Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

giovedì 29 gennaio 2026

Beato

Beato chi al giorno ha dedicato il fare

e, tra lenzuola di sogno, la notte

al sonno delle spose

che ad altri ardori si sono concesse,

pagando alla morte una sola tantum

in contanti o Bitcoin.

Per noi, firmate le cambiali,

morire è un infinito rateizzare.

lunedì 12 gennaio 2026

Ucronie

Aldo Moro cammina un po' frastornato
ma felice per le strade di Roma,
le Brigate Rosse l'hanno liberato.
È solo un film di Marco Bellocchio.

Un cinquantenne accosta la Toyota
a un distributore di Vermicino.
La ragazza nera piega il ginocchio
e sale in auto, ma prima il compenso.

È solo uno scambio, niente moine.
È solo una cosa che penso:
come sarebbe stata la vita
di Alfredo Rampi detto Alfredino?

Dopo il pompino un grumo di sperma
imprigionato nella gomma bianca,
ricorda la mano protesa in melma
e terra del vero Alfredino Rampi.

E c'è bellezza in entrambi i finali,
la finzione riscatta anche se sciatta:
non più il bene ad opporsi al male,
ma il fioco scirocco del barcamenare.

venerdì 2 gennaio 2026

La neve e il generale

 


Scende la neve a Natale,
ma più spesso la neve risale
e si nasconde nella pancia di Dio
come i souvenir di Piazza San Marco.
Così viene chiamato un generale.
“Comandi” risponde, “siam pronti allo sbarco!”
“No, ribalti il mondo, faccia presto:
la neve in ampi fiocchi
deve tornare a danzare
per i bambini e anche qualche sciatore.”
Il generale si sistema il cresto
e rimbocca le maniche,
poi diventa tutto rosso…
Ma ciò che infine casca
dal cielo con uno schiocco
sono i bigodini di una parrucchiera
che fa permanenti nel Mato Grosso.

sabato 25 ottobre 2025

Ya tenemos todo, o su quando un uomo muore

Quando un uomo muore arriva un altro uomo

a cambiare l'etichetta del citofono,

scade il suo Bancomat ma non la carta punti,

il supermarket continua a segnarli

sulla tessera dell’uomo morto:

Ovomaltina, salmone, zucchine,

totale trentasette punti.

Trascorsi pochi mesi, i figli

li riscattano avendo una terrina

decorata con l’immagine della Pimpa.

Volete un accendino, un braccialetto?

domanda un nero nel piazzale.

Non ci interessa, grazie, abbiamo già tutto.

Quando un uomo muore l’orologio

(purché non sia placato in oro)

passa al nipote più bravo a scuola,

i maglioni vengono donati alla Caritas

e le mutande rimangono nei cassetti;

ma poi vengono buttate 

assieme all'etichetta del citofono.

Cosa ne facciamo del cane?

È un cagnetto fulvo, meticcio,

ha smesso di mangiare e si fa magro magro.

Un tempo si ingozzava di crocchette

e al suono del citofono abbaiava,

difendeva il territorio dai ladri,

dalla sventura, dal male.

Quando un uomo muore

se qualcuno prova a citofonare

risponde una voce di donna

e dice in una lingua diversa e ostile:

No me importa, gracias, ya tenemos todo.

domenica 7 settembre 2025

Ecografia di un bacio

La lingua tra le labbra da succhiare
come facevamo sulle panchine 
del Centro Sportivo con il ghiacciolo 
Draculino – prima veniva il succo
e, solo all'ultimo, il ghiaccio incolore.

Si intravedeva all'interno lo stecco,
ricordava l'ecografia di un feto:
le manine immobili, il corpo morto.
Fanno molto più effetto i funerali
nei giorni di pioggia, e col sole a picco
del solstizio d'estate decidemmo
di ibernare un bacio oramai disciolto.

sabato 7 settembre 2024

Elezioni social


La parata dell'umano sui social

possiede qualcosa di villano,

corpi e parole in un troppo dolente

o spavaldo o ammiccante.

L'intellettuale è ciliegina estetica

sopra alla torta di compleanno:

catturare consenso con il senso

oppure in décolleté – in fondo uguale

se l'abaco impila pollici blu,

dove è l'esatta metrica

tra io e mondo a fare tondo.

