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lunedì 19 agosto 2024

Di chi sono figli i figli? O sul caso di Ari Boulogne

Di tutta la bagarre degli ultimi giorni sulla morte del grande attore, il più bello di sempre – più bello anche di Alcibiade, di Adone? – viene stabilito all'unanimità, a me interessa solo una cosa: di chi sono figli i figli, quando “mater semper certa est, pater numquam”?

I latini avevano saputo trarre conseguenze pratiche dal loro motto, distinguendo tra paternità biologica e paternità astratta, simbolica – figlio è chi mi succede dentro i codici umani e certi della civitas, prima che nell’incerta confusività di natura. Per questo Cesare può pronunciare (ammesso che l’abbia davvero pronunciata) la celebre frase “anche tu, Bruto, figlio mio!”, quando il congiurato era nato dall'unione di Servilia e Marco Giulio Bruto.

Per istituire tale vincolo civile esisteva un rituale: afferrare con mani salde il fanciullo sui fianchi e innalzarlo verso il cielo, dove i numi tutelari della città avrebbero sigillato il rapporto. Il problema non è dunque stabilire di chi fosse figlio biologico Ari Boulogne: i genitori erano Christa Päffgen in arte Nico, la cantante tedesca dalla voce roca dei Velvet Underground, e Alain Fabien Maurice Marcel Delon, per gli amici detto solamente Alain, Alain Delon. Punto.

Potete diversamente immaginare la madre dell’attore che, trovandosi per caso accanto il giovane negli Stati Uniti, dice al nuovo compagno: "Ma guarda quanto è carino, somiglia tanto al mio Alain da piccolo, me lo prendi?" "E va be', se proprio ci tieni..." E così dopo essere passati dalla cassa, come all’Ikea, se lo portano nella banlieue parigina dove lo crescono, cosa che in effetti è avvenuta. No, la questione è un’altra, e riguarda le ragioni per cui Alain Delon non abbia mai voluto alzare al cielo il proprio figlio naturale.

Provo a rispondere nel modo più brusco: io penso fossero fatti suoi. Sembra cinico a dirsi, ma nessun sentimento può essere imposto per legge, a maggior ragione l'amore, un verbo che non regge il modo imperativo. E così quel particolare amore che è l'amore paterno: può soltanto essere vissuto. Ci sono semmai i doveri economici, gli assegni familiari, scopare è un gesto che talvolta produce degli effetti, di cui si è giustamente responsabili. Ma questa è un’altra storia.

Certo, può non piacere che gli umani mettano al mondo figli come gatti, riprendendo in seguito la propria vita randagia. In fondo cosa chiedeva Ari, l’ha supplicato per tutta una vita di sventure, conclusa nel 2023 per overdose di eroina? Solo vedere sventolare il cognome di quell’uomo con gli occhi di ghiaccio, i suoi stessi occhi, quando la fragilità nervosa l’aveva invece presa dalla madre, sventolare accanto al proprio nome di battesimo: Ari Delon, suona anche bene.

Lacan suggeriva che ciò che amiamo nell'altro è l'unicità comunicata dal nome. Dovette accontentarsi del cognome del compagno della nonna, l'unico maschio ad alzare il suo corpo in direzione degli dei. E magari, dal padre vagheggiato (lo vedeva giganteggiare sui manifesti cinematografici), ricevere anche qualche buffetto ogni tanto, a Natale il pranzo in famiglia con la cerimonia dei regali da scartare. Come non sentire questi sentimenti come nostri?

Più difficile intercettare, e riconoscersi, nei sentimenti di chi non ha voluto concedere gli elementi minimi di una relazione genealogica tra prima e poi, provando empatia per un rifiuto; il rifiuto di un rifiutato, a suo tempo, dal proprio padre, se vogliamo essere precisi. Eppure non è ciò che ci è richiesto, ma solo il rispetto per una scelta che avvertiamo come distante, addirittura disumana. Ma non possiamo imporre il nostro sentire a chi ne ha uno tanto diverso. Anche se si chiama Alain Delon.

mercoledì 7 agosto 2024

La condizione umana

Non ho ricordi di me sul seggiolone. Ho però ricordi di mio cugino, di quattro anni più giovane di me, sul seggiolone a casa dei miei nonni, loro che in tutti modi cercano di fargli inghiottire l’omogenizzato. Il vecchio trucco del cucchiaio convertito in aeroplano, bruuumm sta arrivando un aeroplano… e il bambino spalanca la boccuccia per lo stupore, ecco il momento giusto, zac, con mio cugino Antonio aveva smesso di funzionare. Tutto sembrava fargli schifo.

Nella mia memoria quel bambino recalcitrante ha così finito col sovrapporsi all’assenza di ricordi personali. Sono io che serro le mascelle, io che rifiuto le pappette Plasmon. Immagino che uno psicoanalista chiamerebbe questo meccanismo proiezione, aggiungendo che senza di essa le sale cinematografiche sarebbero vuote – in effetti vuote lo sono diventate per davvero, ma gli areoplani-cucchiaio si sono trasferiti su Netflix.

Saperlo non esclude l’inquietudine: come è già successo una volta, non potrebbe ripetersi ancora? O peggio, essere l’intera mia esistenza un simulacro, dove l’originale – l’Origine – si perde in un infinito gioco di specchi, alla maniera di certe minacciose storielle zen...

Io non voglio essere il mio schifiltoso cugino: simpaticissimo, intendiamoci, ma schifiltoso. Più tardi iniziò a fare alzare mia nonna alle tre di notte per farsi preparare un piatto di risotto con lo zafferano, e lei pronta come un soldatino. D’altronde era l’unico cibo, assieme alla maionese, a cui si degnava di alzare la dogana delle labbra. Anche il purè, dimenticavo.

Mia madre si faceva invece vanto del fatto che ero un bambino totalmente onnivoro. Ma pure i cavolfiori? chiedevano sospettose le altre mamme ai giardinetti. I cavolfiori, le rape rosse, perfino rapanelli! E alla parola rapanelli quelle alzavano bandiera bianca.

Il precoce divoratore di rapanelli, cavolfiori, rape rosse, solo per me non è mai esistito. Posso decidere di credere a quei racconti, ma non è la stessa cosa. Sono stato sostituito da un'idiosincratica miniatura dei cuochi a Master Chef, che sputano sul piatto le pietanze preparate dai concorrenti. Ma essere il rigurgito di qualcun altro, non sarà forse la condizione umana?

sabato 20 luglio 2024

Son tutte belle le mamme del mondo, specialmente su Facebook

Son tutte belle le mamme del mondo, lo cantavano Giorgio Consolini e Gino Latilla al Festival di Sanremo del 1954, da loro vinto con Tutte le mamme. Che non sono solamente belle, ma, continua la canzone,grandi tesori di luce e bontà \ che custodiscono un bene profondo \ il più sincero dell'umanità.

