come prevede il gioco del basket. A comporre le squadre erano due tra i giocatori più forti, di cui senza eccellere comunque facevo parte. Pari o dispari? E dopo il rituale bim bum bam il vincitore parlava per primo: Io scelgo Rigaldo, mettiamo, diceva. Io scelgo Boneschi ribatteva l'altro, io Romoli e così via... fino a che l’ultimo rimasto veniva accorpato a uno dei due gruppi, senza che nessuno l’avesse scelto. Di solito si trattava di Pozzi.

Era un ragazzino con i capelli alla Beatles prima maniera, probabilmente era la madre a eseguire il taglio, dopo avergli posato una scodella in testa. Operazione da cui usciva un paggetto senza alcun re da riverire, un soldatino privo di vera vocazione alla guerra e, a ben vedere, anche alla pallacanestro. Non che fosse basso, ma neppure alto: una via di mezzo pacificata con il suo morfotipo, più adatto al bigliardo o alla briscola chiamata; l’avrei visto altrettanto bene su un bob che sfreccia tra gelide pareti di ghiaccio, con la fretta di chi si senta attratto dal tepore dell'arrivo.

Non si capisce cosa ci facesse in quel gruppo di adolescenti che mirava al vertice del canestro, in cui a lui non c'era verso di far cacciare dentro il pallone. Eppure era simpaticissimo, aveva come si dice altre qualità, disconosciute nella feroce selezione per merito sportivo. Allora non badavamo a come potesse sentirsi: essere degli innominati – mai una voce a pronunciare il tuo nome –, dei resti quanto tutte le scelte sono già state compiute. Essere dei Pozzi.

Negli anni a seguire ci siamo un po’ persi di vista, l’ho incrociato una volta a un funerale, anche se la città è piccola il tempo spariglia. Ma ogni tanto mi capita ancora di pensarlo. Accade quando entro in un locale modaiolo, posso cogliere la geometria precaria degli sguardi femminili. Si muovono tra le pareti, o nei dehor, come il raggio delle torce nei film dove un detenuto è scappato di prigione; la Polizia lo sta cercando nel pieno della notte, la macchina da presa indugia sugli stivali che calpestano l’erba umida di guazza. Intanto i cani lupo abbaiano e trascinano la mano che impugna il guinzaglio.

Quando arriva al mio corpo quel raggio però passa oltre, o meglio mi trapassa, sono irrilevante in quanto irrilevabile. Lo sguardo delle giovani femmine continua così a saltabeccare nervoso, aristocratico: se io valgo paiono dirsi da sole – e questo è un dato acquisito, una premessa apodittica – mi arresterò solamente nello scorgere un oggetto maschile di pari valore. Nel trovarlo gli occhi si bloccano, lo puntano, lo scelgono. Io scelgo Rigaldo, ricordate, io Boneschi, io Romoli… Ecco, lo stesso.

Rimane sul parquet l’atleta più negletto, che in questo caso sono io. No, non c'è niente di bello nell'essere diventati dei Pozzi, trasparenti alla vita pulsante promesse; quel caricarsi l'uno con l'altro nel minuto di sospensione, prima di emettere un urlaccio avvinti nella forma intricata dello chignon. Ma esiste se non altro un beneficio. Puoi fuggire di prigione tutte le volte che vuoi, e al rientro dall'ora d'aria nessuno si accorge della tua assenza.

domenica 5 ottobre 2025

I Casoni (mi ricordo 53)

 

Mi ricordo di una trattoria nelle vicinanze di Pavia, ci andavo spesso negli anni dell’università. Si chiamava i Casoni, dalla località in cui si trovava; ma il nome riflette anche la struttura architettonica massiccia, avrebbe potuto fare da modello a un olio a impasto di Sironi. Come in quasi tutte le trattorie i tavoli erano ricoperti da tovaglie a quadri bianchi e rossi (su alcune si scorgeva l’alone porpora della Bonarda fuoriuscita dalle caraffe) e sul lato destro della sala spiccava un televisore a tubo catodico di media grandezza, l’ho sempre trovato acceso. Il sabato sera era sintonizzato su Canale 5, nemmeno per una partita della Nazionale erano contemplate eccezioni: quello era il giorno in cui veniva trasmessa La Corrida di Corrado, un programma definito di dilettanti allo sbaraglio.

Non che nell’appartamento condiviso con altri studenti, al termine di Corso Garibaldi, mancasse il televisore, ma a me La Corrida piaceva guardarla ai Casoni. In qualsiasi altro luogo smetteva di piacermi. La vista veniva monopolizzata dal variare delle immagini sullo schermo, e così le mani, affidandosi ad antichi istinti predatori, avevano imparato a infilzare con la forchetta un boccone di bollito, intingerlo nella salsa verde e infine portarlo alla bocca. Un sabato invitai una ragazza conosciuta al corso di filosofia della storia, ci eravamo scambiati gli appunti e da cosa nasce cosa. Sospetto che non gradì il fatto che, per tutta la durata della cena, non avevo fissato i suoi begli occhioni azzurri, ma i goffi tentativi di rimediare un applauso da parte degli ospiti del programma di Corrado, scambiando commenti con le persone sedute ai tavoli vicini. Fu l'unica volta che uscimmo assieme. Pazienza, si vede che non era la donna della mia vita.

Un errore che successivamente evitai di commettere, e ai Casoni presi ad andare alla spicciolata, naturalmente sempre e solo di sabato. In tal modo non venivo distratto da discorsi intellettuali sulla seconda navigazione di Platone, oppure sul desiderio mimetico in Shakespeare nell'interpretazione di Renè Girard; tutte cose interessanti, intendiamoci. Ma ogni esistenza vuole il suo carnevale, un ribaltamento prospettico in cui a essere interessante diventa l’uomo che intona l’inno di Mameli con rutti e altri gorgheggi esofagei – che sagoma! Peccato che il pubblico in studio l’avesse fischiato, mentre io e un rappresentante di depuratori industriali di Vicenza ne eravamo entusiasti.

Perché era questo che accadeva ai Casoni. Entravi per conto tuo, ti sedevi, e arrivava la padrona che faceva anche da cameriera e da cuoca e da killer di galline. “Cosa c’è di buono quest'oggi?” domandavo, come se entrambi non lo sapessimo già: alla fine avrei ordinato bollito misto e un quartino di Bonarda. Ma lei, un donnone robusto, in sintonia con il locale, mi teneva la parte. E insomma fin qui tutto normale. Quando iniziava La Corrida però accadeva qualcosa, brillava una scintilla, che ne so, e si levava puntuale il commento: “Cacciate via quell'incapace!” “Ma no, dai, non è così malaccio” faceva eco un geometra di Voghera. "Sì, se il tipo sa cantare allora io sono Alain Delon..." E partiva una conversazione di schietta orizzontalità, tutti i tavoli finivano con l'esserne coinvolti. Era la cosa più vicina al concetto di famiglia.

D’accordo, io una famiglia già ce l’avevo, stava a Sondrio. Un padre chiuso in un silenzio rancoroso che pensa solo ad andare in montagna la domenica, e una madre che satura lo spazio sonoro per mezzo di interminabili conversazioni telefoniche con le cugine, oppure con la Titta che era l'amica di una vita. Cambiava solo la lingua: con la Titta parlava in italiano e con le cugine in dialetto valtellinese. In mezzo ci stavo io, e non c’è bisogno di spiegare perché il più delle volte rimanevo a Pavia anche nel fine settimana, mentre i miei compagni di università tornavano a casa. Se non altro qui c’erano i Casoni, dove della famiglia trovavo un lieto e buffo surrogato; quanto si era riso per la signora Giulia di Poggio Bustone, che aveva interpretato Teresina con accento sabino: “Di nome son chiamata Teresina, ho ventun anni e son molto carina…” 