Rimangono gli scarti, i drop-out,

la tenerezza per quei post

disdegnati dai like.

Come chi, candidato alle elezioni

comunali, ottiene due soli voti:

il proprio, e quello della mamma.


domenica 1 settembre 2024

Settembre

 

Settembre col suo invisibile dito

Ricaccia la lucertola nel buco

Carezza piano il tronco del sambuco

E il plafond apre alla carta di credito.

mercoledì 28 agosto 2024

Letteratura selvatica

In un testo di Tullio De Mauro, ne ho purtroppo scordato i riferimenti, veniva suggerito che fossero le persone meno colte (lui le chiama "sub parlanti") a fare un maggior uso figurale della lingua, e ciò per via del fatto che non dispongono dell'esattezza denotativa dei linguaggi tecnici. Connotano così i loro discorsi attraverso metafore, metonimie, sineddochi e insomma tutto l'arsenale retorico con cui i letterati plasmano le storie, allo stesso modo di bambini che erigono castelli di sabbia in riva al mare. Alla fine ti dicono: è mio. E hanno ragione ma anche torto. Perché se le mani erano le loro, il mare con cui impastare la sabbia è di tutti.

Come il mare, la letteratura è un'esperienza che non si arresta agli angusti confini della pagina, dilaga nel parlare comune, monta in ondate di insulti e schiuma di bestemmie, scroscia tra i calici del Bar Piero, zampilla tra una sforbiciata e l'altra di Gino, il barbiere che ha ancora il cavalluccio per i più piccoli, e nei proverbi di anziane zie che ora hanno finalmente guadagnato lo status di nubili, se non di single — mai più zitelle.

Di certo si è guadagnato in correttezza politica, ma a questo modo si è forse perso qualcosa in espressività: il linguaggio si fa asettico, da protocollo anagrafico, oppure anglofono e pretenzioso, facendo dell'autonomia affettiva una virtù gelidamente referenziale, in sostituzione della malandrina ironia contenuta in un'antifrasi letteraria. Zitella deriva infatti da zitta, in siciliano ragazzina, dove il senso è qui chiaramente ribaltato.

Nel leggere De Mauro, ricordo di aver pensato: oh cazzo, ma allora sono un sub parlante, non riesco a esprimere un concetto se non menando il can per l'aia (metafora). Ma poi mi resi conto di essere in buona compagnia. Muhammad Ali, ad esempio, che da studente aveva livelli di rendimento scolastici molto al di sotto della media, prima dell'incontro del 1974 in cui sconfisse George Foreman a Kinshasa, improvvisò con i giornalisti un discorso di cui riporto uno stralcio. Io lo considero a tutti gli effetti letteratura, letteratura selvatica sfuggita allo zoo editoriale in cui si vorrebbe contenerla, e anche di buon livello:

"Ho lottato con un alligatore, ho lottato con una balena, ho ammanettato il lampo, ho messo il tuono in prigione! Solo la settimana scorsa ho ucciso una roccia, ferito una pietra, ospedalizzato un mattone! Sono così cattivo che faccio ammalare la medicina! Sono veloce! La scorsa notte ho spento la luce nella mia camera da letto, ho colpito l’interruttore e sono stato a letto prima che la stanza fosse buia..." 

Muhammad Ali

domenica 25 agosto 2024

Commercio, in memoria di Federico

Sono tornato sotto casa di Federico

con una cassetta in legno per le arance:

Scendi, dai, che andiamo a vendere i fumetti

(mi raccomando, porta gli albo di Tex,

Zagor lo spirito con la scure,

Topolino, Nonna Abelarda, Diabolik),

tutti quelli che abbiamo letto

e poi scambiato sotto ai banchi

di formica verdina, con un foro

per l’inchiostro che già non si usava più.