Forse dovremmo iniziare a considerare la canzone popolare, insieme a quel generatore di figure gigantesche e luminose che irradia a partire dalle colline di Hollywood, l’equivalente su scala collettiva dei sogni e dei lapsus freudiani, a fare da specchio segreto in forma più attendibile che non nell’arte colta, troppo sorvegliata per poter mostrare la nudità del re.

Ma allora tocca prendere in considerazione anche una canzone del 1928, Balocchi e profumi, fu scritta da Giovanni Ermete Gaeta e da principio interpretata dal tenore Fernando Orlandis, a cui sono seguite decine di versioni – più celebre quella di Luciano Tajoli, ma strepitosa la maniera con cui Peppe Barra la trasformò in un pezzo di teatro d'avanguardia. Qui pure si parla di una mamma, ma non propriamente un tesoro di luce e di bontà, e poco importa che nel finale avvenga il cattolico pentimento, per renderla compatibile all'Italietta con rosario e moschetto. A rimanere in testa è il refrain: “mamma, mormora la bambina \ mentre pieni di pianto ha gli occhi \ per la tua piccolina \ non compri mai i balocchi \ mamma, tu compri soltanto i profumi per te."

Un’immagine di madre opposta e complementare a quella che emerge dalla canzone di Consolini e Latilla: vanitosa, egoista, o come suggeriva Lacan una madre coccodrillo che ingoia i propri figli, e per occultarne gli appetiti sparge profumo sopra al gesto di cannibalismo. Per la psicoanalisi la madre è questa e quella, non diversamente dal padre, a un tempo Crono e Odisseo, in un arco teso che coniuga gli opposti psichici, per quanto i singoli individui possano protendere da uno dei due lati.

Ma allora non è vero che i social network, almeno quelli di vecchia generazione come Facebook, sono un luogo in cui poter finalmente vuotare il proprio sacco, non possedendo un padrone (come nella stampa tradizionale) che stabilisce la linea editoriale ed è pronto alla censura. Sono piuttosto l’equivalente di un’altra funzione psichica che Jung chiamava persona, ossia maschera, dal nome che prendevano le maschere indossate dagli attori nel teatro greco. Io almeno non ho mai letto il post di una madre che scriva qualcosa del genere: “Ieri avrei dovuto acquistare i libri scolastici per mia figlia. Ma poi sai cosa ho pensato: ha già troppi libri, sta tutto il tempo a leggere. Massì, al diavolo, con gli stessi soldi mi sono presa l’ultimo profumo di Chanel  una vera favola!”

Anche Chiara Ferragni e Fedez, che pur nella separazione continuano a essere uniti dalla menzogna spettacolare, quando ci sono di mezzo i figli sono pieni di amorosa sollecitudine. La progressiva perdita di interesse dei giovani per i social orientati alla parola credo dipenda in buona parte da questo: attraverso la scrittura è più facile travestire le emozioni primarie (sedurre, essere sedotti, ossia transitare tra le opposte polarità di un desiderio che non ammette interferenze, quali i figli rischiano di essere), in una messa in scena del privato che è più scena che privato; e questo non è necessariamente negativo, mantenere delle zone psichiche in ombra evita la dispersione del nucleo centrale con cui ci identifichiamo. Un paravento chiamato discrezione, un tempo era la virtù borghese per eccellenza.

Ma borghesia e gioventù non sono mai andati troppo d’accordo, ed è tratto comune alla gioventù l’essere devoti a ciò che viene percepito come vero – la propria verità, ovviamente. Loro la cercano, e a volte la trovano, più nelle immagini che nei testi; nei selfie ad esempio, secondo l’antico adagio che il corpo non mente. Ma anche nelle parole delle canzoni indirizzate al mercato giovanile ci sono verità a cui noi abbiamo smesso di prestare ascolto, considerandole oscene. Nel tormentone musicale dell’estate, Tony Effe ci comunica che “vengo da Roma centro, è pazza del mio accento \ vuole un figlio con me solo per farlo ricco e bello \ sto contando milioni, mi dispiace, non ho tempo.”

Viene un dubbio… non sarà l’equivalente attualizzato e coniugato al maschile di Balocchi e profumi?

Se anche Tony Effe avesse un figlio – certamente fatto ricco e bello come la matrice originaria, nel rap ogni pensiero deve trovare piena espressione, non sono ammessi impliciti e giri di parole, al bando la discrezione – ci dice che non avrebbe tempo per lui, per lei, per nessuno. Come la mamma del 1928, impegnata ad acquistare profumi e non balocchi per la propria bambina, il padre virtuale che si impone sull'estate 2024 è impegnato a contare milioni. Non mi pare sia cambiato molto.

Poi possiamo anche dire che tutto ciò ci fa schifo, ma se non altro è uno schifo vero, uno schifo autentico, basi ritmate nuove per vecchi sentimenti. O per essere più precisi: il riflesso di quel composto di luci e ombre che da sempre va a comporre l’umanità; più ombre che luci in effetti, almeno nei tempi ombrosi in cui per nominare una borsa da donna si usa la metonimia del brand  "seh, metti tutto nella Prada" continua Tony Effe, "ti porto con me in una villa a Copacabana." Ed è qui che incontriamo lo scarto epocale con la cassettina in periferia, da combinare con una mogliettina giovane e carina, agognate da Gilberto Mazzi in un'altra canzone del ventennio.

Al primo dubbio ne segue a questo punto un altro, e cominicio a sospettare che quella che incontro verbosa sui social (e di cui faccio parte) non è l’umanità, ma una sua versione riveduta e corretta a fin di bene, ben figurare nella fattispecie, come i baci tagliati nei cinema parrocchiali durante gli anni Cinquanta. Un rimosso che emerge e travolge il protagonista nella sequenza finale di Nuovo Cinema Paradiso. La nuova domanda così diventa: quanti baci rubati dal parroco ci stiamo perdendo perdendo tempo sui social? Speriamo che anche a noi, prima o poi, qualcuno li restituisca…

mercoledì 8 maggio 2024

Quadrifogli, o su coglioni, cretine e altri (social) inferni


Se i social hanno il successo che hanno, qualche merito ce l'avranno. Personalmente, mi hanno aiutato a vedere le persone come in controluce, intuendone una struttura interna simile alla nervatura delle foglie; tende a ripetersi secondo precise ricorrenze, macrocategorie che non hanno valore assoluto ma statistico. Ciò è particolarmente evidente riguardo ai generi.