Ai Casoni era presente un gatto bianco e nero, possedeva la stessa complessione della proprietaria. Se ti distraevi un attimo balzava sul tavolo, afferrava la coscia del pollo e poi correva a divorarla nel piazzale sterrato antistante, che faceva da parcheggio, dehor e aia in cui razzolavano ignare le galline; il cane meticcio avrebbe volentieri condiviso il furto, ma era legato alla catena. Sullo sfondo l'auto con due in camporella, a qualche chilometro indugiava il Ticino, sembrava immobile ma in realtà non potevi bagnarti due volte nelle stesse acque – poco altro ho trattenuto dei miei studi in filosofia , mentre dietro le finestre delle villette dell'Oltrepò immaginavo le famiglie vere, rischiarate dal lucore degli schermi televisivi replicavano i nostri discorsi, oppure si odiavano in silenzio come facevano i miei genitori. Per fortuna, il gatto mi aveva lasciato la Bonarda.

giovedì 2 ottobre 2025

Black Jack, come back (mi ricordo 52)

 


Mi ricordo che a marzo ogni anno arrivavano le giostre, in leggero anticipo sulle rondini. Occupavano un prato spelacchiato di fronte all’abitazione dei miei nonni paterni, in via privata Moroni, una minuscola traversa di via Mazzini. Dal lato opposto della strada ora si trova il Tribunale di Sondrio, un palazzone in stile umbertino che fino al 1982 ancora ospitava l’Istituto Tecnico Commerciale De Simoni – in fondo, si tratta sempre di partita doppia: a ogni torto deve corrispondere una punizione proporzionata, per terminare in pari la contabilità.

Le giostre erano in effetti poca cosa, risolvendosi in autoscontro, calcinculo, tirassegno e pungiball meccanico, che ho scoperto chiamarsi pugnometro. A me piaceva soprattutto quest’ultimo. Era sempre presente una piccola folla disposta a semicerchio, all’interno del quale si creava una triangolazione di sguardi che non riusciva mai a trovare un punto d'equilibrio: le ragazze cercavano di individuare il maschio alfa, i miei occhi scorrevano sui corpi morbidi delle ragazze più grandi, mentre i maschi se ne fregavano sia di me che delle ragazze, fissando grintosi la sfera di cuoio da colpire con violenza, e, in seguito, compiaciuti i propri muscoli. Quindi riposizionavano il pacchetto di Marlboro nella spallina della t-shirt.

Un pomeriggio in cui stranamente nessuno era nei paraggi, provai anch’io a sferrare un bel pugno, ma come prevedibile non squillò la sirena riservata ai colpi che scuotevano il baracchino di metallo, e uscì la scritta una signorina farebbe di più. Le altre sentenze erano, a salire: sei un pappamolle; hai fatto ciao ciao al pallone; intellettuale; forse la prossima volta; una botta discreta; potresti fare il muratore; sei una forza della natura; che pugno da KO; forza Ercole; ti aspetta Cassius Clay. Sì, aspetta e spera pensavo… e mi facevo un giro in autoscontro.

Non so se fosse un caso, ma tutte le volte che mi avvicinavo all’autoscontro venivo avvolto dalle note di una canzone elettronica di Baciotti; il nome, chissà perché, mi faceva un po’ ridere, come Jovanotti. Black Jack, come back recitava il refrain, Black Jack, come back, finché non si ficcava in testa. Le parole inglesi di contorno non le comprendevo, ma sospetto non fossero decisive. Importante è che Black Jack tornasse indietro.

Il giostraio era un uomo dalla faccia enorme e come incartocciata, non usciva quasi mai da un pullman riconvertito, dove da uno sportello scambiava lire con gettoni di plastica. Ma se si alzava, c’era da aver paura: o era incazzato con qualcuno che aveva fatto qualcosa che non va, oppure si sgranchiva le gambe facendo due passi, e le braccia, non meno espanse del faccione, tirando un paio di cazzotti. Se l'obiettivo non era umano si sfogava anche lui sul pugnometro, dal quale puntuale ritornava l'avviso che Cassius Clay lo stava aspettando. Così a naso se la sarebbero giocata alla pari.

Il figlio del giostraio aveva la mia età e un nome da fotoromanzo, ma appariva più adulto. Al termine della corsa andava a riprendere le vetture abbandonate a centro pista, talvolta scortando due mezzi contemporaneamente. Un'operazione che mi ricordava i cavallerizzi del circo Medrano quando, in piedi con le gambe divaricate, montano due cavalli bianchi, un piede poggiato sul dorso di ciascuno. Altre volte rimaneva sul cordolo di gomma, con una mano conduceva e con l’altra sembrava salutare il pubblico, conscio di essere al centro dell’attenzione. Una teatralità che faceva premio con le ragazzine, non che fosse davvero più bello di noialtri.

Il calcinculo, confesso, mi faceva un po’ paura, ma due o tre volte comunque ci provai, e al termine mi veniva puntualmente da vomitare. Quanto al tirassegno, durava troppo poco: taratatata ed era già tutto finito. Secondo me, gli uomini mettevano alla prova la propria mira solamente per via della donna che porgeva la carabina; indossava una camicetta sempre un po’ sbottonata, e nel caricare l'arma scuoteva dolcemente la lunga chioma corvina. E poi che cavolo me ne facevo della bottiglia di Asti spumante, anche se l’avessi vinta avevo comunque dieci anni, non potevano mettere in palio una Fanta o una Cedrata Tassoni?

Rimaneva la giostra circolare, i cavallucci in legno erano stati sostituiti da motociclette, automobili scoperte  la più ricercata era l'auto della Polizia , camion dei pompieri con due volanti per non scontentare nessuno. Era presente anche una navetta aerea come quelle delle giostre spaziali dei luna park, ma si sollevava dal suolo un metro al massimo e non poteva essere governata dalla cloche. In questo caso, il sottofondo musicale veniva offerto dalla colonna sonora dello sceneggiato televisivo su Pinocchio. Il nonno ogni tanto ancora mi chiedeva se volevo farci un giro – ma che sei scemo, mica faccio la prima elementare!

Naturalmente lo pensavo soltanto, e subito dopo mi pentivo. No, il nonno non era scemo, aveva solo idee da nonno. Per lui i tre anni trascorsi dalla prima elementare erano un cambio di liquido dei freni; al limite, già che c'eri, si cambiavano pure le pastiglie. Mentre per me tre anni erano suono. Esisteva un punto esatto, tra l’autoscontro e la giostra dei bambini, in cui le note si contendevano il padiglione auricolare, con Black Jack e Pinocchio in perfetta stereofonia. Ma bastava fare un passo, in una direzione o nell’altra, perché sparisse la traccia sonora divergente.

E così quando il mio piede aveva scavallato il confine dell'autoscontro i giochi erano fatti. No, non è vero che Black Jack poteva tornare indietro, nessun come back: dal tempo circolare e lieto della giostra ci si trova sbalzati nella bolgia di vetture che ti speronano a tradimento, premio e pegno del diventare grandi, ovvero mai più piccoli. Il burattino di legno o diventa uomo o viene gettato tra le fiamme da Mangiafuoco, che per me avrà sempre il volto enorme e incartocciato del giostraio.

domenica 28 settembre 2025

Orvieto (mi ricordo 51)

 

Mi ricordo di Orvieto. No, non il borgo umbro sempre e solo intravisto dall'A1: abbarbicato alla rupe di tufo segnalava che tra un'ora, abbondante, sarei arrivato a Roma. Orvieto era un mio compagno di scuola delle medie. È passato talmente tanto tempo che ricordo solo il cognome, oltre al cespuglio nero e crespo dei capelli. Spiccava nella fila dei banchi alla mia sinistra, verso i finestroni da cui si scorgeva il cubo di cemento della palestra e, più dietro, l'arco dell'Adamello, le cime erano innevate fino a tarda primavera.

Il suo anonimato si rifletteva negli studi, in cui non brillava di certo; ma nemmeno collezionava note sul registro come me. Una via di mezzo, una media leggermente al ribasso, con tutte le premesse per diventare un uomo altrettanto medio. Abbozzi di vita in cui la cornice si ingoia piano piano il ritratto. O perlomeno così appariva, e questa è una storia che mi ha insegnato a diffidare delle apparenze.