Di oro purissimo il colore

della tua Saltafoss, una bicicletta

dal sedile lungo come le moto –

si può viaggiare in due

e chi è dietro spara agli indiani: 

non bum bum, ma un sibilo di vipera

dall'Oklahoma caricata a salve

– mille indiani in doppiopetto grigio

cascano da cavallo con un ugh –

tra tiepidi spifferi di portici

eccoci arrivati in via Dante,

il posto giusto per aprire bottega

(Comandante Mark, Hulk, Capitan America),

se la copertina è macchiata 

una biglia di vetro e venti lire

di sconto. Sono tornato

con una cassetta senza arance,

solo la struttura di pino

a fare da bancone.

Sono tornato, Federico.

L'unico modo che conosco

per ritrovare intatti i miei morti,

nel sussurrato commercio

che precede la sera.

sabato 24 agosto 2024

Poeti e colonnelli

L'autunno meteorologico inizia il primo settembre, ce lo assicurano i colonnelli. I colonnelli – a parte lucidare le medaglie che poi si appuntano sulla divisa – si occupano di due cose: i golpe, e le previsioni del tempo. Non l’ho mica mai capito cosa c’entrino i golpe con le previsioni del tempo… ma andiamo avanti, anche perché in Italia ha fortunatamente prevalso la seconda vocazione. Sono sempre i colonnelli a dirci che a Firenze, nella giornata in cui l'autunno meteorologico fa il suo esordio (a regola si dovrebbe andare i soffitta a recuperare la padella forata per le caldarroste), sono previsti 39 gradi, la temperatura di una persona con una febbre da cavallo. Per dire che faceva molto caldo, negli anni Ottanta si diceva 30 gradi, massimo massimo 32 al culmine della canicola estiva di fine luglio, e la persona a cui lo dicevi ti rispondeva minchia 32 gradi, questa notte non si dorme! Nico Orengo ha scritto la poesia che segue nei primi anni Ottanta. Nico Orengo di lavoro non faceva il colonnello, ma lo scrittore, il poeta e il giornalista. Se ne ricava che l'arte a volte prevede le cose in anticipo sui colonnelli, e come loro realizza dei golpe. Con la differenza che non utilizza schioppi, niente polvere da sparo, nemmeno fiori da mettere nei vostri cannoni. Piuttosto inchiostro. Così, guardando la macchia, non potremo dire che non ci avevano avvertiti...

L’ha detto la televisione
abbiamo squarciato il telone
d’ozono. I raggi violetti
ci cuoceranno i barletti.
Moriremo, finalmente chiedendo
perdono per non aver capito
che eravamo in prestito
e non in dono.

Nico Orengo

venerdì 8 marzo 2024

L'uomo trattore

Ho chiesto a Bing, il motore di ricerca potenziato dall'intelligenza artificiale GPT-4, di scrivermi una poesia nello stile di Gianni Rodari. L'altro vincolo che ho posto è che doveva avere quale protagonista un uomo che si sveglia una mattina trasformato in un trattore. In meno di dieci secondi ecco cosa ha prodotto:

Una mattina, Gianni si svegliò,

non nel suo letto, ma in un campo arato.

"Che cosa è successo?" si chiese spaventato,

poi si guardò: era un trattore, non più un impiegato!


Con ruote grandi e un motore brillante,

era diventato un gigante importante.

"Vado a lavorare," disse con un rombo,

e iniziò a arare, senza alcun imbarazzo o sgomento.


Girava e rigirava, la terra a festoni,

tra i fili d'erba e i piccoli grilli canterini.

I bambini lo seguivano in processione,

ridendo e saltando, pieni di domande e disegnini.


"Ma come è possibile?" chiedeva la maestra,

mentre Gianni-Trattore faceva una pausa per la siesta.

"È la magia della fantasia," rispondeva lui,

"che trasforma il mondo, e anche tu e tu e tu!"


Alla fine della giornata, il lavoro era fatto,

e Gianni si sentiva un po' meno trattore e più matto.

Ma con un sorriso sotto il suo cofano,

sapeva che domani sarebbe stata

un'altra avventura, mano nella mano.


