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mercoledì 31 dicembre 2025

Galosce

Ci sono parole che ci affascinano per la mancata corrispondenza con un oggetto, o meglio perché quell'oggetto è così infrequente o antiquato da risultare artificioso, letterario. E così a imporsi è il suono, che come diceva un direttore di orchestra a proposito della musica: è sintassi senza semantica.

Il primo termine che mi viene in mente è galosce - cosa sono esattamente le galosce? Negli anni l'ho ricercato chissà quante volte sul dizionario, ma giro poche settimane finisco col dimenticarlo.

La stessa sensazione credo la possa provare un adolescente occidentale con la parola società. Ma come, si potrebbe obiettare, la società è il sistema di pratiche e credenze (cultura) che lega uomini e donne in un determinato tempo e luogo; il rapporto può essere più o meno dinamico, andando a costituire lo sfondo dell'agire umano.

Sì, è corretto, come è corretta la seguente definizione di galosce, che per l'ennesima volta ho ricercato su Wikipedia: "galosce, o calosce, dal francese galoche, sono protezioni in gomma da indossare sopra le calzature per proteggerle da acqua o fango, con l'intento di mantenere i piedi asciutti. Sono realizzate in gomma o plastica e possono essere fatte a forma di stivale oppure di scarpa."

Eppure, anche sapendolo, cosa te ne fai? A parte comprendere le descrizioni di Balzac, vedi in giro qualcuno con indosso le galosce? Lo stesso possiamo dire per società. C'è un dato statistico che restituisce questa sensazione di sfarinamento umano, di dis-sociazione.

Negli Stati Uniti i matrimoni tra persone che votano per partiti diversi (e cioè uno per i Repubblicani e l'altro per i Democratici) sono a oggi il 4% del totale. Nel 2016 erano il 9%. Negli anni Sessanta il 15/20%. Negli anni Cinquanta superavano il 25%.

Certo, possiamo dire che noi non siamo gli Stati Uniti, ma faccio ugualmente fatica a immaginare un matrimonio tra un elettore di Vannacci e un'elettrice di Elly Schlein, o viceversa. Si è tornati a guelfi e ghibellini. La stessa fatica nell'immaginare le parole galosce e società sulla bocca di un quindicenne.

martedì 16 settembre 2025

Arte e vita

Qual è la differenza tra vita e letteratura? Ci sono centinaia di saggi accademici che provano a spiegarlo. Ma forse è sufficiente una sola immagine, sta affissa sulla bacheca metallica dei manifesti funebri, si trova a lato del giardinetto dove porto tutti i giorni il cane a fare pipì. Trascrivo ciò che leggo:

"Grazie zio Tato
Le tue mani grandi hanno per noi costruito, ci hanno accarezzati e stretti. Sono segno della tua forza e della tua bontà.
Caterina e Samuele"

Chi non avrebbe voluto avere uno zio così? Questo nella vita cosiddetta vera, almeno. In quella verità rivelata che è la finzione letteraria, zio Tato sembra invece trasformarsi. Le parole dei nipoti smettono di dire ciò dicono; e però continuano a comunicare, esprimono un senso ulteriore che può essere colto solo dall'interpretazione. Ora alludono per simboli, analogie, slittamenti semantici, ogni cosa è sospetta e va interrogata con la lampada puntata sul volto. È ciò che sa fare la letteratura al suo meglio.

E così lo zio Tato si converte o, meglio, si convertirebbe in un molestatore seriale. Gli indizi sono numerosi, a partire dalle mani. Sono grandi come verosimilmente lo è tutto il resto: che mani grandi che hai dice Cappuccetto Rosso al lupo, che orecchie grandi, che occhi grandi... E Cappuccetto Rosso si ferma qui, ma noi abbiamo capito a quale altra parte del corpo Charles Perrault e i fratelli Grimm vogliono arrivare.

E poi le carezze, quando offerte da uno zio sappiamo, per maliziosa consuetudine, di che carezze si tratta. Sono strizzate d'occhio al lettore. Ma Caterina e Samuele, i nipoti dello zio Tato, non sono narratori, e io che sto in piedi davanti alla bacheca un po' commosso e un po' anchilosato, mentre il mio cane sta cercando il punto giusto per il rilascio in un aiuola essiccata, smetto provvisoriamente di essere un frequentatore di romanzi. Sto respirando. Sono vivo.

E così nel soffio vitale Antonio, Salvatore, Gaetano o come diavolo si chiama il defunto, torna a essere lo zio Tato. Un essere umano, non un segno. Anzi un'assenza, manca all'appello del mondo, e domani non rientrerà con una giustificazione firmata dai genitori sul diario. Eppure in tutto ciò si ostina un elemento romanzesco, per farne esperienza anche noi dobbiamo immaginarlo come facciamo quando apriamo le pagine di un libro: con le sue mani grandi, e il cuore buono.

lunedì 8 settembre 2025

Ciao mamma guarda come scrivo difficile oh oh ah ah ah

Uscirà domani per Einaudi l'ultimo lavoro filosofico Giorgio Agamben, si intitola Alla foce. Naturalmente non lo leggerò, ma sono contento che esca proprio per avere la possibilità di non leggerlo – e cioè, meglio, di scegliere di non farlo, non semplicemente di ignorarlo – secondo un'aurea intuizione di Giorgio Gaber contenuta nel monologo Cosa mi sono perso, da Io se fossi Gaber, 1982:

"Essere a casa e pensare: Questa sera mi sono perso il Machbeth. Che colpo, ragazzi! Venerdì mi perdo La tempesta. Sono già tutto eccitato. Carmelo Bene me lo perdo martedì. No, martedì c'è un film stupendo di Coppola. Ormai devo perdermi quello lì, è fissato."

Ma per avere la goduria da omissione bisogna possedere almeno degli indizi di ciò che ci si perderà, altrimenti non vale, si sgonfia buona parte del piacere. Cerco dunque sul web, e trovo un passaggio dal nuovo libro di Agamben:

"Le cose che ci-non-sono si manifestano solo nella misura in cui le cose che ci sono appaiono in una nuova luce. Esse non sono forse altro che questa luce - così reale e prezioso è il loro non esserci."