In ogni caso, quella brava era l'Acquistapace. Piccolina, occhi azzurri, capelli lunghi e lisci e biondi. Talmente graziosa che l'avrei posata nel muschio del presepe al posto della vergine Maria, l'età era grossomodo la stessa. Di lei naturalmente ricordo tutto, tra cui il nome, Simona, e l'odore di marzapane che emanava quando si alzava per andare alla cattedra a ritirare il suo tema, dopo che la professoressa Cozzini ne aveva letto uno stralcio.

Trascorsi pochi giorni dal compito in classe di italiano, era una prassi a cui avevamo preso l'abitudine: sia la lettura di qualche passaggio dal tema con il voto più alto, sia che quel tema appartenesse all'Acquistapace. Fu dunque grande lo stupore, una mattina in cui il sole tardava a manifestarsi e l'Adamello era più innevato del solito, nel non sentire leggere il solito tema dell'Acquistapace, ma per intero quello di Orvieto. Titolo: Parla di tuo padre.

A un certo punto la Cozzini si commosse pure un po'. Fu quando, con parole semplici e sentite, Orvieto descriveva il ritorno dal Belgio del padre; per anni intanato nelle miniere di carbone della Vallonia, fino a quel giorno lo aveva visto solamente nelle brevi vacanze. La gratitudine per l'uomo che sentiva tossire nel letto, la silicosi come forma concreta dell'affetto di un genitore per il figlio, che lo ricambiava con l'inchiostro di una Bic dal cappuccio mordicchiato. Il sotto testo pareva essere: prendete e mangiatene tutti, questo è il corpo di mio padre offerto in sacrificio per le vostre case ben riscaldate.

Non sto dicendo che fosse un capolavoro, ma per la prima volta intuivo che si poteva sciogliere un po’ la briglia senza cascare da cavallo, respirare invece di tenere sempre il petto in fuori. Se i miei temi erano pieni di sarcasmo per sfuggire la trappola di una retorica zuccherosa – avevo una fama da bullo da mantenere –, non la grande letteratura ma il tema di Orvieto mi mostrava ora il mondo da una prospettiva diversa: essere porosi, assorbire, non avere fretta di gridare sono qui! Prima o poi ciò che si riceve deve però essere restituito, cambia solo la forma che somiglia a una staffetta.

Prendere per dare, dare per prendere, ma quel che davvero conta è il tempo intermedio, in cui i due gesti possono crescere nel silenzio. Come se a scuola l'insegnamento più prezioso consistesse nell'intervallo. Peccato che la mia indole fosse votata all'impazienza, così il tema di Orvieto mi lasciava spiazzato... Per me scrivere era una partita a tennis, la pallina andava ributtata subito dall'altra parte, e l'eventuale bellezza era costituita dalla veronica di Panatta; il gesto plastico e virtuoso che strappa l'applauso al pubblico del Foro Italico.

Una contrapposizione che vedo riproporsi anche adesso: chi si esalta per lo stile, gli sperimentalisti, i gaddiani; chi per le storie semplici e toccanti, da cui ricavare uno sceneggiato per Rai2. Quella di Orvieto non finisce in un inverno lontano. Gli anni Settanta sfumano e cedono il loro piombo ai sabati sera infebbrati, con il Ministro delle Partecipazioni Statali ripreso mentre balla in discoteca, la lunga chioma oscilla al tempo delle basi campionate. Devono passare altri tre decenni, nei quali la Fiat passa dalla Ritmo alla nuova 500.

Lo immagino quando si presenta di fronte all'armeria dei genitori dell'Acquistapace, ormai è un uomo di mezza età. È lei ad avermelo raccontato, trent'anni anche quelli in cui ci siamo persi di vista; tanti da pensare a una conclusione definitiva, nessun Roxy Bar dove ritrovarsi a bere del whisky come le star. E invece si trattava di un altro intervallo, il nostro Roxy Bar si chiama Bar Piero: io ordino un caffè d'orzo, lei un tè caldo. Che strana impressione vedere delle piccole rughe a lato degli occhi della Madonna... Ma nel salutarci con un bacino sulla guancia, mi sono accorto che odorava sempre di marzapane.

Orvieto prima si guarda in giro, legge bene l’insegna, esita. Poi entra nel negozio continua l'Acquistapace, e posa un fucile sul bancone. È avvolto nella carta marroncina come fanno nei film americani con la bottiglia di Jack Daniel's.

– Posso lasciarlo qui? – chiede Orvieto alla madre dell'Acquistapace.

– Mi dispiace, non trattiamo armi usate.

Poi però lo scarta, soppesa il calcio in legno di ontano controllando che non ci siano graffi, scorre le dita sul cane, verifica che la sicura sia inserita e preme leggermente il grilletto: – Comunque sembra in buono stato, può farci ancora qualche centinaio di euro.

– Mi scusi, c'è un equivoco. Non sono qui per i soldi: mi basta liberarmene, non voglio più vedere questo fucile!

– Non capisco...

– Ero compagno di scuola di sua figlia. Me la saluti, a proposito, quando la sente. Lo consideri un regalo.

Tocca ora fare una pausa e ricordarsi del tema delle medie. Il padre che tossisce, la silicosi, fatica e dignità nel campare una famiglia – la propria famiglia. Amore, diciamolo pure senza girarci attorno. Show don't tell insegnano nei corsi di scrittura. E noi invece lo scriviamo, non vogliamo mica essere i primi della classe, dei sotuttoio come l'Acquistapace. Piuttosto degli Orvieto, persone che si barcamenano tra concetti spesso troppo difficili per loro (la crisi climatica, il PNNR, la geopolitica), ma almeno una cosa l'hanno imparata, anzi lui la possedeva al massimo grado e senza bisogno di studio. I sentimenti.

– Con questo fucile – conclude Orvieto –, mio padre la settimana scorsa si è sparato.

venerdì 26 settembre 2025

Paradise (mi ricordo 50)

Mi ricordo di una ragazza conosciuta all'Aprica in una discoteca chiamata Charlie Brown. Indossava dei fuseaux neri di un tessuto sintetico altamente infiammabile, sulla t-shirt grigiastra erano presenti delle figure viola slavate, i contorni apparivano indistinti. Qualcuno, come con le macchie di Rorschach, poteva scorgere frutta di stagione, altri pipistrelli crocifissi sull'altare del buon gusto. Quello che pensavo di avere io che mi vestivo seguendo la moda del momento. Per fortuna si vedeva e non si vedeva, sopra portava un chiodo di pelle logora trapuntato da borchie metalliche, sembravano essere state appena lucidate da un polacco in sosta ai semafori. Tutte le volte che le borchie venivano colpite dal fascio delle luci stroboscopiche il semaforo si accendeva, subito dopo si spegneva, si riaccendeva di nuovo, confondendo gli automobilisti.

I piedi erano nascosti sotto il tavolino dove ci eravamo appartati a bere Cosmopolitan, ma avrei scommesso sulla presenza degli anfibi del Dr. Martens. Mi chiedevo se appartenesse al gruppo dei metallari, oppure fosse una punk, una dark… Avevo ancora le idee un po’ confuse al riguardo. Le domandai così che musica ascoltasse, e lei fece i nomi di Led Zeppelin, Clash, AC\DC, Cure. Abbassando il tono della voce aggiunse: I Queen. CHI? risposi io, il frastuono di sottofondo si era mangiato il gruppo di Freddy Mercury, ma lei ripeté sillabando alla maniera dei sordomuti, come se temesse di essere udita dalle amiche. Stavano qualche divanetto più in là e ridevano alle battute di un ragazzo magrissimo vestito allo stesso modo, ma con la zavorra di una catena che quasi toccava il suolo.

Le informazioni ricevute non mi aiutavano a dissipare le nebbie di una catalogazione ritenuta fondamentale. Di certo stava provando a fare lo stesso con me, e per non essere identificato misi la mano destra sulla pecetta che pendeva dalla manica opposta della mia felpa Stone Island, intuendo che quel particolare non avrebbe giocato a mio favore. Feci un po' il furbo anche quando mi girò la domanda che le avevo appena fatto, tacendo la mia passione per le canzoni di Drupi e genericamente accennando a Neil Young, Bruce Springsteen… Ma i Led Zeppelin piacciono molto anche a me, mi affrettai ad aggiungere.