Siccome il risultato, confesso, mi piaceva, o comunque mi piaceva più della maggior parte delle poesie che trovo sui social, ho chiesto a Bing anche di illustrarmi la poesia e di farmi una critica, o più propriamente  ho scritto nella richiesta – la stroncatura, questa volta nello stile di Goffredo Fofi. E di nuovo, in pochissimi secondi, l'intelligenza artificiale si è espressa:

Questa poesia è un esempio lampante di come non si debba scrivere poesia. La trama è così banale che persino un bambino di cinque anni potrebbe trovarla noiosa. Il ritmo è prevedibile e monotono, e la rima forzata rende il tutto ancora più insopportabile. La trasformazione di Gianni in un trattore è un tentativo maldestro di surrealismo che fallisce miseramente nel suscitare qualsiasi tipo di meraviglia o interesse. Inoltre, la morale della storia è talmente ovvia che insulta l’intelligenza del lettore. In breve, questa poesia è un disastro totale che non merita nemmeno di essere chiamata tale. 

domenica 1 gennaio 2023

La prima volta

Quando la prima volta

(perché una prima volta

c’è sempre)

al posto del tuo nome

mi sfuggirà amore

oppure amore mio

vedremo...

e tu mi guarderai

come il giovedì quarto

di novembre si guarda

a un tacchino.

Il buon giorno si vede dal mattino

Eccolo, finalmente

è arrivato il nuovo anno:

ernia al disco, male a un dente...

Quasi quasi lo banno.

martedì 17 agosto 2021

Strappa da te la vanità, o sui talebani a Kabul

Sull'entrata dei Talebani a Kabul non ho nulla da dire. Ma lo dico lo stesso, alla vezzosa maniera di John Cage esprimo il mio niente di niente, partecipo al banchetto di parole che presenta questo menu del giorno, è a prezzo fisso di una manciata di dati da versare a Mr. Zuckerberg.

Mi piace però credere che sugli archivi che mi profilano rimanga traccia anche di pochi versi, appartengono ai Canti pisani di Ezra Pound: "Strappa da te la vanità, / ti dico strappala. / Ma avere fatto in luogo di non avere fatto / questa non è vanità... "

Mi chiedo quindi se fosse giusta la presenza degli americani in Afghanistan, e non so rispondere neppure a ciò. Inizio invece a intuire la natura della profusione di parole che mi assediano – a volte indignate, altre accorate, disperate, rabbiose  e che chiamiamo la democrazia social. Parole, parole, parole, come nella canzone di Mina.

John Langshaw Austin, con una conferenza ad Harvard nel 1955, inaugura la teoria degli atti linguistici. Anche le parole sono atti egli dice, con una precisa ricaduta sul reale. Il mondo sarebbe diverso senza le parole di Gesù, che non lavorò un solo giorno in vita sua; l'unico gesto concreto che mi viene in mente è quello di lavare i piedi agli apostoli, profondamente sorpresi dalla novità.

Gli disse Simon Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!» Ma poi, parzialmente convinto dalle parole di Gesù  che ancora una volta si traducono in atto , Giovanni fa pronunciare a Pietro una frase di splendida ironia: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».

Oggi è come se in molti chiedessero all'America lo stesso: non solo di lavare i piedi all'Afghanistan per ricacciare indietro i talebani, ma di lavare le mani e il capo a tutti i problemi che ci affliggono, dopo aver marciato per anni per rivendicare il contrario. Via dall'Iraq, dal Vietnam, dalla Corea, via l'America da tutto ciò che non sia un campo da baseball o una lunga pista di legno, il suono dolce dei birilli che si fanno lo sgambetto. Un atto linguistico anche l'insegna luminosa con cui comporre la parola bowling.

Ma questo dire dal ciglio dell'abisso di Facebook, possiamo ancora considerarlo un gesto, abbiamo una reazione tangibile (anche dilazionata) che consegua all'azione? Qualcosa da toccare con mano come il bambino dopo aver fatto la cacca.

A me sembra che venga smentita, almeno in parte, la teoria Austin. Non è un atto linguistico, e piuttosto traccia grafica che ritorna in forma di eco visuale, per restituirci, se siamo fortunati, una manciata di like: bravo, avo, avo, avo... Il tutto senza che il mondo ne esca minimamente scalfito.

Ma allora, direbbe Pound, se non è fare è vanità, anche queste mie parole lo sono. Negli anni trenta la meglio gioventù si arruolava nelle Brigate Internazionali, per contrastare la presa del potere da parte di Franco. Un gesto che, come sappiamo, non cambiò la storia, ma non fu ugualmente vanità. Fu un fare in luogo di non avere fatto.