Per carità, non voglio avventurarmi nello sdrucciolevole tema delle pari opportunità, ma, attraverso il filtro ottico di comunità rigorosamente virtuali, uomini e donne confermano la loro differenza: nel peggio come nel meglio. È 
forse solo nella medietà che tendono a conformarsi, come a quei concerti in cui il pubblico intona il refrain della canzone dell'estate accendendo la torcia dello smartphone (una volta si utilizzava l'accendino).

E così, scorrendo la bacheca di Facebook, quando leggo ciò che mi appare la colossale sciocchezza scritta da un maschio, mi scappa il più delle volte la parola coglione. Mentre quando la sciocchezza proviene da una donna l'aggettivo, sostantivizzato, diventa cretina, o per esteso e continuando a parlare con il monitor: “Eccola lì... la cretina!”

Ovviamente tengo tutto dentro, non commento, non sollevo polemiche. Fino a poco tempo fa pensavo fossero sinonimi, e il mio inconscio linguistico scovasse quei termini per pura consuetudine. Invece no. Coglione è il maschio che aderisce a una parte autentica ma limitatissima di sé – quella genitale, appunto, o se vogliamo essere dotti pulsionale – e confidando nella bussola dei suoi pencolanti attributi si orienta in qualsiasi materia. Un esempio? Il generale Vannacci.

La cretina non è allora solamente diversa dal coglione, ma sconta una disposizione opposta: in lei tutto è artefatto, si auto percepisce sulla base di categorie orecchiate – "copia di mille riassunti" le chiama Samuele Bersani in una bella canzone – che vorrebbe imporre con la stessa acefala assertività a suo tempo subita. Se ne ricava la presenza di molti cretini anche tra gli uomini, e coglione tra le donne. O per essere più precisi: i cretini, maschi, sono generalmente di sinistra (il che non significa che la Sinistra sia composta da cretini) e le femmine coglione di destra (stesso discorso).

L'idea non è farina del mio sacco, lo suggeriva già Lacan per il quale il vizio capitale della Destra è rappresentato dall'egoismo; e cosa c'è di più egoistico del desiderio di infilare il proprio cazzo in ogni anfratto femminile, quindi bersi una Peroni ghiacciata, con rutto libero, di fronte al televisore sintonizzato su una partita di calcio. Siamo insomma al livello basico dell’esistere: mangia, accoppiati e combatti per interposta persona. Mentre il vizio della Sinistra, continua Lacan, è la "bêtise", da intendersi come una particolare forma appresa di stupidità.

Ma se grattiamo la scorza ai talk show politici, facciamo scorrere l'acquaragia sopra alle espressioni svagate in cui le difese linguistiche si abbassano – ed è in ciò l'utile di quel luogo di arruffate verità che sono i social – troviamo conferma all'assunto iniziale: il peggio del peggio maschile è composto da coglioni, e quello femminile da cretine. E il meglio? Se esiste il peggio dovrà infatti esserci anche il suo opposto.

Un'idea me la sono fatta… di grande aiuto sono le parole conclusive delle Città invisibili di Italo Calvino:

"L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."

Se l’aspetto degradato dell’umano somiglia alle famiglie felici con cui inizia un altro romanzo, tutte uguali tra di loro secondo Tolstoj, la virtù è variabile al modo dell'infelicità: nella sua paziente ricerca di un chiosco di granite nell'inferno dei viventi, ha una sua propria e unica tonalità. A me emoziona e perfino commuovere una certa disposizione del femminile; ma anche tra le persone del mio sesso il meglio continua a offrirsi, seppure in forme diverse. E però sono forme mie, per un altro, un'altra, magari è diverso. L'elemento comune consiste nel non accontentarsi del menù del giorno.

In tutto ciò, l'infernale affaccendarsi delle cretine, non meno dei coglioni, macina il suo quotidiano raccolto di irrilevanza, i post si succedono in precisa cadenza, al bar chi ordina caffè corretto Sambuca continua a farlo, e probabilmente non ci sarebbe neppure gusto se il meglio abbondasse come il riso sulla bocca degli stolti; un proverbio che in fondo dice la stessa cosa, aggiungendo la virtù della sintesi.

Sta dunque a ciascuno il difficile compito di riconoscere, quindi dare spazio e far durare quanto di prezioso continua a manifestarsi; magari in piccolo, come i quadrifogli che si nascondono nel tappeto dei loro simili con tre foglie. Se solo non avessimo questa brutta abitudine di strapparli ogni volta che ne troviamo uno, chissà, forse il mondo sarebbe pieno di quadrifogli. E di bellissime persone.

mercoledì 14 febbraio 2024

Evoluzione e involuzione, il caso inglese

 

Prima per via della musica, poi, estendendo quell'evidente primato a tutto il resto, ho finito col convincermi che gli inglesi siano il popolo più evoluto al mondo. Ma appena giunto alla conclusione mi sono accorto che sono anche il più involuto: chiusi su sé stessi, attaccabrighe, concentrati sui risultati del proprio club calcistico ma disinteressati a tutto il resto, almeno quando il perimetro dell’attenzione è limitato dalle pareti perlinate di un pub, sempre quello, mai un altro; non c’è nemmeno bisogno di chiedere: quando il bicchiere di birra è vuoto ci pensa il barista e riempirlo di nuovo.

Considerazioni che si escludono a vicenda, ma non per questo meno vere. In tutto ciò l'intelligenza c'entra solo limitatamente; come hanno mostrato Fruttero e Lucentini nel loro saggio La prevalenza del cretino – dell'intelligenza, in quelle pagine acute, viene mostrato il risvolto, l'ombra – si può essere intelligenti o cretini sia facendo il professore universitario sia l'elettrauto, entrambe le qualità sono in buona parte casuali.

Con evoluto intendo dunque la capacità di sporgersi sul mondo, essere curiosi, ironici, attenti alle sfumature, fare collegamenti e poi approfondirli; e ciò riguardo tutte le cose e non solamente quelle che godono di maggiore considerazione intellettuale, senza temere di pronunciare i perché dei bambini. Insomma, se non proprio di intelligenza stiamo parlando della sua premessa, il terreno in cui il seme può germogliare e l'albero crescere sano e forte.

Per avere un esempio di persona inglese evoluta basta andare su YouTube e cercare le interviste a Colin Firth in italiano; parla un ottimo italiano tra parentesi, ma soprattutto parla di qualsiasi argomento con sguardo acceso e competenza. Perché allora la biforcazione, perché in alcuni casi la pianta cresce, si evolve, porta a compimento la fioritura e in altre involve senza dare frutto, come il fico che nel Vangelo Gesù incenerisce?