Non so quanti minuti fossero già trascorsi senza esserci ancora guardati in faccia, tutta l’attenzione era stata fino a quel punto rivolta a una sorta di selezione all’ingresso. Quel modo di scrutarti, dal collo in giù, che aveva il buttafuori del Charlie Brown, prima di stabilire se eri adeguato al locale. Ci andavano i figli di papà milanesi e noi provinciali che li studiavamo cercando di imitarli. Probabilmente l'energumeno stava starnutendo, e zac: il tipo ilare con la catena appesa in vita si è infilato. Così quando entrambi alzammo lo sguardo mi accorsi che i suoi occhi – naturalmente bistrati – possedevano un’espressione mite e quasi triste, a posteriori direi fossero gli stessi occhi nocciola del cavallo abbracciato da Nietzsche in piazza San Carlo. E in quel momento anch'io avrei voluto abbracciarla. 

Fu forse il motivo per cui la sua immagine è rimasta sfocata nella memoria. La carnagione mostrava poca confidenza con il sole, i capelli erano neri e però quale fosse il taglio, o come si diceva allora l'acconciatura, mi sfugge, o meglio non vi prestai alcuna attenzione. Potrei dire, per coerenza, che aveva la cresta moicana, ma la verità è che non lo so. Un'incertezza da estendere al naso: pronunciato o piccolo e sottile, in stile Giorgio Armani? E i seni? Di norma non sono attratto dalle maggiorate, e il fatto che cominciassi a fare fatica a deglutire il Cosmopolitan mi fa ipotizzare delle tettine, bulbi di piante esotiche non ancora sbocciate, alla Jane Birkin. Io e il diaframma abbiamo trovato questo modo di comunicare, e ora mi stava dicendo datti una mossa, scemo, o contraggo più forte!

Fu allora che presi il coraggio di invitarla a ballare, il dj stava sfumando l'invocazione impaziente di Tracy Spencer, run run run to me... e le luci si erano abbassate, con il pinspot diretto alla sfera specchiata che aveva cominciato a roteare. Non ci voleva molto a capire che stavano arrivando i lenti. Le amiche della ragazza, sbuffando, uscirono a farsi una canna assieme a Sid Vicious, lui si trascinava la catena mentre continuava a fare battute a cui più nessuno rideva. C'è solo da sperare che al buttafuori venisse di nuovo da starnutire al loro rientro.

Non saprei nemmeno dire se mi rispose o semplicemente annuì, per raggiungere con i suoi enormi anfibi (avevo indovinato) i riquadri della pista pulsanti sequenze cromatiche, dove i nostri corpi si accostarono, poi si unirono, poi si strinsero come si stringe un compaesano ritrovato per caso a Ellis Island. Una possibilità tra un milione che fosse propio lui nella calca di uomini, donne e pidocchi all'ombra della Statua della Libertà, monumento di carne in cui ci eravamo trasformati. Ora oscillava ma senza crollare, ricomposto nella resa, nulla più da dimostrare difendere accreditare. E scoprire che si poteva stare bene anche tra le note paracule di Paradise di Phoebe Cats.

mercoledì 24 settembre 2025

La musica in testa (mi ricordo 49)

Mi ricordo di un certo Mostachetti, o Mostacchetti con la c raddoppiata, ora non sono sicuro. Era un mio coetaneo che frequentava il liceo scientifico, portava gli occhiali da vista in celluloide e rideva in un modo che mi piaceva, non ho mai più visto ridere qualcuno con la stessa convinzione. Lo conoscevo poco ma una mattina avevamo bigiato la scuola assieme, erano i primi di giugno e non dovevamo nemmeno falsificare la firma dei genitori sul libretto: bastava bigiare anche i giorni successivi, finché le lezioni non sarebbero terminate per sfinimento. Con Mostachetti, o Mostacchetti, oltre a due comuni amici incontrati al bar dei disertori, eravamo andati alla boschina vicino all’Adda, dove avevamo portato delle lattine di birra Daab e organizzato una gara con i motorini. Sgasavamo a cavallo di un cinquantino prodotto dalla Oscar Motor, una ditta di Rastignano dalle dimensioni quasi casalinghe, il modello si chiamava College e aveva venduto tantissimo in Valtellina, a Milano tutti invece possedevano il Garelli. Di quel giorno ricordo poco altro, il borsone con gli inutili libri nascosto sotto la scala d'accesso al garage condominiale, le acacie fiorite su cui si posavano le api che avrebbero prodotto un miele dolcissimo, un pacchetto di Chesterfield e Mostachetti, o Mostacchetti, alla guida del suo College rosso vermiglio. Continuava a ridere anche nell'affrontare le curve più impervie, quando tutti gli altri avevano l’espressione compresa nello sforzo di primeggiare, lui no, e infatti arrivò ultimo, mi pare. Poi Mostachetti, o Mostacchetti, deve essere andato via da Sondrio, è dalla fine degli anni Ottanta che non incrocio più la sua bocca dischiusa, mentre incorpora ogni cosa in cui si imbatte senza giudizio e pregiudizio, i fanoni della balena traversano gli oceani con la stessa disposizione. E così, nella memoria, continua a essere avvinghiato a quella mattina tiepida, i bambini morti sono sempre giovani e ti sorridono dall'ovale di una lapide in marmo. Riesco perfino ad assegnargli una colonna sonora, Johnny and Mary. Qualcuno aveva portato il walkman azzurro della Sony e ce lo passavamo per ascoltare la canzone di Robert Palmer, adesso tocca a me dicevamo mentre sorseggiavamo le Daab seduti in una radura della boschina, nessuna interrogazione ancora pendente, nessun compito di matematica, solo un’immensa estate che si dischiudeva davanti a noi come la prateria nei film di John Wayne, le ragazze erano i bisonti che la traversavano con uno zainetto Naj Oleari sulle spalle. L'unico era Mostachetti, o Mostacchetti, a non reclamare il suo turno d’ascolto, e rideva felice con il pulsare ipnotico della drum machine interno alla sua testa.

giovedì 18 settembre 2025

Barchette di carta

Dopo avere ricevuto assistenza da un operatore telefonico, il giorno stesso o, al più tardi, il successivo, arriva una mail per esprimere valutazione sul servizio. Mi dia un giudizio positivo, per piacere.

Te lo chiede con la voce che si fa più bassa al termine della chiamata, come se ti stesse confidando un segreto – da non rivelare a nessuno, mi raccomando! Sì sì, rispondo io. Le darò il massimo dei voti o delle stelline o di quello che è, cosa che poi faccio davvero.

A volte è possibile aggiungere un commento discrezionale, è lì calco un po’ la mano: Operatore gentilissimo e competente, problema risolto, mi raccomando non lo licenziate!

L’ultima frase in realtà non la scrivo, ma riassume il mio gesto. Un gesto che percepisco come eroico, sono orgoglioso di quel che ho appena fatto, mi sembra di avere gettato un salvagente a una persona che stava per annegare.

Quando vedo che esita, per pudore immagino, a farmi la richiesta, sono io ad anticipare le mie intenzioni. Grazie, grazie davvero replica l’operatore, e non si capisce se si riferisca al giudizio positivo o al fatto che l’ho sgravato dal compiere la questua.

A quel punto un po’ mi dispiace interrompere la telefonata, ormai mi sembra di parlare con un amico – di certo siamo complici – e vorrei chiedergli come va con la fidanzata; nel caso si tratti di una donna, sono tentato di invitarla fuori per un caffè. Ma ovviamente non lo faccio.

Ci lasciamo così, buona giornata, buona giornata e buon lavoro a Lei, solo su Amazon ci si dà del tu. Ciao Guido ti viene detto già alle prime battute, io mi chiamo Ioana e parlo dalla Romania. Ti va bene o preferisci un operatore italiano?

No, va benissimo, gli italiani mi stanno mediamente sul cazzo, ma taccio anche quest'ultima appendice. Oltre al fatto che me la sto immaginando con tutti gli stereotipi etnici del caso; dunque un po’ in stile entraîneuse, confesso.