Cosa significa? Ma niente, ci manca pure che significhi qualcosa: non sarete tanto antiquati da volere estorcere una comprensione razionale a parole che hanno nella superficie la loro ragione sufficiente, anzi ottima, come quando da bambini si tinteggiava con la vernice dorata i pastrocchi creati col Das – forse non erano dei capolavori scultorei, ma lo sberluccicare nella penombra delle camerette ne compensava i limiti. E così le cose che ci-non-sono, provate a fare di meglio se riuscite, a risultare dotti e pensosi con una semantica pari a ciao mamma guarda come mi diverto oh oh ah ah ah.

Con la differenza che in Jovanotti lo svacco era programmatico ed esibito, il significato corrispondeva al significante per un postmoderno eccesso di energia da scaricare al suolo, mentre Agamben ci restituisce l'impressione di scrivere raffiche di haiku sapienziali; un procedere lambiccato che sostituisce l'ornamento al senso, altrimenti noto come kitsch intellettuale. Lo stesso Agamben, parafrasando Milan Kundera, lo spiegherebbe a questo modo: un'adesione categorica all'essere-non-si-ci-di in quanto tale.

Eppure il lettore – quel lettore un po' approssimativo come me, intendo – non ne ha a male, e viene piuttosto gratificato dai riflessi che gli sembra di cogliere sulle onde di parole che si involvono in risacca prima di raggiungerlo, si sente più intelligente nel bagnarsi i piedi con la schiuma di frasi che sono l'iscrizione a un club esclusivo, il Rotary delle biciclette nuove di zecca ma il mio papà ha detto di non prestarla a nessuno, il Lyon's di chi non parla come mangia ma guarda gli altri mangiare caviale. E tanto basta per percepirsi parte del banchetto.

Anche qui tocca però rendere a Gaber quel che è di Gaber, ancora una volta ci ha anticipati, questa volta lo fa nella canzone Il comportamento, da Libertà obbligatoria, 1976. Porca miseria, mai che si riesca e risultare originali come fa Agamben. Quasi quasi ho cambiato idea e me lo leggo, con lo stesso spirito di Gaber quando legge Hegel:

"Quando invece sto leggendo Hegel
mi concentro sono tutto preso
non da Hegel naturalmente
ma dal mio fascino di studioso."

giovedì 28 agosto 2025

Progressismo retroattivo

Una donna sul web scrive di non essere femminista. Scrive anche altre cose in realtà, lo fa bene, con ironia e sottigliezza discorsiva, ma noi zoomiamo solo su quella dichiarazione di non intenti. Anche perché le risponde a stretto giro un'altra donna, con le seguenti parole:

"Non è un partito il femminismo né una scuola né un genere. Chiede semplicemente di non svalutare, picchiare, declassare, uccidere le donne. In questo senso tutti e tutte dovremmo essere femministe..."

Confesso, a me il commento ha fatto un po' girare le scatole, è sempre antipatico quando qualcuno pretende di insegnarti cosa dovresti essere. Ma lasciamo andare, in fondo non l'ha detto a me. Mentre è inequivocabile un fatto: non è il femminismo a chiedere di non svalutare, picchiare, declassare, uccidere le donne, ma la Costituzione italiana a imporlo. Non è un dettaglio di poco conto.

Eppure è vero che il femminismo ci è arrivato prima, non avremmo la Costituzione che abbiamo senza le battaglie per l'emancipazione femminile, senza le suffragette che all'inizio del XX secolo rivendicavano il diritto di voto in Gran Bretagna, senza il femminismo, sì. Verso cui è giusto provare un sentimento di sana gratitudine.

Ma adesso che facciamo, mettiamo indietro le lancette dell'orologio e ripartiamo dalla mezzanotte, oppure proviamo a sporgerci sul presente per individuare le ingiustizie e le esclusioni da emendare nel futuro, a cui fare seguire un piano articolato di contrasto?

A scanso equivoci: mi riferisco al presente occidentale, quando in Iran, per dire un luogo tra i molti in cui le donne ancora patiscono la prevaricazione maschile, la parola femminismo (non so come si traduca in farsi) ha pieno diritto a essere pronunciata forte e chiara.

Ma torniamo al commento riportato. A me sembra che rifletta una disposizione diffusa in molti campi, specie quello politico. Potremmo chiamarlo progressismo retroattivo. Un esempio? I discorsi di Elly Schlein.

Quando Elly Schlein parla pubblicamente – in privato deve essere molto simpatica, il suo sorriso schietto e contagioso lo lasciano intendere –, in tali occasioni è piuttosto comune vedere cadere braccia umane come foglie da un pioppo in autunno. E così, piano piano, la Sinistra perde i pezzi.

Non che dica stupidaggini, ma nelle sue parole viene coniugato l'ovvio, declinato il già detto, lo stracotto, gli avanzi del banchetto. Per dirla con il marchese Fulvio Abbate: musica leggera per ceti medi. In tutto medi.

Schlein la orchestra con termini altisonanti e dotti, ma nella sostanza anche lei ci sta dicendo che non bisogna svalutare, picchiare, declassare, uccidere le donne. Ok, fin qui ci siamo. Ma qual è l'idea di mondo, di nuovo mondo, meglio, per cui la Sinistra si batte e io dovrei votarla?

Non pervenuta, come la temperatura di Campobasso negli anni Settanta.

sabato 23 agosto 2025

Il giusto e lo sbagliato

Negli orinatoi pubblici, quei pochi che sono rimasti, i maschi vanno per pisciare, giusto? Giusto. E sui social la gente condivide contenuti per ottenere attenzione, ricevere segni di gradimento, incrementare il numero dei follower, giusto? Giusto.

Eppure, negli orinatoi pubblici esiste una minoranza di maschi che va per offrire e ricevere piacere, George Michael era tra questi. Possiamo dire che George Michael compiva lo stesso gesto di Duchamp: decontestualizzava il mezzo, applicando il pensiero laterale che fa di uno pneumatico un salvagente. E quando ciò che davvero ti importa è fare il bagno, chi se ne frega se gli altri lo calzano sui cerchioni dell'auto.

Io non ho una particolare predilezione per le canzoni di George Michael, non sono nemmeno omosessuale, ma il suo utilizzo improprio degli orinatoi pubblici me lo rendeva simpatico. Perciò anche sui social mi piacciono gli interventi "sbagliati", come quelli scritti su Facebook dal compianto Stefano Brugnolo, docente di Teoria della letteratura all'università di Pisa. Non finivano davvero più, che fatica, e non compariva mai la foto di un cucciolo di Labrador o di una vecchina con la faccia buffa.