Qui è già più difficile rispondere, ma un'ipotesi potrebbe essere che lo sviluppo umano è sempre ostacolato, e replicando l'astuzia dell’edera ci si deve inventare le vie più impervie. L’ostacolo maggiore è costituito da ciò che gli altri pensano di noi, o ancora più precisamente dall'io ipotetico, ciò che per loro dovremmo essere. Possiamo anche chiamarlo codice sociale o, come faceva Lacan, Grande Altro; nel caso inglese è particolarmente ristretto e normativo: il tè alle cinque di pomeriggio, not a minute more, not a minute less, i movimenti esatti e sempre uguali del cambio della guardia reale, la rigida prossemica dei corpi. Good morning madame! Good moring sir!

Chi riesce a liberarsene è salvo, di più: può evolvere verso possibilità sempre più complesse e libere, concepire album come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band o inventarsi la macchina di Turing, sono infiniti i campi dove scoprire cose nuove e condividerle. Ma la scoperta più grande coincide con il precetto greco del conosci te stesso, l’unicità del proprio pagaiare nel fiume della vita – se è vero che tutto conduce al mare, vecchi scarponi e grandi imperi, il viaggio permette a ciascuno uno stile con brevetto d'esclusiva. Chi invece si intruppa su crociere all inclusive, non importa se sulla prua ci sta scritto Titanic o Mediaset, smette di evolvere, si creano delle falle da principio impercettibili, sprofondando infine nella routine.

Esiste anche in questo caso una premessa evangelica, se letta in chiave metaforica dice qualcosa di molto simile alla psicologia moderna: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo." (Luca, 14 26.)

Per attualizzarne il messaggio basta sostituire alla famiglia di sangue quella famiglia allargata che appare quando accendiamo il televisore. Solo odiando Mara Venier o Fabio Fazio o Enrico Mentana, solo odiandoli cordialmente, beninteso, e con loro anche la famiglia social, ogni famiglia è uguale nell'imboccare il pensiero senza darlo a intendere (guarda l'aeroplano, wrooom... e mentre il bambino spalanca la bocca per la sorpresa dentro un bel cucchiaio di omogenizzato), solo così l'individuo può evolvere.

In Inghilterra si vede che odiano i loro megafoni pubblici con maggiore anarchica caparbietà, e a questo modo dischiudono le porte del regno; non so se sia propriamente il Regno dei cieli ma certo lo è della fantasia, dell'impulso creativo. Sono però molti, anche lì, a seguire il verbo famigliare, la voce del noi, e in quel caso lo fanno con un ossequio davvero ottuso. Tanto imbattibili nello sciogliere nodi quanto nell'annodarsi una scarpa con l'altra.

domenica 10 dicembre 2023

Psiche e merda


Da qualche anno ho sviluppato la convinzione che l'attività professionale più sgangherata e tronfia sia il counseling psicologico. Ma in generale e pur riconoscendo alla psicologia clinica una maggiore dignità, per qualche ragione mi suscita anch'essa diffidenza, estendendosi alle psicologhe che ne rappresentano per numero e passione il verbo, con buona pace di Paolo Crepet e dei suoi cache-col di seta a stampa floreale.

Mi vergogno un po' non solo a dirlo ma anche a pensarlo – c'è certamente del sessismo in questa affermazione –, ma più faccio autodafé e più si fortifica il mio pregiudizio. E poi non è vero che contiene un'ipoteca negativa verso le donne, per altre categorie funziona esattamente all'opposto: di norma ho più fiducia in un medico di sesso diverso dal mio, oppure in un'avvocatessa, tremando al solo pensiero di trovarmela contro in una controversia giudiziaria. Per non parlare della poesia, in cui prediligo le voci femminili.

Naturalmente sono valutazioni relative, frutto di una statistica del tutto soggettiva e balzana; diciamo otto casi su dieci, facciamo otto e mezzo, come il film. Ma tornando alle psicologhe, quelle otto e mezzo che mi stanno sul gozzo sembra riescano a coniugare tre fondamentali caratteristiche del nostro tempo, due delle quali parrebbero escludersi a vicenda: superficialità, dietrologia (dietro ogni semplice gesto si cela un complotto psichico, e se le contraddici non fai che confermare la congiura), il tutto espresso per mezzo di un lessico saccente e parascientifico, con le memorie dolorose che si convertono in vissuti emotivi disfunzionali, tenere botta in resilienza acting out 
in luogo di mandare qualcuno a fare in culo.

Attraverso tali strategie viene aggirata la scabrosità delle vite concrete, le quali trovano ordinata collocazione in un abbecedario semplificato. Il tema mi sembra così diventare antropologico: non sono le psicologhe a fare male il loro lavoro, ma la domanda di senso che proviene dalla società – e parlo naturalmente di quella sua porzione egemone che per comodità chiamiamo Occidente – a reclamare delle scorciatoie, amplificando o viceversa trascurando importanti aspetti del vivere assieme.

Se ad esempio la tua fidanzata ti lascia, pensiamo a Filippo Turretta, quello sì che è un problema, e che problema! Bisogna andare subito da una psicologa. Mentre se un tornitore con tre figli viene messo in cassa integrazione: non pervenuto, la psicologia non ha tempo di occuparsi di questi inciampi, dovevi laurearti anche tu, fare l'Erasmus in Germania, il master negli Stati Uniti e quindi aprire uno studio di counseling, invece di giocare col tornio. Anche perché il cassaintegrato con quali soldi potrebbe pagare la seduta, dalla parcella di norma cospicua?

No no, meglio perderli che trovarli pazienti così, diciamo pure poveri. Concentriamoci piuttosto sui moderni giovani Werther con le loro pene d'amore, le questioni gender e queer, l'ingozzo o il digiuno a un banchetto dove non fanno mai difetto le portate, padri che invece di picchiare il pugno sul tavolo corteggiamo le compagne di scuola dei figli. Questi sono i nostri problemi, questo è l'Occidente percepito, come la temperatura percepita in estate, per definizione diversa da quella reale.

Hanno dunque ragione le psicologhe nell'essere come sono, massì, diciamolo senza eufemistici slalom: un po' cretine. Ma in realtà non lo sono, lo fanno, come si dice a fin di bene. Sono infatti il nostro specchio di Grimilde, a sussurrarci che siamo sempre i più belli del reame, nonostante ci sembra di possedere un pene minuscolo a fronte di un’enorme canappia, almeno se confrontata al grazioso nasino di Di Caprio.

Non dica sciocchezze, il suo naso è perfettamente nella norma. E per quell'altro coso, in effetti è un po' piccino, ma le misure non sono importanti, non per noi donne almeno. Guardi le statue greche, non YouPorn. E adesso suvvia smetta di piangere! (Rumore di fazzolettini Kleenex, naso soffiato, lunga pausa). Tutto ok, meglio adesso...? Sì sì, grazie. Bene. Fanno ottanta euro. Ci vediamo giovedì prossimo, magari venga dieci minuti prima che poi devo andare dal parrucchiere.