Probabilmente non ci sentiremo più, io e Ioana. Dopo averle lanciato il mio salvagente la riconsegno ai flutti, una barchetta di carta che naviga nel grande mare del precariato. Giusto il tempo di udire quell’ultimo S.O.S. Non dimenticare di lasciarmi un giudizio positivo, per piacere per piacere per piacere...

lunedì 11 agosto 2025

Sublimazioni (mi ricordo 42)

Mi ricordo che a Sondrio, intorno alla metà degli anni Settanta, i cuccioli di un boom ormai in disarmo si diedero in massa al pattinaggio; le ruote erano ancora affiancate come nel pianale delle automobili, non in linea al modo dei pattini attuali. Il merito andava a un uomo di nome Vannuccini. Aveva fondato l’associazione sportiva ASPAR (Associazione Sondriese Pattinaggio A Rotelle) con sede al Bar Linda, una ex prostituta che con i soldi dei camionisti si era rifatta una vita: invece del suo corpo smerciava ora Biancosarti e ghiaccioli rossi rossi, l'immagine degli astronauti impressa sulla busta. Gli allenamenti si tenevano nella nuova pista in conglomerato bituminoso del Centro Sportivo, proprio sotto casa mia. Sulle panchine di fronte all'ovale, oltre le transenne tubolari che lo circoscrivevano, le figlie degli immigrati meridionali di via Maffei osservavano i giovani atleti, avevano portato un piccolo registratore con cui ascoltavano Ma Baker dei Boney M. Iscrivermi all’ASPAR fu un atto quasi dovuto.

Di Vannuccini non si sapeva molto; di certo non era originario di queste parti, sulla guida del telefono il suo cognome risultava essere l’unico in provincia. Anche l’età era indefinita, per quanto a me paresse vecchio, ma avevo otto anni e un ventenne era già un uomo maturo. Poi però cominciò ad apparirmi un po’ meno vecchio, il riporto con cui celava la calvizie era diventato un’acconciatura come un’altra. Vannuccini ha detto questo, esordivo quando rientravo a casa dopo avere arrancato per due ore sui miei pattini Valsport – la cosa più difficile da imparare fu il passo incrociato da eseguire in curva –, Vannuccini ha detto quest’altro… Al punto che i miei genitori cominciarono a chiamarmi Vannuccinetto, me lo ripetevano per burla ogni volta che celebravo il mio mentore. Quanto mi facevano incazzare!

Uno psicanalista non ci avrebbe messo molto a capire che Vannuccini era diventato un surrogato eroico della figura paterna, e come in tutte le forme di innamoramento (non ricambiato) solo il tempo avrebbe fatto sedimentare la polverina magica, lasciando spazio ai nuovi travestimenti di Zeus e Afrodite. D'altronde lo dice pure la canzone: la stagione dell'amore viene e va. Ma prima deve raggiungere un climax.

L’occasione si presentò al termine di una gara. I miei risultati agonistici non erano certo memorabili, ma quella volta, eravamo in trasferta a Livigno, mi trovavo al primo posto. Uno o due passi spinta dietro mi tallonava un certo Mirco, l’anno precedente aveva guadagnato il titolo di campione italiano di categoria, le sue gambe parevano due prosciutti di cinghiale. Vai vai… che poi quando voglio ti passo, avrà pensato Mirco, lasciamolo divertire ancora un po’. Ma non ci fu bisogno perché feci tutto da solo: mi scomposi quando vidi sull'asfalto una vipera già morta, e ruzzolai a terra per lo spavento. Dai, riparti! mi gridava Vannuccini sbracciandosi dal traguardo, ma a me faceva male il polso sinistro.

Al ritorno non stavo come al solito sul pullmino, ero seduto sul sedile posteriore della Simca di Vannuccini; un privilegio, di norma, riservato a Mirco e pochi altri. Forse fu una compensazione per la brutta caduta, ora il polso si era gonfiato e cominciava a pulsare. A un certo punto il nostro presidente, preparatore atletico, allenatore, conducente, Vannucini faceva davvero tutto all'interno della sua ASPAR, a un certo punto accostò, scese e senza fornire spiegazioni cominciò a pisciare. Da dentro lo osservavamo concentrati, teneva le mani posate sui fianchi alla maniera di Mussolini nei discorsi dal balcone di Palazzo Venezia, immaginavamo il sollievo dipinto sul suo volto, ricambiato dai trifogli al bordo della strada che conduce al passo della Forcola. Ma soprattutto ne immaginavamo il cazzo, a giudicare dal poderoso getto di piscio doveva essere enorme, un idrante che irrora il mondo donandogli la sua benedizione.

Al termine Vannuccini si diede una bella scrollata, e dopo avere richiuso la cerniera dei pantaloni salì in macchina e ripartimmo verso Sondrio. Il giorno successivo il medico mi disse che era meglio fare delle lastre al polso, dalle quali risultò che l’ulna era integra ma il radio incrinato. Due giorni di ospedale e quaranta di gesso, su cui i miei compagni di classe depositarono la firma con un pennarello chiamato Super Pirat; qualche scemo che aggiunge delle porcherie si trova sempre, ma la seconda punta del Super Pirat consentiva di cancellare. Di notte attenuavo il prurito con un lungo ferro da maglia.

Quando il gesso fu rimosso con un forbicione simile a quello con cui viene sventrato il pollo allo spiedo, il giorno stesso mi iscrissi alla Sondrio Sportiva di pallacanestro. La voglia di pattinare era scomparsa così come era venuta. Certo, in quei quaranta giorni Vannuccini avrebbe potuto telefonarmi a casa  una cavolo di telefonata per sapere come stavo, cosa gli costava? Se il telefono fosse stato occupato dalla moglie poteva sempre chiamare dal Bar Linda. Ma si sa che gli innamorati sono fatti così: un po’ permalosi. E gli amati distratti.

venerdì 8 agosto 2025

Un uomo buono (mi ricordo 40)

Mi ricordo di un R5 blu acquistata di seconda mano. Aveva solo un difetto, che mi ripromettevo sempre di sistemare: la portiera anteriore, lato passeggero, si apriva solamente dall’esterno. Quando viaggiavo con qualcuno a ogni sosta dovevo scendere, fare un mezzo giro dell’auto, quindi aprire per poter consentire l’uscita a chi mi accompagnava. Nemmeno troppo sforzo, e così continuavo a rimandare.

Una notte stavo tornando da Milano con un amico, eravamo partiti dopo avere assistito al concerto dei Calibro 35. Poco prima di Monza, nel piazzale di un distributore Esso deserto, intravediamo una ragazza di colore. Il volto è solo parzialmente illuminato dall'insegna al neon con i colori della Francia, mentre la schiena, rivestita da un giaccone fucsia, riflette le luci della pensilina che ricopre le pompe per il rifornimento. Il colpo d'occhio d'insieme ricorda la fotografia di un film di Nicolas Winding Refn. Non c’è bisogno di chiedersi cosa stia facendo lì, entriamo in argomento e il mio amico mi confida di non essere mai stato con una prostituta. A me non sembra vero di poter interpretare uno dei miei ruoli preferiti: quello di Lucignolo.

– Devi assolutamente provare!  gli dico. Ma no… ma sì… ma sono fidanzato… ma dai... E alla fine cede, devo dire senza nemmeno troppo sforzo di persuasione. Ci accordiamo a questo modo. Io l’avrei aspettato al distributore, mentre lui e la ragazza, con la mia auto, potevano andare in un luogo più appartato.

Scendo. Faccio il solito mezzo giro. Apro la portiera al mio amico che mi subentra alla guida. Vedo l’R5 ripartire da dietro, ma gli stop rossi si accendono dopo pochi metri. Al lato destro la giovane è rimasta immobile come la preda di una specie indifesa, che si mimetizza con l'ambiente. Il finestrino si abbassa, lei finalmente si china con un movimento di cui riconosco l'automatismo, i gesti ripetuti migliaia di volte possiedono una loro meccanica bellezza. Stanno pattuendo la cifra che non sento, ma comunque inferiore a una pizza e una birra; le slave e le rumene chiedono un poco di più. Dall'interno della vettura mi arriva solamente il suono di Notte in Bovisa, fa parte del CD che abbiamo acquistato al banchetto dopo il concerto.