I follower erano quelli che erano: un niente, se confrontati ai ventidue milioni e passa di Gianluca Vacchi; un'enormità, se pensiamo all'infrazione delle consuetudini a cui sottoponeva i suoi lettori, spacciando intelligenza sintatticamente organizzata invece di shottini da ingollare in un fiato. Utilizzava insomma i social come George Michael utilizzava gli orinatoi: non per fare ciò che normalmente si fa, ma essendo lui stesso la norma a cui piegare il contenitore.

Rimane il problema di dove poi andare a pisciare. Chi segue questa via ostinata e contraria lo fa spesso controvento, con il rischio di sporcarsi le scarpe. Ma se non altro sono le proprie scarpe, la propria urina. Non pisciano in conto terzi.

giovedì 14 agosto 2025

Sei un fallito!

È interessante notare come, nelle conversazioni che degenerano sui social, quando l'obiettivo da colpire e affondare con i propri siluri coincide con un uomo, l’espressione più utilizzata dalle donne Ã¨: sei un fallito.

Mi è capitato anche ieri con una donna che da tempo commentava i miei post su Facebook – beninteso, non voglio entrare nel merito dello scazzo e avere sostegno: incasso il mio fallito. Se mi concedessi a una replica di pancia direi ogni male di chi l’ha scritto, ma tocca riconoscere che, per una volta – chissà a quanti maschi realizzati l’ha già scritto –, ha colto nel segno. Mi limito a registrare questa cosa: l’inflazione del termine fallito, fuori e dentro al web. Nel secolo scorso si sarebbe detto, che so, sei un cornuto o un piscione o una testa di minchia. Adesso fallito.

Ma se ci pensiamo, possiamo trovare un elemento di continuità con un passato più schietto e volgare. Fallito è infatti l’equivalente ammodernato dello spregio sessuale: invece di dirti che hai il cazzo piccolo ti butto lì, quasi come fosse un'ovvietà, che sei un fallito, hai mancato l’obiettivo di avere un cazzo enorme. Ti è andata male mio caro, e invece della proboscide tieni tra le gambe la coda di un topino.

Per traslato, il Katzone, come veniva chiamato un celebre personaggio di Fellini (pare fosse ispirato a Simenon), occupa un ruolo apicale nell’immaginario tardo capitalistico, disponendo di sottoposti come Califano disponeva delle femmine – per inciso, anche gli studenti sono da considerarsi sottoposti del barone universitario, i lettori di uno scrittore con tanto di fascetta complimentosa, o gli spettatori a un concerto del trapper con la collana d’oro massiccio. Se non è zuppa è pan bagnato.

La cornice di senso rimane dunque quella per cui i maschi di pregio devono essere del tipo alfa; una disposizione femminile ancora ipotecata dai codici affermativi del patriarcato, da realizzarsi per meriti sessuali oppure di gerarchia economica, artistica, sportiva... Basta assegnare al mondo la forma di piramide, quindi occuparne il vertice. A ciò si aggiunga un ulteriore elemento di americanizzazione dell'Occidente psichico, che fa del loser la più ripugnante delle condizioni.

Se si vuole ferire una donna – situazione a ruoli invertiti – ci si rivolgerà così agli eterni attributi estetici: vecchia e brutta i più tipici; il termine zitella e perfino troia hanno perduto gli artigli con la conquista dell'autonomia economica del sesso non più gentil, da cui discende quella sessuale. La vanteria sulla propria voracità erotica se non altro adesso è parallela.

Ma nell'antropologia pseudo colta che si è trasferita dai cineforum alle bolle social, l’affondo estetico assume la via indiretta e eufemistica, oppure si opta per la figura della litote: non esattamente una silfide, non di primo pelo etc. Per giungere a tratti assoluti di cattiveria quando una donna parla di un’altra donna; e penso ad Alba Parietti che, per commentare il matrimonio di Selvaggia Lucarelli con un uomo più giovane di quindici anni, scrive: “Auguri al marito, prenderà la pensione di reversibilità."

Siccome la donna in questione, quella che mi ha dato del fallito su Facebook, non era né vecchia né brutta e neppure fallita, almeno stando a quanto ci teneva a precisare in una sorta di autocertificazione di status (“un fallito che mi insegna la comprensione del testo che insegno da quando ero assistente universitaria, ovvero diciotto anni fa”), si deve concludere che ha vinto lei. Anche perché mi ha bannato per prima, umiliazione irreversibile del quattordicenne che urla al rivale: PICIOPACIO! E poi parte impennando con il suo Garelli truccato.

martedì 26 novembre 2024

La scrittrice, il filosofo e la trasformazione della tragedia in farsa.

La storia si ripete sempre due volte… Della vicenda che coinvolge Leonardo Caffo e il suo invito a Più libri, più liberi, la manifestazione letteraria romana diretta da Chiara Valerio, con le successive polemiche legate alle accuse dell’ex compagna di Caffo di stalking e violenze private, quindi la rinuncia a partecipare del giovane filosofo antispecista (addirittura ha adombrato il suicidio), la Valerio lo difende appoggiandosi al principio di presunzione di innocenza, poi però cambia idea e mica è detto sia finita qui... insomma, a me, di tutta questa infinita pantomima, più che altro risuona il famoso aforisma di Karl Marx: "La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa."

Ma arriviamoci per gradi, la forma interrogativa ci è forse d'aiuto. Possiamo, è intellettualmente lecito intendo, identificare Caffo come un brutale rappresentante del patriarcato, seguendo una tendenza a cui i social fanno da consueto volano? Di conseguenza, Chiara Valerio avrebbe tradito il patto di sorellanza: è una rinnegata! viene detto da più parti.

Massì, possiamo, possiamo dire ciò che ci pare, e infatti lo stiamo facendo. Come cantava Giorgio Gaber, viviamo in un tempo in cui tutto si può, compreso farsi una bella lega. Ma se andiamo a leggere le carte processuali e fermo restando la presunta innocenza dell'imputato – su questo ha perfettamente ragione Valerio –, scopriamo che, dopo le violenze di cui è accusato, Caffo sarebbe ogni volta svenuto, o avrebbe supplicato la fidanzata malmenata di chiamare soccorsi: per lui, beninteso. Non per lei. Già che l’avere scoperchiato il vaso di Pandora della propria aggressività gli avrebbe procurato degli attacchi di panico. È la stessa donna ad averlo dichiarato alla magistratura inquirente, non la sceneggiatura di un film con protagonista Christian De Sica: "Amo', chiamame 'n ambulanza, dai, movete... me sta a girà tutto."