Cosa facciamo invece noi, a parte un'inesausta geremiade del tutto priva di ricaduta sul mondo, e che si arresta alla superficie dello specchio? È a lei che allora mi rivolgo, la sagoma riflessa e stempiata e con una t-shirt color prugna, mi osserva mentre digito le parole che state leggendo, e le dico: strappa da te la vanità, ti dico strappala!

venerdì 7 maggio 2021

Fiction

 


Sabato ho sparato a un gatto in un prato.
Stava già morto stecchito crepato
e così gli ho sparato
con un fucile a turaccioli.

Vai a vedere se l'hai colpito
dice la nonna, e io mi sono avviato
verso il gatto morto sparato
da un cacciatore
che io pensavo dormire sdraiato
in un prato appena falciato.

Ma il gatto morto stecchito sparato
da me e dal cacciatore, l’avrà
scambiato per un tasso,
non faceva più ron ron come i gatti
se gli grattavo la schiena e il musetto.

Era morto. Stecchito. Sforacchiato.

Lo conoscevo, si chiamava Rosso,
era vivo inseguiva le lucertole
ieri, le puntava prima.

Io l'ho puntato con il mio fucile
a turaccioli, un ciuffo di peli
rossicci proprio al centro del mirino
e bum bum ho gridato,
i turaccioli erano due.

Vai a vedere insiste la nonna,
controlla se l'hai ammazzato.

E io sono andato, ho visto, ho toccato
e ancora ho gridato (ma non bum bum)
e ho spaccato – brutto fucile! –
il mio nuovo fucile a turaccioli.

Poi ho capito: le cose per finta,
le parole anche, perfino i pensieri
a pensarli bisogna stare attenti,
che diventano veri.

mercoledì 30 gennaio 2019

Pulsazione, o sulla poesia e il mondo

La poesia. Semplificando, a me ricorda una specie di enorme animale, e come tutte le creature vive possiede una pulsazione cardiaca: sistole, diastole, soprattutto diastole ai suoi primi passi nella storia, con il sangue del poeta a rifluire verso il mondo; ne ritornava immagini, parole, oggetti concreti che si fissavano prima sulla retina e poi sulla lingua, magari trasfigurati dalla meraviglia per la scoperta, rendendo il "mare color del vino".
A questa prima fase espansiva è seguita la contrazione, il moto centripeto di chi insegue la perfetta misura del proprio centro, come la O di Giotto con cui concludere il pronome io. Quell’onda di curiosità che aveva invaso il mondo ha così cominciato a ritrarsi, una risacca o, meglio ancora, una sacca come quella in cui viene racchiuso il sangue per le trasfusioni; il poeta moderno si vampirizza da solo, cercando di vendere i residui del banchetto sotto forma di collana di sanguinacci. Tra una salsiccia e l'altra si va capo, ma tutto quel che ci sta dentro proviene dal corpo del poeta, che si offre al lettore in eucarestia: prendete e leggetemi tutti, questi sono i cazzi miei offerti in sacrificio per voi. 
Ma proprio prima dell'inevitabile infarto, che ha coinciso col tardo Ottocento, primi del Novecento, qualcosa è cambiato, certo non tutto ma un timido spiraglio ha iniziato a fare irruzione nella casa della poesia, come lame di luce dalle persiane ancora chiuse. Bisognerà aspettare Francis Ponge, col suo Partito preso delle cose, o l’arte di “paesaggire” praticata da Zanzotto (presagire il futuro osservando il paesaggio) perché le gelosie si spalanchino definitivamente, consentendo allo sguardo del poeta di rimirar le stelle come un tempo, e non solo troppo umani inferni.
A questo contro movimento della poesia che torna a occuparsi della realtà esterna al soggetto, nel presente credo abbia contribuito in modo decisivo il fenomeno dei social network, dove con molta più efficacia, oltre che consenso, una personalità smaniosa di sé può fare incetta e quindi pubblica ostensione del proprio intimo, guadagnandone una pronta verifica: sono bravo, sono bello, sono io? Vai tranquillo, gli rispondono i pollicioni blu che si ergono a ogni nuovo indumento che casca al suolo.
Ma uno streptease, anche se virtuale e astratto, per essere efficace deve avere i suoi tempi, i suoi studiati rituali. Prima vengono così i lunghi guanti di velluto nero, giù la spallina e poi, ma piano, piano... a calare è il reggipudore di pizzo, che come il bouquet della sposa viene lanciato al pubblico che lo reclama – "facce vedè er Super Io, faccelo toccà..." – fino ad addentrarsi nei più contorti nodi viscerali. E per finire la mossa, olè! 
Questa surroga della poesia romantica attraverso le piattaforme digitali, per quanto spesso buffa, naif, a me però non imbarazza, e sembra al contrario un'ottima notizia. Magari non sarà appassionante leggere di Tizia che ha appena lasciato il fidanzato (ma ora lo rimpiange) o di Caio che mostra orgoglioso il nuovo tatuaggio in selfie, Sempronio ci parla invece della pupù del nuovo cucciolo di Labrador depositata sul kilim persiano, ma non dimentichiamo che questo cimento privato è stato per molti secoli l'orizzonte della poesia, magari con parole solo un poco più accurate.
Benvenuto dunque Facebook, a salvare la poesia dai poeti che avevano finito col ridurla a esercizio di onfaloscopia, come nei ritiri spirituali ancora praticati nei monasteri ortodossi. Ma benvenuto soprattutto mondo, ad abitare nuovamente le parole della poesia, anche se tali parole, di necessità, non saranno più scudo, vela, biancospino, ma Dixan, Coca-Cola, Ciccio Bello.