L'inverno è agli sgoccioli ma la ragazza non indossa le calze, avrà freddo penso, la pelle nera delle gambe possiede un aspetto innaturale, quasi plastificato per un eccesso di tonicità. Probabilmente è nigeriana, questo tratto della statale 36 è monopolio delle nigeriane, anche se non ha una muscolatura accentuata come la maggioranza delle persone che provengono dall'Africa centrale, è snella e le sue natiche non sono prominenti – si chiama steatopigia ho scoperto facendo le parole crociate. Sembrerebbe piuttosto senegalese, o somala. Da dove provenga è comunque molto bella.

I due si allontanano in direzione di un vialetto alberato, si tratta quasi certamente di platani un po' avvizziti per lo smog. Io cerco di non rimanere troppo in vista, non vorrei essere fermato da una volante della Polizia, o indurre qualcuno a pensare che mi stia prostituendo. In regime di libero mercato sessuale la mia concorrenza sarebbe comunque poco fruttifera.

C’è un distributore automatico di merendine e bevande. Inserisco le monete e seleziono una lattina di chinotto, avrei preferito una Ceres ma non vendono alcolici, pazienza, prendo anche una crostata con marmellata di ciliegie. La situazione sarebbe perfetta per fumarsi una sigaretta. Peccato che abbia smesso da poco, e poi nei distributori di benzina è vietato, potrebbe prendere fuoco. Immagino l’incendio, le fiamme che salgono al cielo, si estendono ai platani del vialetto, invadono Monza vorticando furiose… Devo pure ingannare il tempo pensando a qualcosa.

Ma hanno vita breve i miei pensieri incendiari, non sono passati nemmeno quindici minuti e vedo comparire i fanali dell’R5. Non che ci avrei messo più tempo, in questo genere di cose si tende a essere spicci, mai come qui vale la massima il tempo è denaro.

– Allora, dai, racconta , dico al mio amico quando mi raggiunge. Ho già rimesso la divisa da Lucignolo. Ma lui appare frastornato, sulle prime non vuole parlare. Poi però me lo confessa: – Mi sento una merda.

– Una merda, e perché mai?

Mentre attendo la sua risposta, che non arriva subito, mi scorrono davanti agli occhi gli articoli sul Manifesto di Luciana Castellina e Rossana Rossanda, i cortei delle femministe che uniscono indice e pollice delle due mani a mimare la fica, l'utero è mio e lo gestisco io gridano, la tratta degli schiavi e soprattutto delle schiave, la favola della Piccola fiammiferaia, convenendo che in effetti sì, siamo proprio delle merde. Devo assolutamente smettere di andare con le prostitute. Ma lui interrompe il mio autodafé, e finalmente vuota il sacco.

– Sai la faccenda della portiera.

– Sì, certo, la portiera. Domani chiamo il meccanico e...

– No, aspetta. Fammi finire.

– Ok.

– Quando ho completato tutta la trafila, sì, insomma, dovevo pur farla uscire, lei ha sgranato gli occhi. Poi è scoppiata a piangere.

– A piangere?!

– Tu sei un uomo buono, mi ha detto. In quattro anni che faccio questo lavoro nessuno era mai stato così gentile. Solo tu sei sceso dall’auto per aprirmi la portiera, mi hai fatto sentire una principessa. Tu sei un uomo buono.


sabato 28 dicembre 2024

Mi ricordo 30

 

Mi ricordo di averla conosciuta in un bar all’ingresso di Ardenno, di fronte alle scuole elementari dove mio padre era direttore didattico. Proveniva da uno di quei paesini in Brianza nei quali o si gioca basket o si costruiscono mobili o entrambi. In Valtellina era venuta per trascorrere il Ferragosto assieme ai nonni materni, è raro vedere un volto nuovo da queste parti, e tocca riconoscere che aveva un volto davvero grazioso.

Le offrii un Cuba Libre – come faceva a sapere che ne avevo appena ordinato uno anche per me? – e cominciammo a parlare. Ma dai, sei iscritta a Filosofia, pure io sono iscritto a Filosofia… Che coincidenza! E poi il cinema, incredibile, le piaceva John Cassavetes, Gloria era uno dei film preferiti da entrambi. Passammo presto alla letteratura. Hai letto Mentre morivo? Non so chi lo chiese, ma l’altro annuì prontamente. La scena iniziale, Cash che costruisce la bara per la madre ancora viva, batte col martello fuori dalla finestra della camera in cui agonizza, ci commuoveva.

Sul maxischermo scorrevano intanto le immagini concitate di un incontro di wrestling, un bestione tinto di biondo si gettava, dopo essersi issato sulle corde a bordo ring, su un altro bestione che rantolava al suolo. Se ci cascava ogni tanto lo sguardo era per ridacchiare di un intrattenimento tanto sciocco: ma come fa certa gente a divertirsi con queste pagliacciate?

Sulla musica di sottofondo, degli Eurythmics, di nuovo concordavamo: Annie Lennox è un vero portento! Fu così tutta la sera, se lei diceva di preferire Schopenhauer ad Heidegger io annuivo convinto, mentre se affermavo che il PSI ormai faceva rima con pizzette Catarì (l’avevo letto sul settimanale satirico Cuore) le si illuminavano i grandi occhi azzurri, e le nostre teste cominciavano a oscillare in sintonia come i cagnetti di pezza posati sul lunotto posteriore delle station wagon.

Allora dobbiamo rivederci, concludemmo a fine serata. E in effetti la rividi la domenica successiva al lido di Colico.

Camminava in riva al lago assieme a un carrozziere più vecchio di noi di una ventina di anni – sarà un altro parente pensai, uno zio, ecco –, il fisico scolpito da ore e ore e di palestra, e martellate alle lamiere contuse. Somigliava un poco al bestione biondo dell'incontro di wrestling. Il costume da bagno minuscolo rendeva epico il passaggio, gli sguardi della spiaggia erano tutti per lui. Solo il mio continuava a cercare quello di lei, chissà se mi avrà visto...

Fu mentre mi alzavo per andare a salutarla che vidi le loro mani congiungersi, e dirottai il movimento delle gambe verso il bar, dove ordinai un Cuba Libre, il nostro cocktail. Nostro, che bell’aggettivo. Il tarlo non si era ancora dissipato. Scorgevo infatti un’altra coincidenza, un carrozziere… tiene la mano proprio a un carrozziere.

Tre giorni prima un cretino, distratto dai bacetti che la fidanzata gli stava dando sul collo, mi aveva centrato nella fiancata dell'R4 rossa, e ora dovevo portarla in riparazione. Il guaio che la precedenza era sua. Potrei chiederle se mi presenta il carrozziere, magari mi fa uno sconticino.