La vicenda ripropone una questione urgente: l’aggiornamento del vocabolario, come viene fatto l’update delle app sullo smartphone è necessario aggiornare le parole. La parola fascismo, ad esempio. Il fascismo è terminato il 27 luglio del 1945, non esistono rischi che si riproponga con gli stessi abiti in orbace. Eppure, nell’intero Occidente stiamo vivendo una recrudescenza di culture politiche autoritarie, al fascismo possono essere associate per via simbolica, ma possiedono una natura specifica e specifiche finalità. Dargli un nome nuovo e più appropriato è funzionale a combatterle.

Allo stesso modo, il patriarcato è una struttura economica e sociale che ha dominato incontrastata a partire dal primo millennio a.C. – una precedente epoca matriarcale è per la verità solo ipotetica, ma alcuni indizi non ne escludono la possibilità –, estendendosi con minime variazioni fino al 1600, quando è cominciata a entrare in crisi. Questa temporizzazione, suggerita da Massimo Cacciari, la ricaviamo dalle opere di Shakespeare, dove troviamo figure maschili sempre più smarrite e incerte nei confronti delle donne. Crisi che si approfondisce con la rivoluzione industriale e l’urbanizzazione, a cui è seguita, nell’Ottocento, l’affermazione della borghesia cittadina (pensiamo a Carlo Bovary, come Amleto altro esempio di maschio post patriarcale) per trovare definitiva dissoluzione con i movimenti del '68.

Da oltre cinquant’anni è dunque improprio parlare di patriarcato, a maggior ragione quando la pur gravità delle imputazioni – la violenza è violenza – prende connotati decisamente farseschi. Detto ciò, bisogna riconoscere che al tramonto del sistema patriarcale non è seguita una sorta di palingenesi femminile, e nelle società occidentali è rimasto un primato maschile a tutti i livelli: politico, economico, sportivo, perfino la sessualità ne è coinvolta. E se le violenze sulle donne sono sempre esistite, viene il sospetto che ne sia mutata la natura: da famigliare e quotidiana, quale vediamo nel film della Cortellesi, si è passati a episodi meno diffusi ma più distruttivi, che prendono il nome di femminicidi – nel 2023 abbiamo avuto, solo in Italia e in base ai dati Istat, 96 femminicidi. Il numero è quasi triplicato rispetto agli anni Novanta.

Una delle ipotesi ricavate dalla psicologia sociale è che questi episodi rappresentino, per paradosso, proprio la conferma dell’implosione del modello patriarcale, che lascia non tutti i maschi, sia chiaro, ma solo quelli meno attrezzati emotivamente senza strumenti (se non appunto la forza) per gestire la conquistata autonomia femminile. Ma di nuovo, come chiamarlo? Montale ammoniva: codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Se a uno dei più grandi poeti del Novecento mancavano le parole, non sarò certo io a cavare le castagne dal fuoco. Provvisoriamente facciamo come lui, diciamo ciò che NON vogliamo, la violenza sulle donne sta in cima alla lista dei rifiuti; ma diciamo anche ciò che non siamo: patriarcali. Poi, però, con calma, una nuova parola va trovata, allo stesso modo dell’autoritarismo a matrice plebiscitaria e nazionalistica, che ripetiamo non è fascismo. Sono due voragini linguistiche da colmare. Senza le parole giuste le cose non vengono infatti comprese, e, senza comprensione, opporsi risulta caotico e soprattutto velleitario.

venerdì 15 novembre 2024

Decadenza

Sui social, confesso, vengo puntualmente calamitato da quei post che mio nonno avrebbe chiamato birichini. A pubblicarli sono giovani donne, basta una propria fotografia in pose che ne esaltino la bellezza, lasciando magari trapelare qualche dettaglio intimo: la linea di discrimine del seno, o abiti succinti a mostrare le gambe e quasi – ma non più di quasi – le mutande. Il pieno di like è assicurato.

Solo che io scorro sveltamente le immagini (si tratta perlopiù di selfie) e indugio sui commenti, come si può intuire sono in prevalenza maschili. La frase che più ricorre è sei sempre la mia preferita, a cui segue un cuoricino, di più, due cuoricini, tre cuoricini e altri amorevoli emoticon. Provo così a pensare a qualcuno che scrivesse invece: Sei la solita mignotta...

Ovviamente verrebbe bannato, lo farei immediatamente anch'io. Eppure i due commenti hanno identico contenuto, mignotta deriva dal francese mignot, con significato di favorita. Un esempio analogo lo possiamo fare con un politico, mettiamo Salvini. Nel talk show televisivo di turno qualcuno gli dà del leader alla guida di un team emotivamente coinvolto, e quello gongola soddisfatto. Oppure potrebbe dire che Salvini è un capoccia sostenuto da un manipolo di esaltati. La sostanza semantica è la medesima, ma cambia, come nel primo caso, la connotazione di valore, che discende unicamente da consuetudini d'uso.

Da ciò ricavo il sospetto che le lingue storiche, da denotative, tendono col tempo a diventare connotative, dunque sempre più discrezionali. E questa non è una buona notizia, ma chiaro segnale di decadenza della società che quella lingua riflette.

mercoledì 11 settembre 2024

Tiro alla fune

La prima immagine che si presenta alla mente è quella del tiro alla fune. Solo in seguito riesco a collocare al suo interno, con funzione di paonazzi contendenti, le discussioni intorno al tema dellÉ™ Schwa, che negli ultimi giorni si sono riaccese grazie all'ultimo libro di Vera Gheno (Grammamanti, Einaudi, 2024). Confesso di conoscere il suo pensiero solo per sommi capi, ma, ai fini del poco che ho da aggiungere al riguardo, è sufficiente quel vecchio attrezzo retorico costituito dalla metafora, con cui provare ad accostare la questione da un margine figurale.