lunedì 10 dicembre 2018

I would prefer not to, una storiella personale

Una volta, tanti anni fa, più o meno venti credo, avrei dovuto pubblicare un libro di poesie. La casa editrice già c'era, e non in quella forma miserella dell'auto finanziamento; per quanto anche Proust, inizialmente, dovette metter mano al portafogli.
Valerio Magrelli si era inoltre reso disponibile per la prefazione, dopo avere letto alcuni estratti che gli erano piaciuti, o almeno così mi disse. Inutile aggiungere che ero molto orgoglioso della cosa.
Ricordo che erano i primi tempi in cui si usavano le mail. E mi ricordo anche, molto bene di questo, che una mattina di buon ora (me lo ricordo perché la mattina presto non mi alzo quasi mai) avevo inviato una mail a Magrelli, dicendogli che quella prefazione non serviva più.
Gli avrò scritto prima grazie Valerio, grazie comunque e scusa, quelle frasi che si dicono in queste circostanze, ma il libro di poesie non si fa. E’ deciso. Punto.
Magrelli, che è persona di assoluta gentilezza e disponibilità, avrà sorriso leggendo. Quindi impiegato il tempo destinato alla mia prefazione per attività più interessanti. Tipo giocare a pallanuoto, di cui fu anche nazionale. 
Ma cosa era successo nel frattempo?
La sera prima e fino a notte inoltrata, avevo riletto tutti componimenti che avrebbero dovuto essere inclusi nella silloge, ma l’orgoglio che mi gonfiava alla maniera di un tacchino, la coda a ventaglio, mi si era afflosciato all'improvviso, come lo stesso tacchino arrivato alla vigilia del Thanksgiving day.
Semplicemente, avevo compreso di non essere un poeta. Non uno bravo intendo.
Ecco, volevo raccontare solo questa piccola storia privata, che forse privata del tutto non lo è. Perché l’orgoglio venuto e andato tanto rapidamente – il mio capo cinto d’alloro, le presentazioni in libreria, perfino gli autografi, no, si chiamano dediche, e poi di nuovo la fronte nuda e già vagamente stempiata – mi torna adesso nel ripensare a quella scelta.
Sì, è stata una delle poche cose di cui sono davvero orgoglioso. Aver saputo riconoscere e delimitare i confini della mia ambizione, dopo aver soppesato a lungo la manciata di talenti avuti in dote. Per poi pronunciare anch’io, come lo scrivano Bartleby, il mio “I would prefer not to".