Detto in altre parole, quelle della teoria psicoanalitica del transfert con cui imbrattiamo l'immagine dell'altro, fino a confonderlo con i ritratti ingialliti dei nostri antenati, ma le parole anche di una vecchia canzone di Giorgio Gaber, se quando incroci una psicologa avverti un sottile ma insistente tanfo di merda, non basta il profumo Hermes a coprirlo, facile che sia tu, non lei, a esserti cagato addosso.

domenica 15 ottobre 2023

Occhio per occhio dente per dente

Massimo Diana, psicoanalista junghiano dagli ampi e approfonditi studi anche in campo religioso, sostiene che la legge del taglione è in realtà molto meno cruenta di come appare, e addirittura possiede un'importante funzione civile condensata nel motto occhio per occhio dente per dente.

C'è un'attualità inquietante in questa temibile formula, la sua prima apparizione la ritroviamo nel Codice di Hammurabi e quindi nella Bibbia ebraica, capitolo XXI di Esodo. Ma perché, nella sua proporzionalità bestiale, andrebbe rivalutata, utilizzandola come meditazione laica in questa domenica di guerra, anzi di guerre? (Non scordiamoci di quella in Ucraina, e dei molti focolai africani).

Secondo Massimo Diana, la radice psichica della specie a cui, con poco orgoglio, apparteniamo non è cambiata molto nei secoli; il cervello limbico sintetizza emozioni simili a quelle provate dagli eroi omerici che si contendevano una donna davanti alle alte mura di Troia, dietro alle lucenti corazze il cuore indurito nello sforzo di prevalere, sopraffare il nemico. Perciò, per ogni dente caduto in battaglia, non ci si accontentava del molare di chi aveva procurato il danno: come minimo tutti i suoi denti, trentadue, e due occhi se ne avevi perso uno dovendolo ricoprire al modo di Olivier Levasseu, pirata che lanciò la moda della fettuccina nera tra i bambini a Carnevale, e di Moshe Dayan, il generale al comando delle forze israeliane durante la guerra dei sei giorni e poi in quella del Kippur.

Alla matematica incrementale dell'odio la legge del taglione prova a mettere un limite: va bene, prenditi pure ciò che ti spetta, oltre ai grappoli succosi della vigna e i bei caprioli nei boschi, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe deve avere creato anche il sentimento tormentoso della vendetta, a cui è lecito (non obbligatorio) corrispondere. Ma che il dente sia uno, se un dente è stato cavato; fatto salvo i poveri dentisti che già allora erano esonerati dal computo. E in fondo anche Cristo invita a porgere l'altra guancia, non l'altro occhio.

Ma il guerriero acheo che ancora fa tana dentro di noi non si accontenta, la sua rabbia, la sua passione liberata da ogni altra legge reclama centinaia di occhi, migliaia di denti. Una storia che tristemente si ripete: per ogni tedesco morto dieci italiani, a qualcuno stanno fischiando le orecchie? Storia ma anche cronaca, basta sintonizzarsi su un telegiornale a caso e ascoltare le reazioni agli attentati contro il popolo del Libro: vittima certamente, nessuno sconto ai responsabili di un'azione tanto vile e sciagurataà la guerre comme à la guerre. Perciò ha diritto alla sua vendetta proporzionale, che, eufemisticamente, ci ostiniamo a chiamare giustizia.

I denti con cui i terroristi di Hamas azzannano un panino raffermo dopo la mattanza, gli occhi spalancati come finestre sui gerani rossi del sangue dei propri crimini, contemplati con il compiacimento della vecchina che li annaffia ogni giorno, a renderli doppiamente colpevoli, quegli occhi e quei denti appartengono a Israele, sarebbe ipocrita prima ancora che ingenuo negarlo. Ma non uno di più, occhio per occhio dente per dente. Mentre nella striscia di Gaza siamo già a oltre duemila morti, perlopiù civili: donne, vecchi, bambini. Che, in occhi, fanno quattromila, sessantaquattromila denti. Per buona parte innocenti.

Come possedevano occhi e denti innocenti i bambini israeliani decapitati nei kibbutz, o i ragazzi falciati durante le danze al rave party nel deserto. Solo che quella che, altrettanto eufemisticamente, viene chiamata ritorsione, ha già raddoppiato il numero del suo tragico compenso in vite umane, e verosimilmente non si arresterà fino a quando il moltiplicatore di potenza non raggiungerà quei rapporti altamente squilibrati paventati dalla Bibbia, a cui la legge del taglione prova a dire basta, stop, fermi tutti – finiamola qui!

Se ne ricava che, oltre a essere criminale, la scomposta azione militare di Israele è anche blasfema.

venerdì 21 luglio 2023

Il piccolo psicanalista, gioco politico per l’estate

Giochiamo al piccolo psicanalista. Intanto, ci vuole un sintomo, un lapsus; in mancanza di meglio va bene anche una parola a caso. Presidente, mettiamo.

La coniugazione femminile è come noto presidentessa, oppure la presidente. Giorgia Meloni ha invece richiesto di essere chiamata il Presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Il piccolo psicanalista dovrebbe a questo punto ricercare nella biografia di Giorgia Meloni un episodio che ne tradisca l’omosessualità latente, oppure aspettative di un figlio maschio da parte dei genitori, che verrebbero così tardivamente compensate.

Ma esiste anche un altro costrutto psichico che i manuali di psicologia chiamano formazione reattiva. Detta in soldoni, prendi una cosa che non ti piace e la ribalti di segno, anche se sei poco convinto (o magari nemmeno ti poni il problema) della bontà del suo opposto, ti interessa solo fare un dispetto. Se volete tirarvela un po’ potete chiamarla alla maniera di Nietzsche: “malattia delle catene”.

Ma un dispetto a chi, di quali catene stiamo parlando?

Ad esempio di quelle, sintattiche, con cui Nichi Vendola incatena le sue infinite subordinate, nel timore che nel parlare semplice e chiaro qualcosa venga inteso. Lo sto ascoltando, ospite a una trasmissione televisiva su La7, sciorinare tutti i luoghi comuni della sinistra dei diritti: la famiglia queer, il transgender, essere uguali ma diversi, resilienti e accoglienti…

Per carità, non che manchino delle ragioni nelle sue parole. Ma mi immagino una che è cresciuta nei circoli missini della Garbatella. Cosa fai, ti fai chiamare Presidentessa oppure – e questa sarebbe la diagnosi del piccolo psicanalista che è in me – gli fai un dispetto?