L'impressione è che tutte le lingue vengano contese e definite da due forze contrapposte, come avviene appunto nel tiro alla fune. Da un capo afferrano la iuta intrecciata le mani senza calli degli intellettuali (scrittori, poeti, linguisti) e dall'altro i comuni parlanti, possiamo anche chiamarlo popolo. A volte, non spesso, sono i primi a vincere, ottenendo quale posta l'accoglienza dei modelli linguistici da loro finemente elaborati; è successo con l'italiano e in seguito con l'ebraico, una lingua morta già ai tempi di Gesù  voi resuscitate i corpi, sembrano dire ai cristiani con ripicca, e noi le lingue. Ma è più frequente il caso di idiomi diffusi e addirittura presi a modello di bellezza, ad esempio la versione ionica del greco antico, la lingua di Omero, costretti a cedere a linguaggi che si affermano per ragioni politico-militari, o a una maggiore semplicità d'uso; per l'attico, furono le conquiste di Alessandro Magno a renderlo la Koinè parlata sulle sponde del Mediterraneo, mentre il latino viaggiò sulle ali dell'aquila imperiale. 

Se ne ricava che la sfida di Michela Murgia, Vera Gheno, Alice Orrù e di chiunque creda che la lingua debba riflettere una rinnovata sensibilità morale sul tema del genere, oltre le rivendicazioni di minoranze sessuali prima ancora che economiche, è del tutto legittima. Bisogna vedere se la forza con cui tirano la corda dalla loro parte saprà prevalere non solo sulle consuetudini d'uso, ma su ideologie di segno contrario che ugualmente trovano riflesso nei discorsi al Bar Piero, tra i banchi degli istituti professionali, sotto ai caschi dei parrucchieri (e delle parrucchiere) e insomma in quell'ovunque in cui è contemplata la Bible Belt statunitense, con i suoi suprematisti bianchi che votano per Trump.

Per quel che mi riguarda prometto, da buon italiano, di salire sul carro del vincitori, ma sono troppo vecchio e acciaccato per cimentarmi in un agone di polvere, sudore e dizionari. Vera Gheno possiede delle ottime ragioni teoriche, unite a una dose di ideologia che fa tutt'uno con l'impeto emotivo funzionale a qualsiasi competizione, tra cui il tiro alla fune. Ma se fossi un bookmaker londinese scommetterei sulla pigrizia: una forza debole tanto più incisiva nella storia vissuta, non meno che in quella scritta e parlata.

Mi piace però concludere ricordando quanto pensava Wittgestein al riguardo. "The borders of your language are the borders of your world", recitava con aria sempre un po' imbronciata. E dunque se il mondo, ossia i suoi rapporti di forza e le credenze derivate, danno forma alle parole, ci sta pure il caso contrario: nuove parole o un diverso utilizzo delle stesse (Liberté, Égalité, Fraternité, mettiamo) possono cambiare il mondo. Buona fortuna ai corpi e ai discorsi trainanti, che il tiro alla fune abbia inizio!

mercoledì 28 agosto 2024

Letteratura selvatica

In un testo di Tullio De Mauro, ne ho purtroppo scordato i riferimenti, veniva suggerito che fossero le persone meno colte (lui le chiama "sub parlanti") a fare un maggior uso figurale della lingua, e ciò per via del fatto che non dispongono dell'esattezza denotativa dei linguaggi tecnici. Connotano così i loro discorsi attraverso metafore, metonimie, sineddochi e insomma tutto l'arsenale retorico con cui i letterati plasmano le storie, allo stesso modo di bambini che erigono castelli di sabbia in riva al mare. Alla fine ti dicono: è mio. E hanno ragione ma anche torto. Perché se le mani erano le loro, il mare con cui impastare la sabbia è di tutti.

Come il mare, la letteratura è un'esperienza che non si arresta agli angusti confini della pagina, dilaga nel parlare comune, monta in ondate di insulti e schiuma di bestemmie, scroscia tra i calici del Bar Piero, zampilla tra una sforbiciata e l'altra di Gino, il barbiere che ha ancora il cavalluccio per i più piccoli, e nei proverbi di anziane zie che ora hanno finalmente guadagnato lo status di nubili, se non di single — mai più zitelle.

Di certo si è guadagnato in correttezza politica, ma a questo modo si è forse perso qualcosa in espressività: il linguaggio si fa asettico, da protocollo anagrafico, oppure anglofono e pretenzioso, facendo dell'autonomia affettiva una virtù gelidamente referenziale, in sostituzione della malandrina ironia contenuta in un'antifrasi letteraria. Zitella deriva infatti da zitta, in siciliano ragazzina, dove il senso è qui chiaramente ribaltato.

Nel leggere De Mauro, ricordo di aver pensato: oh cazzo, ma allora sono un sub parlante, non riesco a esprimere un concetto se non menando il can per l'aia (metafora). Ma poi mi resi conto di essere in buona compagnia. Muhammad Ali, ad esempio, che da studente aveva livelli di rendimento scolastici molto al di sotto della media, prima dell'incontro del 1974 in cui sconfisse George Foreman a Kinshasa, improvvisò con i giornalisti un discorso di cui riporto uno stralcio. Io lo considero a tutti gli effetti letteratura, letteratura selvatica sfuggita allo zoo editoriale in cui si vorrebbe contenerla, e anche di buon livello:

"Ho lottato con un alligatore, ho lottato con una balena, ho ammanettato il lampo, ho messo il tuono in prigione! Solo la settimana scorsa ho ucciso una roccia, ferito una pietra, ospedalizzato un mattone! Sono così cattivo che faccio ammalare la medicina! Sono veloce! La scorsa notte ho spento la luce nella mia camera da letto, ho colpito l’interruttore e sono stato a letto prima che la stanza fosse buia..." 

Muhammad Ali

domenica 18 agosto 2024

Stronzi? No grazie

Trovo esemplare questa immagine che gira sul web. A parte l'intima grettezza del suo contenuto, è utile per comprendere la nozione sfuggente di capzioso, che ha fatto retrocedere il vocabolo all'interno di una sorta di hit parade linguistica – comunque ha sempre occupato posizioni di seconda fila, per essere onesti. Mentre è cresciuta molto la ricorrenza del sostantivo buonismo, specie nella sua variante aggettivale, buonista, con funzione di insulto. Qui l'utilizzo è a totale sproposito: buonismo, e cosa cavolo c'azzecca?