sabato 14 dicembre 2024

Mi ricordo 29

Mi ricordo che a comunicarlo fu una suora di nome Tecla: “È morto Aldo Moro.” I banchi dell’Angelo Custode erano diventati troppo piccoli per le nostre ginocchia, premevano da sotto verso un futuro percepito come verticale, e anche le sedie, minuscole, la lavagna tutt'al più una lavagnetta, perfino il soffitto sembrava essersi abbassato, l'aula era una superfetazione moderna di un palazzo del Seicento. Ma in fondo era normale, eravamo entrati la prima volta per prepararci a ricevere il corpo di Cristo a nove anni, mentre ora, in età da motorino con il carburatore sostituito per far fluire più miscela, ci attendeva un leggero schiaffetto, suor Tecla diceva che ci avrebbe immesso nel mondo degli adulti. È morto Aldo Moro, e calò il silenzio. Non fu però un silenzio tragico, al contrario: era nutrito da quella confidenza distratta che ostentano i religiosi con il Tutto – si nasce, si vive e si muore, poco importa se scivolando su una buccia di banana o crivellati dai colpi di una mitraglietta Skorpion –, a cui si aggiungeva una punta teatrale di civetteria, come se avesse voluto serbare la notizia per il termine della lezione, così da realizzare un climax. Ricordava i presentatori televisivi che, solo alla fine e dopo avere mostrato il tabellone a partire dall’ultimo classificato, rivelano la canzone vincitrice del Festival di Sanremo; nel caso dell'ultima edizione, la ventottesima, si era trattato di “… e dirsi ciao” dei Matia Bazar, ma io preferivo di gran lunga “Un’emozione da poco” di Anna Oxa. “Hanno ritrovato il corpo in una R4 rossa in via Caetani”, aggiunse la suora facendosi il segno della croce, una velocità inaudita nell'unire i quattro punti con la mano destra. Forse la performance va attribuita alle braccia di scarsa estensione – unico dettaglio a non stonare con quel microcosmo lillipuziano –, o forse, più semplicemente, per la quantità di volte in cui già aveva eseguito il gesto. “Fermiamoci ancora cinque minuti per rivolgere una preghiera all’Altissimo per quel pover uomo e la sua famiglia.” Fu un Padre nostro o un Eterno risposo o entrambi, dopo di che io e Marco uscimmo di corsa diretti al Centro Sportivo, dove avevamo l’allenamento di pallacanestro. In strada ci arrivavano frammenti di un'unica diffusa conversazione, le persone si aggregavano anche tra sconosciuti per chiedere dettagli, qualcuno aveva gli occhi lucidi e una gran voglia di toccarsi uno con l'altro; più che a un funerale si poteva pensare al rientro di una squadra che ha perduto la finale di coppa, i giocatori con maggiore esperienza consolano gli esordienti. Di fronte al Bar Piero incrociammo una donna con un cuscino compresso sotto a un camicione a disegni geometrici, si carezzava il ventre posticcio sussurrando il mio bambino, il mio passerottino, la chiamavano la Pazza. Altri ricordi di quel giorno, il 9 maggio 1978, non ne ho, nemmeno della cerimonia della confermazione che seguì a fine mese, ma è testimoniata da una fotografia dove indosso un completo di velluto marrone molto brutto, oltre che troppo caldo per la stagione. I maschi vennero posizionati su una breve gradinata in ordine di altezza (dunque io e Marco occupiamo il vertice, fanno capolino solo i nostri volti improntati a una solennità artificiosa; nessuno fa le corna al vicino, e solo un tipo con i capelli crespi e lo sguardo furbo sembra trattenere la ridarella), mentre le femmine si irradiano alla base in abiti chiari e lunghi; ma rispetto alla prima comunione, sono poche ad avere il velo come la Vergine Maria. Riconosco una ragazzina con i capelli rossi e le lentiggini, anni dopo sarebbe diventata la fidanzata di un mio amico, piaceva un poco anche a me ma non ho mai fatto nulla per farglielo capire, scegliere è un verbo che si impara a coniugare tardi. La vita procedeva piuttosto in un accadere casuale, a dottrina ci avevano insegnato a stare alla larga dal peccato, ma non che il termine greco che lo esprime, amartìa, significa un errore nel tiro al bersaglio. Era un tempo in cui si scagliavano le proprie frecce a caso, quindi se ne seguiva la direzione. No, nessuno schiaffo, nessuna mano clericale sudaticcia è rimasta impresa sulla mia guancia, la cresima passò senza colpo ferire. A immettermi nel mondo degli adulti bastò la frase di suor Tecla: è morto Aldo Moro.

lunedì 9 dicembre 2024

Mi ricordo 28

 


Mi ricordo che quando ne trovavo uno gridavo chicchirichì. Era la parola in codice convenuta, segnalava che, camminando a carponi sul manto soffice del fienile, mi ero imbattuto in un avvallamento, una conca più profonda di quelle dove i gatti andavano a dormire la notte, e se le cose erano andate per il verso giusto all’interno ci stava un uovo; più la merda sulla superficie era viscida e maleodorante, più era fresco. Ridiscendevo allora i pioli della scaletta e lo mostravo alla nonna che mi aspettava di sotto con le mani sui fianchi. Solo alla consegna mi diceva brau redes e, dopo averlo ripulito nel grembiule da lavoro, lo riponeva in una cesta di vimini con dei fogli di giornale sul fondo. Gli altri contadini le uova andavano a prenderle nel pollaio, tutto molto più semplice e spiccio, ma la nonna sosteneva che le galline devono essere lasciate libere di razzolare nell’aia; così la frittata diventa più buona, e anche il brodo. All’inizio ci ho messo un po’ a comprendere il nesso tra brodo e gallina, fino al giorno in cui ho visto correre una bella pollastra fulva di nome Sonia – avevo questa abitudine biblica di dare i nomi a cose e animali, il maiale l’avevo chiamato Omar e una coniglietta bianca Raffaellacarrà, scritto tutto attaccato. Sonia correva sbattendo le ali senza una direzione precisa, forse perché le mancava la testa. Intanto, il sangue schizzava da un foro tra le scapole come l’acqua dagli idranti rotti nei film con Stanlio e Ollio, mentre la nonna la guardava con l'arma del delitto ancora in pugno (una roncola dal manico in legno di sapelli e lo stemma della Svizzera impresso sulla lama ricurva) pensando prima o poi il sangue finirà… Era semplicemente abituata, non cattiva. Io invece no, e mi era venuto da vomitare, poi da piangere, insomma ero stato male. Invece quando trovavo un uovo stavo bene, era una specie di caccia al tesoro. La difficoltà proporzionale al piacere. Quelle delle galline americane valevano dunque meno, e, benché di dimensioni più contenute, il biancore del guscio spicca e sono più facili da individuare, mentre nel caso delle New Hampshire si tinge di marroncino tendente al rosa, mimetizzandosi nel fieno. Dicono che le galline non sono intelligenti, ma forse non sono nemmeno sceme: avevano capito che più il luogo è impervio maggiori sono le probabilità che l’uovo si trasformi in pulcino, impossibile per la volpe e la faina scovarlo fin lassù. Ma non per me che ero la miniatura di un primate superiore, il pollice opponibile e le gambe snelle mi consentivano di raggiungere quasi ogni luogo, tranne il comignolo riservato al corvo. Il nonno invece era zoppo e non si arrampicava mai sul fienile, andava nella stalla a mungere Gigliola e Carmela; Wanda era un po’ che non si vedeva in giro, e iniziai a sospettare che, anche in questo caso, ci fosse un nesso con il bollito misto, non si mangiava altro da una settimana. Ci sarebbero tante altre cose da raccontare, ma in quell’uovo tiepido da porgere orgoglioso già tutto in fondo è compreso.

domenica 8 dicembre 2024

Mi ricordo 27

Mi ricordo quella parola: solo. Era l'anno dei Mondiali di Spagna, i sei gol di Paolo Rossi e Pertini che gioca a scopone con Bearzot, Causio e Zoff, le ragazze incollavano sulla Smemoranda la foto di Cabrini. Il traghetto mi aveva accompagnato con un lieve ondeggiare fino al molo di Portoferraio, poi sussurrato arrangiati. Malgrado fossi a piedi non ero sbarcato dalla scaletta, ma dal portellone insieme ad automobili, motociclette, camper, roulotte, furgoncini con mozzarelle e caciotte, in una baldoria chiassosa che mi faceva sentire meno solo.

Solo. Suona facile facile, senza inciampi, un sibilo a cui segue l'unione della lingua al palato, che subito si lascia cadere come un bambino sullo scivolo. Forse per questo, dopo mamma, pizza e vaffanculo, è uno dei primi termini a essere imparati dagli stranieri. In seguito ripetono le parole apprese ogni volta che incontrano un italiano, cercando di mostrare amichevolezza o, meglio, quella complicità un po' ebbra da tavolata dell'Oktoberfest, anche quando si tratta dell'insulto. Un concetto apparentemente preciso – o sei con qualcuno o non lo sei – ma a ben vedere sfuggente, pieno di sfumature e slittamenti. Nel mio caso il significato era letterale: senza famiglia, amici, neppure conoscenti. Solo, alone, do you understand?

Pochi mesi prima avevo abbandonato la scuola, era stato un inverno burrascoso culminato con la fuga da casa. Soliti turbamenti da adolescenza in provincia e, in fondo, faceva premio con le ragazze atteggiarmi a James Dean; alla domanda dove abiti, rispondevo dopo aver ravvivato il ciuffo: "Ovunque."