Ma perché questa storia dei diritti, a sinistra, non viene chiusa nel più semplice e sintetico dei modi: ognuno faccia il cazzo che gli pare. O se vogliano alzare il livello linguistico, si porti in processione, come il parroco di Sant Ilario, l’amor sacro e l’amor profano. Ma dopo un’ora di Nichi Vendola che inanella parole vuote e roboanti, anche a me viene voglia di farmi chiamare Vostra Maestà.

sabato 13 maggio 2023

Psicanalisi e prostituzione, o sull'amore fuori legge


La psicoanalisi è un rapporto tra due persone, prima che una terapia di dubbia efficacia. La particolare forma psichica che prende quel rapporto, come noto, nel caso del paziente viene chiamata transfert, e controtransfert la risposta emotiva del terapeuta. Ne parlava Nicole Janigro, analista junghiana a indirizzo mitobiografico, in una interessante conferenza che ho seguito nella mattina di domenica.

Ho scritto seguito e non partecipato perché la modalità di fruizione era a distanza, stavo seduto davanti al computer e non di rado mi alzavo per andare a prendere qualcosa in cucina. Così, confesso, un po' ascoltavo, un po' mangiucchiavo more di gelso e biscotti al grano saraceno, controllando di tanto in tanto le mail e infine mettendo le goccine anti zecca al mio cane, un Hovawart di sei anni di nome Mela.

Non posso dunque dire di avere colto tutto – oltre un secolo di riflessione clinica compresso nel tempo di una partita di pallone – ma mi ha colpito l'ipotesi di Janigro, che vede in quei due termini (transfert e controtransfert) dei sinonimi solo un po' particolari dell'amore, a cui stanno come in insiemistica l'insieme minore sta al maggiore; non a caso, l'incontro iniziava con alcune immagini riprese dal vasto repertorio artistico del mito di Amore e Psiche.

In altre parole, analista e analizzato, se l'analisi funziona, amorevolmente risuonano, con tutti i rischi e tranelli che la condizione comporta, e da cui il mito ci mette in guardia. Meglio che non guardi troppo bene chi ci sta dall'altra parte, sembra suggerirci Apuleio, se vuoi evitarti un bel po' grane. Ma anche l'happy end finale, che in analisi corrisponde alla risoluzione del sintomo.

Il primo rischio, ho pensato dopo avere terminato di spremere la pipetta di Advantix tra il folto pelo di Mela, è quello di essere scoperti. Eh già, perché l'amore in questione è un amore illegittimo, di più, fuori legge, che ci impone di soffocare ogni impulso all'azione. Un amore inagito, per dirla alla maniera degli psicoanalisti a cui piace parlare difficile.

Ma io questa cosa qui la conosco già... Si trascorre un'ora scarsa con una persona (non è un parente, un amico, un compagno di lavoro; è un estraneo o più spesso un'estranea), e in quella frazione di vita si possono dire e fare un mucchio di cose, tranne baciarsi sulla bocca. Quando termina la sabbia nella clessidra uno dei due tira fuori qualche banconota stropicciata, e avanti un altro – a nessuno stanno ronzando le orecchie?

Massì, è la prostituzione!

D'altronde nei rapporti con una prostituta non bisogna sorprendersi se si manifestano dei sentimenti; più spesso vengono provati dal cliente, ma non di rado anche in chi offre il proprio corpo a cottimo. Lo stesso vale per il piacere fisico: mica vero che venga per forza simulato, sebbene rientri in quel galateo omertoso che rende i maschi perennemente incerti: Allora, bene... sei stata bene cara?

Ma la relazione tra i due possiede un limite, non è possibile valicarlo, diventare una coppia alla luce del sole. Credo sia la ragione per cui la prostituzione è una pratica di successo che non risente delle mode stagionali, guadagnando il titolo di mestiere più antico del mondo: tutto è vero e tutto è falso, allo stesso tempo.

I paradossi fanno girare la testa, nel nostro caso l'effetto è ottenuto attraverso ciò che in psicoanalisi viene chiamato rimozione: un artificio della psiche che Bergman ha magnificamente metaforizzato nel gesto di spazzare la polvere sotto al tappeto. Non si tratta però di una psiche individuale, e, senza scomodare il concetto specialistico di inconscio collettivo, mi affiderei alla proverbiale leggerezza mozartiana del così fan tutte, o più frequentemente tutti. E tutti lo tacciono al rientro a casa dalla moglie.

C'è perfino qualcosa di perversamente evangelico in questo non sapere, con la mano sinistra, cosa abbia fatto la destra, ricollocando l'eros sull'immaginaria soglia che separa scena pubblica da oscenità privata. Un luogo a margine, un'isoletta in cui venivano confinati i dissidenti politici, un limbo anarchico che Lacan chiama reale.

Il nome scelto dal grande psicoanalista francese lo trovo discutibile (il reale lacaniano non c'entra niente con la realtà, ossia con la radice latina res, che indica le cose tangibili e certe), ma geniale è la sua intuizione: l’autenticità psichica si offre in forma di evento; i confini angusti del linguaggio non riescono a contenerlo, quindi incasellarlo nei precetti di una legge iscritta su tavole verbali. Da qui l'altra idea di Lacan sull'inconscio strutturato replicando la struttura discorsiva, la cui polarità opposta è costituita dal muto accadere. Reale è dunque ciò che si può solo vivere, mai addomesticare in pettegolezzo.

La relazione con una prostituta, più che infrangere, iper-realizza la piccola meschina legge borghese, ne è il risvolto epifanico e di conseguenza provvisorio. Niente santa messa assieme la domenica mattina. Niente pasticcini acquistati all'uscita per i pargoli, che attendono a casa con i nonni. Solo alberi infiniti quando tu sei qui con me, come cantava Gino Paoli in una canzone non a caso dedicata a una prostituta. Ma quando non sei qui con me viene ripristinato quell'ordine senza il quale saremmo sopraffatti dal caos degli affetti.

Allo stesso modo, la relazione di transfert e controtransfert analitico è "reale" nel suo non potersi realizzare mai, già che è grazie al contenimento che ebolle in potenza generativa, un distillato alchemico in grado di contribuire alla trasformazione del paziente. La guarigione è infatti evento indicibile al di fuori del setting terapeutico, montagne di libri vengono sopraffatti dalla pratica; la teoria è solo il bastone di accompagnamento, senza le gambe nulla.

Di nuovo ci viene in soccorso l'analogia: se in analisi l'unico parziale rischiaramento giunge da maturi signori in panciotto e occhiali tondi che forse fumavano un po' troppo, nella prostituzione è la luce fioca e tremula del neon di un distributore di benzina, ad accompagnare la danza lenta di un pompino. Due semioscurità dove ci si muove per intuizione ed esperienza.