Soffrire per una sconfitta, come dichiara con orgoglio la campionessa di scherma Elisa Di Francisca, o viceversa godere del bicchiere mezzo pieno come fa la brava nuotatrice Benedetta Pilato (la quale si era rallegrata per il quarto posto ottenuto alle Olimpiadi), non sono comportamenti misurabili su un'ideale scala etica graduata, con indici di bontà a scandirne i livelli. Perciò la comunicazione è capziosa, l'inganno consiste nel mescolare piani totalmente distinti.

La bontà è un sentire che porta a un fare, ossia a comportamenti volti al bene dell'altro. Mentre in questo caso abbiamo disposizioni psicologiche diverse, che danno luogo a diverse emozioni: la serenità di chi ha comunque fatto del suo meglio, non sfigurando affatto per quanto a un passo dal podio, e la rosicatura, il tarlo, infine la sofferenza rivendicata quale atteggiamento agonistico da parte di Di Francisca, tipiche di chi non riesce più a distinguere la propria vita dalla condizione darwiniana da cui è ricalcato ogni sport, dove il più adatto è colui (o colei) che prevale sugli altri.

Ma brutto, e cioè non etico, ingannevole, capzioso, è giudicare le emozioni degli altri, squalificandole con il termine denigratorio di buonismo quando non in linea con ciò che sentiamo. Perciò è utile prestare attenzione a questi minimi segnali di cedimento alle mode linguistiche. Dietro, il più delle volte, si cela non solo una disposizione spensierata e corriva, ma una precisa ideologia. Che non è solo come abbiamo visto capziosa, ma parecchio stronza.

(PS - Suggerisco anche un confronto fisiognomico tra i due volti: quello della nuotatrice soddisfatta, se non proprio felice, per il suo quarto posto, e della schermitrice che gli dà della buonista – da quale delle due acquistereste un'auto usata?)

sabato 17 agosto 2024

Empatia o bontà?

 

"Buonismo è il nome che danno all'empatia quelli che ne hanno poca.”

Paolo Zardi, scrittore, ingegnere e soprattutto amico

"Empatia è il nome che danno alla bontà quelli che non ti prestavano mai la bicicletta. Mio papà ha detto che non posso, rispondevano se gli chiedevi di fare un giro."

Guido Hauser, che poi sarei io, dottore in Niente

Chi ha ragione?

Potete anche dire entrambi. O suggerire ipotesi alternative. La questione è aperta...

lunedì 12 agosto 2024

La e il

Se domandissimo a qualcuno quali sono le sue cantanti preferite, potremmo ricevere risposte del tipo: la Bertè, la Vanoni, la Oxa, la Mannoia, la Pausini etc. Ma non, continuiamo per ipotesi, la Mina, la Giorgia, la Nada. Come mai?

Non credo esista una ragione, si va a orecchio. La Mina suona male, la Vanoni bene. D’altronde anche Gino Paoli, che con entrambe ha una conoscenza di lunga data, si è espresso a questo modo in una frase che ha suscitato polemica: “Ieri avevamo Mina e la Vanoni. Oggi emergono le cantanti che mostrano il c**o.”

Ora lasciamo perdere la polemica sul c**o, e passiamo a quella sull’articolo determinativo di fronte ai cognomi femminili. Scrivo dell’argomento perché, giusto ieri, sono stato bacchettato per avere anteposto l’articolo davanti al cognome di Michela Murgia, dopo averne in prima battuta scritto nome e cognome per esteso. Il tutto all’interno di un testo elogiativo nei suoi confronti.

Ma dovevo immaginarlo, quando si tocca Murgia (ecco, contenti?) compare sempre qualcuno più realista della regina defunta, pronto a impallinarti a ogni virgola fuori posto. Ma qual è in questo caso il posto giusto?

I linguisti non ci sono d’aiuto. Ricordo di avere parlato dell’argomento con il compianto Luca Serianni, era sei anni fa al termine di una bella conferenza a Poschiavo. Un paesino molto svizzero – gerani ai balconi, gente che si saluta tra sconosciuti  al confine con l'Italia, da cui ha preso la lingua anche se siamo nel cantone dei Grigioni. Alla mia domanda sull’articolo davanti ai cognomi personali, aveva spalancato le braccia: “Per noi linguisti va bene tutto. Fate voi…”

Io confesso di muovermi a istinto, come per le cantanti. La mia provenienza dall’estremo settentrione, dove da bambini si metteva l’articolo anche davanti ai nomi propri (il Claudio, la Giovanna, il Maurizio), mi fa forse abusare dell’articolo determinativo. Non avevo però mai pensato che questo utilizzo potesse risultare irriguardoso. In fondo ha una funzione individualizzante (se utilizzassimo l’articolo indeterminativo, una Murgia, ci sarebbe qui sì da risentirsi), oltre che disambiguante. Me l’ha fatto notare il sempre ottimo Paolo Landi, il quale riporta un gustoso aneddoto riferito ad Arbasino:

"C'era anche Romano, che chiacchierava con Natalia Ginzburg. Chi sarà stato? Escluso che fosse il divino pittore Giulio, sarà stato Prodi, il professore di Bologna? O l'eminente ambasciatore Sergio? Macché: era la Lalla."

E facciamo attenzione a come Arbasino giochi con gli articoli, con Lalla Romano che diventa la Lalla, generando una sonorità simile a una cantilena: la-lal-la. Ma si potrebbe obiettare che, allora, l’articolo determinativo lo si metta piuttosto davanti ai cognomi maschili, già lo si fa con taluni personaggi illustri: il Manzoni, il Pascoli, perfino lo Hegel come con vezzo paludato Diego Fusaro chiama il filosofo di Stoccarda.

Non escludo che ciò possa avvenire in futuro, ed è ancora Luca Serianni a ricordarci che le lingue storiche sono creature vive, in perpetuo movimento. Le vestali del culto integerrimo della Murgia (stavolta la chiamo a modo mio) hanno dunque tutto il diritto di proseguire nella loro campagna di sfoltimento degli articoli: dagli e dagli potrebbe accadere che la loro proposta prenda piede, e quando qualcuno mi chiederà di fare il nome di una cantante che amo particolarmente, risponderò senza esitazione: Vanoni!