E in effetti così era stato, almeno per un paio di settimane in cui avevo mendicato asilo nelle soffitte di ragazzi a malapena conosciuti, a loro volta gratificati dall'ebbrezza malavitosa di ospitare un fuggitivo. Poi ero tornato a casa con la coda tra le gambe, e una ferita che non rimarginava sul palmo della mano sinistra. Me l'ero fatta cercando di aprire una Ceres alla maniera dei pirati.

Alla fine tutto si era sistemato. Quasi tutto. Grazie a un lontano parente che lì possedeva un campeggio, ero riuscito a trovare lavoro come aiuto bagnino a Lacona, dove si tramanda che Napoleone amasse fermarsi per un pisolino, stendendosi all'ombra di un enorme pino marittimo al limitare della spiaggia. Ancora adesso lo si può ammirare, è dietro i bagni dell’albergo Lacona, il luogo in cui lavoravo io. Svetta tra le Mercedes e le Toyota nel parcheggio, ma tace i sogni del piccolo corso rimasti impigliati ai suoi aghi.

Ero arrivato alla metà di giugno, e una sera dello stesso mese decisi di avventurarmi a Marina di Campo in autostop; avevo sentito di una discoteca da quelle parti, il suo nome era Tamarea. Trovare un passaggio per Marina di Campo non fu difficile, ma la discoteca non stava proprio lì, e piuttosto sul promontorio roccioso di Capo di Fonza, tra fichi d'india e rosmarino selvatico. A piedi dal paese, un'ora circa.

Mi avviai con l'intento di riprendere a fare autostop, ma il traffico nella stradina che avevo imboccato era ridotto ai minimi termini. Dopo un quarto d'ora in cui camminavo al buio, quelle quattro lettere che si ripresentavano a ogni passo, solo, solo, solo, si udì finalmente il rumore di un’auto. No, era una motocicletta, me lo confermava l'unica luce proiettata dal fanale anteriore. Luce, un'altra bella parola da insegnare a uno straniero.

Allungai il braccio e quindi il pollice, replicando l'ago di una bussola che punta sempre al nord della folla, il polo magnetico del branco, dove cercare i miei coetanei che certamente stavano già ballando al Tamarea, dimenando i Roy Roger's che avevano preso il posto dei jeans Carrera. I nostri padri ancora non si erano fatti una ragione che bisognava spendere il doppio per avere lo stesso, e continuavano a indossare abiti che avevano una marca (Lebole, Facis, Marzotto, nomi che solo a pronunciarli ci facevano ridere) e non un marchio. Come se bastasse battezzare un vitello e non imprimergli il destino con il ferro rovente.

Distinguere un giovane da un vecchio, anche di spalle, era dunque semplice: bastava leggere l'etichetta sui pantaloni. Per il resto, la serena fiducia che il peggio fosse passato e il meglio sul punto di dischiudersi, fiorire in una nuova primavera, era la stessa, le generazioni si rinsaldavano attraverso una cornucopia che eruttava Girelle Motta, villette geometrili e nuovi canali sul televisore al centro del soggiorno; la mamma ne aveva uno più piccolo in cucina, da cui fuoriusciva musica sempre più leggera e venditori di materassi a molle.

Tutte considerazioni postume in quel momento, in cui l'unica urgenza era sbarazzarmi del termine che mi assillava, insegnarlo a un olandese (s-o-l-o... now try to repeat it), passarlo a un crucco come si faceva ogni volta che si incrociava una suora: tua!

Intanto il rombo del motore si avvicinava. Di più, mi aveva superato. Si trattava di un uomo. A guardare meglio compresi che era un ragazzo come me, i suoi indumenti erano pieni di etichette alla moda, non poteva essere un adulto. Che gran bastardo! Nemmeno mi aveva degnato di uno sguardo, era sfrecciato davanti al mio pollice sulla sua moto da cross. È allora che sfoderai la terza delle parole italiane che imparano gli stranieri appena mettono piede in Italia, la cacciai dalla gola dopo aver richiamato dai polmoni tutto il fiato che avevo. Mi piacerebbe restituirgli un’eco, ma fu solo uno schiocco isolato nella notte, come una scoreggia sfuggita nella sala d’attesa di un proctologo.

Si accese a quel punto la lucina rossa del freno, la moto si fermò, invertì la direzione di marcia e in un attimo fu davanti a me, con il faro che mi sparava dritto negli occhi. "Sei tu che mi hai gridato vaffanculo?"

"Vedi molte altre persone in giro?"

L'incipit del dialogo è da film di Sergio Leone, ma soprattutto il silenzio che seguì. Io sono alto un metro e ottantatre, allora ero robusto, sportivo, a braccio di ferro il secondo più forte del bar paninoteca Number One; venivo dopo uno che giocava nella nazionale juniores di rugby, un Marcantonio che metteva paura solo a vederlo. Pensieri che mi ronzavano in testa, se fosse un fumetto starebbero nella nuvoletta. Stavo cercando di caricarmi.

E però, accidenti, anche lui non sembrava messo male… Sotto la t-shirt a bande orizzontali bianche e blu, da marinaio, ma con l'aquilotto di Armani ben in vista, si intuivano spalle forti e braccia che già immaginavo intente alla lotta. Un bookmaker inglese ci avrebbe dato cinquanta e cinquanta. Una stima a cui doveva essere arrivato anche il mio avversario, che dopo avermi fissato a lungo – io ovviamente non avevo abbassato lo sguardo – mi dice: "Che facciamo?"

Mi guardai in giro. A destra c'era un fosso a cui seguiva un canneto. A sinistra un prato arso, con un olivo solitario al centro. Sopra, stelle a profusione e una luna quasi piena, a rischiarare il tutto. Con in sottofondo la risacca del mare e, più lontano e attutito, il tum tum delle basi elettroniche, mescolate al vociare che proveniva dal Tamarea.

Non male come ambientazione per una pubblicità del cornetto Algida. Mancavano solo le ragazzine con gli zainetti Naj Oleari, di fronte a cui far bella figura, tenere la parte, mostrarsi il maschio alfa. Ma senza nessuno a guardare mentre ci prendevamo a pugni, anche se avessi vinto cosa potevo guadagnarci? E poi è quasi sicuro che avrei rovinato il mio giubbino Stone Island, mi era costato una settimana di lavoro, dieci ore al giorno di pedalò da trascinare sulla risacca per fünftausend lire, fünftausend eine stunde. Il mio tedesco si fermava lì, l'equivalente di mamma pizza vaffanculo.

"Non so..." dico allora con un tono più conciliante. E lui: "Vabbè, dai, salta su! Ti porto al Tamarea."

Ciò che seguì è pura archeologia dagli anni Ottanta: raffiche di Gin Fizz, luci stroboscopiche, capelli con la sfumatura alta e la Gommina e, finalmente, a tutto volume, le note di Enola Gay e Fade to Grey e Bette Davis Eyes; con Ebony and Ivory di Paul McCartney e Stevie Wonder partiva lo strusciarsi dei corpi abbronzati nei lenti, ma a metà canzone la musica accelerava, lasciando le coppie disorientate... E adesso?

Nella cornice di quella Polaroid dai colori già un poco stinti, a restituire, per paradosso, una sensazione ancora più realistica, da lapide funeraria, io e il mio nuovo amico (amico, friend, prietene, amigo, quale meravigliosa parola, comunque tu la traduca!), io e il mio ex nemico che ridiamo e diciamo sciocchezze a ragazze sfiorate a bordo pista; a volte ricambiavano, più spesso no. Curiosamente, chi accoglieva l'abboccamento non capiva la nostra lingua, solo il movimento delle labbra. Somigliava al bacio di un pesce rosso nell'acquario dei ricordi.

Se dovessi spiegare a una di quelle ragazze ormai divenute donne, qualcuna già anche nonna, il termine italiano giovinezza, gli racconterei allora questa storia. Mi toccherebbe usare una delle infinite lingue del mondo, o probabilmente nell’unica che io davvero conosca. Quella dove non esiste la parola solo.