Ma se terminato l'evento erotico l'ordine del mondo viene ripristinato (chiavi nel cruscotto, motore acceso, anabbaglianti e uno svelto saluto), secondo Janigro anche nell'analista abbiamo una trasformazione, per quanto mai ce lo confesserà. D'altronde è un tabù, quel bacio a cui si dispone la mente inconscia ma le labbra non offrono, rimanendo più serrate della porta di un bagno quando ti scappa la pipì.

Che cosa complicata l'amore... ho concluso allungando una mora di gelso, da lei schifata, e quindi un biscotto di grano saraceno a Mela, quest'ultimo ingoiato in un sol boccone. In una manciata di minuti che iniziano con la proverbiale frase mi racconti i suoi sogni o trenta di bocca cinquanta l'amore, possono dischiudersi mondi sentimentali arrischiati, mondi fuori legge come in quelle coppie che tanto ci piacciono quando andiamo a cinema: Bonny e Clyde, Martha Beck e Raymond Fernandez, Silvio Berlusconi e Ruby Mubarak...

A differenza loro, noi non abbiamo però il coraggio di uscire definitivamente dalla legalità, il biglietto è di andata e ritorno – siamo turisti e non viaggiatori, perfino quando ci avventuriamo al fondo della nostra anima –, in un tour guidato nel quale portiamo un gomitolo di lana da srotolare all'ingresso del labirinto. Perché è forse questo il mito amoroso per eccellenza, non Amore e Psiche. A ricordarci che non siamo dèi, e l'amore umano è un troppo da cui la stessa sopravvivenza viene minacciata.

Perciò ci vuole una regola che lo contenga, anelli di fidanzamento, rituali nuziali e ghigliottine cronometriche sulla scrivania in mogano degli analisti, che recidono sul più bello una libera associazione o un pianto catartico fuori tempo massimo; da un'altra parte del medesimo sogno occidentale, giovani donne slave si rimettono in un secondo gonnelline che avevano fatto scivolare a mezza gamba, per fare prima nel dopo. Così corte non le si vedeva dai tempi della Swinging London.

Ma possiamo comprendere entrambi, e non solo perché c'è già il nevrotico o il border line seguente che bussa alla porta, l'arrapato che abbassa il finestrino e chiede Quanto prendi, bella? Piuttosto è l'assenza di un codice normativo per i sentimenti a suggerire di non arrivare fino in fondo, dove potremmo incontrare il muso arruffato del Minotauro, il suo ringhio mostruoso. Scoprendo che somiglia a una vecchia fotografia, ci ritrae riflessi nell'oblò di una nave mentre salpa.

E allora si fa quel passo indietro che fanno i toreri prima di affondare lo stocco nella carne viva, quei due passi indietro che fanno gli psicoanalisti a e le psicoanaliste, a cui guai provare a sfiorare un seno. Due facce della stessa medaglia, come si dice. Una medaglia al valore della prudenza. Anche se quando ho suggerito il parallelo a Nicole Janigro mi guardava un poco storto... Ma forse è solo un mio transfert.

giovedì 13 aprile 2023

Un preghiera sbagliata

L’inconscio collettivo, chi almeno una volta non si è lasciato sfuggire l’espressione alzi la mano. Un concetto che ci fa sentire più alti di qualche centimetro nel pronunciarlo, come Giorgio Gaber quando legge Hegel e si concentra ed è tutto preso; “non per Hegel naturalmente, ma per mio fascino da studioso”.

Eppure mi sto convincendo che oltre a questo benedetto inconscio collettivo – ci sarà… non ci sarà… decidete voi – esiste un inconscio domestico che ci costruiamo da bambini come un castello davanti al mare, ma nessuna successiva ondata riesce a spazzarlo via – occhio dunque a scrivere t'amo sulla sabbia, perché, contrariamente alla canzone, poi resta.

Morale di un post che mi sta scappando di mano, la consapevolezza di un numero limitato di metafore elementari (se non proprio sciocche) che mi porto appresso da quando ne ho memoria, mi induce a diffidare dei cosiddetti percorsi spirituali, dove si mescola Buddha a Ganesh con un pizzico di teosofia.

Per carità, ci sono dei pensieri vertiginosi in quei racconti, sogni, segni, tracce che sarebbe bello provare a seguire, frutto della disposizione alla visione e all’ascolto di uomini e donne come me; forse anche più di me, per quanto non sia una gara.

Ma non sono i miei sogni, le mie tracce, fatico a percepirne la collocazione. Staranno pure nell’inconscio collettivo, sempre lui, ma non nel mio inconscio domestico, che conosce solo una stella non necessariamente polare; era infatti il lucore del televisore in cui guardavo Carosello prima di andare a letto.

Le immagini che nel tempo della sabbia e dei castelli ho associato al sacro sono dunque altre. Gesù bambino, non posso che cominciare da lui, se fosse un film sarebbe il primo attore in cartellone. È sdraiato sulla paglia della mangiatoia, la statuetta mi era stata acquistata dalla nonna nel reparto giocattoli della Standa; da lì l'associazione tra religione e gioco. L'incarnato è di un bel rosa pallido, con il proto pannolone bianco a coprire i genitali, la cui mostra è sconveniente nel figlio di Dio – avrà il cazzo più grande o più piccolo del celebre genitore... Guai a domandarlo a don Gino, il prete dell'oratorio con la passione di Giuseppe Verdi.

Per il Padre ci si deve così attenere alla barba lunga e alla stipsi; diversamente non si comprende quell'espressione sempre un po' incazzata, e sì che basterebbe una pastiglia Falqui per recuperare il sorriso. Ma soprattutto l'angelo custode, a cui prima di addormentarmi chiedevo di tenermi tra le sue mani, angelo mio tienimi stretto stretto fino a domani.

Solo anni dopo ho scoperto di avere sbagliato il testo della preghiera, ma ormai la frittata era fatta ed era l’angelo custode, non il caro Gesù invocato da tutti gli altri bambini, a vegliare le mie notti, ci fosse mai stato qualcosa di prezioso da rubare.

Magari adesso dovrei lavorarci un po' sopra, so però che devo ripartire da un fanciullo con le ali, è tanto che non lo frequento ma so che ancora si nasconde da qualche parte. E quale migliore nascondiglio per gli occhiali che la punta del naso, stare in superficie per non essere visti, dentro quando ti cercano fuori. D'altronde gli altri cosa se ne potrebbero fare, e il fatto che sia frutto di un errore non rappresenta un limite ma una sorta di marchio di fabbrica, di brand che non sono disposto a cedere.

Non mi sfugge la natura di paradosso, ma è all'esserino partorito da una immaginazione ingenua che devo guardare se voglio poi dare una sbirciatina a quel che, invece, sono io ad appartenere, è tanto più grande di me come lo era il direttore della Standa.