Ma fino a quel giorno suggerisco un profilo più basso, una minore assertività censoria. O come dicevamo noi alle scuole elementari, sempre Vanoni, ma l’Ezio, di Sondrio, che non rompessero tanto i coglioni!

giovedì 18 aprile 2024

Ordunque, o sulle parole e le cose

Si sta discutendo molto dell'ultimo romanzo di Chiara Valerio, candidato al Premio Strega. Ne rilancia polemicamente il motivo – le baruffe letterarie somigliano al refrain delle canzoni di Sanremo – Gian Paolo Serino con una stroncatura pubblicata su Avvenire. Premetto che io non ho letto entrambi, romanzo e stroncatura, ma, da quel che ho inteso, il giudizio negativo sarebbe motivato dalle scelte linguistiche: quando si trova al crocevia tra due (apparenti) sinonimi, Valerio imbocca sempre la via più ricercata e dotta.

Serino porta a esempio la locuzione ordunque, che la scrittrice utilizza e avrebbe potuto sostituire, egli sostiene, con quindi (ma anche con ora, bene, a ogni buon conto etc.). Un argomento che mi ha ricordato una simile contrapposizione tra Giuseppe Pontiggia e Giovanni Mariotti, credo fossero i primi anni Ottanta, il luogo le pagine del Corriere della Sera.

Pontiggia aveva appena scritto un articolo in cui confidava di avere stralciato dal proprio vocabolario attivo il verbo recare, da sostituire, sempre e comunque, con il più colloquiale andare, cosa che suggeriva a chiunque avesse una qualche ambizione letteraria. Mariotti inviò una lettera al giornale chiedendo: "Pontiggia, ma perché Lei vuole negarmi il piacere di recarmi in libreria ad acquistare i suoi romanzi?"

Se ne deduce da subito il tono lieve, molto lontano dal livore polemico attuale, ma la cortesia degli interlocutori non ne mutò le posizioni. Pontiggia infatti a sua volta rispose, riaffermando che in libreria poteva più tranquillamente andarci, avrebbe fatto lo stesso all'uscita dei libri di Mariotti. A distanza di tempo però cambiò idea, e in una trasmissione radiofonica da lui condotta su Rai3, Dentro la sera, i cui contenuti confluirono nel saggio edito da Belville nel 2016 con uguale titolo, riconobbe al rivale qualche ragione.

Se l'insegnante viene convocata dal preside, utilizza come esempio, è ragionevole che la donna si rechi nell'ufficio del dirigente scolastico, l'azione possiede un elemento di austerità formale meglio reso da questo verbo. Fermo restando che se Pierino invita Pierina a fare una passeggiata in un campo di margherite, a quel luogo andranno, magari tenendosi per mano, non si recheranno.

La precisazione riporta alla mente – mente fervida e accogliente di Pontiggia, è lui a continuare nel ragionamento – una frase di Jules Renard, il quale sosteneva che "non esistono sinonimi, esiste solo una parola. E il bravo scrittore la conosce."

Rimane dunque da capire se il contesto narrativo in cui Chiara Valerio fa calare il suo ordunque sia più simile al tragitto dell'insegnante, che conduce alla presidenza tra studenti che vanno in bagno a fare pipì, non si recano e tantomeno incedono, al limite ciabattano Adidas enormi sul linoleum dei corridoi, o al sentiero imboccato da Pierino e Pierina per raggiungere la loro meta. Dubbio a cui si aggiunge il piacere del lettore, chissà se ha voglia di seguire la scrittrice nel suo recarsi in luoghi linguistici sontuosi e vagamente altisonanti... disertando i campi di margherite.

sabato 3 febbraio 2024

Baubò


Nello spirito dominante di correggere la lingua in senso virtuoso, c'è un problema: testa di cazzo, come coniugarlo al femminile? Se ci sono gli uomini con tale caratteristica – e ci sono, per averne conferma citofonare a caso in un condominio di Pontida o in un villetta di Capalbio... – ci saranno pure le donne, ma bisogna esprimere il concetto rispettando l'identità di genere. Ebbene, credo di esserci riuscito: basta dire 
Baubò, un'antica divinità greca dalla testa a forma di fica, o se risiedete a nord di Bologna figa. Io qualche Baubò la conosco, non suona nemmeno offensivo, il termine è eufonico e giocoso. Non serve incazzarsi (altra espressione da emendare in chiave bipartisan) quando una di loro ti fa un tiro mancino; ad esempio certe donne medico che al termine della visita ti fanno un ammiccante sorriso, a presunta compensazione della fattura non emessa. "Dottoressa, mi scusi" basta dire, "i miei problemi dermatologici li abbiamo visti. Ma Lei, quando si gratta la testa, prova piacere?"

giovedì 23 novembre 2023

Lo sfigato e la puttana, o su come le parole fanno mondo


I femminicidi stanno diventando un fenomeno simile ai monsoni nel subcontinente indiano: vengono vigliaccamente compiuti da un maschio, se ne parla molto e non di rado a sproposito, poi, per un poco, ce ne scordiamo in un'apparente quiete di vento, fino a che una nuova tempesta si abbatte. Una ricorsività priva di fantasia di cui sorprende solo la nostra memoria corta.

Giulia Cecchettin avrebbe potuto chiamarsi Concetta Scognamiglio o Anna Rossi, la sua morte era comunque attesa, come purtroppo la prossima vittima, speriamo il più tardi possibile. Ma proprio perché siamo una specie smemorata è tanto più forte la reazione emotiva, al punto che qualcuno si chiedeva in questi giorni quale fosse l'equivalente maschile di puttana, riferito a una donna con intento offensivo. Non ho dovuto pensarci molto prima di concludere: sfigato.

È interessante notare come i due termini coincidano nel giudizio di valore, che non potrebbe essere più sprezzante. Si pongono però in antitesi quanto al loro significato: da un lato, con puttana, abbiamo una sorta di eccesso – poco importa se l'esubero (di “figa”) venga spartito per noia, professione o come Bocca di rosa né uno né l'altro, lei lo faceva per passione – mentre lo sfigato sconta l'avvilente regime della penuria. Ma sei puttana anche se revochi l'offerta di ciò che è e rimane tuo a chi si illudeva di esserne monopolista, e sfigato se non fai valere questo illusorio diritto. Da qui il femminicidio.

Ancora più interessante è indagare l'uso accidentale dei termini. Se ad esempio troviamo l'auto lasciata in sosta con una lunga ammaccatura sulla fiancata, l'esclamazione che segue non sarà porco patriarcato, ma più verosimilmente porca puttana! Potremmo pensare a qualcosa di simile all'inconscio psicoanalitico – già Lacan poneva un'analogia tra linguaggio e inconscio –, ma a differenza di quello non si mostra nei sogni e negli atti mancati, ma attraverso imprecazioni che emergono quando rabbia e dolore prendono il sopravvento.

Pensiamo alla sequenza del film Berlinguer ti voglio bene, con Benigni, nel ruolo di Mario Cioni, che ha appena ricevuto la notizia della morte della madre; fortunatamente si rivelerà solo un macabro scherzo degli amici. Mentre attraversa i campi per raggiungere la casa di famiglia è tutto un gorgogliare di frasi sconce – “la merda della maiala degli stronzoli nel culo…” –, un vulcano che solo così riesce a eruttare il suo male.

Per comprendere il codice di ciò che fa tana sotto i discorsi nei talk show, dove si commenta forbitamente la tragedia del giorno, meglio sarebbe allora spegnere il televisore e andare in vacanza con Filini, quindi tenere in posizione verticale il picchetto della tenda mentre questi cerca di conficcarlo al suolo con un grosso martello. Non rivelerò cosa avviene dopo, essere italiani comporta la conoscenza di quest'altro film e delle memorabili sventure del suo protagonista, il rag. Ugo Fantozzi.

Se in condizioni estreme la donna, nell'immaginario maschile, si converte in puttana, e la puttana in porca, bisogna riconoscere che nella maggior parte dei casi il pregiudizio non viene replicato nei gesti. Nel nostro solo Paese si verificano ogni anno un centinaio di femminicidi, ma per ognuno di essi abbiamo migliaia di maschi gentili e premurosi verso le loro compagne. Le esclamazioni sessiste sono insomma solo modi di dire, come le donne dicono di quel tale ma l'hai visto, che sfigato!, conversando sotto il casco del parrucchiere.

Tutto bene dunque, tutto a posto? Sì e no. Perché tra la regola e l'eccezione si mostra un sottilissimo filo, costituito appunto dal linguaggio. Per reciderlo e fare volare il palloncino in cielo dovremmo imparare la difficile arte dello sdoppiamento vigile, ascoltarsi mentre una lingua ci parla (con l'illusione essere noi a parlarla) potrebbe essere una buona propedeutica.

Magari continueremo a dire porca puttana, porca troia, sfigato – succede mica niente, a catechismo venivano chiamati peccati veniali. Ma almeno avremo intuito da quali oscure profondità alfabetiche provengono i comportamenti che gli fanno da specchio, dove non esiste lo smaltimento dei rifiuti verbali. Si trasmettono da una generazione all'altra, saturano il cazzeggio negli spogliatoi, si accumulano alla maniera delle pile degli smartphone che prima o poi dovremo spedire sulla luna.

L'omicidio di una donna da parte di un uomo respinto rappresenterà pure un caso su un milione, come il legno con cui viene costruita una ghigliottina. Ma prima è stato un albero uguale a tutti gli altri, prima ancora un seme, che non a caso possiede lo stesso etimo di semantica. Una parola insomma, seppellita sotto la terra dissodata dal conversare distratto. Se le condizioni ambientali le sono propizie poi accade quel che accade. Mentre con il diserbante della consapevolezza, la si può forse stroncare prima che sbocci.

lunedì 20 novembre 2023

Aggettivi, o sul nesso tra parole e mondo

 

Ho appena letto sul web un commento social che prende avvio dalle seguenti parole: "il punto è sempre l'analfabetismo emotivo dei maschi".

Ovviamente ci si riferisce alla terribile vicenda di Giulia Cecchettin. Ovviamente è scritto da una donna, con cui non ho alcuna intenzione di polemizzare. Solo, mi ha ricordato come nella lingua italiana, a differenza di quella inglese, gli aggettivi abbiano un ruolo spesso negletto, specie negli ultimi anni.

Ad esempio, la frase citata cambierebbe in traduzione, e per quel che mi riguarda diventerebbe anche più vera, perfino più bella. Traduzione non completamente fedele, ma aggiustata con uno di quegli aggettivi che gli anglosassoni non si fanno mai mancare: the point is always the emotional illiteracy of some males.

Meglio, no?

Nessuno ci vieta di fare lo stesso, è sufficiente l'introduzione del medesimo aggettivo, some, in italiano alcuni: il punto è sempre l'analfabetismo emotivo di alcuni maschi. Non c'è più l'effetto “auanagana” di Alberto Sordi in Un americano a Roma, ma mica male.

È solo una possibilità, intendiamoci. Non so se esistano statistiche a riguardo, verosimile che l'analfabetismo emotivo sia diffuso, e sebbene con grado diverso (e soprattutto effetti diversi) si declini in entrambi i sessi. Uno stanco cliché ci ricorda che, oltre a un padre, dietro a un ragazzo c'è sempre anche una madre, a trasmettere una pedagogia di mondo spesso allineata. Bastano semplici gesti, qual è la gerarchia nel servire la pastasciutta: prima il marito, poi il figlio maschio, quindi la femmina e in ultimo lei. 

Allora fuori alcuni e dentro l'aggettivo parecchi, come fa l'allenatore col giocatore inconcludente. Oppure tanti, molti, più ancora renderebbe la sua forma superlativa: moltissimi. Devoto Oli e Zanichelli alla mano, non c'è che l'imbarazzo della scelta.

Ma detta così, i maschi, un aggettivo comunque lo possiede, sebbene in forma implicita. È tutti: tutti i maschi sono degli analfabeti emotivi (anche Topo Gigio, sì, anche Papa Bergoglio e il Mago Zurlì) che è un'evidente sciocchezza.

In un altro film, Palombella rossa, Nanni Moretti si scaglia contro una giornalista che gli fa domande sconclusionate. "Chi parla male pensa male e vive male!" la rimbrotta stizzito. Io aggiungerei che, talvolta, chi parla male uccide la "propria" donna, non avendo compreso che le donne sono tutte improprie, non appartenendo a nessuno. Ed è così che si mostra un nesso non casuale tra analfabetismo emotivo e analfabetismo letterale.

Usiamoli dunque questi aggettivi, anzi questi benedetti aggettivi, che è pure un aggettivo. Soppesiamoli, ragioniamoci sopra prima di strillare il nostro sdegno. La perfida Albione non ne possiede il monopolio, al contrario dei cappelli in pelliccia d'orso canadese che svettano sul capo delle guardie reali.