Anche lui, il direttore intendo, in quell’epoca remota in cui le auto si chiamavano con nomi di ragazza, aveva un barbone scuro e la stipsi. E il timore che ogni volta mi avrebbe chiesto lo scontrino prima di uscire dalla Standa, rovisto nelle tasche e non lo trovo, giuro che l’avevo messo qui, diglielo anche tu nonna, la nonna è sparita, cerca meglio ragazzino… Alla fine il direttore mi mette al collo un cartello con la scritta: LADRO!

Perciò ho acquistato le statuette del presepe una alla volta. Pensavo che tante statuette corrispondessero a tanti scontrini diversi, più facili da smarrire, con l’unica eccezione dei tre magi: Gasparre, lo stesso nome del mio veterinario, e poi Melchiorre e Baldassarre. Mi sembrava di fargli un torto nel separarli.

 

lunedì 20 marzo 2023

Adescamenti social, o sulla filosofia dove non te l'aspetti

Ho appena letto un post, uno dei tanti su Facebook, senza particolari pretese o spocchia, l'ho letto e via come un bicchiere d'acqua che scivola senza intoppi. Poi di post ne è arrivato un altro a stretto giro, apparteneva alla stessa persona. Veniva replicato il registro scanzonato del primo, devo riconoscere che entrambi erano scritti bene, sembravano i due tempi di un medesimo film, ma l'acqua questa volta mi si è fermata in gola. Provo così a fare un riassunto della trama, per vedere se ragionandoci assieme riusciamo a ripristinare il flusso:

1) Primo tempo. Bob Dylan è una mummia ca*a*azzi, pure cafone: i Nobel si alza il culo e si va a Stoccolma a ritirarli, mica sono Telegatti. E poi che palle 'sta storia che non si può portare lo smartphone a un concerto; per chi ha scritto i due interventi, il Menestrello ci si può pure strozzare con gli smartphone rimasti all'ingresso. Il suo certamente non sarà nel mucchio. E nemmeno lei, si tratta di una donna;

2) Secondo tempo. Al concerto dei Maneskin, a cui invece è appena stata, c'era una energia e una bellezza e una... Insomma, solo vecchi (dentro) e pieni di pregiudizi e con le fette di salame sulle orecchie continuano a non capire, a non capirli. Peggio per voi, beccatevi la mummia!

Ora io dovrei essere l'oggetto di biasimo di entrambi i post: amo Bob Dylan, penso che si possa vivere per due ore senza smartphone e non mi piacciono i Maneskin, ma proprio niente niente ("sono fuori di testa ma diverso da voi..." Ma dai!).

E però poco importa la mia opinione, i gusti musicali che mi fanno girare la manopola dell'autoradio, non è questo il punto. Il punto è la natura di esca verbale di un certo modo di confezionare contenuti social, in grado di suscitare attenzione e partecipazione; non importa come si manifesti, con applauso o fischio. Il fatto che ne stia scrivendo è indicativo del fatto che anche io abbia abboccato.

Pur non avendo lasciato commenti già immagino quelli, numerosi, che sono seguiti. Si divideranno verosimilmente tra i brava, vai così, gliele hai cantate a quel vecchio lagnoso pallone gonfiato, e chi invece indignato difende l'artista americano, scagliandosi contro l'epigonismo di maniera dei Maneskin, le loro provocazioni costruite ad arte.

Intendiamoci, non mi interessa sapere chi ha ragione, anche se la mia posizione, come anticipato, non è neutra. Più interessante mi appare la materia se riformulata in forma interrogativa: dobbiamo ancora considerare comunicazione interventi del genere?

Col termine comunicazione faccio riferimento al principio della dialettica che mira a una sintesi, non necessariamente mediana. In altre parole, concluso lo scambio verbale o, semplicemente, recepita l'informazione, sarò minimamente diverso da prima? Ma non diverso nelle emozioni: incazzato, gongolante, spensierato, garrulo e pronto a nuove baldorie verbali. Le emozioni sono nuvole, se non vogliamo salire alla testa scendiamo ai piedi: di-verso, ossia il verso, la direzione in cui dirigo i miei passi. Ecco, è il mio verso dentro al mondo rimasto identico, nemmeno un microgrado di deviazione dalla rotta? Altrimenti tanto vale non dire nulla.

In tal caso dovremmo inquadrare i due post come qualcos'altro, non necessariamente negativo ma altro proprio perché radicalizza l'alterità, disunisce o, meglio ancora, "discomunica", mostrando che attrito e adesione sono facce della stessa medaglia, a rappresentare uno dei piaceri impliciti nell'esperienza del contemporaneo.

Il modello procedurale è quello della pubblicità, che suscita per vie subliminali reazioni che eludono il cervello e muovono direttamente alle viscere, dove polarità semplificate attirano più sangue dei neuroni. Ma esiste anche una differenza dalle strategie di advertising: con la pubblicità ti viene venduto un oggetto che ancora non possiedi (qualche passo verso il negozio dove realizzare l'acquisto devi compierlo, fosse pure su Amazon) mentre qui ti viene venduto ciò che è già tuo, vieni confermato nel tuo status di odi et amo, a mostrare per l'ennesima volta l'identità negli opposti.

Se la risposta che decidiamo di dare è la seconda – no, non si tratta più di comunicazione, anche se servita in un luogo inizialmente nato per comunicare, ma nel tempo convertitosi a scopi differenti –, in che modo questo qualcos'altro entra in relazione con la nostra vita? 

E poi siamo sicuri che lasci davvero tutto così com'è, che non ci interpelli a un livello più profondo... Non sarà magari che proprio la ratifica dei miei pregiudizi, dell'io sono uno a cui piace Bob Dylan, non toccatemelo cazzo se no vi taglio le dita che digitano sulla tastiera, Maneskin schifo merda vaffan*ulo, non sarà che tutto ciò indichi una modifica già avvenuta, con riflessi sociali, civili e perfino politici, ripristinando il modello medievale costituito da guelfi e ghibellini?

E infine, se non voglio essere interpellato e adescato e medievalizzato, è ancora possibile difendermi all'interno del mezzo, usarlo diversamente? Oppure il mezzo, come voleva McLuhan, coincide con il messaggio, e dunque la polarizzazione dei discorsi, la loro frantumazione in sottogruppi che si autoconfermano e vicendevolmente screditano costituisce una sorta di destino social, prendere o lasciare? 

Da due interventi davvero piccini piccini, lo dico senza offesa, ho simpatia per chi li ha scritti, si spalancano interrogativi filosofici tutt'altro che banali, in cui traspaiono rischi e possibilità del nostro tempo. Interrogativi a cui onestamente non so rispondere, come diceva quel tale che non era Bob Dylan e neppure i Maneskin: "io di risposte non ne ho, io faccio solo rock & roll".